domenica 15 ottobre 2017

Elizabeth Jane Howard - Il tempo dell'attesa

Non avrei mai pensato che la saga dei Cazalet mi prendesse così tanto. Dopo il primo capitolo, Gli anni della leggerezza, mi sono buttato quasi subito sul secondo, Il tempo dell’attesa, che si apre nel 1939 e arriva al 1941, catapultandoci quindi in piena Seconda Guerra Mondiale, quando le persone cercavano di andare avanti nella paura dei bombardamenti, nel razionamento dei generi di prima necessità e nella paura per la vita dei propri cari al fronte. Visto il periodo di riferimento, rispetto al primo capitolo questa volta ci sono più avvenimenti, anche dolorosi, e la trama si concentra soprattutto sulle tre cugine Louise, Polly e Clary, che ormai sono cresciute e presentate senza moralismi o didascalismi, dai loro punti di vista: Louise tenta di realizzare il sogno di diventare attrice, ottiene il permesso di iscriversi a un corso a Londra, vuole emanciparsi, compra un paio di pantaloni e affronta con tutta la sua inesperienza le prime esperienze amorose; Polly non ha ancora deciso cosa fare nella vita, soffre la reclusione domestica, si sente troppo giovane o troppo vecchia per qualsiasi cosa; Clary si separa con dolore dal padre, arruolatosi in marina, e promette di prendersi cura della giovane matrigna Zoë; vorrebbe fare la scrittrice e, dopo la mancanza di ispirazione iniziale, si mette a scrivere lettere al padre, disperso in guerra, rifiutandosi di accettarne la morte, ed è proprio la sua scrittura in prima persona a irrompere nel romanzo. La Howard è eccezionale nel legare il periodo incerto dell’adolescenza alla sospensione dovuta alla guerra e al passaggio generazionale (in questo senso il titolo Il tempo dell’attesa è perfetto), e nelle tre giovani riversa parte del suo vissuto autobiografico, come spiega Hilary Mantel nella sua postfazione, anche se Louise è quella che maggiormente ricalca la sua storia. La narrazione, come sempre, è piena di dettagli ed è attentissima alla voce dei personaggi, tra il detto e il non detto, strumento che permette alla Howard di indagare gli stati d’animo e di insistere sull’incomunicabilità che contraddistingue tutti i membri della famiglia: questi infatti non parlano mai dei fatti che stanno vivendo ma si perdono dietro ad altre cose, in disquisizioni inutili e in dimostrazioni di affettazione (Hugh e Sybil che sanno entrambi del tumore di lei ma non ne parlano mai), prigionieri di un perbenismo che ha del fastidioso e che viene avvertito come incomprensibile e ipocrita dall’ultima generazione («In questa famiglia non c’è verso di parlare delle cose brutte. Io invece credo che bisognerebbe parlarne proprio perché sono brutte. Ma se chiedi a uno di loro non arrivi da nessuna parte», nota Polly). Sin dall’inizio, dove troviamo Villy, la moglie del fedifrago (e odioso) Edward, che ha appena avuto un figlio, e Zoë, la moglie fedifraga di Rupert, che ne ha appena perso uno, vediamo la perfezione della Howard nell’intrecciare le trame personali dei personaggi e la loro quotidianità, senza mai perdere l’interesse per le descrizioni di cibi e vestiti, sua autentica cifra stilistica che potrebbe però far storcere il naso a qualcuno non avvezzo a questo tipo di narrazione prevalentemente femminile. Bisogna però chiarire che tutti i personaggi sono vivi e interessanti, da Rachel che vive il suo complicato amore omosessuale per Syd ad Angela che ha una drammatica relazione con un uomo sposato, da Diana che resta incinta di Edward alle anziane sorelle della Duchessa che continuano a vivere come se il mondo si sia fermato. Per non parlare di Archie, amico di Rupert innamorato senza speranza di sua sorella Rachel ancora dopo aver ricevuto una delusione anni prima («non soffriva più per lei, passavano giorni in cui non le rivolgeva nemmeno un pensiero, solo che, quelle poche volte che era stato sul punto di innamorarsi di altre persone, il suo ricordo sopraggiungeva sempre a farlo desistere»). È da queste brevi note psicologiche che si nota la finezza e la profondità della scrittura di Elizabeth Jane Howard, autrice che si merita tutto il successo (postumo) che sta riscontrando anche nel nostro Paese.

Nessun commento:

Posta un commento