martedì 10 ottobre 2017

Howard PhilIips Lovecraft, I.N.J. Culbard - Il caso di Charles Dexter Ward

Che la terza sia la volta buona? Dopo le delusioni degli adattamenti de L’orrore di Dunwich (contenuto in Lovecraft Antologia) e Le montagne della follia, Culbard ci riprova con uno dei racconti lunghi più complessi di Lovecraft, Il caso di Charles Dexter Ward, e le cose vanno decisamente meglio. Il suo stile è sempre quello, con personaggi caricaturali e marcati che danno l’impressione di leggere più Tintin che un’opera del Solitario di Providence, ma bisogna notare degli indiscutibili progressi, anche perché questa volta non ci sono i Grandi Antichi resi come dei pupazzetti. La trama è imperniata sulla vicenda del giovane Charles Dexter Ward, studioso di scienze e antichità, appartenente a un’agiata famiglia del Rhode Island, che si imbatte nella figura di Joseph Curven, suo antenato dall’oscura fama di stregone e negromante, che ha cercato, attraverso una rete di collaboratori e trafugatori di cadaveri, di richiamare misteriose e terribili potenze dai recessi del cosmo; ossessionato da Curven, Charles si chiude nel suo laboratorio, pratica le arti oscure e giunge alla soglia della pazzia fino a essere internato in un istituto, da dove scompare misteriosamente. Nel racconto sono presenti molte delle tematiche di Lovecraft: la storia e la cultura del New England nel XVIII secolo, la passione per le ricerche antiquarie, la malattia mentale, la lettura di tomi proibiti come il Necronomicon che veicolano saperi proibiti, i miti di Cthulhu (che qui vedono nascere Yog-Sothoth). Come detto nella prefazione, Lovecraft «radica la narrazione fantastica e morbosa nella realtà familiare, rendendo l’orrore ancora più terribile» e aprendo la strada all’orrore cosmico («attorno a noi esistono forze malvagie che trascinano il nostro mondo e la nostra comprensione, ai cui occhi non abbiamo nessuna importanza»). Articolata come un lungo flashback, la narrazione di Culbard cerca di risultare il più lineare possibile, cercando al tempo stesso di rispettare la complessità documentale del racconto di Lovecraft (che utilizza la forma del carteggio e degli stralci di giornale, in ossequio al canone vittoriano della narrazione indiretta) e utilizzando le sue stesse parole (sarebbe impossibile fare altrimenti), ma sintetizzando e rendendo più chiare molte parti o degli snodi fondamentali. Laddove la vicenda guadagna in comprensibilità, purtroppo perde in fascinazione, perché è vero che Lovecraft è molto spesso complicatissimo e confusionario, ma molto del suo fascino sta proprio nel suo stile. Culbard conferisce maggiore centralità e spirito d’azione al dottor Willett, narratore e medico della famiglia Ward, l’ultimo ad aver incontrato il paziente scomparso, e lo rende vero protagonista dell’indagine. Ottimo il finale, in cui viene lasciata al lettore la sensazione di una missione per preservare l’intera Terra dall’orrore cosmico.

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