giovedì 23 novembre 2017

Carlos Ruiz Zafón - L'ombra del vento


L’ombra del vento di Carlos Ruiz Zafón (di cui ho già parlato esaustivamente QUI) mi aveva folgorato. L’avevo letto in tre giorni e mi aveva spinto a leggere anche gli altri romanzi dello scrittore catalano, che ho amato indiscriminatamente, anche quelli giovanili (pur con tutti i loro limiti) della Trilogia della nebbia. Visto che l’anno scorso è uscito il quarto capitolo della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, Il labirinto degli spiriti, e che dalla lettura del terzo (Il prigioniero del cielo) sono passati cinque anni, mi sono reso conto di non ricordare assolutamente nulla (la vecchiaia e le troppe letture si fanno sentire). Rileggere L’ombra del vento era quindi necessario e, sin dalla presentazione del libraio Gustavo Barceló (che tiene in bocca una pipa spenta, si vanta di essere l’ultimo discendente di lord Byron, ama definirsi “l’ultimo dei romantici” ed è capace di dire cose tipo: «Non esistono lingue morte ma solo cer­velli in letargo»), sono rimasto folgorato. Sembra proprio che dovessi dimenticarmi un capolavoro del genere per innamorarmene di nuovo. Un libro di libri e sui libri, ma assolutamente distante dalla sterile retorica dell’invito alla lettura a tutti i costi (e che sta sortendo l’effetto opposto): d’altra parte, Zafón dice che «la lettura coinvolge mente e cuore, due merci sempre più rare», e nutre un’incrollabile fiducia nella letteratura come specchio della vita («i libri sono specchi in cui troviamo solo ciò che abbiamo dentro di noi»). Qualcuno potrebbe vedere nel sottotesto “meta” un espediente furbo e disonesto (L’ombra del vento è il romanzo che il protagonista trova nel Cimitero dei Libri Dimenticati e che funge da chiave di volta di tutta la sua vicenda), ma si priverebbe della gioia che deriva dal gioco letterario degli incastri, della commistione di generi, della narrativa come puro piacere. E soprattutto si priverebbe della scoperta della letteratura come scoperta dell’amore e del diventare adulti, delusioni sentimentali comprese, e per questo è impossibile non trovarci dentro anche una piccola parte di sé. Oltre che di personaggi fantastici, naturalmente: Fermín è una delle creazioni più felici della letteratura contemporanea.

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