martedì 18 dicembre 2018

Michail Bulgakov - Uova fatali / Cuore di cane

Le scoperte della scienza non portano sempre al bene, anzi. Lo dice Bulgakov in questi due racconti lunghi (o romanzi brevi?), Uova fatali e Cuore di cane, affini per lo stile umoristico-satirico, l’ambientazione (la Russia di metà anni Venti) e la tematica più o meno fantascientifica. Chiaramente non è Il Maestro e Margherita, ma poco importa: in entrambi è possibile ritrovare la verve dell’autore nel mettere alla berlina le contraddizioni della società sovietica, la stupidità delle istituzioni, la meschinità degli uomini e il servilismo degli intellettuali.

Nelle Uova fatali si racconta della straordinaria invenzione del professor Persikov, uno zoologo di grande caratura che, quasi per caso, scopre un raggio che ha strani effetti sugli organismi che sta esaminando: essi incominciano a mutare, a riprodursi in modo incontrollato e a diventare aggressivi. Vuole tenere la scoperta nascosta ma, purtroppo per lui, la notizia trapela e i giornali iniziano a parlarne. Nel frattempo in tutta l’Unione Sovietica scoppia un’epidemia aviaria che decima la popolazione delle galline: il funzionario statale Rokk (che in russo significa “sorte/caso”) ha l’idea di utilizzare il raggio rosso (poteva essere di un altro colore?) di Persikov per ricostituire e magari migliorare la popolazione delle galline, quindi dall’estero si fa arrivare delle uova. Il caso però ci mette lo zampino: infatti gli vengono recapitate delle uova di rettile che invece sono state chieste da Persikov per i suoi esperimenti, mentre allo stesso Persikov arrivano le uova di gallina richieste da Rokk. La potenza del raggio genera dei serpenti mostruosi e di dimensioni gigantesche che si riproducono in modo incontrollato e invadono l’intera Unione Sovietica al punto da minacciare Mosca, generando il panico; le prime vittime sono i collaboratori di Rokk e lo stesso Rokk con la moglie. Sempre il caso (il gelo, vero e proprio deus ex machinadella vicenda) provocherà la fine delle creature, dopo che nemmeno l’esercito non ha potuto nulla, ma questo non impedisce che il povero Persikov, ritenuto responsabile della calamità, venga linciato dalla folla. Più che un racconto di fantascienza, il racconto è una gigantesca critica alle istituzioni sovietiche, interessate a consolidare il proprio potere ma incapaci di comprendere il funzionamento delle cose (Rokk ha in mano uno strumento che non comprende ma che usa senza porsi problemi). E non è affatto un caso che l’invasione del Paese sia causata proprio da chi dovrebbe invece occuparsene. Da parte sua, Bulgakov interviene spesso nella narrazione con commenti personali e dà il meglio in episodi surreali come la descrizione della morte della moglie di Rokk alla quale un grosso serpente si infila sopra come un guanto, mentre la sua verve satirica e grottesca si realizza nella descrizione di Mosca travolta dalla gallinomania e del suo mondo artistico-letterario, messo letteralmente alla berlina per manifesta stupidità.

Ancora meglio fa Cuore di cane, piccolo gioiello narrativo che racconta la storia di Šarik (“Pallino”, nome di cane molto diffuso, equivalente al nostro Fido o Fuffi), un cane randagio trovato da un dottore, Filipp Filippovič Preobraženskij (letteralmente “trasformatore”), che lo porta a casa sua. Introdotto nel suo lussuoso appartamento, gode per qualche giorno di incredibili privilegi, agi e prelibatezze. Tuttavia la pacchia dura poco, perché il dottore, che compie esperimenti sugli animali espiantandone gli organi per ringiovanire i suoi pazienti, ha ben altri progetti: per la prima volta vuole tentare il processo inverso, impiantando l’ipofisi di un uomo nel cane. L’occasione gli si presenta quando il suo assistente Bormental’ gli procura un cadavere umano fresco (quello di un attaccabrighe ubriacone che frequentava i bassifondi ucciso in una rissa con una pugnalata al cuore), per quella che a tutti gli effetti appare come un’operazione fantascientifica d’avanguardia alla Frankenstein. Subito si verifica una progressiva umanizzazione del cane: Šarik perde le sue caratteristiche animali, comincia a camminare sulle zampe e a perdere il pelo, ma assume anche i peggiori tratti caratteristici dell’uomo (quindi si lascia andare al turpiloquio e molesta le domestiche). L’amministratore del condominio gli dona i libri fondamentali del comunismo, e già da qui vediamo la portata della satira di Bulgakov: l’uomo nuovo nasce da un ubriacone a cui è insegnato il comunismo. Il nuovo individuo, chiamato Šarikov, risulta essere ben peggiore dell’animale che era, ma nonostante questo riesce a incarnare le caratteristiche che un buon bolscevico doveva avere, tanto da trovare subito una collocazione all’interno della società sovietica, gli viene fornito un lavoro e in poco tempo riesce a farsi benvolere dal resto del condominio (che invece considera Filipp Filippovičun borghese e un antirivoluzionario). Alla fine il medico, costretto a subire le violenze della banda alla quale Šarikov si è unito, non riuscendo più a controllare la sua creatura proprio come il rabbino con il Golem, decide di rioperarlo e di restituire al mondo il tranquillo cane Šarik. A differenza di Persikov delle Uova fatali, Preobraženskij rappresenta la scienza che non si pone troppi scrupoli etici: in lui, borghese possessore di sette locali che il comitato di amministrazione del condominio gli contesta, si compendiano tutte le contraddizioni della NEP, la Nuova Politica Economica di Lenin che vede la presenza di alcuni privilegiati in una società che si dichiara socialista. Allo stesso tempo, il suo tentativo di rinnovare radicalmente i sistemi ormonali riflette il tentativo dell’Unione Sovietica di trasformare radicalmente le strutture sociali. Bulgakov dedica grande attenzione a certe parti anatomiche o accessori dei suoi personaggi, alla loro voce e a quello che indossano, e ha la grande idea di filtrare la società sovietica attraverso gli occhi del cane, facendolo parlare per gran parte del racconto come un essere umano, senza per questo fargli perdere la sua essenza canina. È con i suoi occhi che vediamo sfilare i pazienti del professore: l’uomo che da 25 anni non ha più rapporti sessuali e ora sogna ogni notte ragazze nude, ha capelli verdi e porta mutande color crema con gatti neri ricamati; la donna attempata che dichiara un’età fasulla e ama disperatamente uno gigolò per di più baro; il rispettabile professionista già sposato che ha messo incinta una quattordicenne.

lunedì 10 dicembre 2018

Greg Brooks e Simon Lupton (a cura di) - Freddie Mercury. Parole e pensieri

A differenza delle migliaia di persone che lo hanno acclamato come capolavoro, a me il film Bohemian Rhapsody, il biopic su Freddie Mercury, non è piaciuto per niente. A un comparto visivo brillante e affascinante corrisponde una sceneggiatura favolistica e consolatoria, piena di falsi storici, che riscrive la storia della band e tradisce i fan (e presenta ai non fan una storia manipolata), senza spiegare mai il genio: impensabile proporre che il Live Aid del 1985 come fine del loro percorso artistico (dopo un fantomatico scioglimento!), soprattutto in considerazione del fatto che i Queen l’apice lo toccarono diversi anni dopo, nel 1991, con l’album Innuendo, quando Mercury trovò silenziosamente il modo e la volontà di far convivere malattia e musica, dimostrando quanto la vita influenza l’arte e l’arte riflette il modo in cui si vede la vita. Di tutto questo, nel film non c’è traccia, e non mi capacito di come a un fan possa piacere, alla luce di tanto materiale documentaristico pubblicato nel corso degli anni. Anzi, mi stupisce che i due membri dei Queen superstiti, Brian May e Roger Taylor (due signori che hanno veramente raschiato il fondo del barile), si siano sperticati di lodi nei confronti del film, quasi avessero voluto partecipare in prima persona a questa riscrittura a posteriori e godere dei frutti di questa beatificazione. Personalmente sono andato a recuperarmi questo Freddie Mercury. Parole e pensieri, libro assemblato a partire dalle interviste rilasciate dal cantante nel corso della sua carriera ma disposte (da Greg Brooks e Simon Lupton) in modo da dare l’impressione si tratti di un’autobiografia. Devo ammettere che l’idea è intrigante, visto che un’autobiografia Freddie non l’ha mai scritta e mai avrebbe potuto farlo, vista la noia che avrebbe provato (nemmeno leggeva libri perché lo annoiavano); purtroppo l’operazione ha dei limiti, visto che spezzare, mescolare e incollare le varie interviste porta a inevitabili ripetizioni in alcuni passaggi. I vari capitoli affrontano la formazione della band, la scelta del nome Queen, la concezione degli show (che dovevano avvicinarsi a uno spettacolo teatrale, un qualcosa in grado di colpire chiunque), il rapporto con gli altri componenti della band, i litigi (molto frequenti e utili, a dire di Freddie, per migliorare e tenere sempre alta la qualità della proposta), la volontà di non ripetersi mai ed esplorare nuovi generi (come la collaborazione con il soprano Montserrat Caballé) per evitare di invecchiare male e risultare patetico, il modo di comporre (i quattro avevano quattro stili diversi), il rapporto con i giornalisti e con i guadagni («Il denaro sarà anche volgare, ma è magnifico. […] L’unica cosa che volevo dalla vita era guadagnare un sacco di soldi e spenderli»). Emerge la personale concezione musicale di Freddie, tesa a mescolare tanti generi diversi («Se proprio, abbiamo più in comune con Liza Minnelli che con i Led Zeppelin. La nostra tradizione è quella del mondo dello spettacolo, del varietà pop, più che la tradizione del rock’n’roll. La nostra identità è originale perché per definire i Queen abbiamo combinato tanti elementi diversi. Questo la gente non sembra realizzarlo»), il suo modo di comporre («Mi piace catturare una canzone al volo, così è fresca, e dopo ci puoi lavorare su. Odio scrivere una canzone che non fluisca con facilità»), la volontà di evitare l’impegno sociale («La maggior parte dei pezzi che scrivo sono ballate d’amore e cose che hanno a che fare con tristezza, tormento, dolore, ma nello stresso tempo c’è un che di frivolo e ironico. Questo perché fondamentalmente io sono fatto così»), la sua eccentricità («Mi piace vivere attorniato da oggetti lussuosi. Voglio vivere una vita da epoca vittoriana, circondandomi di raffinate cianfrusaglie»), la sua studiata pacchianeria («In certi casi scegliamo sempre di andare sopra le righe. Se vale la pena di fare qualcosa, facciamolo esagerando!») e la tendenza all’esagerazione autoironica («Io esagero e alcune cose che faccio in scena so che susciteranno una certa reazione. Una volta mi è venuto in mente di farmi portare sul palco da schiavi della Nubia con grandi ventagli a farmi aria. Ho pensato di fare una selezione per sceglierli. Ma dove trovare uno schiavo della Nubia?»). Per quanto riguarda la sua vita privata, Freddie è abbastanza riservato ma esprime la solitudine nonostante la promiscuità, la ricerca continua di qualcuno in grado di amarlo, la frustrazione per non riuscirci, le continue delusioni e i tradimenti («Vizio terribilmente i miei amanti […] ma poi finiscono per calpestarmi completamente. […] Mi innamoro, e poi finisco per starci male e ne porto le cicatrici. È come se non potessi mai vincere») fino alla stabilità raggiunta con il suo ultimo partner Jim Hutton. Sulla sua omosessualità non prende mai posizione netta («Ho avuto una ragazza, Mary [Austin], con la quale ho convissuto per cinque anni. Ho avuto anche dei ragazzi. Se avessi sempre spiegato ogni cosa di me avrei rovinato tutto il mistero») ma confessa il suo terrore di annoiarsi e la ricerca continua dell’eccesso («L’eccesso fa parte della mia natura, e ho proprio bisogno del pericolo e dell’eccitazione. Mi hanno messo spesso in guardia dall’andare in certi locali perché erano troppo pericolosi. Ma per me è una goduria»). E poi ci sono gli aneddoti, come quello in cui Freddie ricorda l’incontro con i Sex Pistols in studio: «A quell’epoca io portavo scarpette da ballo e cose del genere. Fu un vero spasso. Penso di aver affibbiato a Sid Vicious un soprannome tipo “Simon Ferocious”, o qualcosa del genere, e a lui proprio non andava giù. Gli dicevo: “Che diavolo farai nella vita?”. Aveva tutti questi segni sul corpo e io gli chiesi se si era graffiato davanti allo specchio – lui odiava che gli parlassi a quel modo». O quando racconta di una giovane prostituta americana che, nel tour del 1975, entrò nella sua stanza arraffando i suoi gioielli e braccialetti e lui la inseguì: «Aveva appena lasciato la stanza quando la raggiunsi all’ascensore. La afferrai per i capelli, la trascinai in camera, vuotai il contenuto della sua borsa e saltò fuori il mondo. Recuperai le mie cose e le intimai di sparire, quel troione di Seattle!». Dimenticate il film e andate ad ascoltarvi i Queen in originale.

giovedì 6 dicembre 2018

David Lagercrantz - Quello che non uccide

Si può dire tutto quello che si vuole sulla trilogia Millennium di Stieg Larsson ma non si può non riconoscere che quei tre libri non abbiano fatto scoprire al mondo il giallo svedese, un genere che svela una Svezia molto diversa dalla paciosa cartolina della socialdemocrazia e della gente per bene. Larsson ha creato dei protagonisti che bene o male sono entrati nell’immaginario collettivo: Lisbeth Salander, l’hacker con tatuaggi e piercing, e Mikael Blomqvist, giornalista investigativo impegnato. Che il mercato editoriale non tardasse molto a creare un seguito era scontato, con buona pace di chi grida all’operazione commerciale: i libri sono prodotti, e come tali devono rispondere a certe logiche. A raccogliere l’eredità del compianto Larsson (che al momento della morte aveva scritto solo 200 pagine del quarto libro della saga) è stato chiamato David Lagercrantz, famoso per essere stato autore della biografica di Zlatan Ibrahimovic, per un titolo preso da una citazione di Nietzsche cui si fa riferimento nel testo (“Quello che non uccide, fortifica”). Di certo non stiamo parlando di un capolavoro, ma in fondo nemmeno gli originali di Larsson lo erano: l’operazione anzi si rivela molto interessante, perché Lagercrantz compie una vera operazione mimetica, scrivendo proprio come Larsson, con il suo stesso stile secco e freddo (quindi non ha senso di parlare di mancanza di sentimenti), e riporta in vita i suoi personaggi in maniera credibile, con tutti i pro e i contro degli apocrifi e dei sequel, cioè lo stesso ambiente, gli stessi personaggi e gli stessi elementi, senza andare più in là. Ci sono sempre gli uomini che odiano le donne, c’è ancora la Svezia dal passato sporco in cui governo, affari e malavita si sono intrecciati in maniera inestricabile; c’è ancora la rivista “Millennium”, che come al solito naviga in cattive acque (la nuova proprietà intende “ammorbidire” il tenore delle inchieste di denuncia) tornano personaggi familiari come la condirettrice Erika Berger, il commissario Bublanski, il tutore Holger Palmgren. Tornano anche le disquisizioni scientifiche de La ragazza che giocava con il fuoco a base di assiomi trigonometrici, numeri primi e fattorizzazioni. Lagercrantz aggiunge poi nuovi personaggi come Frans Balder, un professore che studia una nuova forma di intelligenza artificiale, e suo figlio August, un bambino autistico di rarissima intelligenza (è dotato di una straordinaria memoria eidetica che esprime attraverso il disegno), e una trama spionistica che vede la presenza anche della National Security Agency americana: Balder viene ucciso pochi istanti prima di incontrare Mikael e rilasciargli importanti rivelazioni, mentre August, che potrebbe identificare il killer, viene salvato da Lisbeth dall’assalto della misteriosa Spider Society, che rispondono all’ancor più misterioso Thanos (ogni riferimento ai fumetti della Marvel è assolutamente voluto). Ma è lo sviluppo di Camilla Salander, sorella gemella di Lisbeth e suo opposto, a essere davvero convincente: bellissima e crudele, è capace di passare dall’estrema dolcezza alla spietatezza nello spazio di uno sbattere di ciglia. In tutto questo guazzabuglio, Mikael e Lisbeth si confermano due personaggi duri e puri, che cercano la giustizia e rispondono alla prepotenza di una società apparentemente intollerabile, anche se questo significa spesso passare dalla parte del torto, problematica questa su cui aveva già cercato di ragionare Larsson ne La regina dei castelli di carta.

martedì 27 novembre 2018

Kent Haruf - Benedizione

Ultimo capitolo per la Trilogia della pianura di Kent Haruf che, a dispetto delle resistenze e della mia propensione a disperdermi in letture diverse, ho portato a termine tutta in una volta, segno che alla fine lo scrittore del Colorado ha saputo veramente dirmi qualcosa. Questo Benedizione («atto con cui si consacra, invocazione di beatitudine», recita l’esergo, anche se poi, come si dice nel testo, «un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto») si colloca temporalmente dopo Crepuscolo, visto che si nominano i due fratelli McPheron dicendo che sono entrambi morti, ma i personaggi sono diversi; se la trama dunque è indipendente, lo scenario e lo stile di Haruf sono gli stessi. Samo sempre a Holt, immaginaria cittadina del Colorado, simbolo di una provincia profonda e rurale, fatta di allevatori e fattorie, pascoli, grandi pianure e catene montuose, con estati afose e inverni freddi, un’America silenziosa e conservatrice, molto diversa dai grattacieli di New York e dalle spiagge californiane dell’immaginario collettivo. Come al solito, non ci sono eroi che spiccano per azioni particolari o memorabili: non ci sono colpi di scena, ma solo la narrazione di diverse vite. La trama è focalizzata sull’ultimo mese di vita di Dad Lewis, proprietario di un negozio di ferramenta, malato terminale di cancro e assistito dalla moglie Mary. È loro accanto la figlia Lorraine, che viene ad assistere i genitori in questo momento difficile. Dad non è un santo, ma un uomo «retto come le lancette di un orologio» che cerca di fare pace con la propria vita, che osserva e giudica se stesso, le sue azioni e la sua famiglia, soprattutto suo figlio Frank è fuggito di casa dopo che il padre l’ha scoperto in abiti femminili e non ha accettato la sua omosessualità: pur nella sua assenza, Frank è costantemente presente, apparendo al padre insieme agli altri suoi fantasmi. Inoltre, nel passato di Dad c’è la storia di un ex dipendente licenziato dalla ferramenta perché rubava che poi si è suicidato, la cui vedova è stata mantenuta proprio da Dad finché non si è risposata. C’è poi la vicina di casa, l’anziana Berta May, la quale ospita la nipote Alice, bambina di otto anni orfana di entrambi i genitori: proprio Alice diventa depositaria dell’affetto delle altre donne del romanzo, soprattutto Lorraine, a cui la figlia è stata sottratta in giovanissima età da un incidente stradale. Ci sono poi Willa Johnson e sua figlia Alene, invecchiate fra privazioni e rimpianti: quest’ultima, un tempo insegnante, ha avuto una storia con il preside della sua scuola, sposato con figli, ma ha dovuto rinunciarvi per lo scandalo, negandosi per sempre l’amore. A Holt c’è poi il reverendo Lyle, che crede in un ideale radicale del Vangelo e che per questo è destinato a restare un estraneo in una cittadina in cui tutto sanno tutto di tutti e soprattutto dove tutti hanno le stesse idee: Lyle predica il perdono e la non violenza proprio quando il suo Paese è impegnato militarmente contro l’integralismo islamico, e per questo incarna perfettamente la figura dell’outsider, rifiutato e tagliato fuori per le sue idee non condivise dagli abitanti. L’emotività si scontra con l’estremo realismo della scrittura (sempre misuratissima) e una psicologia mai espressa direttamente ma sempre mediata dalle azioni e dalle frasi pronunciate dei personaggi. La tristezza è tanta ma forse, dei romanzi della trilogia, questo Benedizione alla fine è il più bello.

sabato 17 novembre 2018

Kent Haruf - Crepuscolo

Pur non essendone stato travolto, ho apprezzato Canto della pianura di Kent Haruf al punto da proseguire con Crepuscolo, secondo capitolo della Trilogia della pianura (in base alla pubblicazione originale americana) in cui tornano alcuni personaggi del precedente romanzo ma leggibile anche individualmente. Il titolo questa volta viene da un inno religioso cantato durante un funerale ma l’ambientazione è sempre quella di Holt, paese immaginario del Colorado la cui vita è caratterizzata dal lavoro e dalla fatica ed è scandita dal lento scorrere delle stagioni. Ancora una volta, Haruf racconta con estrema delicatezza la vita quotidiana di personaggi che entrano in contatto fra loro: la coppia di fratelli allevatori solitari Harold e Raymond McPheron, la cui vita è cambiata quando hanno accettato di prendersi cura di Victoria Roubideaux, sedicenne incinta e abbandonata, che ora ha 19 anni e va all’università a Fort Collins. Ci sono poi Luther e Betty Wallace, una coppia che vive in una roulotte e vive sulla soglia della povertà, con due figli e una terza figlia che è già stata loro sottratta per la loro incapacità di essere genitori: la loro posizione è messa ancora più in pericolo dalla presenza del violento zio di lei, Hoyt. Ancora, troviamo il piccolo DJ, bambino di undici anni che vive con il nonno ma trova un rapporto con la famiglia dei vicini, composta da due bambine e dalla loro madre che è stata lasciata dal marito. Infine, Rose Tyler, l’assistente sociale della contea, la cui vita si intreccerà con quella di Raymond. La trama è appena più complessa di Canto della pianura ma la tecnica narrativa è la stessa: ogni capitolo corrisponde a un punto di vista diverso, con la psicologia e i sentimenti dei personaggi che non vengono descritti ma emergono direttamente dalle loro azioni e dai loro dialoghi (sempre senza virgolette a delimitarli sul piano formale), attraverso un lessico semplice e privo di svolazzi, in cui ogni cosa, anche i dettagli, ha un suo peso calcolato. Tutti i personaggi hanno un’evoluzione, come prova il personaggio di Victoria Roubideaux che, partendo da una condizione molto difficile, ora va all’università e trova l’amore, diventa matura e sicura di sé, trova una stabilità e diventa motore del cambiamento di chi le sta attorno. Le tematiche affrontate non sono sempre allegre, anzi, sono spesso molto deprimenti (la morte, la solitudine, il degrado, la violenza), ma Haruf non perde mai la speranza, la convinzione che si possa ricominciare dopo la chiusura di una fase della propria vita: il fatto che i personaggi tendano a costruire dei legami e delle famiglie inattese è una delle risposte dell’autore ai problemi dell’esistenza.

martedì 13 novembre 2018

Kent Haruf - Canto della pianura

Acclamato da molti come il nuovo Hemingway, Kent Haruf era per me un esimio sconosciuto. Questo Canto della pianura è il primo capitolo della Trilogia della pianura e si è rivelato una lettura interessante e meritevole, anche se non sconvolgente come da più parte si sostiene (limite mio). Ambientato nella cittadina immaginaria di Holt in Colorado, nella realtà rurale dell’America più profonda e in qualche modo sinistra, affronta con uno stile secco e un linguaggio scarno le vicende di una decina di personaggi, le cui vicende si intersecano e intrecciano. Il titolo originale, Plainsong, allude all’ambientazione nelle grandi pianure del Colorado, ma contemporaneamente a un tipo di canto piano a più voci di origine medievale e quindi alla coralità della narrazione e allo stile semplice della scrittura. Non bisogna aspettarsi eventi eclatanti, anzi, la vita a Holt ha come momenti salienti il parto di una mucca o l’autopsia di un cavallo; si tratta di vicende ordinarie e malinconiche, di loser segnati dalla vita ma nobilitati dalla scrittura. C’è Tom Guthrie, professore di liceo, si trova al centro di una serie di problemi perché ritiene che un suo alunno bullo non sia meritevole di ricevere una borsa di studio, con ovvie ritorsioni da parte dei genitori; così facendo espone a una crudele vendetta i figli Ike e Bobby, che già si trovano a dover fare i conti con l’assenza della madre (che soffre di depressione e decide improvvisamente di abbandonare casa e famiglia) e non hanno nessuno che medi la loro presa di coscienza della morte. Troviamo poi la sedicenne Victoria Roubideaux, che si ritrova incinta di un ragazzo di cui sa poco o nulla e che per questo viene cacciata di casa dalla madre: trova riparo a casa dei due fratelli McPheron, che da sempre conducono una vita solitaria dedita all’allevamento delle mucche e in perfetta simbiosi (uno sa addirittura cosa sta pensando l’altro). Proprio l’arrivo di Victoria cambierà la loro vita, e loro le offriranno la possibilità di avere la sua bambina ma soprattutto di mettere delle radici da qualche parte. Storie malinconiche e per certi versi deprimenti, ma Haruf non nega mai la speranza e il sogno di ricominciare. Particolarità: mancano le classiche virgolette a delimitare i dialoghi.

sabato 10 novembre 2018

J.R.R. Tolkien - Racconti ritrovati

 
Diciamo la verità: se accostarsi a opere come Beren e Lúthien La caduta di Gondolin è difficile, lo è altrettanto con l’opera madre che le compendia tutte che è Il Silmarillion. Figuriamoci poi cosa significa intraprendere la lettura della History of Middle-Earth, di cui i Racconti ritrovati e i Racconti perduti sono le prime due parti (oltre che le uniche tradotte in italiano), contenenti i primo abbozzi del corpo leggendario creato da Tolkien, addirittura nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, quando l’autore voleva dare alle isole britanniche una loro mitologia (di cui a suo dire erano prive). Riprendere oggi in mano il primo volume, i Racconti ritrovati appunto, è illuminante per capire molti dei problemi dei testi sopra citati: nell’introduzione il figlio di Tolkien, Christopher, riconosce la difficoltà di approccio del lettore (anche tolkieniano) al testo dal momento che il materiale del Silmarillion, come notato da Tom Shippey, non offre alcuna mediazione del genere offerto nel Signore degli Anelli dagli hobbit come «connessione fra i tempi moderni e il mondo arcaico di nani e draghi», cosa di cui lo stesso Tolkien era ben conscio. Senza considerare il fatto che Il Silmarillion esula dalla forma romanzo e consiste in quel patrimonio di leggende che nel Signore degli Anelli costituisce l’elemento di profondità, e che quindi difficilmente può rivestire il ruolo di un secondo Signore degli Anelli. Non si può presumere che il background divenga esso stesso romanzo.

Il problema è ancora più grosso se si prendono in esame le versioni embrionali delle leggende del Silmarillion, che nel caso di questo primo volume sono la Musica degli Ainur, l’avvento dei Valar e la costruzione di Valinor, la creazione delle lampade, degli alberi e del sole e della luna, l’incatenamento di Melko, l’avvento degli elfi e la costruzione di Kôr, la costruzione dei Silmaril e il loro furto da parte di Melko, la fuga dei Noldoli, il fratricidio degli elfi e l’Occultamento di Valinor. Vicende conosciute, per un tolkieniano, con un compendio di nomi e radici etimologiche che svelano l’eterna fissazione dell’autore per la filologia e le lingue (Tolkien si inventava prima i nomi e le lingue, poi i popoli che le parlavano, quindi la storia di quei popoli e le modifiche apportate a quelle lingue). Sarebbe troppo facile e superficiale bollare la History come un’operazione piuttosto sterile di raschiamento del fondo del barile realizzata ad arte per sfruttare un mercato che richiedeva a gran voce un nuovo Tolkien: il lavoro critico fatto da Christopher utilizzando note, idee, correzioni, frammenti incompiuti o alternativi lasciati dal padre su quaderni scritti in matita o a penna rivela esattamente il metodo di lavoro di Tolkien e quanto egli abbia cercato di dare coerenza alla sua dimensione mitica, cesellandola fin nei minimi dettagli. È difficile trovare un esperimento analogo in tutto il panorama letterario, e credo che di questo tutti dovremmo dargliene atto. Per la stessa ragione è da apprezzare la decisione di Christopher di non cedere alla tentazione di rimaneggiare le storie ma di attenersi scrupolosamente a criteri di fedeltà ed evoluzione in base alle diverse varianti temporali delle stesse, senza imporre una struttura unitaria a un materiale che ne è privo: in questo modo l’apparato di note e di commenti da parte dello stesso Christopher, esattamente come fatto nei recenti Beren e Lúthien La caduta di Gondolin, è parte integrante del testo ed è quasi necessario alla sua comprensione. Ci sono addirittura delle poesie come Kortirion fra gli alberi Habbanan sotto le stelle, che vengono collocate al loro giusto posto nella creazione del legendarium.

L’intenzione originaria di voler dare all’Inghilterra una propria mitologia è evidente dal fatto che Tolkien identifica l’isola elfica di Tol Eressëa dove giunge il marinaio Ælfwine/Eriol è la futura Inghilterra e la sua capitale Kortirion sarebbe divenuta in seguito Warwick. Qui Eriol scopre la Casetta del Gioco Perduto, oasi di pace e di riposo, dove gli viene narrata la storia degli elfi, o Gnomi (nel senso che hanno a che fare con la conoscenza); Kortirion è solo un’eco di Kôr, la città dei reami beati di Valinor oltre l’oceano occidentale che gli elfi hanno abbandonato. La stessa Casetta è stata costruita in ricordo di una più antica casa di Valinor, e questo racchiude un complesso insieme di relazioni tra sogno, realtà e storia: il sogno permetterebbe di passare come bambini tra le due terre e conoscere persone diverse, per poi incontrarsi di nuovo nella vita reale come innamorati. Per di più, l’isola di Tol Eressëa viene usata come una grande nave dal dio marino Ossë per trasportare i Valar a Valinor dopo che Melko ha distrutto le lampade. Spesso i nomi presentano delle varianti (Melko invece che Melkor, Angamandi invece che Angband, Ungweliantë al posto di Ungoliant) e le relazioni tra popoli e individui sono cambiati al punto da divenire quasi irriconoscibili, e anche le divinità qui sono molto più rissose e simili a quelle del pantheon germanico e classico, ma la mitologia nel suo complesso è già completa: valga per tutti l’esempio della cosmogonia per via musicale che presenta già la differenza dalla Genesi che c’è nel Silmarillion. Infatti, mentre nella creazione biblica Dio crea il mondo perfetto e il male entra nel mondo solo in seguito al peccato originale, in Tolkien l’immagine che Ilúvatar (Dio) realizza in base alla musica degli Ainur (le divinità del pantheon) contiene già la stonatura di Melko, cioè il male è presente sin dall’origine ed è connaturato alla creazione del mondo. Ci sono già i conflitti con Melko, che porta sempre distruzione, e la divisione degli Elfi in Teleri, Noldoli e Solosimpi.

sabato 3 novembre 2018

Alberto Mingardi, Carlo Stagnaro - La verità su Tolkien. Perché non era fascista e neanche ambientalista

Non male questo libro di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro uscito per Liberal Edizioni, ormai datato essendo uscito nel 2004 ma singolare per aver dato, nel periodo della prima trilogia cinematografica di Peter Jackson, un’interpretazione “liberale” a Tolkien. Nasce con l’intento programmatico (fin dal sottotitolo) di sfatare le leggende nere che hanno sempre accompagnato questo autore, soprattutto quella infamante di essere fascista, sempre piuttosto in voga in Italia. Certo, 14 anni di critica tolkieniana successiva sono un’eternità, ma del buono c’è, così come delle forzature; Mingardi e Stagnaro attingono dalle Lettere di Tolkien e dalle sue opere (soprattutto Il Signore degli Anelli), citano Lord Acton e Tocqueville, ma dimostrano una conoscenza del dibattito internazionale (Tom Shippey) sconosciuta alla saggistica tolkieniana italiana fino a pochi anni fa. Già l’inizio è promettente: «Il Signore degli Anelli è un racconto fantastico eppure è anche sintesi e (per quanto possibile) spiegazione della vicenda umana. I suoi temi ci toccano in profondità: il conflitto tra libertà e potere, tra morte e immortalità, tra peccato e santità, tra caduta e redenzione. Pone domande e sussurra risposte».

Se la difesa dell’autore dalle accuse di fascismo viene condotta portando le durissime parole di Tolkien su Hitler (reo di gettare discredito sul mondo nordico che tanto amava), Mingardi e Stagnaro ricordano l’antimilitarismo del Professore di Oxford (lui che aveva combattuto la battaglia della Somme e aveva visto l’orrore della Grande Guerra) e la sua preoccupazione per le conseguenze della guerra. La polemica antiambientalista si volge invece soprattutto contro Patrick Curry, il cui Tolkien, mito e modernità. In difesa della Terra di Mezzo è appena stato pubblicato da Bompiani: invece che parlare di forme di neopaganesimo, si sottolinea che, da cattolico, Tolkien «avversa il potere dell’uomo sull’uomo, nella speranza che il genere umano sia abbastanza saggio da comprendere come esercitare nel modo più responsabile il potere sulla natura».

La riflessione migliore è quella sull’Anello come strumento di potere, che «riduce il proprio possessore a una larva priva di volontà», con il conseguente svuotamento della dimensione morale e il prosciugamento dell’etica. L’Anello instaura un rapporto di dipendenza tra padrone e servo, con quest’ultimo che rinuncia alla propria individualità e alla propria libertà. Ma c’è di più: siccome l’Anello è legato indissolubilmente a Sauron e risponde solo a lui, «per poter spiccar ordini con autorevolezza, ci si rifà a un Potere più grande, si fonda la propria fortuna sull’autorità altrui». L’Anello «racchiude e spiega un Potere che non può essere esercitato senza subirne l’influenza malvagia» e per questo non può essere usato (qualche esegeta ha parlato di un corretto modo di servirsene ma basterebbe leggere il secondo capitolo del romanzo per capire che non è possibile): i saggi rifiutano di usarlo perché sanno che è intrinsecamente malvagio e che è impossibile raggiungere un fine buono attraverso l’uso della coercizione che nega la libertà altrui. Al centro dell’epica tolkieniana c’è la persona: ogni individuo «deve assolvere la propria missione, e non può contare su null’altro che su se stesso e le proprie virtù (tra le quali occupa un posto particolare l’amicizia ch’egli sa donare e ricevere)». Per Tolkien la dimensione comunitaria esiste sempre come subordinata a quella individuale, e il singolo deve sempre essere messo in condizione di esercitare la sua personale libertà. Sauron non è circondato da uomini liberi, ma da servi indistinguibili l’uno dall’altro; anche Saruman cade vittima della tentazione dei re-filosofi che cercano sempre il compromesso per il potere anche a costo di rinunciare ai principi: forse desidera il bene comune, ma ritiene che solo la sua sapienza sia in grado di procurarlo.

Mingardi e Stagnaro insistono molto nel mostrare lo sfavore con cui Tolkien guardava alla democrazia e citano una sua lettera del 1956 in cui scriveva: «Io non sono “democratico” solo perché l’“umiltà” e l’eguaglianza sono principi spirituali corrotti dal tentativo di meccanizzarli e formalizzarli, con il risultato che non si ottengono piccolezza e umiltà universali, ma grandezza e orgoglio universali, finché qualche orco non riesce a impossessarsi di un anello di potere, per cui noi otteniamo e otterremo solo di finire in schiavitù». Questo disprezzo nei confronti della democrazia che meccanizza principi buoni e li perverte si vede anche nella natura dell’Anello, che è quanto di più “democratico” esista nella Terra di Mezzo: «Esso non solo può essere indossato da chiunque – dal potente Sauron così come dal meschino Gollum – ma produce su tutti lo stesso genere di effetti». Più che altro, Tolkien vedeva come il fumo negli occhi il Dio-Stato di stampo moderno, e quindi anche un’applicazione di un regime socialista (nel senso di socialismo reale, non utopistico) con un potere centralizzato e un’economia pianificata come fa Saruman quando si impadronisce della Contea sotto il nome di Sharky alla fine del Signore degli Anelli, cosa che non a caso coincide con la rovina e l’industrializzazione del paesaggio. Da cattolico, Tolkien era pessimista nei confronti della storia, non credeva cioè nella possibilità di realizzare il paradiso sulla terra, ma aveva un’infinita fiducia nella Provvidenza (il modo in cui Dio si fa presente nel mondo) ed era sicuro che l’uomo agisse secondo un Piano più alto, i cui fini però rimangono nascosti.

Sempre addentrandosi nella visione “politica” di Tolkien, i due autori fanno un’analisi del Medioevo e del feudalesimo, i cui rapporti gerarchici tra signore e vassallo e il cui particolarismo giuridico (che lasciava si sviluppasse per ogni istituto e comunità una sua norma e un suo diritto) costituivano per lo scrittore inglese una società migliore e più armonica: questo si salda con la polemica antimoderna di Tolkien ed è oltretutto in linea con la visione liberale, localista, federalista e antistatalista degli stessi Mingardi e Stagnaro. Ancora una volta, la vittoria contro il Male non dev’essere intesa come l’affermazione di un super Stato in senso moderno: «Imporre l’uniformità alla Terra di Mezzo è, segnatamente, il sogno di Sauron (e Saruman): l’idea di soggiogare sotto un unico Potere una realtà multiforme e sfaccettata, di unificare nel segno dell’oscurità regni diversi. La vittoria contro Sauron non implica in alcun senso un’unificazione della Terra di Mezzo sotto la corona di Aragorn». Ancora, lo scontro Medioevo-modernità è alla base della dicotomia autorità-Potere: gli oppressori seguono personaggi che si impongono, i popoli liberi seguono invece personaggi che godono di un’autorità riconosciuta. L’autorità (personale) è medievale, il Potere (impersonale) è moderno. È quanto di più distante esista dall’assolutismo regio che vuole i sovrani per diritto di sangue: se il signore viene meno al patto di fedeltà feudale con i sudditi, questi possono rompere il patto che li legava, e così si spiegano i casi di disobbedienza all’autorità di alcuni personaggi che, nella loro libertà, agiscono in base al loro libero arbitrio.

Quanto alla religione, i due autori dimostrano che Tolkien non ha dipinto un universo manicheo in cui i buoni e i cattivi sono due categorie impenetrabili che si fronteggiano; nel suo universo esistono il bene e il male, ma soprattutto esiste il libero arbitrio, l’arma più potente di cui l’uomo dispone, in base a cui ognuno può decidere quale via prendere in qualunque momento della propria vita. Lambientazione della Terra di Mezzo è pre-cristiana (cioè non c’è stata una rivelazione), la sua estetica è pagana e la sua etica è cattolica: Mingardi e Stagnaro vedono agire nei personaggi della Compagnia dell’Anello le quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza). Notevole l’osservazione che Tolkien non è uno gnostico perché apprezza la bellezza e la bontà delle creature, così come quella dei beni e delle gioie terrene (secondo la gnosi il male si annida nella carne e nella materia, contrapposte allo spirito che è buono); azzardata invece l’interpretazione dell’ultimo dialogo tra Boromir morente e Aragorn come il sacramento della confessione.

martedì 30 ottobre 2018

Alexandre Dumas - I Compagni di Jéhu. Prima parte

Prosegue la pubblicazione della saga di Dumas sulla rivoluzione francese e l’impero napoleonico portata avanti da Gondolin, questa volta con la prima parte delle due parti de I Compagni di Jéhu, ovviamente illustrata. Considerato un romanzo minore e definito da Benedetto Croce «uno dei più deboli tra quelli della decadenza letteraria di Dumas», che «ribocca, da cima a fondo, di quella blague a lui consueta, disinvolta, spiritosa e briosa, e insieme ingenua e trasparente come di chi la dia a bere a se stesso prima che ai lettori» (insomma, una lettura facilona e infantile che svia dalla vera letteratura), I Compagni di Jéhu continua la storia de I Bianchi e i Blu (anche se in realtà è stato scritto dieci anni prima) esattamente a dove la si era lasciata, dopo il ritorno di Napoleone dalla campagna d’Egitto narrata ne L’ottava crociata. Almeno, la trama è molto più unitaria e compatta rispetto alla frammentazione de I Bianchi e i Blu: siamo nel 1799 e la società segreta dei Compagni di Jéhu, antirivoluzionaria e antinapoleonica, già trovata ne Il colpo di Stato, continua ad assaltare le diligenze che trasportano i rifornimenti del governo, per finanziare le armate dei ribelli realisti della Vandea e della Bretagna che combattono per la restaurazione della monarchia borbonica. A guidarli c’è Morgan, nome di guerra di Charles de Saint-Hermine (un cui fratello è stato fucilato all’inizio de L’armata del Reno); dall’altra parte troviamo l’intrepido Roland de Montrevel, aiutante di campo di Bonaparte e incaricato da quest’ultimo di far cessare le scorrerie dei Compagni. Roland approfitta di ogni occasione per buttarsi senza paura nel nelle braccia del pericolo dal momento che è affetto da un aneurisma cardiaco che potrebbe ucciderlo in qualunque momento («Da oltre un anno ho scoperto di avere la disgrazia di non poter morire»), ma è anche fratello di Amélie, di cui Morgan è innamorato. Le figure dei giovani appaiono luminose, fiere, belle, nobili e pieni di ardore, insomma i tipici eroi di cui si innamora appena descritti: anche i Compagni di Jéhu, pur se spietati, si mostrano sempre intrepidi, cortesi e pieni d’onore, e a loro non può mai mancare la simpatia del lettore e dell’autore. A tutto questo si sovrappone poi la presa del potere da parte di Napoleone, che realizza il suo colpo di Stato approfittando della corruzione del Direttorio e delle istituzioni repubblicane e si fa primo console, in attesa di qualcosa di più. Tornano anche gli incredibili, i giovinastri eleganti della reazione termidoriana che ostentano affettazione nei modi e nella parlata (evitano di pronunciare la erre di rivoluzione). Alcune descrizioni, come quella della certosa di Seillon (nascondiglio dei Compagni di Jéhu) e l’incontro con il fantasma, traboccano di lirismo poetico, mentre altre scene in qualche modo anticipano il western («Si sedette davanti alla tavola, staccò il mantello per avere piena libertà di movimento, prese le pistole che aveva alla cintura, ne appoggiò una davanti a sé e, battendo tre colpi sul tavolo con il calcio dell’altra: “La seduta è aperta,” disse ad alta voce, “i fantasmi possono venire.”»). Da segnalare alcuni particolari geniali come la chiesa stipata di fieno per evitare la demolizione («Il sindaco ha decretato che, in espiazione del culto erroneo al quale era stata adibita, fosse convertita in magazzino di foraggi») o il parrucchiere che confessa, portandosi tragicamente la mano sul cuore, di essere filomonarchico e filoaristocratico (dei nobili la sua categoria custodiva acconciature e segreti); il picco però lo si raggiunge con l’incredibile-vandeano che indossa un gilet fatto con la pelle del fratello morto fucilato e i pantaloni fatti con la pelle del caporale che ha comandato la fucilazione. Tutto questo, con buona pace di Benedetto Croce, ne fa una grande lettura. Ovviamente la storia si interrompe a metà: per leggerla tutto sarà necessario aspettare la seconda parte.

Alexandre Dumas - I Bianchi e i Blu

Esce I Bianchi e i Blu di Dumas in edizione completa per Fede & Cultura, dopo essere uscito a puntate per Gondolin. Speriamo che questo tomone di oltre 700 pagine faccia breccia in un nuovo tipo di pubblico e che venda due copie, cosa per nulla scontata in questi tristi tempi di crisi del libro. Intanto, ecco la mia dotta prefazione:

La sua fama è legata principalmente a capolavori come Il conte di Montecristo e al ciclo dei moschettieri (I tre moschettieriVent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne), ma in realtà Alexandre Dumas è ancora oggi uno dei romanzieri tra i più prolifici e amati del mondo. La sua fama di gaudente libertino gli restò sempre cucita addosso e la critica ufficiale e accademica non lo ha mai amato troppo, ma la sua produzione è sterminata e conta centinaia di titoli fra romanzi, opere teatrali, saggi, memoriali e pamphlet polemici, a riprova di una versatilità davvero fuori dal comune. La storia fu sempre il suo terreno preferito e la utilizzò come sfondo privilegiato sul quale tratteggiare i suoi grandi affreschi narrativi, restando sempre il più aderente possibile alla realtà.
È il caso di questo I Bianchi e i Blu, corposo romanzo ambientato tra la Rivoluzione francese e il periodo napoleonico che mescola allo stesso modo storia e finzione, personaggi noti e sconosciuti; insieme a I compagni di Jéhu e a Il cavaliere di Sainte-Hermine, va a formare una trilogia che doveva portare a compimento il ciclo dei grandi romanzi storici francesi: già dal titolo è chiaro l’intento celebrativo di quanti combatterono in così delicati frangenti, da una parte i Blu, i sostenitori della Rivoluzione, e dall’altra i Bianchi, i sostenitori della controrivoluzione.
I Bianchi e i Blu presenta una struttura in quattro parti, che costituiscono ognuna un nucleo narrativo a sé stante, separato nel tempo, senza un protagonista principale e con personaggi che compaiono, spariscono e magari ricompaiono. La prima parte, intitolata L’armata del Reno, è ambientata a Strasburgo, nel dicembre 1793, in pieno Terrore: la ghigliottina continua a tagliare teste e i prussiani sono alle porte della città, che vive in una specie di follia paranoica mentre la Repubblica è in guerra contro i suoi nemici interni ed esterni. La seconda parte, Attacco alla Convenzione, ci trasporta nella Parigi della “reazione termidoriana” dopo la caduta di Robespierre, nell’ottobre 1795, appena prima dell’istituzione del Direttorio, quando le sezioni di Parigi presero d’assalto la Convenzione nazionale. La terza parte, Il colpo di Stato, ci trasporta nel settembre 1797 e racconta le tensioni e i complotti interni al Direttorio, che in teoria avrebbe dovuto assicurare alla Francia la stabilità ma che in realtà porta allo scoperto le tensioni accumulate negli anni precedenti, ormai pronte a deflagrare con il tentato colpo di Stato organizzato da tre dei cinque membri del Direttorio con il sostegno dell’esercito. Infine, la quarta e ultima parte, L’ottava crociata, ci catapulta nella campagna d’Egitto di Napoleone nel 1798-99, quando il futuro imperatore dei francesi (il quale si è già distinto nell’appoggiare il Direttorio) mette sotto assedio San Giovanni d’Acri con lo scopo di completare la conquista della Terra Santa e di annetterla all’Egitto, indebolendo così l’esercito turco alleato degli inglesi.
La trama dunque non è lineare e potrebbe disorientare un po’ per la sua natura frammentaria e l’inserimento di così tanti fatti e personaggi storici con cui magari i lettori italiani hanno poca dimestichezza (si contano, tra gli altri, Saint-Just, i giovani Charles Nodier ed Eugène de Beauharnais, i generali Pichegru e Cadoudal, Madame de Staël e il suo salotto, oltre a svariate nobildonne e personaggi della politica del tempo). A ciò si deve aggiungere la propensione alla digressione, arte nella quale Dumas eccelleva, con interi capitoli volti a raccontare il background di determinati dettagli storici o geografici e con l’autore che interviene personalmente per dare giudizi sulle vicende narrate. Da una parte Dumas fa un panegirico della Convenzione, capace di difendere il Paese dall’aggressione esterna e resistere ai diversi estremismi interni; dall’altra mette in scena la ragioni degli altri, i legittimisti (scioani e compagni di Jéhu), in qualche modo celebrandoli. Meno simpatia riserva invece per chi abusa del potere, come Euloge Schneider, ex frate cappuccino ora commissario rivoluzionario e fanatico estremista (è incredibile quanti invasati prima di diventare rivoluzionari fossero preti, come il Cimourdain de Il Novantatré di Victor Hugo), il quale cerca di sposarsi con una fanciulla ricattandola e minacciando suo padre. Oppure per François Goulin, annegatore di nemici della Rivoluzione e capace di replicare all’orrore di una fanciulla di fronte alla vista della ghigliottina: “Vorrei sapere chi è l’aristocratico che parla con così poco rispetto dello strumento che ha contribuito maggiormente al progresso umano dopo l’aratro”. Non è un caso che contro di lui si formi una vera e propria alleanza tra governativi rivoluzionari e ribelli controrivoluzionari per porre fine alla sua esistenza utilizzando lo strumento da lui tanto amato.C’è poi una sezione su Avignone, città papale invasa dalla Rivoluzione, che gronda letteralmente sangue: in episodi come quelli del poveraccio massacrato sui gradini dell’altare, dell’uccisione del conte di Fargas e del massacro dei rifugiati nella torre Trouillasse (ottenuta dietro la somministrazione di eccitanti al popolaccio per renderlo rabbioso), Dumas è incredibilmente efficace nel ritrarre la violenza del popolo, gli inganni perpetrati da chi detiene il potere, la meschinità dei carnefici. Soprattutto, ammette chiaramente di essere sempre stato attratto dai vinti e di essersi rivolto a loro, avvertendo il bisogno “se non di riabilitare, almeno di attirare la pietà delle generazioni che verranno sugli uomini che per esse si sono sacrificati”: per questo si sofferma a lungo sul doloroso viaggio e l’agonia dei prigionieri del colpo di Stato, costretti a privazioni indicibili e alla fine condannati alla deportazione in Guyana, non solo compatendoli ma trasformandoli addirittura in eroi.
Nel romanzo ci sono molte scene memorabili: il brindisi di Schneider che beve dal collo di una bottiglia rotta tagliandosi le labbra; Saint-Just che condanna a morte un suo amico d’infanzia per essersi svestito prima di andare a letto e non aver rispettato l’ordine di restare vestiti per i militari; ancora Saint-Just che legge della riconquista della città insorta di Tolone da parte di Bonaparte e impone ai soldati di restare schierati ad ascoltare mentre vengono decimati dalle cannonate del nemico; la spia polacca di Pichegru travestita da suonatore di organetto; il sottotenente Faraud che combatte da solo contro un branco di lupi e poi baratta il grado di caporale in cambio di alcuni prussiani catturati; il duello tra lo stesso Faraud e Falou sotto gli occhi di Napoleone a proposito della disputa tra signore e cittadino e quindi del voi e del tu con cui rivolgersi agli altri (tu e cittadino sono rivoluzionari, signore e voi monarchici); Coster de Saint-Victor, capace, nella stessa sera, di dare origine a una sollevazione e di rubare amante e cena a Barras, uno dei cinque membri del Direttorio; Napoleone e Joséphine de Beauharnais che si recano individualmente, entrambi sotto mentite spoglie, dall’indovina che li smaschera e predice loro il futuro.
Molto efficace è anche il ritratto che Dumas fa della società della reazione termidoriana, quando Parigi vede affermarsi nuove tipologie sociali, gli incredibili e le meravigliose, giovani seguaci di un lusso ostentato e stravagante: i primi si lasciano crescere lunghe trecce alla maniera aristocratica ed esibiscono affettazione nei modi e nella parlata (si rifiutano di usare il tu rivoluzionario e la r di rivoluzione), le seconde sono vestite con tuniche provenienti dall’antichità pagana. Nel frattempo, la provincia è scossa dalla reazione monarchica, soprattutto grazie ai Compagni di Jéhu, società segreta comandata dall’inflessibile Morgan che si occupa di procurare ai ribelli della Controrivoluzione i soldati necessari per l’armata e che ha il suo covo nell’abbandonata certosa di Seillon: i Compagni non conoscono misericordia nei confronti dei loro membri traditori, neppure se hanno ceduto alla tortura, e ne uccidono giustappunto uno mediante un coltello a forma di croce perché il condannato possa baciarlo al momento di morire in mancanza di un crocifisso.
Grande spazio è poi dedicato alla vita militare, alle operazioni belliche dell’esercito rivoluzionario, alla bontà e alla spontaneità dei soldati francesi, tanto che si capisce che Dumas simpatizza con loro e ne celebra le gesta (non resta mai neutrale, ma si riferisce sempre ai francesi dicendo “i nostri”), aspetti portati all’estremo con l’ultima parte ambientata in Egitto, dove Dumas, figlio di un generale di quella campagna caduto in disgrazia, ci porta sul campo di battaglia, tra le cariche e le palle di cannone, in un crescendo di atti cruenti ed eroici, e ritrae le eroiche truppe francesi che, fronteggiando ogni possibile difficoltà (malattie, privazioni e clima ostile), combattono strenuamente in luoghi resi famosi dalla Bibbia e dai Vangeli; anzi, l’intera campagna si configura come una vendetta nazionale della sconfitta dei Corni di Hattin (1187) dei cavalieri crociati guidati da Guido di Lusignano contro il Saladino, e assume le connotazioni di una nuova crociata. Anche in questo caso ci sono scene memorabili come quella in cui Napoleone chiede ai suoi generali informazioni sul deserto della Siria distribuendo loro le biografie di Plutarco, libri di mitologia e la Bibbia; oppure quella del trucco messo in pratica sulla spiaggia dal mercante di palle di cannone per recuperare pezzi di artiglieria o quella del commodoro inglese Sidney Smith che, di fronte al dono delle teste dei nemici uccisi che il pascià Al-Jazzar gli fa recapitare come prezioso regalo, dichiara: “Ecco cosa vuol dire avere un barbaro per alleato”.