sabato 13 gennaio 2018

Isacco Tacconi - La Compagnia della Croce

A tirare per la giacchetta di tweed J.R.R. Tolkien ci hanno provato in molti: destra, sinistra, pagani, cattolici, ecologisti. D’altra parte, il fascino di un autore come Tolkien sta nella sua universalità, nel parlare a tutti in maniera trasversale e secondo la sensibilità di ognuno. L’ultimo a provarci è Isacco Tacconi con questo La Compagnia della Croce. Viaggio al cuore della Terra di Mezzo, approfondita disamina confessionale pubblicata nientemeno che dalle Edizioni Radio Spada, baluardo del tradizionalismo cattolico più intransigente in perenne guerra con la Chiesa post-Vaticano II. Nessuno mette in dubbio che Tolkien fosse un cattolico fervente e praticante, che amasse la messa in latino, che non avesse alcuna fiducia nella storia (non credeva cioè che l’uomo potesse realizzare il paradiso in terra) e che abbia permeato la sua opera di valori cristiani (l’amore, la carità verso il prossimo, la pietà verso il colpevole, l’umiltà verso i più deboli, la speranza pur senza la garanzia della redenzione). Quello che lascia stupiti è l’approccio: dichiarandosi un appassionato e non un esperto, ma con una prosa complessa e oracolare, Tacconi si accosta a Tolkien come a un profeta o a un Padre della Chiesa, denunciando l’ossessione modernista per l’autore più che per la sua opera e dicendo chiaramente che l’unico modo possibile per farlo è quello della fede cattolica, e non cattolica in generale, ma quella tradizionalista, preconciliare. Pur riconoscendo espressamente che «la cosa che al contempo stupisce e affascina del Signore degli Anelli in particolare, e di tutto il ciclo letterario della Terra di Mezzo in generale, è che nulla vi è in esso di esplicitamente cattolico» (cioè «non ci sono riferimenti diretti a detti o fatti della Sacra Scrittura, o della tradizione cristiana, né il contesto storico che fa da sfondo alla trama è un’epoca cristiana»), Tacconi sembra considerare l’opera tolkieniana come una summa della sapienza biblica e della spiritualità cattolica, capace di compendiare due millenni di teologia e di santità attraverso il dogma, dimenticando che pur sempre di narrativa si sta parlando. Se la prende con il metodo storico-critico di origine protestante, che pretende di applicare il razionalismo e lo storicismo al campo della Sacra Scrittura e nega il significato eterno del testo sacro in favore dell’interpretazione personale; per non parlare dello psicologismo, che cancella la trascendenza in nome dell’immanentismo e preferisce la lettera allo spirito, creando delle ermeneutiche aberranti («l’ossessione per il metodo conduce alla morte della conoscenza»). D’altronde, lo stesso Tolkien invitava a non leggere il suo Anello come metafora della bomba atomica, segno per Tacconi della volontà di «prevenire ogni tentativo di storicizzare il suo lavoro, preservandolo da una indebita “attualizzazione” relativista che lo avrebbe privato del suo valore eminentemente “anacrónico” termine che serve ad esprimere ciò che è sovratemporale, cioè metastorico». Non minore è il disprezzo dimostrato nei confronti del fandom, dei «molti “circoli” tolkieniani dove si conoscono a memoria tutte le locande della Terra di Mezzo o i nomi di tutti i personaggi del Silmarillion ma si ignora ed anzi, si combatte la Fede Cattolica», definendoli «un’offesa al loro autore» (come se i fan non abbiano mai avuto un ruolo nell’affermazione di Tolkien nel panorama editoriale e letterario, o nella realizzazione della trilogia cinematografica di Peter Jackson).

È quindi impossibile per Tacconi sottoporre Tolkien alle categorie dell’odierna critica testuale: l’unica strada percorribile è quella di accostarsi al testo (sacro) con l’umiltà del credente e non con l’arroganza dello scienziato che applica un metodo che «svuota la realtà della sua essenza profondamente spirituale cioè metafisica, riducendo ogni conoscenza a mero fenomeno empirico da possedere, manipolare e archiviare». Logica conseguenza di questo approccio è che le tesi sostenute nel libro sono prive di fondamenti testuali e di una bibliografia critica (piaga che ha sempre afflitto cronicamente la saggistica tolkieniana in Italia), fatta eccezione per l’abbondante ricorso alle Lettere dello stesso Tolkien, le citazioni bibliche (spesso e volentieri in latino) e quelle di santi e beati (da Sant’Agostino a Tommaso da Kempis, passando per il cardinale Newman e Dom Prosper Guéranger). Certo, Tacconi rifiuta la critica letteraria, ma nel 2017 non è possibile scrivere un saggio su Tolkien ignorando gli studi esteri sull’argomento (Shippey, Flieger, Rosebury), soprattutto in considerazione del fatto che ormai sono in gran parte disponibili anche in Italiano. Purtroppo questo approccio ignora del tutto la History Of Middle Earth e inciampa tragicamente sulla citazione tanto cara alla destra italiana neofascista “Le radici profonde non gelano”, in origine (come illustrato magistralmente da Shippey) riferita al lignaggio personale di Aragorn (che il tempo e le vicende umane non riescono a gelare, anche in virtù della sua lunga età) e qui invece riferentesi, con il solito slittamento semantico, alle radici religiose della Tradizione che nessun approccio ateo-razionalista (di natura modernista e protestante) riuscirà mai a scalfire.

Tacconi non è mai sfiorato dall’idea che Tolkien volesse dialogare con la modernità a suo modo, cioè da filologo e narratore, e non spende una parola sulla rielaborazione moderna delle tematiche e delle figure prese dalla letteratura medievale e dalle saghe nordiche che, anche attraverso lo sguardo basso e periferico degli hobbit, sono in grado di farci riflettere in maniera nuova e moderna su grandi temi come la morte, il potere e l’eroismo. Certo, l’approccio ai personaggi non è quello allegorico, bensì (correttamente, visto che lo diceva lo stesso Tolkien) quello analogico, ma alla fin fine cambia poco, visto che per lo stesso Tacconi la battaglia intrapresa da Tolkien contro l’allegoria «sembra segnare ineluttabilmente una disfatta» e allegorico il suo racconto lo diventa «davvero, e di un valore superiore perché non intenzionale, ma “in trasparenza”»: Denethor e Boromir ricordano Saul e Gionata, Aragorn ha valenza cristologica e messianica, il lembas richiama l’eucarestia, Legolas è figura dell’angelo custode, Tom Bombadil è un angelo, l’attraversamento del Sentiero dei Morti è «una sorta di trascrizione mitica del dogma della Comunione dei Santi», Frodo diventa “crucifero” e “Divino Falegname” («pur non avendo fabbricato l’“Anello” della catena che ci tiene schiavi se ne fa carico, divenendo lui stesso peccato per noi»). Certo, da credenti è difficile non vedere nel viaggio di Frodo sul Monte Fato un collegamento alla salita di Cristo al Calvario, e Tacconi è senz’altro libero di farlo, ma dobbiamo tenere ben presente che questa operazione di associazione si chiama “applicazione” e ha a che vedere con la libertà letteraria che ognuno di noi fa di un’opera letteraria in base alla propria cultura e alla propria formazione, esercitando il diritto all’applicabilità che lo stesso Tolkien riconosceva ai lettori. E allora perché blindare l’opera dentro una sola chiave di lettura, tacciando qualsiasi altro approccio come protestante? A ben vedere Frodo di Gesù non ha proprio niente, dal momento che, sebbene esemplifichi una situazione sacrificale, il piccolo hobbit non è senza peccato, non risorge e vive come un fallimento il non essere riuscito a compiere la sua missione; anzi, alla fine del Signore degli Anelli è una persona malata nello spirito e nel fisico che lascia tutte le cose per cui ha lottato e se ne va non in paradiso ma a curarsi in un rifugio purgatoriale (a Tol Eressëa). Non sappiamo con certezza nemmeno se al Consiglio di Elrond Frodo si renda volontario a prendere l’Anello per spirito di sacrificio o perché già sedotto dal richiamo dell’Anello (come invece è esplicitato nel film di Jackson): il testo di Tolkien ci dice solo che il nostro hobbit si ritrova a rispondere a una voce e a una volontà che non sono sue, ma che potrebbero essere dell’Anello e quindi di Sauron.

Se si apprezza la disamina che Tacconi fa del complesso personaggio di Galadriel (che finalmente non è un semplice santino della Vergine Maria) e quella di Gollum come strumento della Provvidenza che invita tutti alla misericordia senza ergersi a giudici del prossimo, altre interpretazioni che il nostro autore fa in chiave reazionaria e antimoderna appaiono parecchio forzate: la veste multicolore di Saruman prefigurerebbe la bandiera arcobaleno («divenuta simbolo non di libertà ma di libertinismo, più tirannica delle schiavitù perché è quella che l’uomo si autoinfligge e brutalmente dissennandosi in una esaltata disperazione senza uscita»), mentre Éowyn è “una donna come Dio comanda” che si contrappone all’orrore delle suffragette o di Lady Nancy Astor (prima donna eletta al parlamento Inglese) «che hanno contribuito ad abbruttire e degradare la figura della donna». Disorienta del tutto invece la lettura della discesa dei nani nelle profondità della terra per trovare la luce come metafora dell’iniziazione massonica basata sul principio della coincidentia oppositorum, o dell’Arkengemma come rimando all’alchemica Pietra Filosofale che esprime il principio gnostico «della divinizzazione dell’uomo attraverso una virtù o un’esperienza al contempo interiore ed extracorporea, che si serve di un oggetto sacro come catalizzatore del potere divino».

Quello che invece di Tacconi mi ha seriamente stupito (in negativo) è l’aver voluto infilare anche in Tolkien la polemica vaticansecondista, vera ossessione e motivo dominante della produzione dei cattolici tradizionalisti: l’Anello viene utilizzato per condannare il principio (esistenzialista, luterano ed eretico) oggi molto diffuso secondo cui «è nell’esperienza del peccato che si fa anche l’esperienza di Dio»; l’abnegazione di Sam funge da antidoto all’esperienzialismo di certa spiritualità on the road oggi in voga; i Sovrintendenti di Gondor sono i papi che custodiscono la Chiesa fino al ritorno del Re, cioè Cristo-Messia, ma nel frattempo hanno tradito la loro funzione e «hanno voluto guardare nel Palantìr aprendosi imprudentemente al dialogo con il mondo»; Saruman è il nuovo apostata Giordano Bruno, «sacerdote e profeta della nuova religione panteistica e antroposofica», il “modernista” avvinto dalla mania della novità e il simbolo di una Chiesa che, seguendo la gnosi, ha tradito la custodia immutabile del dogma e della verità, a differenza di Gandalf che è «l’umile stregone ancorato alla Tradizione»; Éomer, con il suo tradimento agli ordini ricevuti per obbedienza a un bene più grande, fornisce il modello di comportamento per i veri credenti di oggi nell’attuale «sfacelo intellettuale, morale, giuridico, dottrinale e liturgico» della Chiesa di oggi, avvelenata dai subdoli consigli di Grima Vermilinguo (che ha fatto sì che i nemici pullulassero nella Città di Dio) e rovinata dalla comunione alchemica e gnostica tra elfi e orchi, bene e male alleati insieme per distruggere la Chiesa dall’interno con l’ecumenismo, il marxismo cattolico e l’evoluzionismo. Una posizione che trova il suo apogeo nell’ultimo capitolo L’Albero Bianco della Tradizione, che non solo rivendica l’appartenenza di Tolkien al cattolicesimo preconciliare ma utilizza anche l’immagine dell’albero di Gondor per fare un’apologia della Tradizione e condannare il Concilio Vaticano II, reo di aver cancellato il latino per rendere più accessibile il Mistero ma di averlo reso ancora più inaccessibile, perché «impossibile da avvicinarsi con lo strumento sproporzionatamente inadeguato della nostra ragione e, ancor più, della nostra presuntuosa e gnostica volontà di “comprendere” e di “sentire” il divino». Obietterei che Il Signore degli Anelli è stato pubblicato nel 1955, quando cioè il Concilio Vaticano II era ancora di là da venire, ma sono certo che il mio approccio sia troppo storicista e vaticansecondista per poterlo fare.

1 commento:

  1. Letta tutta d'un fiato... miglior conclusione non si poteva avere.

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