mercoledì 31 gennaio 2018

J.K. Rowling - Harry Potter e la pietra filosofale

Avendolo riletto poco meno di un anno fa (ne ho parlato approfonditamente QUI), c’è ancora qualcosa che posso dire riguardo a Harry Potter e la pietra filosofale che ho appena terminato per la terza volta? Sicuramente le solite cose, a cominciare dalla magia della Rowling che è una grande verniciatura-metafora della vita e della didattica: è il trionfo dell’intuito e delle predisposizioni, ma anche dello studio e dell’apprendimento, della ribellione accanto all’establishment, cosa che rende la saga godibile da tutti, dallo studente scioperato al docente, ed è abbastanza piena di sciocchezze british da far ridere anche i più smaliziati. Mi stupisce sempre come la Rowling ha fatto propria la grande lezione della letteratura anglosassone (è presente anche in Tolkien) della divisione tra grandi e piccoli, con i primi che costituiscono un mondo strano che bisogna imparare a conoscere per poterne diffidare: i piccoli maghetti (come gli hobbit) devono scoprire sulla loro pelle di chi potersi fidare, scoprendo spesso che le cose non sono esattamente quelle da loro immaginate. In questa rilettura mi ha colpito la descrizione del professor Binns: «Indubbiamente, la lezione più noiosa era Storia della Magia, l’unico corso tenuto da un fantasma. Il professor Bins era già molto, molto vecchio quando si era addormentato davanti al camino della sala professori e, la mattina dopo, alzatosi per andare a fare lezione, aveva lasciato dietro di sé il suo corpo. Binns parlava senza posa con voce monotona, mentre i ragazzi scribacchiavano nomi e date confondendo Emeric il Maligno e Uric Testamatta». Una materia fondamentale come Storia della Magia è presentata come noiosa e inutile, proprio come la storia nelle nostre scuole, insegnata da un professore fantasma talmente disinteressato al mondo reale da non accorgersi di essere morto, tipica rappresentazione dell’erudito che insegna attraverso un’enunciazione minuziosa e piatta di fatti e dati importanti (anzi fondamentali per la costruzione del retroterra storico-politico della saga) che però non vengono avvertiti come tali dagli studenti. C’è però un altro aspetto che mi preme sottolineare e che deriva dal mio amico Zeno Saracino del blog Cronache Bizantine riguardo alla casa Serpeverde: il Cappello Parlante valuta gli atteggiamenti di ciascuno sulla base dei propri sentimenti e colloca i nuovi studenti di Hogwarts nella propria casa di appartenenza (Grifondoro, Tassofrasso, Corvonero e Serpeverde). Se si possiedono attributi negativi, si viene inseriti fra i Serpeverde, come se fin dall’inizio si venisse predestinati a un ruolo da “cattivi” all’interno della scuola. È una riflessione profonda, che mi sento di condividere e che regge anche non considerando gli sviluppi degli altri capitoli della saga. Che la Rowling abbia voluto includere anche il male nel suo programma didattico-formativo? O abbia voluto dire che anche il male può servire nella lotta per la vittoria del bene? Forse, più semplicemente, ha fatto solo per fornire un antagonista alla casata dei protagonisti. Questo senza nulla togliere a tutti i meriti di un primo capitolo che resta sempre validissimo anche dopo tutto questo tempo.

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