lunedì 29 gennaio 2018

Paolo Gulisano, Filippo Rossi - La forza sia con voi

Non si è ancora placato il dibattito su Episodio VIII – Gli ultimi Jedi tra chi l’ha esaltato come capolavoro e chi ha accusato la Disney di avergli rubato l’infanzia, e ci ritroviamo tra le mani questo bel libro di Paolo Gulisano e Filippo Rossi che, già dal titolo La forza sia con voi, intende essere una celebrazione e un’esegesi di Star Wars, una delle saghe che maggiormente ha impattato nella cultura pop e si è radicata nell’immaginario collettivo, anche a 40 anni di distanza (ricordo una bellissima scena del film Il regno del fuoco in cui la comunità umana sopravvissuta in clandestinità all’avvento dei draghi utilizzava Star Wars come mitologia fondativa a uso dei più piccoli). Era il 1977 quando il primo episodio, Guerre Stellari, poi ribattezzato Episodio IV – Una nuova speranza, faceva la sua apparizione nelle sale cinematografiche dando inizio a una serie di film (soprattutto i primi tre, il già citato Guerre StellariL’impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi) che sconvolsero gli spettatori e cambiarono per sempre il cinema dal punto di vista estetico e narrativo (se non altro per aver divulgato presso il grande pubblico il fantastico facendo diventare di moda i sequel, i prequel, le trilogie e le saghe). Era prodotto da un giovane regista californiano con solo due film all’attivo, George Lucas, che da ragazzo era appassionato di corse d’auto e di velocità, come peraltro si vede dal suo American Graffiti, «ritratto di una generazione di ragazzi di provincia attratti irresistibilmente dal rock, dalla velocità, dai primi amori» prima dell’amara presa di coscienza del Vietnam. Gulisano e Rossi ne ricostruiscono la biografia: democratico e contestatore, Lucas fa parte a pieno titolo (insieme a Steven Spielberg, Brian De Palma, Francis Ford Coppola e John Milius) della New Hollywood, quel movimento che, a partire dalla fine degli anni Sessanta fino agli anni Ottanta, rivoluziona l’establishment degli studios americani. Sognava di fare un film su Flash Gordon, l’eroe dei fumetti della sua infanzia, ma, di fronte all’impossibilità di ottenerne i diritti, si scrisse (e le sceneggiature cambiarono infinite volte) e si produsse una sua personale saga ambientata nello spazio, arrivata ormai all’ottavo capitolo senza contare gli spin-off, le serie animate, i libri, i videogiochi, insomma quello che si chiama “universo espanso” (e quello di Star Wars è uno dei più grandi che esistano), anche se il libro riguarda solo il canone degli otto film ufficiali (più lo spin-off Rogue One).

A dispetto del titolo, Guerre Stellari è uno space fantasy più che semplice fantascienza, in quanto la scienza è solo lo scenario entro cui si svolge la storia, non la storia; un fantasy proiettato nello spazio e nel futuro che possiede tutti gli elementi del fantasy: un ordine cavalleresco, un’impresa da compiere, il viaggio dell’eroe nel nome della speranza per guarire una terra desolata, la principessa prigioniera da salvare, un oscuro signore da sconfiggere, dei buoni che devono fronteggiare un potere superiore al loro, la Morte Nera come il castello/antro del drago cattivo delle fiabe. Il suo creatore ha sempre dichiarato che Guerre Stellari è una rielaborazione in chiave spaziale dell’epica cavalleresca del Medioevo europeo, specie del ciclo bretone di Re Artù, dei cavalieri della Tavola Rotonda e della cerca del Santo Graal; ma Lucas, uomo dalla cultura letteraria e cinematografica vastissima, fece confluire nella sua saga materiali di diversa provenienza, attingendo da vari generi cinematografici: dal grande maestro giapponese Akira Kurosawa (e di Giappone la saga di Star Wars è piena, a cominciare dagli elmi degli Stormtroopers e di Darth Vader che sono elmi da samurai), ma anche dal cinema di guerra (molte scene di guerra aerea sono presi dagli scontri tra i caccia americani e gli Zero giapponesi) e dal western: Han Solo è un cowboy con gli stivaloni, il cinturone e la pistola (anche se laser), e nel saloon spara per primo (come si vede nel film originario, prima che Lucas modificasse la scena e la rendesse più politicamente corretta). Senza dimenticare gli elementi presi dalla sophisticated e dalla slapstick comedy, generi nobili del cinema hollywoodiano: i due droidi umanizzati C-3PO e R2-D2 sono la classica coppia comica che rappresenta il punto di vista degli spettatori e che nel corso degli episodi si rivela sempre più importante nella struttura della storia, «per assumere quel ruolo di testimoni artificiali degli eventi umani della saga».

Quella evocata in Star Wars è una società fluida senza troppi punti di riferimento, simile alla nostra, anche se non c’è la terra né gli uomini del pianeta terra, bensì «una versione parallela, indistinta, fantasiosa e sfrenata di un impossibile “altro da noi” in un tempo-luogo “altro”, a contatto con “altre” cose e “altri” esseri». Lucas parla di morte e divino in un mondo sincretistico e post-religioso che sembra il nostro, e lo fa raccontando una storia che termina con la caduta dell’impero ma anche con il crollo dell’ordine dei Jedi, dando origine a quel grande vuoto che viene descritto nell’ultima trilogia, dove, a prescindere dai pareri personali, vediamo un mondo fragile e nuovi giovani eroi che non sanno gestire il loro potere e hanno più che mai bisogno di guide.

Il libro approfondisce il ruolo rivestito dalla lettura dei vangeli gnostici ma soprattutto dalla scoperta di Joseph Campbell, uno dei più grandi studiosi di miti del XX secolo, autore de L’eroe dai mille volti, attraverso cui Lucas «arriva a una comparazione tra religioni, miti, simboli universali, andando così a formare l’humus dell’immaginario spirituale di Star Wars». Allo stesso modo Gulisano, esperto di Tolkien, analizza i numerosissimi spunti tolkieniani presenti nella saga, primo fra tutti la figura del maestro-mentore che guida: Obi-Wan prende il giovane e rozzo Luke Skywalker e lo fa diventare il grande cavaliere Jedi, sul modello di Merlino con Artù ma soprattutto di Gandalf con Bilbo Baggins e Frodo. Ma Tolkien è presente anche nell’esercizio del libero arbitrio (Luke fa la cosa giusta quando disobbedisce agli ordini dei suoi mentori Yoda e Obi-Wan Kenobi e ha successo) e nel tema della speranza (la pietà e la speranza di conversione di Luke nei confronti di suo padre permette il ravvedimento finale di Darth Vader). 

Altro particolare importante è l’apertura al mondo delle religioni e della spiritualità orientale, cosa che si evince dai nomi (Obi-Wan Kenobi, Qui-Gon Jinn), dai costumi e dalle tradizioni, ma anche dal concetto di Forza e dalla meditazione richiesta per controllarla. Si tratta di un tema complesso che unisce il campo energetico, quello spirituale e quello filosofico, e che estende «l’elemento fiabesco della magia a un concetto semi-scientifico di energia mistica e fisico-mentale cosmica, nella quale è inserita ogni disciplina fino alla biologia»: la Forza conferisce facoltà incredibili ai suoi adepti, quasi da farne degli stregoni spaziali (ma senza formule magiche), e chi pratica le sue vie «lo fa come se si trattasse di una religione, più che di una scienza» (i Jesi e i Sith sono sono due veri e propri ordini religiosi), tanto che Darth Vader non accetta che se ne metta in discussione l’esistenza (a un ufficiale imperiale che ride di quelle che ritiene semplici “teorie da stregone”, lui ribatte: «Trovo insopportabile la tua mancanza di fede»), e questo elemento rimane misterioso anche al di à della spiegazione pseudoscientifica presente nella seconda trilogia degli anni Duemila secondo cui la Forza dipenderebbe da forme di vita microscopica presenti nelle cellule (i Midi-chlorian). La Forza permette così a Lucas di creare una propria via filosofico-religiosa di perfezione o di caduta lungo un percorso pieno di insidie (dovute alle lusinghe di un male ambiguo), con un Lato Oscuro che porta allo sfruttamento dell’uno sull’altro e una via dei Jedi che impiega la Forza per servire nel modo migliore il prossimo.

Ovviamente, per un vecchio fan come me (che ritiene L’impero colpisce ancora il miglior capitolo in assoluto e uno dei più grandi film di tutti i tempi), la prima parte del volume, quella dedicata alla prima trilogia, è imperdibile; la seconda, per quanto approfondita e volta ad analizzare il raffinato affresco politico che porta al crollo della repubblica e le divisioni all’interno dell’ordine Jedi nella terrificante seconda trilogia degli anni Duemila (che secondo me ha alcune valide idee realizzate malissimo), è sorvolabile, e non certo per colpa dei due autori. Ho comunque ammirato la metafora di Kylo Ren che (in Episodio VII) riflette da solo davanti all’elmo bruciato del nonno Darth Vader, «come un ragazzo del Fandom, che ammira un’action figure di Star Wars»: non ci avevo mai pensato ma è perfetta per capire la natura derivativa dell’ultima trilogia targata Disney.

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