venerdì 19 gennaio 2018

Stephen King - Le notti di Salem

È ufficiale: con Stephen King ho dei problemi. Come nel caso de L’ombra dello scorpione, acclamato e celebrato da tutti ma che mi ha causato qualche difficoltà, anche Le notti di Salem, il suo secondo romanzo in assoluto (è del 1975) e considerato una delle sue opere migliori, non ha fatto scoccare in me la scintilla. E dire che parla di vampiri, uno dei miei argomenti preferiti da sempre. La storia parla di un giovane scrittore, Ben Mears, che ritorna dopo molti anni a Jerusalem’s Lot (abbreviato in ’Salem’s Lot, che è il titolo originale del romanzo, o semplicemente Lot), nel Maine, dove da piccolo passava le vacanze a casa della zia; l’ultima non è stata molto spensierata e i suoi ricordi sono legati alla presenza di una costruzione, casa Marsten, che trasuda mistero e malvagità ed è costruita su una collina che domina la cittadina. Proprio in questa casa è stato costretto a introdursi in quell’ultima estate come prova di coraggio ed essere accettato da una combriccola di ragazzini suoi coetanei: entrando, ha scoperto il corpo del padrone di casa impiccato a una trave, e ne è rimasto traumatizzato. Ben torna ora a ’Salem’s Lot per scrivere un romanzo basato proprio su casa Marsten e per immergersi nell’atmosfera del Lot, così da ottenere un maggiore realismo. La casa, intorno alla quale le leggende non sono mai diminuite, è stata affittata da un individuo strano e riservato, il signor Straker, che incute un certo timore e ha un socio che non si vede mai, un certo Barlow, che si scoprirà essere il vero villain. Cominciano a scomparire persone e a verificarsi morti anomale, addirittura la testa di un cane viene ritrovata appesa a un cancello. All’inizio non viene rivelato di che tipo di minaccia si tratta e l’orrore si sviluppa lentamente; poi, a partire dalla metà del romanzo, appaiono i vampiri veri e propri, che non sono quelli che ci hanno propinato ovunque negli ultimi anni grazie a Twilight, cioè non sono i classici vampiri postmoderni belli, fascinosi e misteriosi che si pongono problemi etici, ma sono i mostri classici, nemici del consesso civile, che si uccidono con il paletto e temono il crocifisso, adorano Satana e sono accompagnati dall’odore di putrefazione (cosa che caratterizza anche i luoghi da loro infestati). Dracula di Bram Stoker è la fonte riconosciuta espressamente da King come ispirazione per il romanzo, tanto da venire citato a più riprese nel bel mezzo della narrazione come manuale per conoscere il mondo dei vampiri, insieme ovviamente agli immortali film della Hammer con Christopher Lee e Peter Cushing. Moltissimi elementi sono gli stessi: la provenienza del vampiro da fuori (Barlow è un antico nobiluomo austriaco, il suo servo Straker è inglese), l’importanza del rituale nella distruzione dei luoghi infestati, il carattere erotico del vampirismo che qui è molto più esplicito che in Stoker («Poi, quando ha cominciato a succhiare, mi piaceva, Ben. Questa è la parte infernale. Ho avuto un’erezione. Hai capito? Se non ci fossi stato tu a tirarmela via di dosso, io le avrei lasciato…»). Inoltre, anche Le notti di Salem è a suo modo un romanzo corale: moltissimi capitoli parlano dei piccoli segreti e della (spesso sordida) vita degli abitanti del paese, tanto che viene da pensare che il vero orrore stia proprio qui, annidato nell’apparente sicurezza e immutabilità della provincia americana. Immancabile, proprio come in Stoker, il manipolo di coraggiosi che si oppone al nemico, costituito da Ben, dal medico Jimmy Cody, da Susan Cody (la ragazza del posto che si è innamorata di Ben), da padre Callahan (un prete all’antica che disprezza la Chiesa sociale e assistenziale di oggi) e da un ragazzino, Mark Petrie, esperto di film e fumetti. Rispetto a Dracula però ci sono anche delle differenze: Barlow non si concentra soltanto sulle belle donne, ma vampirizza anche vecchi e giovanissimi, bambini inclusi; non c’è alcun richiamo a un passato aristocratico e tradizionale in senso romantico incarnato dal vampiro come accadeva per il conte Dracula; e anche il manipolo di uomini che fa lega per combattere i vampiri in King non funziona come quello vittoriano di Stoker e infatti fallisce. Non c’è neppure un valido Van Helsing, visto che padre Callahan, chiamato a svolgere il suo ruolo, non ha abbastanza fede e fallisce miseramente nel confronto con Barlow. Subentra quindi la più moderna coppia padre-figlio, costituita da Ben e Mark, i quali, dopo aver distrutto Barlow, fuggono da ’Salem’s Lot e continuano a seguire le vicende della cittadina (dove rimangono ancora vampiri, ma più deboli e incerti per la scomparsa del loro creatore e capo) dai giornali; decidono quindi di tornare per distruggere con il fuoco la cittadina, ormai quasi disabitata, e impalare gli ultimi vampiri superstiti. Se riconosco la maestria di King nel tenere tutti i fili della narrazione e di riuscire a unire in maniera raffinata il gotico classico al gotico americano (casa Marsten è una casa colonica), Le notti di Salem non mi ha mai catturato se non dopo la sua conclusione quando, con mia somma meraviglia, nell’edizione in mio possesso ho scoperto l’aggiunta di due racconti ambientati nella stessa località del romanzo: il primo, Il bicchiere della staffa, riprende il tema dei vampiri con l’aggiunta di una tempesta di neve e risulta splendido per come riesce a comunicare un’assoluta atmosfera di pericolo senza mai mostrare direttamente il male. Ma è soprattutto il secondo Jerusalem’s Lot che mi ha fatto sobbalzare, un vero tributo di King al suo maestro Lovecraft scritto in forma epistolare e diaristica addirittura come se fosse proprio un’opera del Solitario di Providence, con un’assoluta comunanza di poetica, tematiche e stile: la dimora maledetta costruita su abissi di orrore indicibile, il retaggio familiare che alla fine si scopre essere quello del protagonista, le lingue misteriose (le rune druidiche) e il grimorio maledetto (il De Vermis Mysteriis), l’invocazione di creature aliene, i culti degenerati, la possessione, i topi nei muri, addirittura Yog-Sothoth. Un omaggio del tutto derivativo, ma splendido.

2 commenti:

  1. L'avevo trovato interminabile, sia come libro che nella versione filmica (a dire il vero non malaccio) di Toby Hooper. Quello che lascia perplesso è quanto alla fine sia rimasto fedele al Dracula di Stoker, con l'unica aggiunta di un linguaggio meno erudito e più "kinghiano".

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  2. Anche io l'ho trovato interminabile, esattamente come L'ombra dello scorpione; a volte ho la sensazione che King sia affetto da grafomania compulsiva.

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