venerdì 12 gennaio 2018

Walter Scott - Waverley. Prima parte

Continuano le riproposte di romanzi scomparsi da parte delle Edizioni Gondolin (che, siccome nessuno conosce Tolkien, tutti continuano a chiamare Gondolìn con l’accento sulla i, come se si trattasse di un’imbarcazione veneta) e, in continuità con quanto fatto con Rob Roy, è ora la volta di Waverley di Walter Scott, l’inventore del romanzo storico che in Italia è conosciuto solo come fonte di ispirazione per Alessandro Manzoni e i suoi Promessi Sposi. Anche stavolta esce con illustrazioni d’epoca, prese da una bellissima edizione francese di fine Ottocento, ma, a causa della lunghezza del testo, esce in due parti da 304 pagine ciascuna; mi auguro che questa prima parte venda a sufficienza per realizzare più avanti la seconda, visto che qualcuno mi ha fatto notare che, se simili romanzi sono scomparsi dalla circolazione, una ragione pur ci sarà. Waverley è la prima opera di Scott, e quindi gli si perdoneranno alcuni difetti, soprattutto nei capitoli iniziali: stiamo comunque parlando di un classico del romanzo storico, capace di imporre nella memoria collettiva una Scozia tutta kilt e cornamusa e di fornire il nome per la stazione ferroviaria di Edimburgo (che si chiama per l’appunto Waverley). È interessante notare come la trama sia molto simile a quella di Rob Roy, dove il giovane Frank Osbaldistone si avventura nel nord dell’Inghilterra per poi sconfinare in Scozia, prima nelle Lowlands e poi nelle Highlands, proprio nel momento in cui si stanno radunando le forze per la prima sollevazione giacobita del 1715: anche qui c’è un giovane protagonista, Edward Waverley, e anche lui dall’Inghilterra finisce prima nelle Lowlands e poi nelle Highlands, solo che l’insurrezione è quella del 1745, quella in cui Bonnie Prince Charlie, il Giovane Pretendente della casa Stewart, sbarca dalla Francia per affrontare (con esiti nefasti) le forze governative degli Hannover. Ovviamente, Edward viene coinvolto nell’insurrezione attraverso l’amore: le fanciulle qui sono addirittura due, la tranquilla Rose Bradwardine e la focosa Flora Mac-Ivor, sorella del capoclan Fergus Mac-Ivor e come lui del tutto consacrata alla causa del Giovane Pretendente Stewart, e non ci vuole tanto a capire come mai un giovane confuso e di belle speranze perda la testa per una bella scozzese che suona l'arpa celtica solo per lui sotto una cascata. I temi sono gli stessi di Rob Roy: lo scontro politico fra tory (favorevoli agli Stuart) e whig (partigiani degli Hannover), i conflitti religiosi, la relazione tra inglesità e scozzesità, modernità e antichità, aspirazione e pragmatismo. Anche in questo caso Scott utilizza il viaggio come metafora romantica della crescita che unisce i percorsi paralleli del protagonista e del lettore e che utilizza la Scozia come altrove fantasy e barbarico, una realtà misteriosa e magica fuori dal tempo (tanto che Edward trova incredibile che simili cose accadano sul suolo britannico, a pochi passi da casa, senza che ci sia «bisogno di attraversare i mari per raggiungere simili fantastiche terre»). Scott vuole sottolineare con forza la diversità storica e culturale della Scozia, insieme al veloce cambiamento di cui il Paese è stato testimone e che ha reso irriconoscibili gli scozzesi della sua epoca con quelli di 60 anni prima (non a caso il sottotitolo originale è Un racconto di 60 anni fa), con continue sollecitazioni nei confronti del lettore per fargli notare le differenze tra i costumi contemporanei e quelli dell’epoca. Per esempio, Edward fa subito la conoscenza del sistema del blackmail, il tributo delle Highlands, che coincide in tutto e per tutto con il sistema mafioso (se paghi, ottieni la protezione del capoclan che ti assicura la copertura economica in caso di furto di bestiame, altrimenti preparati a subire violenze e rappresaglie): una cosa molto comune 60 anni prima agli eventi narrati, ma del tutto scomparsa al tempo in cui scrive il conciliante Scott. Non è un mistero che lo stesso Scott intendesse proporsi in prima persona come il grande mediatore tra la cultura scozzese e la cultura inglese, cosa confermata anche dalla lingua da lui scelta, cioè un inglese con inserimenti qua e là di scozzese e celtico in funzione caratterizzante di certe situazioni o di alcuni personaggi, oltre allabbondante ricorso a canzoni e poesie tradizionali (ma molto più spesso inventate). La grande storia fa quindi da sfondo alle storie dei personaggi, ma Waverley è portato dalla storia piuttosto che essere un protagonista attivo: “il nostro eroe”, come lo chiama spesso Scott con evidente ironia, rivela già dal nome (weaver significa “oscillare”) di essere un eroe medio, anche se non di estrazione borghese come Frank Osbaldistone, essendo infatti un aristocratico cresciuto dallo zio baronetto in una grande dimora posta al centro di una proprietà ancestrale nel Sud dell’Inghilterra. Anche Edward è un sognatore come Frank, un autodidatta che si nutre di disordinate letture e fantasie poetico-cavalleresche, tanto che, una volta in Scozia, dichiara: «Mi trovo nel paese delle avventure romantiche e militari e non mi rimane che stare a vedere quale sarà la mia parte». Nel romanzo però manca del tutto la riflessione sul ruolo fondamentale della nuova Scozia industriale e commerciale nel nuovo Regno Unito che c’è in Rob Roy, dove Frank Osbaldistone non attraversa il confine fino al capitolo 18 e fino al capitolo 26 si ritrova a Glasgow, importante centro industriale e commerciale nelle Lowlands, anche nei confronti del Nuovo Mondo; Edward abbandona invece la sua guarnigione nelle Lowlands alla fine del capitolo 6 per andare a visitare un vecchio amico giacobita dello zio nel Pertshire, al confine con le Highlands, quindi passa subito nella Scozia barbarica senza troppe vie di mezzo. Inoltre, dal punto di vista stilistico, a differenza di Rob Roy, in Waverley non c’è una narrazione in prima persona rivolta a un destinatario in cui il lettore si identifica, a segnare uno scarto temporale fra la nostra epoca e quella in cui sono ambientati gli avvenimenti, ma una narrazione in terza persona con un narratore onnisciente che interviene spesso e volentieri per dire la sua anche nei confronti del lettore. Assolutamente spettacolare, per gli amanti delle dinamiche editoriali, l’episodio del signor Pembroke che si reca dall’editore per pubblicare due noiosissimi e ponderosi libri (a suo avviso fondamentali per la causa cattolica) che vengono però rifiutati per lo scarso appeal commerciale e l’eccessivo investimento economico.

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