martedì 13 marzo 2018

J.K. Rowling - Harry Potter e il prigioniero di Azkaban

Ed eccomi alla rilettura del terzo capitolo della saga di Harry Potter, quell’Harry Potter e il prigioniero di Azkaban che ho letto un decennio fa (se ne parla QUI) e che molti considerano il migliore in assoluto. Sicuramente la narrazione si fa più adulta rispetto ai primi due e la struttura se ne distacca (il secondo è, a conti fatti, un calco del primo) pur seguendo l’andamento dell’anno scolastico, ma sono soprattutto gli spunti in esso contenuti a convincere, a cominciare dalla mitica Mappa del Malandrino, una mappa animata (e irriverente) del castello e del parco di Hogwarts, talmente geniale da dare l’impressione di non essere stata sfruttata fino in fondo dalla Rowling. Le tematiche affrontate sono anche profonde, come l’emarginazione dei lupi mannari (la licantropia è trattata alla stregua di una vera e propria malattia che deve essere nascosta e che provoca riprovazione sociale, quasi come la sieropositività) e la differenza fra verità giudiziaria e verità storica; Sirius Black è stato condannato nella prigione di Azkaban e per questo è considerato un criminale, ma in realtà è innocente e vittima di un clamoroso errore giudiziario, e allo stesso modo l’ippogrifo Fierobecco viene condannato a morte senza tenere conto delle circostanze effettive (ha aggredito Draco Malfoy che l’ha ingiustamente provocato), e non è un caso che alla fine i due fuggano via insieme, in una sorta di alleanza di fuggiaschi, incolpevoli vittime del sistema. Molto maturo è anche il tema della depressione, identificato nei Dissennatori, figure incappucciate, per certi versi simili ai Nazgûl di Tolkien, che «svuotano di pace, speranza e felicità l’aria che li circonda» e risucchiano ogni bel ricordo e qualsiasi desiderio di sopravvivenza prendendo a pretesto eventi dolorosi reali e facendo precipitare le loro vittime nella disperazione, senza tra l’altro preoccuparsi troppo dell’effettiva colpevolezza («non gli importa mica chi ha la colpa e chi non ha la colpa»); addirittura, la loro azione viene avvertita nel mondo dei babbani, pur senza essere visti. Interessante è la polemica sulla divinazione, con la professoressa Trelawney (Sibilla Cooman nella vecchia traduzione) che continua a lanciare funesti vaticini ai quali non crede né Hermione, la brava allieva per eccellenza, che dice che non le va di studiare una materia per niente certa in cui si tira a indovinare, né la professoressa McGonagall, che precisa l’importanza di vigilare sulle profezie e precisa: «La Divinazione è uno dei settori più imprecisi della magia. Non vi nasconderò che faccio fatica a tollerarla. I veri Veggenti sono molto rari». All’idea che l’amore è l’incantesimo più potente (Harry Potter salvato dall’amore di sua madre davanti a cui nulla ha potuto nemmeno Voldemort), Silente aggiunge l’insegnamento che il risparmiare la vita a un mago crea legami in grado di sfaldare la lealtà verso il signore oscuro.

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