martedì 24 aprile 2018

Antonio Caprarica - Il romanzo dei Windsor

Il libro che non ti aspetti. Perché se da una parte c’è l’autore, Antonio Caprarica, ex corrispondente Rai da Londra e Parigi (e direttore di RadioRai) famoso per la propensione a sfoggiare variopinte cravatte mentre disserta di reali inglesi, e dall’altra c’è una copertina veramente terribile che ritrae il nostro mentre sorregge un vassoio pop-trash, è facile pensare male. E invece Il romanzo dei Windsor si rivela una lettura piacevole, che in 300 pagine per 300 anni mescola storia e gossip per raccontare l’Inghilterra attraverso i sovrani della dinastia attualmente regnante e riflettere sul meccanismo della monarchia ereditaria, la cui essenza sta nell’impossibilità di scegliere il nuovo sovrano: «Per definizione, non è il corpo politico che genera il re ma il corpo fisico del suo predecessore: circostanza meramente naturale che consentiva al vecchio Marx di ironizzare sulla monarchia come lotteria “zoologica”». Il libro, che inizia con la citazione di George Bernard Shaw «Il nostro Paese ha prodotto milioni di fruttivendoli per bene ma mai un monarca per bene», è un lungo elenco (non cronologico) di personaggi romanzeschi e detestabili, donnaioli, traditori, bevitori e giocatori, pieni insomma di qualsiasi vizio e difetto, almeno per quanto riguarda la componente maschile della famiglia; ecco quindi la trafila dei Giorgi elettori di Hannover, Giorgio I che buttò fuori di casa il figlio e la nuora sequestrando i nipotini, Giorgio II che fece lo stesso con il figlio costringendolo a fuggire di casa con la moglie che quasi partorì in carrozza, Giorgio IV e la sua instabile vita amorosa (sposò segretamente una cattolica ma dalla mattina alla sera non la volle più vedere, quindi sposò una principessa tedesca pur di avere la copertura dei debiti da parte del padre ma non le rivolse più la parola), Giorgio V (l’inventore del nome Windsor, da Sassonia-Coburgo-Gotha che era) che governava la sua famiglia come se fosse un reggimento e si comportava da vero sadico con i figli. Se si guarda invece alla componente femminile della famiglia, sarà possibile imbattersi in personaggi carismatici e capaci di salvare la dinastia, a cominciare dalla regina Vittoria, vera pioniera dell’idea di famiglia come ditta e modello sociale di riferimento, per arrivare a Elisabetta, attuale regnante, e a sua madre Elizabeth che hanno continuato a proporre la famiglia reale come la famiglia esemplare della porta accanto, quella con cui l’inglese ha potuto identificarsi, lontano dall’esagerazione e dagli eccessi rappresentati da tutti i maschi Windsor, fino all’attuale coppia William e Kate, incarnazione del trionfo della normalità della nuova monarchia e di un’istituzione che ha saputo rinnovarsi e imparare dai suoi errori. Questa è la chiave del successo della monarchia inglese, la seconda istituzione più antica del mondo dopo il papato (nel 1066 saranno mille gli anni trascorsi dall’instaurazione della monarchia normanna sull’isola), che continua a generare curiosità e attenzione ma soprattutto profitti (chissà cosa succederà a Londra quando Carlo, divenuto re Giorgio VII, realizzerà il suo progetto di abbandonare Buckingham Palace per trasferirsi a Windsor), pur costando a ogni inglese solo 53 centesimi l’anno. Caprarica racconta con il suo brio un po’ snob buona parte di questo fascino, il fasto del cerimoniale, l’attenzione per l’etichetta, la consapevolezza di incarnare la tradizione di un impero, tutte cose che rendono gli Windsor molto diversi dai sovrani borghesi e comuni dei Paesi scandinavi, senza tacere dei costanti problemi tra padri e figli e tra madri e figli che hanno sempre contraddistinto la famiglia reale inglese (Vittoria riteneva Bertie, il futuro Edoardo VII, un perfetto idiota e del tutto inadatto a regnare). Soprattutto però l’autore si interroga sulla ragione per cui questa genia di principi viziosi e dissoluti, per non dire debosciati e depravati, una volta sul trono, sono stati capaci di riscattarsi, come se ci fosse una “grazia di stato” connessa al ricoprire il ruolo di monarca: Giorgio II fu l’ultimo sovrano inglese che condusse eroicamente e personalmente i suoi soldati in battaglia, e il balbuziente Giorgio VI (che era ritenuto non adatto al trono) non si sottrasse al dovere ma rimase a Londra sotto le bombe naziste, salvando la dinastia dallo stesso futuro riservato ai Savoia. Perfino il figlio della regina Vittoria, il gaudente Edoardo VII, grande collezionista di donne (nobili, prostitute, cortigiane, contadini), che addirittura si era fatto costruire una poltrona capace di sorreggere la sua enorme stazza e allo stesso tempo di permettergli la pratica del suo sport preferito (l’accoppiamento), una volta sul trono si dimostrò un buon re: infatti cambiò la politica estera inglese, rompendo la tradizionale alleanza con la Germania e gettando le basi dell’alleanza con la Francia che avrebbe contraddistinto il Novecento. Certo, ci sono stati dei casi in cui questa grazia di stato non c’è stata: valga l’esempio di Edoardo VIII, il re che nel 1936 abdicò per sposare Wallis Simpson e che fu capace di farsi ricattare da un’ex amante che aveva ucciso il marito e che sfuggì alla forca minacciando di mandare ai giornali le lettere compromettenti del principe, ma che soprattutto fu sostenitore di una monarchia antiparlamentare e segreto ammiratore della Germania nazista (che onorò anche di una visita dopo l’abdicazione). In chiusura c’è spazio anche (come poteva essere altrimenti?) per il matrimonio di Carlo e Diana: Caprarica riconosce come il fallimento fu il risultato di una coppia male assortita tra un uomo già formato e una ragazza che non capì di essere stata assunta in un’istituzione, per non parlare dell’errore di aprire la loro casa alla televisione. Errori che sembrano essere stati superati e metabolizzati, visto il recente tripudio generale per la nascita del terzo Royal baby.

venerdì 20 aprile 2018

Rino Cammilleri - Immortale odium

Il dibattito sul Risorgimento non si è mai placato del tutto e dimostra di essere anche essere fonte di ispirazione narrativa, come dimostra questo Immortale odium di Rino Cammilleri (da non confondere con il quasi omonimo Rino Camilleri), romanzo già pubblicato una decina di anni fa per Rizzoli e rieditato e ripubblicato per Gondolin tra qualche mese. Ambientato in un anno imprecisato tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si tratta di un thriller storico che parte da un antefatto, l’assalto del feretro di Pio IX traslato in sordina nel corso della notte del 13 luglio 1881 nella basilica di San Lorenzo da parte di un manipolo di fanatici anticlericali che, fra insulti e bestemmie, volevano scaraventarlo nel Tevere. I partecipanti sono stati anche premiati con una medaglia recante l’incisione Immortale odium et numquam sanabile vulnus, “odio immortale e ferita mai sanabile”: particolare da non sottovalutare, visto che, molti anni dopo, un misterioso assassino si mette a uccidere tutti i possessori di quelle medaglie che vengono fatte recapitare nientemeno che al Segretario di Stato. A indagare per conto della Santa Sede viene chiamato il vigoroso don Gaetano Alicante, sacerdote ed ex poliziotto («aveva scelto la talare quando aveva capito quale fosse la parte giusta per cui combattere. Ma, per lui, sempre di combattere si trattava»), affiancato dal suo figlioccio, il gracile e lamentoso don Nicola Esposito; contemporaneamente, il commissario Ribaudo viene incaricato delle indagini dal Ministro dell’Interno, che è direttamente interessato in quanto è stato uno dei partecipanti al famoso assalto. Gli elementi per un buon thriller storico-religioso ci sono tutti: confraternite segrete, mantelli, cappucci, rituali e riunioni occulte, cunicoli, cimiteri, sepolcri nascosti, una villa misteriosa, un tesoro da recuperare, agguati, inseguimenti in carrozza, un’affascinante fanciulla in incognito, la resa dei conti nel campanile. La cosa interessante è che i due sacerdoti si mettono sulla strada giusta grazie alle rivelazioni apprese durante una seduta spiritica, mentre il commissario ci arriva per via razionale: insieme, procederanno in base a ipotesi e ricordi, disquisizioni etiche e filosofiche, e dimostreranno che ogni strada è buona per arrivare alla verità. Ben presto il complotto si definisce e l’insolito trio si rende conto che di mezzo c’è la misteriosa setta dei “Sette Maccabei” e che è stata riesumata la società dei Calderari (già oppostasi ai Carbonai nel periodo napoleonico) con il progetto di scatenare la furia anticlericale e il trasferimento della Santa Sede in un altro Stato, dando il via a un conflitto europeo che prefigura la Prima Guerra Mondiale. I dialoghi e i personaggi funzionano, l’ambientazione napoletana fa il resto: Cammilleri indulge in una lingua meridionale tra il parlato e il letterario, con una certa vena logorroica e caratterizzazioni (e derive macchiettistiche, come nel caso dell’indimenticabile cocchiere Califano Elpidio fu Aspreno) prese di forza dalla commedia all’italiana. Dal punto di vista storico, si potrebbe erroneamente pensare che il cattolico Cammilleri abbia dipinto il post Risorgimento in chiave manichea, con bianchi contro neri, cattolici buoni contro laici cattivi, ma sarebbe un errore: certamente il Risorgimento viene tratteggiato in ottica “revisionista” e ben distante dalla vulgata con cui è sempre stato presentato, Cuore di De Amicis viene definito un “manuale di patriottismo agnostico per ragazzini”, l’esperienza della repubblica romana viene rievocata con i suoi eccessi e il suo anticlericalismo, e a don Nicola, che rappresenta la nuova generazione e che sembra non vedere di cattivo occhio la perdita dello Stato Pontificio in nome della purezza spirituale della Chiesa, don Gaetano (appartenente alla vecchia generazione) spiega che non è affatto una cosa positiva che il papa non abbia un suo territorio dove stare sicuro («Senza un posto dove stare, un posto in cui si possa dire: signori, questa è casa mia, ci faccio quel che mi pare e qui non entra nessuno senza il mio permesso, la Chiesa finisce con il dover obbedire al Cesare di turno. E quando mai s’è visto Cesare accontentarsi di quel ch’è di Cesare e non cercare di mettere le mani anche su quel che è di Dio?»). Tuttavia, la lettura proposta da Cammilleri è molto più complessa e non piacerà agli oltranzisti di entrambe le fazioni (cattolici compresi): nel romanzo ci sono cattolici estremisti che vogliono usare la violenza e per questo sono nocivi per la loro stessa causa, mentre ci sono esponenti dell’establishment laico che non vogliono più lo scontro con i cattolici ma anzi collaborano: lo stesso Ministro dell’Interno ormai non è più un anticlericale rivoluzionario ma anzi è intenzionato a frenare nuove esplosioni di anticlericalismo e a cercare i voti dei cattolici in funzione antisocialista e antianarchica. Non a caso don Pascale afferma: «Il cuore umano è complicato e le cose non sono mai del tutto bianche o del tutto nere. Il colore più diffuso, ahimè, è il grigio, con una gamma pressoché infinita di sfumature che vanno dal grigio sporco e fetente al quasi bianco». L’Unità d’Italia c’è stata, e quindi come comportarsi? A don Nicola che gli chiede se allora gli piace l’Italia “così com’è diventata”, don Gaetano risponde: «Non ho detto che mi piace. Ho detto che non me ne frega niente. Ho detto che ormai c’è ed è inutile recriminare. Certo, la si poteva unire politicamente meglio, chi lo nega? Ma credi davvero che prima ci fossero solo rose e fiori?». Ma non per questo bisogna però essere accomodanti, perché per un sacerdote l’importante è difendere la Chiesa e salvare le anime: «Il Signore Gesù era un vigoroso trentenne che prendeva a calci nel sedere, da solo, i mercanti del Tempio. Solo per uno scopo superno aveva accettato il martirio. E, per la miseria, fino a quando a don Gaetano non ne fosse stato rivelato uno analogo, egli avrebbe imitato il Divino Modello distribuendo ceffoni ai figli di buona donna». Un thriller ben diverso da quelli usa e getta presenti a tonnellate sul mercato, capace di dire qualcosa sulla nostra storia patria e andare al di là dei soliti stereotipi e delle contrapposizioni da quattro soldi.

martedì 17 aprile 2018

Jacques Le Goff - L'immaginario medievale

Leggere di storia non è sempre facile, figuriamoci di storia medievale. Tutto cambia però quando si tratta di Jacques Le Goff, di uno dei più importanti storici di sempre, capace di innovare la storiografia e allo stesso tempo di essere un grande divulgatore. L’immaginario medievale è una raccolta di saggi che sviluppano tematiche già apparse ne Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale e tengono conto anche e soprattutto gli spunti derivanti dalla letteratura e dall’arte per scandagliare un’epoca, il Medioevo, che «sembra avere maggiore difficoltà di noi a stabilire un confine tra il reale materiale e il reale immaginato». Ecco quindi l’importanza di considerare diversi ambiti, la cultura alta e la cultura bassa, perché quella medievale è una società che è il risultato di una scelta ponderata nei modelli e nelle fonti di ispirazione e che è frutto del sovrapporsi di tradizioni diverse (la greco-romana, la giudeo-cristiana, la barbara e l’indigena, a seconda della zona) per un lunghissimo periodo che va ben oltre il suo termine convenzionale collocato nel XV secolo. La prima parte (bellissima) è dedicata all’immagine della città nella letteratura francese del secolo XII, un’entità dotata di vita propria, con una mente pensante e un corpo di donna, che deve essere ammirato e conquistato secondo la mentalità cavalleresca. Un’aspirazione che sottende anche un timore da parte del mondo cavalleresco (quello dei castelli e delle selve) nei confronti dell’ambiente urbano, luogo di residenza di mercanti e borghesi, portatori di valori e abitudini diverse, e la speranza che la società urbana possa aprirsi ai valori di liberalità e cortesia diffusi tra i cavalieri; ecco dunque spiegata la reiterata antitesi Gerusalemme-Babilonia che esprime il dilemma città paradisiaca o luogo infernale. Dopo un approfondimento dei tornei cavallereschi come grandi contenitori dei sette vizi capitali (superbia, invidia rispetto ai concorrenti più valorosi, ira che conduce alla morte, vanità della gloria terrena, avarizia, lussuria nella concupiscenza di far loro una donna), e per questo avversati dalla Chiesa, il libro passa all’analisi del viaggio nell’aldilà (la conoscenza dell’ignoto attraverso le conoscenze terrene) e all’invenzione del Purgatorio, che proprio tra XI e XII secolo trova la sua sistemazione: non solo un riscatto per la vita eterna attraverso un periodo di penitenza, ma anche un importante ragionamento sul rapporto tra tempo oggettivo e tempo individuale, modificabile attraverso le messe di suffragio. Sono ambiti in cui la Chiesa ha voce esclusiva, come nel caso del rifiuto del piacere: una parte significativa del libro descrive proprio i meccanismi che inducono l’uomo medievale a demonizzare qualsiasi cosa riguardi il corpo (mezzo per compiere la penitenza), la ricerca della purezza, la promozione della castità, la condanna dell’omosessualità, della concupiscenza e della lussuria, con una fitta casistica di peccati sessuali e i loro rimedi (consistenti soprattutto in giorni a pane e acqua) di cui si ritrova traccia nei manuali per confessori. L’ultima parte del volume è poi dedicata al sogno, alle sue origini e alle sue interpretazioni, demoniache, angeliche, profetiche: chiaramente i sogni sessuali venivano condannati (così come le visitazioni da parte di defunti), ma sogni e visioni erano comunque cose avvertite come vie di accesso a Dio e quindi degne di essere oggetto di studio. Solo il santo sa discernere la corretta origine dei sogni, e solo lui è degno di visioni che mostrano l’aldilà e il futuro. Si potrebbe pensare che tutto questo sia la prova di una società inibita, soprattutto a livello sessuale, ma non è così, anzi, è proprio da simili cose che si vede la complessità e la vivacità di un’epoca attraversata da slanci diversi e motivazioni innovative. La prova sta proprio nel capitolo finale, dedicato alle osservazioni sui sogni del padre del giovane Helmbrecht, un breve racconto in versi in cui il padre fa quattro sogni riguardanti la vita del figlio che vuole lasciare la sua terra in cerca di nuovi orizzonti: una prova dello scontro tra padre e figlio, segno di un conflitto tra due epoche e due generazioni.

domenica 8 aprile 2018

Filippo Facci - Uomini che amano troppo

Non ho una così grande esperienza in faccende sentimentali per poter dire la mia sull’argomento ma posso solo constatare che gli uomini non se la passano bene. Almeno stando alla lettura di questo Uomini che amano troppo del giornalista Filippo Facci, oggetto di una famosa stroncatura di Selvaggia Lucarelli (che gli ha comunque riconosciuto «un innegabile pregio: si legge in 10 minuti. Parecchio più della durata media dal maschio moderno») che alla fine sembra una specie di Sex and the City al maschile o un trattato di sociologia e psicologia spicciola per uomini complessati, inadeguati, egocentrici ed egoisti, logorati dallo stress della vita moderna, che guardano al sesso come unica via di salvezza e valvola di sfogo; ma soprattutto una gigantesca guerra contro la solitudine e la presa di coscienza dei propri limiti e del tempo che passa. Una serie infinita di casi umani da luogo comune, tutti accomunati da una grande miseria, a partire dall’uomo che sogna una botola da cui far cadere la partner dopo la scopata per togliersela di torno il prima possibile. Ecco quindi sfilare gli uomini-tipo in camera da letto: il koala, che si aggrappa alla donna come all’eucalipto; il pavone, che mette in mostra gli addominali; il gufo, che arriva sempre di notte; il falco, che non conosce il significato dei preliminari; il geco, perennemente immobile; il gambero, che comincia una storia con entusiasmo e subito inizia a fuggire; il cane morto, che dopo l’amplesso giace nel letto immobile e non si schioda più, pensando di contare qualcosa. Facci registra tutti gli infantilismi e le contraddizioni di un genere maschile devastato e intimidito dal gentil sesso («Era una donna vera e io d’un canto mi sentivo un uomo vero. Forse avrei dovuto stuprarla») e dà voce a uomini insofferenti, traditori o traditi, depressi per essere stati lasciati, che dissertano sulle dimensioni del pene, che prendono il viagra e cercano di darsi delle giustificazioni, che ci provano agli aperitivi, che devono ascoltare le donne parlare per poterci andare a letto, che le stendono parlando di Rachmaninov e poi le accusano di essere delle scaldamutande, che le stordiscono con la cultura o con i sogni, che accusano le ex di essere delle troie o le prede di essere delle fighette. C’è quello che disprezza le modelle perché troppo magre e sogna le donne gonfiabili, ma allo stesso tempo segna sull’agenda il numero di seghe e si mette a dissertare sulla cadenza stagionale della masturbazione maschile (d’estate lo si fa di più perché il caldo provoca una vasodilatazione e le donne provocano di più spogliandosi), oppure fantastica sulle orientali che amano il petto villoso e l’uomo ben dotato; c’è quello che 23 anni prima ha aspettato sotto il portone al freddo che i genitori di lei andassero al cinema per salire di nascosto e 23 anni dopo d’inverno aspetta sotto il portone che il bambino si addormenti e lei resti sola (altrimenti il bambino lo vede e poi lo riconosce); c’è quello che preferisce la donna ignorante e animalesca, perché quella intelligente non eccita; c’è l’incompreso che accusa le donne di correre dietro agli stronzi; c’è quello  cui non gli tira più perché è stato mollato dalla fidanzata e si rifugia dall’altra («dalla mia crocerossina col reggicalze, la mi bambola di riserva, […] belloccia, ignorante, discretamente stupida e ossequiente a una cultura che ti vuole subordinata»); quello che “dopo i trenta cambia tutto e parte il grande troiaio” e accusa le trentenni di aver smarrito i sogni e gli ideali tradendo in allegria senza rinunciare alle sicurezze; quello che sogna l’amore tenero e totale per mettersi a nudo e ricevere sicurezza («Ti vorrò un bene dell’anima, e a quel punto dovrò trovarmi una grezza in giarrettiera con cui scopare»). Alla fine (ma anche prima) quasi ci si mette a piangere. Pensare che almeno in un ritratto maschile di questo libro ci possa essere qualcosa di tutti noi mi ha fatto veramente rabbrividire.

giovedì 5 aprile 2018

Alessandro Barbero - Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco

Papa Francesco: il comunista, l’eretico, il massone, l’anticristo, il satanista. Questi e altri epiteti caratterizzano l’alto (?) dibattito sul personaggio, soprattutto tra i cattolici, sorpresi ma più spesso sconcertati dal suo modo di esprimersi. Alcune sue espressioni, come il «se uno mi dice una parolaccia contro la mia mamma, ma gli aspetta un pugno!» che è sembrato giustificare gli assassini della sede di “Charlie Hebdo” a Parigi, o l’espressione argentina da lui usata “hacer lío”, che in italiano si traduce comunemente “fare casino”, hanno realmente fatto discutere. Proprio da qui parte Alessandro Barbero in questo Le parole del papa, libretto molto interessante che si indirizza a quelli che molto superficialmente pensano che la Chiesa sia un monolite immutabile e che nel corso dei secoli i papi abbiano parlato sempre nello stesso modo. Ovviamente nell’enciclica di papa Francesco Laudato si’non c’è traccia né di pugni né di casino, ma è importante notare che il modo di parlare dei papi varia da un’epoca all’altra: se un papa oggi utilizzasse i termini utilizzati nel Medioevo e nel Rinascimento provocherebbe molto più sconcerto di Papa Francesco. Questo perché il linguaggio con cui i papi si rivolgono al mondo è sempre stato espressione non solo della personalità individuale di ogni pontefice, ma anche di come si sente la Chiesa nel mondo, e non in ogni epoca la Chiesa ha occupato lo stesso posto: attraverso le parole dei papi è quindi possibile misurare il diverso modo di stare al mondo della Chiesa durante le varie epoche. Proprio questa idea di fondo renderà il libro indigesto a molti, per il piglio “progressista” di Barbero che si nota nel favore con cui guarda alla “promulgazione di leggi innovative nell’ambito familiare” ma soprattutto per il suo voler conciliare Chiesa e mondo e trovare una strada comune (vecchia questione che fa sempre inorridire molti). Ma Barbero è uno storico e fa parlare i documenti, quindi è un bene leggerlo. Soprattutto per rendersi conto di come, a ridosso dell’anno Mille, i papi erano sinceramente convinti di rappresentare non solo un’autorità religiosa per i fedeli ma anche di detenere il potere politico, e non di rado si avventuravano in dichiarazioni di sfiducia nei confronti “dei detentori del potere terreno che non sarebbero sfigurate sotto la penna di Marx o di Proudhon”. Gregorio VII si sentiva perfettamente legittimato a scomunicare l’imperatore Federico II con un intero corredo di immagini tratte dall’Apocalisse, Bonifacio VIII si scontrò contro il re di Francia Filippo il Bello con la bolla Unam sanctam che dimostrava, in maniera estremamente giuridica e cavillosa, il principio secondo cui la Chiesa detiene non solo il potere spirituale ma anche quello temporale. Il Rinascimento registra un’involuzione nel linguaggio dei papi: la retorica biblica rimane la stessa, grandiosa e colorita, ma il principio di autorità è un dogma sostituisce l’argomentazione, come dimostra il caso della bolla Exsurge Domine con cui Leone X condanna le tesi di Martin Lutero e la Regnans in excelsis con cui Pio V scomunica Elisabetta d’Inghilterra, quest’ultima molto interessante per vedere come il papa riteneva di aver ereditato da san Pietro una missione singolarmente bellicosa (sradicare, distruggere, dissolvere, disperdere…). Dopo le guerre di religione del Seicento, i governi cattolici scoprono che il parere del papa può anche non essere ascoltato, senza che ci siano conseguenze; i papi non sono più in grado di imporre la propria volontà ai re, come dimostra la bolla Unigenitusdi Clemente XI che condanna il giansenismo ma che viene accolta malissimo in Francia e altrove per l’ingerenza del papato nella vita religiosa nazionale. Con l’affermazione dell’illuminismo, del culto della ragione, del rifiuto del principio di autorità, e poi del liberalismo, della libertà di stampa e di opinione (per non parlare di quella di coscienza), il linguaggio dei papi dell’Ottocento diventa querulo e lacrimoso: i pontefici lamentano il governo dei malvagi, piangono il tracollo della morale, inorridiscono per il pervertimento dei costumi, con “il moltiplicarsi degli aggettivi e degli avverbi, che sovraccarica la frase e che col suo stesso ripetersi finisce per banalizzare l’indignazione”. La Mirari vos di Gregorio XVI è perfettamente esplicativa di questo atteggiamento: tutto ciò che è nuovo è male, la Chiesa è perfetta così com’è e baluardo contro ogni novità, e il dovere del papa è dire di no, sempre e comunque. Si deve arrivare alla Rerum novarum di Leone XIII per sentire parole nuove e toni propositivi: i papi imparano a riconoscere i problemi, a non dare ordini, a intervenire nella sfera sociale ed economica sollecitando la collaborazione di tutti, muovendosi con la cautela necessaria nella consapevolezza di non essere ascoltati e sapendo che nel mondo la fiducia bisogna conquistarsela. E scoprono anche la capacità di creare frasi a effetto che possano fare presa, come la condanna della Prima Guerra Mondiale come “inutile strage” da parte di Benedetto XVI, o l’appello “la pace, la pace, la pace a tutto questo mondo” di Pio XI, fino ai “Segni dei tempi” della Pacem in terris di Giovanni XXIII, «un’immagine di matrice apocalittica (che) si tramuta in strumento di descrizione e analisi del presente. (…) Le novità dell’epoca non sono degenerazioni da respingere, ma segnano il dispiegarsi d’un disegno provvidenziale, e vanno dunque comprese e accettate». È quindi possibile dire che con i papi del Novecento e il tanto vituperato Concilio Vaticano II la Chiesa riscopre un modo nuovo di parlare al mondo e recupera un ruolo diverso, oltre alla capacità di non dare più ordini ma di parlare con la forza dei fatti, come fa Paolo VI con l’enciclica Populorum progressio, che premette che la Chiesa non intende intromettersi in politica ma dichiara allo stesso tempo cosa deve essere fatto per salvare il mondo, non nel senso di un’imposizione ma di un allarme da cogliere per evitare gravissime conseguenze.

martedì 3 aprile 2018

Alessandro Barbero - Benedette guerre. Crociate e jihad

I concetti di guerra santa e jihadsono oggi così citati e dibattuti (spesso e volentieri a sproposito) che sembra paradossale il fatto che nessuno sappia di cosa si stia parlando. A rimettere le cose a posto ci pensa questo Benedette guerre. Crociate e jihad, libretto dello storico Alessandro Barbero che, come sempre in maniera chiara e semplice (visto che nasce da un ciclo di conferenze), spiega cosa sono state le crociate e come si sono evoluti questi concetti fondamentali nel rapporto cristianesimo-islam. E non è una cosa da poco, visto che le crociate sono un evento di cui la nostra società ha cominciato a vergognarci per la violenza arrecata al diverso (non solo ai musulmani ma anche agli ebrei, visto che la violenza antisemita compare in Europa per la prima volta durante le Crociate, oltre alle comunità manichee dei Balcani) fino a parlarne con fastidio e a dimenticarsene, per tacere di chi invece le celebra miticamente o le invoca per il presente (la retorica dello scontro di civiltà trova sempre terreno fertile). Cosa sono state le crociate dal punto di vista storico? Una forma molto particolare di pellegrinaggio, «uno straordinario momento catartico, il momento in cui chi può vive per una volta in prima persona tutti i significati profondi e anche tutti i rischi della propria religione», un pellegrinaggio armato a Gerusalemme per pregare sul Santo Sepolcro, conquistare la Città Santa e fare in modo che i pellegrini in futuro potessero andarci senza pericolo: un’idea, questa, nata a cavallo del Mille per contrastare l’avanzata dei turchi, che nel mondo musulmano si sono sostituiti agli arabi, ma anche per rispondere alla grande crescita economica e demografica dell’Occidente («in casa ormai le eredità a forza di dividerle si sono rimpicciolite»). È il 1095 quando papa Urbano II invita «i cristiani ad andare in Terrasanta, ad andarci in tanti sotto la guida dei loro principi, ad andarci armati e prendere possesso dei luoghi santi con la forza»: sono anni in cui il papato sperimenta con pieno successo una nuova capacità di iniziativa politica e di leadership internazionale, mentre l’impero attraversa una crisi in seguito alla Lotta per le Investiture. Ma fu anche un tentativo di convogliare le forze destabilizzanti per l’ordine sociale e usarle per un fine buono, mandandole a combattere i nemici di Dio. Siamo abituati a pensare al Medioevo come a un’epoca di grandi ideali religiosi, ed è innegabile: chi partì per riconquistare il Santo Sepolcro ci credeva sul serio, rischiava la pelle per uno scopo che riteneva gradito a Dio. Allo stesso tempo però le crociate furono anche una guerra di conquista e occupazione territoriale, tanto che gli storici oggi non esitano ad affermare che si tratta del primo esperimento coloniale europeo: il regno di Gerusalemme che si formò equivaleva a buona parte degli attuali Siria, Giordania, Israele, Palestina e Libano, e a questi si aggiungerà poi anche Cipro, ed è «la prima volta che gli europei provano a conquistare stabilmente un territorio fuori dall’Europa occidentale e a impiantarci una loro aristocrazia di padroni che sfruttano a proprio vantaggio le risorse locali». Chi partiva sapeva che si trattava di «una straordinaria occasione di conquista e arricchimento. Un’occasione un’unica per partire da casa e andare a costruirsi una posizione più alta nel nuovo mondo, l’Oltremare, come lo chiamavano, con un termine che dà in pieno il senso della grande avventura ch’essi sentivano di vivere». L’idea di crociata fu in breve condivisa e praticata ma divenne anche un’istituzione giuridica che portava alcuni privilegi a chi partiva (dilazione dei debiti, evita di confisca delle proprietà e tutela dei beni) e che venne gestita con parecchia disinvoltura dalle autorità, cioè dai papi contro i loro nemici interni, fossero un imperatore ostile o gli eretici catari: siccome le guerre costano, ogni crociata significava condurre complicati negoziati fra la Chiesa e i re per decidere quanto avrebbe dovuto spendere ciascuno (i re erano disposti a pagare, ma volevano che il papa li autorizzasse a tassare il clero dei loro regni). Chi provò a proporre di discutere anziché combattere, come San Francesco, o di raggiungere l’obiettivo pagando, come Federico II, fu pesantemente avversato. Nella prima parte del libro Barbero ricostruisce l’avventura della conquista e della perdita del Santo Sepolcro, il tentativo di riconquistarla e la caduta del Regno di Gerusalemme, attraverso personaggi fondamentali come Goffredo di Buglione, Luigi IX di Francia (il Santo) e Riccardo Cuor di Leone, sempre tenendo ben presenti i due aspetti fondamentali, quello della fede e quello dell’interesse; nella seconda parte mette a confronto l’idea cristiana di guerra santa con l’idea islamica di jihad, e stupisce vedere fino a dove si è spinto il pensiero cristiano (partendo dal ripudio completo delle armi e del servizio militare nei primi secoli di diffusione del cristianesimo) nell’esaltare la guerra e nel paragonare al martirio e alla santità non solo il fatto di morire combattendo gli infedeli ma anche il fatto di ucciderli; la stessa idea dei templari, ordine cavalleresco di guerrieri che sono anche monaci, sarebbe stata impensabile fino a pochi anni prima. Contemporaneamente stupisce constatare con quanta incisività il Corano presenti come necessaria la guerra contro i nemici di Dio in riferimento a citazioni bibliche. La terza parte del libro è quindi la più interessante e riporta il modo in cui i crociati vengono visti e raccontati dai popoli che incontrano lungo il loro cammino, attraverso i loro stessi occhi di “altri”. Per esempio, Anna Comnena, figlia dell’imperatore bizantino Alessio, li descrive dal punto di vista di una donna colta che si sente l’erede dell’impero romano, che parla e scrive in greco (lingua sconosciuta agli occidentali) e vede questi guerrieri come i barbari dell’Occidente, li chiama latini ma molto più spesso “celti” (provenendo in gran parte dalla Gallia). Anna riconosce la genuinità delle motivazioni ideali della massa, il fermento di gente che non ha niente da perdere e che si è mossa per motivi davvero religiosi, ma considera i capi come degli avidi calcolatori, li considera ambiziosi, irrazionali e passionali (in quanto barbari, non come i “romani di Bisanzio”), riconosce che sono dei grandi guerrieri (la loro cavalleria si rivela superiore a qualunque cosa i bizantini o i turchi sono in grado di mettere in campo, e lo stesso Alessio ne ammira il coraggio e li paragona agli eroi dell’antichità) ma è scandalizzata dal vedere che hanno preti che portano armi, li trova maleducati, gente che parla sempre e non sa come comportarsi davanti all’imperatore. Quello bizantino è un grande impero centralizzato e statalista, dove «l’economia è rigidamente subordinata alla volontà del governo, dove non c’è quasi commercio libero, ma soltanto commercio statalizzato, dove si pagano moltissime tasse e gli intellettuali affermano che è un bene perché così i ricchi non saranno troppo ricchi né i poveri troppo poveri: insomma uno straordinario impero che nei secoli delle Crociate sarà divorato e fatto a pezzi dagli occidentali, i quali invece hanno il capitalismo». Gli stessi crociati fanno fatica ad ammettere che i nemici non sono i bizantini ma che devono spingersi un po’ più in là per incontrare i musulmani, tanto sono diversi i due mondi. Ci sono poi le osservazioni dell’emiro di Cesarea Usaba Ibn Munqidh su quelli che chiama “franchi”, che registra differenze di usi e costumi e, come i bizantini, dice che gli occidentali sono rozzi e ignoranti: risulta interessantissimo il confronto fra la teoria degli umori araba di matrice classica (che si basa su una straordinaria tradizione culturale ma che è completamente inefficace) e la medicina occidentale che appare rozza agli occhi di un arabo ma si configura già come proto-chirurgia. Usama annota poi che i franchi non hanno alcuna gelosia nei confronti delle loro donne, alle quali concedono una libertà assolutamente scandalosa e vergognosa, e di conseguenza non hanno onore: il fatto che siano al tempo stesso così privi di gelosia maritale e così coraggiosi in guerra è una contraddizione che li rende incomprensibili. È la prova che uomini che restano dentro i valori della loro civiltà non riescono a interpretare il comportamento degli altri; paradossalmente, quelli con cui i musulmani vanno più d’accordo sono i templari, coloro che apparentemente hanno fatto voto di combatterli ma passano metà del loro tempo a negoziare, stanno con i loro capi e non si stupiscono della diversità. A Gerusalemme, anche quando è in mani cristiane, i musulmani possono pregare tranquillamente negli stessi spazi, vicino alla chiesa è costruita una moschea, pur nelle reciproche differenze. Non si tratta di un aprirsi all’altro, quanto di un ricondurre l’altro a sé: i crociati ammirano talmente i turchi che a un certo punto si convincono che anche loro sarebbero degni di essere cavalieri (la leggenda secondo cui Saladino sarebbe venuto segretamente in Europa, si sarebbe fatto armare cavaliere, avrebbe avuto una storia con Eleonora d’Aquitania e si sarebbe convertito in punto di morte al cristianesimo).