martedì 3 aprile 2018

Alessandro Barbero - Benedette guerre. Crociate e jihad

I concetti di guerra santa e jihadsono oggi così citati e dibattuti (spesso e volentieri a sproposito) che sembra paradossale il fatto che nessuno sappia di cosa si stia parlando. A rimettere le cose a posto ci pensa questo Benedette guerre. Crociate e jihad, libretto dello storico Alessandro Barbero che, come sempre in maniera chiara e semplice (visto che nasce da un ciclo di conferenze), spiega cosa sono state le crociate e come si sono evoluti questi concetti fondamentali nel rapporto cristianesimo-islam. E non è una cosa da poco, visto che le crociate sono un evento di cui la nostra società ha cominciato a vergognarci per la violenza arrecata al diverso (non solo ai musulmani ma anche agli ebrei, visto che la violenza antisemita compare in Europa per la prima volta durante le Crociate, oltre alle comunità manichee dei Balcani) fino a parlarne con fastidio e a dimenticarsene, per tacere di chi invece le celebra miticamente o le invoca per il presente (la retorica dello scontro di civiltà trova sempre terreno fertile). Cosa sono state le crociate dal punto di vista storico? Una forma molto particolare di pellegrinaggio, «uno straordinario momento catartico, il momento in cui chi può vive per una volta in prima persona tutti i significati profondi e anche tutti i rischi della propria religione», un pellegrinaggio armato a Gerusalemme per pregare sul Santo Sepolcro, conquistare la Città Santa e fare in modo che i pellegrini in futuro potessero andarci senza pericolo: un’idea, questa, nata a cavallo del Mille per contrastare l’avanzata dei turchi, che nel mondo musulmano si sono sostituiti agli arabi, ma anche per rispondere alla grande crescita economica e demografica dell’Occidente («in casa ormai le eredità a forza di dividerle si sono rimpicciolite»). È il 1095 quando papa Urbano II invita «i cristiani ad andare in Terrasanta, ad andarci in tanti sotto la guida dei loro principi, ad andarci armati e prendere possesso dei luoghi santi con la forza»: sono anni in cui il papato sperimenta con pieno successo una nuova capacità di iniziativa politica e di leadership internazionale, mentre l’impero attraversa una crisi in seguito alla Lotta per le Investiture. Ma fu anche un tentativo di convogliare le forze destabilizzanti per l’ordine sociale e usarle per un fine buono, mandandole a combattere i nemici di Dio. Siamo abituati a pensare al Medioevo come a un’epoca di grandi ideali religiosi, ed è innegabile: chi partì per riconquistare il Santo Sepolcro ci credeva sul serio, rischiava la pelle per uno scopo che riteneva gradito a Dio. Allo stesso tempo però le crociate furono anche una guerra di conquista e occupazione territoriale, tanto che gli storici oggi non esitano ad affermare che si tratta del primo esperimento coloniale europeo: il regno di Gerusalemme che si formò equivaleva a buona parte degli attuali Siria, Giordania, Israele, Palestina e Libano, e a questi si aggiungerà poi anche Cipro, ed è «la prima volta che gli europei provano a conquistare stabilmente un territorio fuori dall’Europa occidentale e a impiantarci una loro aristocrazia di padroni che sfruttano a proprio vantaggio le risorse locali». Chi partiva sapeva che si trattava di «una straordinaria occasione di conquista e arricchimento. Un’occasione un’unica per partire da casa e andare a costruirsi una posizione più alta nel nuovo mondo, l’Oltremare, come lo chiamavano, con un termine che dà in pieno il senso della grande avventura ch’essi sentivano di vivere». L’idea di crociata fu in breve condivisa e praticata ma divenne anche un’istituzione giuridica che portava alcuni privilegi a chi partiva (dilazione dei debiti, evita di confisca delle proprietà e tutela dei beni) e che venne gestita con parecchia disinvoltura dalle autorità, cioè dai papi contro i loro nemici interni, fossero un imperatore ostile o gli eretici catari: siccome le guerre costano, ogni crociata significava condurre complicati negoziati fra la Chiesa e i re per decidere quanto avrebbe dovuto spendere ciascuno (i re erano disposti a pagare, ma volevano che il papa li autorizzasse a tassare il clero dei loro regni). Chi provò a proporre di discutere anziché combattere, come San Francesco, o di raggiungere l’obiettivo pagando, come Federico II, fu pesantemente avversato. Nella prima parte del libro Barbero ricostruisce l’avventura della conquista e della perdita del Santo Sepolcro, il tentativo di riconquistarla e la caduta del Regno di Gerusalemme, attraverso personaggi fondamentali come Goffredo di Buglione, Luigi IX di Francia (il Santo) e Riccardo Cuor di Leone, sempre tenendo ben presenti i due aspetti fondamentali, quello della fede e quello dell’interesse; nella seconda parte mette a confronto l’idea cristiana di guerra santa con l’idea islamica di jihad, e stupisce vedere fino a dove si è spinto il pensiero cristiano (partendo dal ripudio completo delle armi e del servizio militare nei primi secoli di diffusione del cristianesimo) nell’esaltare la guerra e nel paragonare al martirio e alla santità non solo il fatto di morire combattendo gli infedeli ma anche il fatto di ucciderli; la stessa idea dei templari, ordine cavalleresco di guerrieri che sono anche monaci, sarebbe stata impensabile fino a pochi anni prima. Contemporaneamente stupisce constatare con quanta incisività il Corano presenti come necessaria la guerra contro i nemici di Dio in riferimento a citazioni bibliche. La terza parte del libro è quindi la più interessante e riporta il modo in cui i crociati vengono visti e raccontati dai popoli che incontrano lungo il loro cammino, attraverso i loro stessi occhi di “altri”. Per esempio, Anna Comnena, figlia dell’imperatore bizantino Alessio, li descrive dal punto di vista di una donna colta che si sente l’erede dell’impero romano, che parla e scrive in greco (lingua sconosciuta agli occidentali) e vede questi guerrieri come i barbari dell’Occidente, li chiama latini ma molto più spesso “celti” (provenendo in gran parte dalla Gallia). Anna riconosce la genuinità delle motivazioni ideali della massa, il fermento di gente che non ha niente da perdere e che si è mossa per motivi davvero religiosi, ma considera i capi come degli avidi calcolatori, li considera ambiziosi, irrazionali e passionali (in quanto barbari, non come i “romani di Bisanzio”), riconosce che sono dei grandi guerrieri (la loro cavalleria si rivela superiore a qualunque cosa i bizantini o i turchi sono in grado di mettere in campo, e lo stesso Alessio ne ammira il coraggio e li paragona agli eroi dell’antichità) ma è scandalizzata dal vedere che hanno preti che portano armi, li trova maleducati, gente che parla sempre e non sa come comportarsi davanti all’imperatore. Quello bizantino è un grande impero centralizzato e statalista, dove «l’economia è rigidamente subordinata alla volontà del governo, dove non c’è quasi commercio libero, ma soltanto commercio statalizzato, dove si pagano moltissime tasse e gli intellettuali affermano che è un bene perché così i ricchi non saranno troppo ricchi né i poveri troppo poveri: insomma uno straordinario impero che nei secoli delle Crociate sarà divorato e fatto a pezzi dagli occidentali, i quali invece hanno il capitalismo». Gli stessi crociati fanno fatica ad ammettere che i nemici non sono i bizantini ma che devono spingersi un po’ più in là per incontrare i musulmani, tanto sono diversi i due mondi. Ci sono poi le osservazioni dell’emiro di Cesarea Usaba Ibn Munqidh su quelli che chiama “franchi”, che registra differenze di usi e costumi e, come i bizantini, dice che gli occidentali sono rozzi e ignoranti: risulta interessantissimo il confronto fra la teoria degli umori araba di matrice classica (che si basa su una straordinaria tradizione culturale ma che è completamente inefficace) e la medicina occidentale che appare rozza agli occhi di un arabo ma si configura già come proto-chirurgia. Usama annota poi che i franchi non hanno alcuna gelosia nei confronti delle loro donne, alle quali concedono una libertà assolutamente scandalosa e vergognosa, e di conseguenza non hanno onore: il fatto che siano al tempo stesso così privi di gelosia maritale e così coraggiosi in guerra è una contraddizione che li rende incomprensibili. È la prova che uomini che restano dentro i valori della loro civiltà non riescono a interpretare il comportamento degli altri; paradossalmente, quelli con cui i musulmani vanno più d’accordo sono i templari, coloro che apparentemente hanno fatto voto di combatterli ma passano metà del loro tempo a negoziare, stanno con i loro capi e non si stupiscono della diversità. A Gerusalemme, anche quando è in mani cristiane, i musulmani possono pregare tranquillamente negli stessi spazi, vicino alla chiesa è costruita una moschea, pur nelle reciproche differenze. Non si tratta di un aprirsi all’altro, quanto di un ricondurre l’altro a sé: i crociati ammirano talmente i turchi che a un certo punto si convincono che anche loro sarebbero degni di essere cavalieri (la leggenda secondo cui Saladino sarebbe venuto segretamente in Europa, si sarebbe fatto armare cavaliere, avrebbe avuto una storia con Eleonora d’Aquitania e si sarebbe convertito in punto di morte al cristianesimo).

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