giovedì 5 aprile 2018

Alessandro Barbero - Le parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco

Papa Francesco: il comunista, l’eretico, il massone, l’anticristo, il satanista. Questi e altri epiteti caratterizzano l’alto (?) dibattito sul personaggio, soprattutto tra i cattolici, sorpresi ma più spesso sconcertati dal suo modo di esprimersi. Alcune sue espressioni, come il «se uno mi dice una parolaccia contro la mia mamma, ma gli aspetta un pugno!» che è sembrato giustificare gli assassini della sede di “Charlie Hebdo” a Parigi, o l’espressione argentina da lui usata “hacer lío”, che in italiano si traduce comunemente “fare casino”, hanno realmente fatto discutere. Proprio da qui parte Alessandro Barbero in questo Le parole del papa, libretto molto interessante che si indirizza a quelli che molto superficialmente pensano che la Chiesa sia un monolite immutabile e che nel corso dei secoli i papi abbiano parlato sempre nello stesso modo. Ovviamente nell’enciclica di papa Francesco Laudato si’non c’è traccia né di pugni né di casino, ma è importante notare che il modo di parlare dei papi varia da un’epoca all’altra: se un papa oggi utilizzasse i termini utilizzati nel Medioevo e nel Rinascimento provocherebbe molto più sconcerto di Papa Francesco. Questo perché il linguaggio con cui i papi si rivolgono al mondo è sempre stato espressione non solo della personalità individuale di ogni pontefice, ma anche di come si sente la Chiesa nel mondo, e non in ogni epoca la Chiesa ha occupato lo stesso posto: attraverso le parole dei papi è quindi possibile misurare il diverso modo di stare al mondo della Chiesa durante le varie epoche. Proprio questa idea di fondo renderà il libro indigesto a molti, per il piglio “progressista” di Barbero che si nota nel favore con cui guarda alla “promulgazione di leggi innovative nell’ambito familiare” ma soprattutto per il suo voler conciliare Chiesa e mondo e trovare una strada comune (vecchia questione che fa sempre inorridire molti). Ma Barbero è uno storico e fa parlare i documenti, quindi è un bene leggerlo. Soprattutto per rendersi conto di come, a ridosso dell’anno Mille, i papi erano sinceramente convinti di rappresentare non solo un’autorità religiosa per i fedeli ma anche di detenere il potere politico, e non di rado si avventuravano in dichiarazioni di sfiducia nei confronti “dei detentori del potere terreno che non sarebbero sfigurate sotto la penna di Marx o di Proudhon”. Gregorio VII si sentiva perfettamente legittimato a scomunicare l’imperatore Federico II con un intero corredo di immagini tratte dall’Apocalisse, Bonifacio VIII si scontrò contro il re di Francia Filippo il Bello con la bolla Unam sanctam che dimostrava, in maniera estremamente giuridica e cavillosa, il principio secondo cui la Chiesa detiene non solo il potere spirituale ma anche quello temporale. Il Rinascimento registra un’involuzione nel linguaggio dei papi: la retorica biblica rimane la stessa, grandiosa e colorita, ma il principio di autorità è un dogma sostituisce l’argomentazione, come dimostra il caso della bolla Exsurge Domine con cui Leone X condanna le tesi di Martin Lutero e la Regnans in excelsis con cui Pio V scomunica Elisabetta d’Inghilterra, quest’ultima molto interessante per vedere come il papa riteneva di aver ereditato da san Pietro una missione singolarmente bellicosa (sradicare, distruggere, dissolvere, disperdere…). Dopo le guerre di religione del Seicento, i governi cattolici scoprono che il parere del papa può anche non essere ascoltato, senza che ci siano conseguenze; i papi non sono più in grado di imporre la propria volontà ai re, come dimostra la bolla Unigenitusdi Clemente XI che condanna il giansenismo ma che viene accolta malissimo in Francia e altrove per l’ingerenza del papato nella vita religiosa nazionale. Con l’affermazione dell’illuminismo, del culto della ragione, del rifiuto del principio di autorità, e poi del liberalismo, della libertà di stampa e di opinione (per non parlare di quella di coscienza), il linguaggio dei papi dell’Ottocento diventa querulo e lacrimoso: i pontefici lamentano il governo dei malvagi, piangono il tracollo della morale, inorridiscono per il pervertimento dei costumi, con “il moltiplicarsi degli aggettivi e degli avverbi, che sovraccarica la frase e che col suo stesso ripetersi finisce per banalizzare l’indignazione”. La Mirari vos di Gregorio XVI è perfettamente esplicativa di questo atteggiamento: tutto ciò che è nuovo è male, la Chiesa è perfetta così com’è e baluardo contro ogni novità, e il dovere del papa è dire di no, sempre e comunque. Si deve arrivare alla Rerum novarum di Leone XIII per sentire parole nuove e toni propositivi: i papi imparano a riconoscere i problemi, a non dare ordini, a intervenire nella sfera sociale ed economica sollecitando la collaborazione di tutti, muovendosi con la cautela necessaria nella consapevolezza di non essere ascoltati e sapendo che nel mondo la fiducia bisogna conquistarsela. E scoprono anche la capacità di creare frasi a effetto che possano fare presa, come la condanna della Prima Guerra Mondiale come “inutile strage” da parte di Benedetto XVI, o l’appello “la pace, la pace, la pace a tutto questo mondo” di Pio XI, fino ai “Segni dei tempi” della Pacem in terris di Giovanni XXIII, «un’immagine di matrice apocalittica (che) si tramuta in strumento di descrizione e analisi del presente. (…) Le novità dell’epoca non sono degenerazioni da respingere, ma segnano il dispiegarsi d’un disegno provvidenziale, e vanno dunque comprese e accettate». È quindi possibile dire che con i papi del Novecento e il tanto vituperato Concilio Vaticano II la Chiesa riscopre un modo nuovo di parlare al mondo e recupera un ruolo diverso, oltre alla capacità di non dare più ordini ma di parlare con la forza dei fatti, come fa Paolo VI con l’enciclica Populorum progressio, che premette che la Chiesa non intende intromettersi in politica ma dichiara allo stesso tempo cosa deve essere fatto per salvare il mondo, non nel senso di un’imposizione ma di un allarme da cogliere per evitare gravissime conseguenze.

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