venerdì 25 maggio 2018

Walter Scott - Waverley. Seconda parte

Ci ho provato, ma la mia è un’ammissione di resa. La seconda e ultima parte di Waverley di Walter Scott esce per Gondolin e porta a conclusione la ripubblicazione delle opere (corredate da illustrazioni d’epoca) dell’autore sulla Scozia delle rivolte giacobite iniziate con Rob Roy. Non credo ce ne saranno altre di Scott, visto l’entusiasmo praticamente nullo destato dalla pubblicazione della prima parte e dalle prenotazioni della seconda, per lo più ignorato dalle librerie nonostante il risveglio dell’interesse verso l’ambientazione come prova la serie televisiva The Outlander e i romanzi di Diana Gabaldon da cui è tratta. Insomma, forse c’era un motivo se Scott era da tempo scomparso dal mercato italiano, e tutto ciò rende la misura di quanto capisca io di mercato e di editoria, rendendo le pubblicazioni di Gondolin sempre più di nicchia. Certo, l’opera presenta tutte le difficoltà del caso: un romanzo di inizio Ottocento ha le sue peculiarità, a cominciare dalle intenzioni moraleggianti, dai componimenti poetici e folklorici e dalle numerose citazioni letterarie, e presuppone che il lettore entri nel panorama politico del tempo, e non è una cosa facile per un italiano di oggi che della Scozia conosce Braveheart e le cornamuse. Nonostante questo, Waverley è un romanzo molto interessante: come scritto a proposito della prima parte, è meno moderno di Rob Roy (la narrazione è in terza persona con molte intromissioni da parte del narratore onnisciente e non in prima) ma ne rappresenta per certi versi il modello. L’intero romanzo si configura come il viaggio del protagonista alla ricerca della maturità e del proprio posto nel mondo, in un paese che, appena 60 anni prima dell’epoca in cui scrive l’autore, era parecchio diverso: la stessa scelta d’amore che il giovane Edward dovrà compiere tra la focosa Flora Mac-Ivor (che l’ha rifiutato) e la garbata Rose Bradwardine (che lo ama segretamente) rappresenta il conflitto fra la vecchia Scozia degli Stuart e dei clan e la nuova Scozia unificata degli Hannover e dell’economia di mercato. Una dialettica non senza conflitti e destinata spesso al fallimento, vista l’irriducibilità dei sostenitori della causa Stuart. La narrazione ricomincia precisamente da dove si era interrotta la prima, con il nostro eroe accusato di diserzione e rivolta e quindi arrestato; ovviamente viene prontamente liberato, torna a fianco del ribelle Fergus Mac-Ivor Ian Vohr di Glennaquoich (fratello di Flora) e finisce alla corte del pretendente al trono Carlo Edoardo Stuart, il Bonnie Prince Charlie che trovate spesso sulle confezioni dei biscotti al burro Walkers. La prima battaglia contro gli inglesi è vinta ma viene quasi sfidato a duello dall’orgoglioso Fergus, che lo crede erroneamente fidanzato di Rose (su cui ha delle mire), ed è il pretendente in persona a riconciliarli. La battaglia successiva è un disastro: Waverley ha la fortuna di salvare dalla morte il colonnello Talbot, un amico di suo zio, che dopo la sconfitta dell’esercito giacobita riesce a fargli ottenere il perdono e a farlo riabilitare, prodigandosi per la sua felicità insieme a Rose. Per tutte le altre considerazioni rimando a quanto scritto in occasione dell’uscita della prima parte QUI.

lunedì 21 maggio 2018

Bruce Dickinson - A cosa serve questo pulsante? Autobiografia

Per chi scrive gli Iron Maiden sono il metal. Punto. Fino al 1988 sono stati la migliore band del pianeta e della storia: mi hanno fatto crescere e hanno contribuito a rendermi quello che sono, e non li rinnegherò mai, neanche a fronte delle schifezze prodotte dal 1990 in poi (con qualche rara eccezione). Che dire poi del loro cantante, Bruce Dickinson, carismatico e scimmiesco frontman dalla voce tenorile? Raggiunti i 60 anni e lo status di culto, e soprattutto dopo aver sconfitto il cancro, il buon Bruce si è concesso la pubblicazione di un’autobiografia, A cosa serve questo pulsante?, della cui stesura si è occupato (pare) di persona senza l’aiuto di ghostwriter. Non è la classica autobiografia di una rockstar che racconta gossip o retroscena estremi, anzi gli Iron Maiden costituiscono solo una parte del percorso di vita del nostro eroe e compaiono solo dopo un centinaio di pagine, ed è per questo che la sua lettura può interessare tutti e non solo i fan in senso stretto. Piuttosto, si tratta di un racconto della ricerca della libertà attraverso una continua ricerca artistica, il “teatro della mente” come la definisce lo stesso Bruce, la sua idea di espressione musicale, «che ha la musica come proscenio e il cervello come palcoscenico». Per fare questo il nostro sacrifica molte cose, a partire dalle mogli e dai figli (di cui non si parla mai), come spiega lui stesso: «Se avessi deciso di includere aerei, mogli, divorzi, figli e attività imprenditoriali, il libro avrebbe raggiunto le ottocento pagine e sarebbe stato uno di quei mattoni perfetti per ammazzare qualcuno o per cambiare le gomme degli autobus di Londra. […] C’è già tanta carne al fuoco e aggiungerne altra sarebbe stata un’esagerazione. Ed esagerare, come diceva Winston Churchill, è un po’ come gettare bombe sulle macerie». A partire dal racconto della sua infanzia (quando fu espulso da scuola per aver orinato nella minestra del preside, giusto per irrobustirne il sapore), Bruce si caratterizza subito come un personaggio molto pungente, forte e deciso (è cresciuto contando prevalentemente sulle proprie forze), pieno di humour alla Monty Python e a volte un po’ logorroico, selettivo e amante della precisione, colto anche se indisciplinato, dalla personalità poliedrica e dai molteplici interessi, un mix tra il tipico selfcontrol britannico e l’aggressività. Tutto è trattato attraverso brevi capitoli in ordine cronologico (con qualche digressione, come nel caso dell’utilizzo della voce): il rapporto con i parenti, le esperienze scolastiche, il bullismo subito, la scoperta della musica rock (con In Rock dei Deep Purple), la presa di coscienza di saper cantare (intonando Let It Be mentre picchiava sui bonghi), le prime esperienze come cantante, la vomitata in faccia al suo idolo Ian Gillan, l’entrata nei Samson e poi negli Iron Maiden in sostituzione di Paul Di’Anno, i rapporti con il mitico produttore Martin Birch, cintura nera di karate e in possesso di un alter ego, Marvin, capace di manifestarsi nei momenti più impensabili. Qua e là ci sono episodi veramente spassosi come quando il piccolo Bruce stava con i genitori che gestivano un albergo («Una notte due uomini si incontrarono nell’oscurità. Entrambi pensarono di essersi scambiati delle audaci carezze con un’ospite donna e il mattino dopo ci volle un po’ per rimettere le cose a posto»), o degli aneddoti riguardanti altri personaggi della scena, come il sequestro, da parte protezione animali, del maiale di Blackie Lawless che il leader dei WASP avrebbe dovuto sacrificare sul palco («Ci vivevo, con quel maiale. Ha provato con noi ogni giorno, dormiva in casa mia»). Straordinario è il racconto del tour degli Iron Maiden in Polonia nel 1985 con la guardia del corpo loro assegnata, Josef, che «parlava pochissimo l’inglese ed era stato addestrato dall’esercito sovietico a uccidere la gente in modo inaspettati e fantasiosi»: tentarono di trasmettergli la loro idea del mondo e gli fecero fumare dell’erba, mandandolo fuori di testa. Bisogna però ammettere che, per un fan duro e puro come me, che reputa la tetralogia Piece Of Mind - Powerslave - Somewhere In Time - Seventh Son Of A Seventh Son (con in mezzo il live Live After Death) come irripetibile per chiunque, il racconto di quegli anni è abbastanza deludente. Certo, c’è qualche aneddoto su qualche composizione o avventura di studio, ma sembra quasi che per i diretti interessati quegli anni siano stati un incubo, e probabilmente lo furono, soprattutto per Bruce. È proprio vero che la realtà non è mai quella immaginata dai fan, che pensano alla giovinezza della loro band preferita come a tempi felici (Steve Harris, bassista padre padrone degli Iron Maiden, viene nominato pochissimo nell’arco di tutto il libro: è un caso?). C’era grande creatività, ma anche un meccanismo pronto a stritolare chiunque: una routine disco-tour-disco-tour che non conosceva fine, sempre sul tour bus, sempre in giro per il mondo, a suonare nei quattro angoli del globo, e poi di nuovo in studio, quindi ancora in tour, con conseguenze fisiche e mentali devastanti. Ed è qui che emerge la figura di Rod Smallwood, manager degli Iron Maiden e vero artefice del loro successo, un vecchio marpione con il dollaro al posto della pupilla negli occhi come Zio Paperone che ha sempre calcolato tutto sin nei minimi dettagli per sfondare sfruttando a vantaggio proprio e della band qualsiasi problema o accusa. Come nel caso del celeberrimo soprannome di Bruce, Air Raid Siren: un fan del vecchio cantante Paul Di’Anno scrisse una lettera di protesta definendo il nuovo cantante una sirena antiaerea, e Rod utilizzò subito la definizione a proprio vantaggio coniando il soprannome con cui Bruce è diventato famoso. A volte, scorrendo le pagine, si ritrova la stessa logica che ha portato i Maiden a essere una delle band più famose del pianeta, a fare tour sempre strapieni di pubblico, a produrre album sempre più brutti ma acclamati ovunque, insomma quell’atteggiamento fastidioso da multinazionale della musica che pubblicizza quanto sono felici ora che sono tutti fratelli (con figli al seguito) e che traspare da tutti i documentari della band usciti dalla reunion del 1999 in poi. A salvare Bruce dalla deriva venne la scherma, che gli diede equilibrio nel momento in cui l’equilibrio sembrava essersene andato già con i primi tour; a un certo punto decise addirittura di passare dall’usare il braccio destro a quello sinistro, reinventandosi le proprie connessioni neuromotorie. Durante il Somewhere On Tour si mise anche a scrivere un romanzo, The Adventures Of Lord Iffy Boatrace, sulle avventure un aristocratico transessuale, a cui diede un seguito (The Missionary Position), che non ho mai letto ma che devono essere parecchio demenziali. Il disagio di restare intrappolato nella macchina Iron Maiden fu tale che nel 1993 abbandonò la band per rientrarci solo nel 1999, quando, a suo dire, fece ritorno da persona cresciuta e trovò un ambiente diverso, molto più incline al dialogo (e per questo i toni usati sono forse troppo enfatici ed entusiastici, soprattutto riguardo a schifezze come gli album A Matter Of Life And Death e The Final Frontier). Nel frattempo, si è dedicato a una carriera solista inizialmente incerta (l’incerto Balls To Picasso, l’orrida svolta grunge di Skunkworks e il ritorno in carreggiata con i bellissimi Accident Of Birth The Chemical Wedding), ha sviluppato la passione per il volo e gli aerei che l’ha caratterizzato sin dall’infanzia (grazie al suo zio acquisito John, ex pilota della RAF) e l’ha portato a essere pilota di aereo e a pilotare un gigantesco Boeing 757 e il triplano Fokker del Barone Rosso, oltre che a tenere seminari a businessmen sulla gestione aziendale; non finisce qui, perché Bruce ha maturato anche un’esperienza come speaker radiofonico, è stato autore di sceneggiature (il film Chemical Wedding sul mago Aleister Crowley) e addirittura birraio (la birra Trooper degli Iron Maiden). Particolarmente sentiti e commossi sono gli ultimi capitoli in cui il nostro rievoca la pericolosa avventura di un concerto benefico nella Sarajevo sotto assedio del 1994 (di cui Bruce va particolarmente fiero) e soprattutto la sua battaglia (vinta) con coraggio contro il cancro alla gola, che non risparmia i dettagli più spiacevoli e crudi. Come si fa a non voler bene a un uomo così?

martedì 15 maggio 2018

Marco Marzano - La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata

Papa Francesco è un personaggio che suscita reazioni estreme, da una parte come dall’altra: valga per tutti l’esempio dell’entusiasmo di cui l’ha sempre circondato la stampa, soprattutto di marca progressista (un nome su tutti: Eugenio Scalfari), che continua a tesserne le lodi e lo accredita come iniziatore di un cambiamento epocale nella Chiesa cattolica. Di contro viene attaccato e addirittura demonizzato dalla destra ecclesiastica, conservatori e tradizionalisti, che lo accusano di essere troppo progressista e nemico della tradizione e della dottrina, ma quello che stupisce è la critica che ne fa nel libro La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata il sociologo Marco Marzano, che lo attacca nientemeno che da sinistra: Bergoglio sarebbe un conservatore travestito da rivoluzionario che, al di là di qualche discorso e frase a effetto, ha guidato la Chiesa in cinque anni (tanti ne sono passati dalla sua elezione) di totale immobilismo. Per Marzano c’è una bella differenza tra il parlare di riforme e il fare le riforme, e di riforme il papa argentino non ne ha proprio fatte: le speranze di cambiamento annunciate al momento della sua elezione non si sono in minima parte realizzate e anzi hanno lasciato inalterati i rapporti di potere all’interno della Chiesa, tra le donne e gli uomini, tra i laici e il clero, tra il centro e la periferia, senza contare la morale sessuale e la comunione ai divorziati (tema scottante dell’incriminato capitolo otto di Amoris Laetitia). Da sociologo, Marzano riduce il dibattito sul papa e sulla Chiesa al piano organizzativo-sociologico, tralasciando ogni discorso di tipo spirituale o di fede, e questo può disorientare un lettore cattolico. Perché Bergoglio non fa le riforme? Perché la Chiesa, dice Marzano, al di là delle grandi differenziazioni fra conservatori e progressisti, è irriformabile e non può cambiare, visto che si tratta di una grande organizzazione globale burocratica e gerarchica con quasi 500.000 funzionari retribuiti, 5.000 vescovi, oltre 200 cardinali e un patrimonio immobiliare immenso. Il suo vertice non può cambiare, altrimenti sarebbe suicida. Figuriamoci se la può cambiare Francesco, che per tutta la vita è stato un conservatore ed è stato eletto papa (e quindi guida e volto dell’istituzione) da un conclave di cardinali eletti dai suoi predecessori conservatori Wojtyla e Ratzinger, in un quadro di immobilismo inevitabile. La grandezza della Chiesa cattolica sta nella sua compattezza, e il papa è un politico che deve difendere i privilegi di cui l’organizzazione che presiede gode nei diversi continenti. L’ultima vera riforma per Marzano è stata la Controriforma, quando c’è stata la crisi della Riforma luterana e la Chiesa si è trovata veramente con l’acqua alla gola: oggi non ha alcuna ragione per cambiare, visto che in Africa e in Asia la Chiesa cresce (a livello sia di battezzati sia di clero); è vero che in Europa perde colpi, ma esattamente come tutte le altre chiese, compresa quella anglicana che ha adottato tutte quelle innovazioni (le donne pastori, gli omosessuali preti e vescovi) che piacciono tanto ai progressisti. La Chiesa non può permettersi l’abbandono di un modello di struttura romanocentrico e attuare una decentralizzazione che tolga potere alla Curia romana in favore delle conferenze episcopali locali, perché ciò significherebbe avviare un processo di disgregazione: il mondo dei fedeli è diviso, proprio come le chiese protestanti, che sono tutte divise tra posizioni opposte. L’aspetto più interessante del libro l’analisi che Marzano fa dei media e del sistema della comunicazione che «tratta la Chiesa come se fosse un’azienda “liquida”, nella quale brand, cultura organizzativa, norme e ragione sociale possono cambiare a seguito di un’alzata di ingegno dell’amministratore delegato o della trovata di un direttore di marketing», con il papa perfetto interprete di questa regia che ricerca «un divo, un uomo in grado da solo di aggirare, scavalcare e sostituire l’organizzazione, riportando la gente nelle chiese o restaurando la purezza del messaggio evangelico». In un’epoca dominata dai mezzi di comunicazione e sempre alla disperata ricerca di personaggi e simboli da consumare, Francesco ha inaugurato la “politica dell’amicizia”, «ovvero la tendenza a considerare irrilevanti le distanze ideologiche e culturali e secondaria la dottrina morale e a privilegiare, al contrario, un irenismo in definitiva privo sia di forma che di distanza», senza troppa teologia ma con la costruzione di una «molto gesuitica, “spiritualità flessibile”, basata più sui sentimenti che sulle regole, insofferente agli steccati, ai valori troppo rigidi, alle riflessioni troppo serrate»: la stagione dei conflitti è finita e non c’è alcuna ragione di essere duri nei confronti dell’opposizione interna (che non esiste più, dalla teologia della liberazione ai lefebvriani), e quindi il papa è l’ecumenica rappresentante di tutto il cattolicesimo e forse di tutto il cristianesimo nel mondo. In questo tipo di Chiesa «non ci sono steccati perché mancano delle autentiche opzioni di fondo; tutte le eterodossie possono trovare un loro spazio, purché siano disposte a riconoscere il ruolo di pastore e di guida suprema dell’intero cristianesimo che il moderno principe romano si è assegnato». La secolarizzazione, secondo Marzano, ha cambiato lo stile della comunicazione del pontefice, abbandonando le fiamme dell’inferno, le profezie di sventura e i castighi divini a favore di una “spiritualità positiva”: «il messaggio religioso nel nostro tempo può diventare attraente solo se consente, o meglio promette, a chi lo fa proprio di “vivere meglio”, di realizzare le proprie aspirazioni, di condurre un’esistenza più ricca e serena», e per questo compito «non c’è alcun bisogno di cambiare la struttura ecclesiale: è sufficiente incoraggiare la riqualificazione del personale, in direzione di una guida spirituale più dolce, meno severa, più attenta alle istanze individuali, meno interessata ad emettere giudizi che a prestare con umiltà soccorso là dove serve». Il libro affronta anche la piccola ma agguerrita schiera di irriducibili nemici di Bergoglio che, esaltandone le modeste innovazioni ed esagerandone portata e conseguenze, «hanno finito con il rafforzare l’immagine di Francesco come (pericoloso ai loro occhi) rivoluzionario»: una specie di “leggenda metropolitana” che ha svolto «un lavoro perfettamente simmetrico, da sponde opposte, a quello degli apologeti più esaltati».

lunedì 14 maggio 2018

Antonio Caprarica - Il romanzo di Londra

Se Il romanzo dei Windsor si è rivelato una gradita sorpresa, Il romanzo di Londra conferma la verve e la bontà di Antonio Caprarica quando parla di materia inglese. Il titolo è più o meno lo stesso, e tratta Londra come un vero e proprio personaggio da romanzo, traboccante di storie, fascino e mistero. Anche la copertina, che ritrae il nostro eccentrico autore travestito da Sherlock Holmes con un nebbioso Tower Bridge alle sue spalle, è perfetta in questo senso e ci introduce in un racconto che, con il tipico stile di Caprarica che mescola storia e pettegolezzo, intende andare al di là delle solite guide turistiche (tutte uguali) e racchiudere lo spirito di questa città che esercita sul mondo intero un fascino e un’attrazione difficilmente riscontrabili altrove. E se questo è vero per il mondo globale di oggi, lo era anche in passato. La capitale inglese è da secoli leader nella moda, nella politica e nella finanza, e quello che è apparso per la prima volta qui, dalla metropolitana al bancomat, è stato poi copiato in tutto il mondo. Città sempre in fermento e rumorosissima, Londra è stata la prima metropoli globale: nel 1800 aveva un milione di abitanti, il doppio di Parigi, che divennero tre milioni 50 anni dopo e sei milioni all’inizio del Novecento. E questo nonostante le grandi calamità che l’hanno colpita nel corso dei secoli: la peste del 1665 che falcidiò la popolazione uccidendo un londinese su cinque; il Grande Incendio del 1666, il cataclisma che rase al suolo gran parte della città; il Blitz tedesco del 1940-41 che danneggiò quasi tutti i monumenti cittadini ma si abbatté in particolare sull’East End. Londra ha sempre avuto la capacità di cambiare sempre la sua pelle e di risorgere dalle sue ceneri, tanto che la fenice è divenuta il suo simbolo: il grande ricostruttore della cattedrale di St. Paul, Christopher Wren, volle che al suo interno fosse inserita una delle pietre che si era salvata dall’incendio con inciso un versetto di Metteo, resurgam, “risorgerò”. Lo stesso East End, un tempo una delle parti più miserabili, malfamate e abiette e ora trasformato dalle Olimpiadi del 2012 e divenuto centro delle startup e dello stile: il sobborgo Shoreditch si è riscoperto il posto alla moda per eccellenza dove andare a prendere l’aperitivo, mentre Whitechapel, un tempo simbolo del peccato, della perversione e dell’orrore (fu il teatro delle imprese di Jack lo Squartatore), è diventata sede della più importante galleria d’arte della città. A tutto questo Caprarica aggiunge la sua esperienza personale cominciata in piena Swinging London quando, appena quattordicenne, fu avventore di un locale di striptease di Soho e si imbatté in una spogliarellista capace di chiedere provocatoriamente ai suoi giovani spettatori «Fascinating, isn’t it?». Si capisce quindi che il suo racconto della città è inscindibile dai racconti di gozzoviglie e depravazioni che l’hanno sempre contraddistinta, a partire proprio dal tempio del peccato di Soho, con la diffusione dell’alcolismo (nel Settecento la popolazione inglese era un decimo di quella attuale e il consumo di gin era dieci volte superiore a quella di oggi), del gioco (soprattutto d’azzardo) e della prostituzione (anche minorile): Londra offriva veramente qualsiasi cosa per tutti i gusti, tanto che non si può non ricordare la famosa frase di Samuel Johnson «Un uomo che è stanco di Londra è stanco della vita». Caprarica racconta quindi la città come luogo della libertà (ambito che finisce esattamente dove incomincia la libertà degli altri), il rispetto per le tradizioni, l’emozione condivisa per il funerale di grandi personaggi, l’understatement, ovvero la dichiarata attitudine a rimpicciolire le cose e le persone, e la self-deprecation, «cioè l’attitudine a svalutarsi o diminuirsi, quasi a rassicurare gli altri comuni inglesi di non nutrire alcuna pretesa di superiorità se non fondata sulle buone, antiche e accettate consuetudini sociali». Allo stesso tempo cerca di esprimere il paradosso di un Paese che è da sempre aperto nei confronti degli stranieri e dei migranti (Carlo II aprì le porte agli ugonotti provenienti dalla Francia) ma che allo stesso tempo è del tutto chiuso nella sua struttura sociale: emblematico il caso dei milionari proprietari di miniere d’oro e di diamanti in Sudafrica arrivati nella seconda metà dell’Ottocento che chiesero al duca di Westminster di poter comprare delle proprietà su Park Lane ma si videro rifiutare la richiesta in quanto ebrei e avventurieri, per di più provenienti dall’East End. Tra le pagine del libro si muovono Charles Dickens, Lady Diana e la sua antenata Georgiana Spencer, ma c’è spazio anche per l’ossessione inglese per i fantasmi, come quello di una donna assassinata e decapitata dal marito nel Settecento che talvolta esce dal laghetto di Buckingham Palace e che ha fatto uscire di strada un automobilista: arrestato dalla polizia per ubriachezza, è stato assolto dal giudice. Senza dimenticare la fascinazione della città per il delitto: solo a Londra è possibile trovare Martin Fido, che ha scritto A Murder Guide To London, o De Quincey, autore de L’assassino come una delle belle arti, per non parlare dei gemelli Kray, feroci ed efferati banditi che uccidevano spesso a mani nude ed estesero il loro regno criminale (il racket delle estorsioni e dei locali notturni) a partire dall’East End, pur risultando amatissimi dalla gente. Se siete alla ricerca di una guida tradizionale statene lontani, se invece siete di quelli che cercano qualcosa di più della solita visita al museo delle cere di Madame Tussauds o di un giro sul London Eye Il romanzo di Londra potrebbe davvero fare al caso vostro.