lunedì 21 maggio 2018

Bruce Dickinson - A cosa serve questo pulsante? Autobiografia

Per chi scrive gli Iron Maiden sono il metal. Punto. Fino al 1988 sono stati la migliore band del pianeta e della storia: mi hanno fatto crescere e hanno contribuito a rendermi quello che sono, e non li rinnegherò mai, neanche a fronte delle schifezze prodotte dal 1990 in poi (con qualche rara eccezione). Che dire poi del loro cantante, Bruce Dickinson, carismatico e scimmiesco frontman dalla voce tenorile? Raggiunti i 60 anni e lo status di culto, e soprattutto dopo aver sconfitto il cancro, il buon Bruce si è concesso la pubblicazione di un’autobiografia, A cosa serve questo pulsante?, della cui stesura si è occupato (pare) di persona senza l’aiuto di ghostwriter. Non è la classica autobiografia di una rockstar che racconta gossip o retroscena estremi, anzi gli Iron Maiden costituiscono solo una parte del percorso di vita del nostro eroe e compaiono solo dopo un centinaio di pagine, ed è per questo che la sua lettura può interessare tutti e non solo i fan in senso stretto. Piuttosto, si tratta di un racconto della ricerca della libertà attraverso una continua ricerca artistica, il “teatro della mente” come la definisce lo stesso Bruce, la sua idea di espressione musicale, «che ha la musica come proscenio e il cervello come palcoscenico». Per fare questo il nostro sacrifica molte cose, a partire dalle mogli e dai figli (di cui non si parla mai), come spiega lui stesso: «Se avessi deciso di includere aerei, mogli, divorzi, figli e attività imprenditoriali, il libro avrebbe raggiunto le ottocento pagine e sarebbe stato uno di quei mattoni perfetti per ammazzare qualcuno o per cambiare le gomme degli autobus di Londra. […] C’è già tanta carne al fuoco e aggiungerne altra sarebbe stata un’esagerazione. Ed esagerare, come diceva Winston Churchill, è un po’ come gettare bombe sulle macerie». A partire dal racconto della sua infanzia (quando fu espulso da scuola per aver orinato nella minestra del preside, giusto per irrobustirne il sapore), Bruce si caratterizza subito come un personaggio molto pungente, forte e deciso (è cresciuto contando prevalentemente sulle proprie forze), pieno di humour alla Monty Python e a volte un po’ logorroico, selettivo e amante della precisione, colto anche se indisciplinato, dalla personalità poliedrica e dai molteplici interessi, un mix tra il tipico selfcontrol britannico e l’aggressività. Tutto è trattato attraverso brevi capitoli in ordine cronologico (con qualche digressione, come nel caso dell’utilizzo della voce): il rapporto con i parenti, le esperienze scolastiche, il bullismo subito, la scoperta della musica rock (con In Rock dei Deep Purple), la presa di coscienza di saper cantare (intonando Let It Be mentre picchiava sui bonghi), le prime esperienze come cantante, la vomitata in faccia al suo idolo Ian Gillan, l’entrata nei Samson e poi negli Iron Maiden in sostituzione di Paul Di’Anno, i rapporti con il mitico produttore Martin Birch, cintura nera di karate e in possesso di un alter ego, Marvin, capace di manifestarsi nei momenti più impensabili. Qua e là ci sono episodi veramente spassosi come quando il piccolo Bruce stava con i genitori che gestivano un albergo («Una notte due uomini si incontrarono nell’oscurità. Entrambi pensarono di essersi scambiati delle audaci carezze con un’ospite donna e il mattino dopo ci volle un po’ per rimettere le cose a posto»), o degli aneddoti riguardanti altri personaggi della scena, come il sequestro, da parte protezione animali, del maiale di Blackie Lawless che il leader dei WASP avrebbe dovuto sacrificare sul palco («Ci vivevo, con quel maiale. Ha provato con noi ogni giorno, dormiva in casa mia»). Straordinario è il racconto del tour degli Iron Maiden in Polonia nel 1985 con la guardia del corpo loro assegnata, Josef, che «parlava pochissimo l’inglese ed era stato addestrato dall’esercito sovietico a uccidere la gente in modo inaspettati e fantasiosi»: tentarono di trasmettergli la loro idea del mondo e gli fecero fumare dell’erba, mandandolo fuori di testa. Bisogna però ammettere che, per un fan duro e puro come me, che reputa la tetralogia Piece Of Mind - Powerslave - Somewhere In Time - Seventh Son Of A Seventh Son (con in mezzo il live Live After Death) come irripetibile per chiunque, il racconto di quegli anni è abbastanza deludente. Certo, c’è qualche aneddoto su qualche composizione o avventura di studio, ma sembra quasi che per i diretti interessati quegli anni siano stati un incubo, e probabilmente lo furono, soprattutto per Bruce. È proprio vero che la realtà non è mai quella immaginata dai fan, che pensano alla giovinezza della loro band preferita come a tempi felici (Steve Harris, bassista padre padrone degli Iron Maiden, viene nominato pochissimo nell’arco di tutto il libro: è un caso?). C’era grande creatività, ma anche un meccanismo pronto a stritolare chiunque: una routine disco-tour-disco-tour che non conosceva fine, sempre sul tour bus, sempre in giro per il mondo, a suonare nei quattro angoli del globo, e poi di nuovo in studio, quindi ancora in tour, con conseguenze fisiche e mentali devastanti. Ed è qui che emerge la figura di Rod Smallwood, manager degli Iron Maiden e vero artefice del loro successo, un vecchio marpione con il dollaro al posto della pupilla negli occhi come Zio Paperone che ha sempre calcolato tutto sin nei minimi dettagli per sfondare sfruttando a vantaggio proprio e della band qualsiasi problema o accusa. Come nel caso del celeberrimo soprannome di Bruce, Air Raid Siren: un fan del vecchio cantante Paul Di’Anno scrisse una lettera di protesta definendo il nuovo cantante una sirena antiaerea, e Rod utilizzò subito la definizione a proprio vantaggio coniando il soprannome con cui Bruce è diventato famoso. A volte, scorrendo le pagine, si ritrova la stessa logica che ha portato i Maiden a essere una delle band più famose del pianeta, a fare tour sempre strapieni di pubblico, a produrre album sempre più brutti ma acclamati ovunque, insomma quell’atteggiamento fastidioso da multinazionale della musica che pubblicizza quanto sono felici ora che sono tutti fratelli (con figli al seguito) e che traspare da tutti i documentari della band usciti dalla reunion del 1999 in poi. A salvare Bruce dalla deriva venne la scherma, che gli diede equilibrio nel momento in cui l’equilibrio sembrava essersene andato già con i primi tour; a un certo punto decise addirittura di passare dall’usare il braccio destro a quello sinistro, reinventandosi le proprie connessioni neuromotorie. Durante il Somewhere On Tour si mise anche a scrivere un romanzo, The Adventures Of Lord Iffy Boatrace, sulle avventure un aristocratico transessuale, a cui diede un seguito (The Missionary Position), che non ho mai letto ma che devono essere parecchio demenziali. Il disagio di restare intrappolato nella macchina Iron Maiden fu tale che nel 1993 abbandonò la band per rientrarci solo nel 1999, quando, a suo dire, fece ritorno da persona cresciuta e trovò un ambiente diverso, molto più incline al dialogo (e per questo i toni usati sono forse troppo enfatici ed entusiastici, soprattutto riguardo a schifezze come gli album A Matter Of Life And Death e The Final Frontier). Nel frattempo, si è dedicato a una carriera solista inizialmente incerta (l’incerto Balls To Picasso, l’orrida svolta grunge di Skunkworks e il ritorno in carreggiata con i bellissimi Accident Of Birth The Chemical Wedding), ha sviluppato la passione per il volo e gli aerei che l’ha caratterizzato sin dall’infanzia (grazie al suo zio acquisito John, ex pilota della RAF) e l’ha portato a essere pilota di aereo e a pilotare un gigantesco Boeing 757 e il triplano Fokker del Barone Rosso, oltre che a tenere seminari a businessmen sulla gestione aziendale; non finisce qui, perché Bruce ha maturato anche un’esperienza come speaker radiofonico, è stato autore di sceneggiature (il film Chemical Wedding sul mago Aleister Crowley) e addirittura birraio (la birra Trooper degli Iron Maiden). Particolarmente sentiti e commossi sono gli ultimi capitoli in cui il nostro rievoca la pericolosa avventura di un concerto benefico nella Sarajevo sotto assedio del 1994 (di cui Bruce va particolarmente fiero) e soprattutto la sua battaglia (vinta) con coraggio contro il cancro alla gola, che non risparmia i dettagli più spiacevoli e crudi. Come si fa a non voler bene a un uomo così?

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