martedì 15 maggio 2018

Marco Marzano - La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata

Papa Francesco è un personaggio che suscita reazioni estreme, da una parte come dall’altra: valga per tutti l’esempio dell’entusiasmo di cui l’ha sempre circondato la stampa, soprattutto di marca progressista (un nome su tutti: Eugenio Scalfari), che continua a tesserne le lodi e lo accredita come iniziatore di un cambiamento epocale nella Chiesa cattolica. Di contro viene attaccato e addirittura demonizzato dalla destra ecclesiastica, conservatori e tradizionalisti, che lo accusano di essere troppo progressista e nemico della tradizione e della dottrina, ma quello che stupisce è la critica che ne fa nel libro La Chiesa immobile. Francesco e la rivoluzione mancata il sociologo Marco Marzano, che lo attacca nientemeno che da sinistra: Bergoglio sarebbe un conservatore travestito da rivoluzionario che, al di là di qualche discorso e frase a effetto, ha guidato la Chiesa in cinque anni (tanti ne sono passati dalla sua elezione) di totale immobilismo. Per Marzano c’è una bella differenza tra il parlare di riforme e il fare le riforme, e di riforme il papa argentino non ne ha proprio fatte: le speranze di cambiamento annunciate al momento della sua elezione non si sono in minima parte realizzate e anzi hanno lasciato inalterati i rapporti di potere all’interno della Chiesa, tra le donne e gli uomini, tra i laici e il clero, tra il centro e la periferia, senza contare la morale sessuale e la comunione ai divorziati (tema scottante dell’incriminato capitolo otto di Amoris Laetitia). Da sociologo, Marzano riduce il dibattito sul papa e sulla Chiesa al piano organizzativo-sociologico, tralasciando ogni discorso di tipo spirituale o di fede, e questo può disorientare un lettore cattolico. Perché Bergoglio non fa le riforme? Perché la Chiesa, dice Marzano, al di là delle grandi differenziazioni fra conservatori e progressisti, è irriformabile e non può cambiare, visto che si tratta di una grande organizzazione globale burocratica e gerarchica con quasi 500.000 funzionari retribuiti, 5.000 vescovi, oltre 200 cardinali e un patrimonio immobiliare immenso. Il suo vertice non può cambiare, altrimenti sarebbe suicida. Figuriamoci se la può cambiare Francesco, che per tutta la vita è stato un conservatore ed è stato eletto papa (e quindi guida e volto dell’istituzione) da un conclave di cardinali eletti dai suoi predecessori conservatori Wojtyla e Ratzinger, in un quadro di immobilismo inevitabile. La grandezza della Chiesa cattolica sta nella sua compattezza, e il papa è un politico che deve difendere i privilegi di cui l’organizzazione che presiede gode nei diversi continenti. L’ultima vera riforma per Marzano è stata la Controriforma, quando c’è stata la crisi della Riforma luterana e la Chiesa si è trovata veramente con l’acqua alla gola: oggi non ha alcuna ragione per cambiare, visto che in Africa e in Asia la Chiesa cresce (a livello sia di battezzati sia di clero); è vero che in Europa perde colpi, ma esattamente come tutte le altre chiese, compresa quella anglicana che ha adottato tutte quelle innovazioni (le donne pastori, gli omosessuali preti e vescovi) che piacciono tanto ai progressisti. La Chiesa non può permettersi l’abbandono di un modello di struttura romanocentrico e attuare una decentralizzazione che tolga potere alla Curia romana in favore delle conferenze episcopali locali, perché ciò significherebbe avviare un processo di disgregazione: il mondo dei fedeli è diviso, proprio come le chiese protestanti, che sono tutte divise tra posizioni opposte. L’aspetto più interessante del libro l’analisi che Marzano fa dei media e del sistema della comunicazione che «tratta la Chiesa come se fosse un’azienda “liquida”, nella quale brand, cultura organizzativa, norme e ragione sociale possono cambiare a seguito di un’alzata di ingegno dell’amministratore delegato o della trovata di un direttore di marketing», con il papa perfetto interprete di questa regia che ricerca «un divo, un uomo in grado da solo di aggirare, scavalcare e sostituire l’organizzazione, riportando la gente nelle chiese o restaurando la purezza del messaggio evangelico». In un’epoca dominata dai mezzi di comunicazione e sempre alla disperata ricerca di personaggi e simboli da consumare, Francesco ha inaugurato la “politica dell’amicizia”, «ovvero la tendenza a considerare irrilevanti le distanze ideologiche e culturali e secondaria la dottrina morale e a privilegiare, al contrario, un irenismo in definitiva privo sia di forma che di distanza», senza troppa teologia ma con la costruzione di una «molto gesuitica, “spiritualità flessibile”, basata più sui sentimenti che sulle regole, insofferente agli steccati, ai valori troppo rigidi, alle riflessioni troppo serrate»: la stagione dei conflitti è finita e non c’è alcuna ragione di essere duri nei confronti dell’opposizione interna (che non esiste più, dalla teologia della liberazione ai lefebvriani), e quindi il papa è l’ecumenica rappresentante di tutto il cattolicesimo e forse di tutto il cristianesimo nel mondo. In questo tipo di Chiesa «non ci sono steccati perché mancano delle autentiche opzioni di fondo; tutte le eterodossie possono trovare un loro spazio, purché siano disposte a riconoscere il ruolo di pastore e di guida suprema dell’intero cristianesimo che il moderno principe romano si è assegnato». La secolarizzazione, secondo Marzano, ha cambiato lo stile della comunicazione del pontefice, abbandonando le fiamme dell’inferno, le profezie di sventura e i castighi divini a favore di una “spiritualità positiva”: «il messaggio religioso nel nostro tempo può diventare attraente solo se consente, o meglio promette, a chi lo fa proprio di “vivere meglio”, di realizzare le proprie aspirazioni, di condurre un’esistenza più ricca e serena», e per questo compito «non c’è alcun bisogno di cambiare la struttura ecclesiale: è sufficiente incoraggiare la riqualificazione del personale, in direzione di una guida spirituale più dolce, meno severa, più attenta alle istanze individuali, meno interessata ad emettere giudizi che a prestare con umiltà soccorso là dove serve». Il libro affronta anche la piccola ma agguerrita schiera di irriducibili nemici di Bergoglio che, esaltandone le modeste innovazioni ed esagerandone portata e conseguenze, «hanno finito con il rafforzare l’immagine di Francesco come (pericoloso ai loro occhi) rivoluzionario»: una specie di “leggenda metropolitana” che ha svolto «un lavoro perfettamente simmetrico, da sponde opposte, a quello degli apologeti più esaltati».

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