mercoledì 27 giugno 2018

Antonio Caprarica - Royal Baby

Gli italiani impazziscono per l’arrivo di ogni Royal Baby, basta vedere il diluvio di servizi e articoli che fioccano al riguardo. Non sono i soli, a dire il vero, visto che la monarchia britannica produce un indotto di almeno un miliardo di sterline l’anno, prova che il marchio Windsor esercita sul mondo intero un fascino non paragonabile ad alcuna monarchia del mondo. Uno dei massimi cantori dei reali inglesi è Antonio Caprarica, che, neanche a farlo apposta, ha fatto uscire questo Royal Baby. Vite magnifiche e viziate degli eredi al trono giusto in contemporanea alla nascita del terzo figlio di William e Kate. Il libro, che riprende (sviluppandole) personaggi e situazioni del precedente Il romanzo dei Windsor e continua a riflettere sul senso della monarchia ereditaria oggi. Affidare la rappresentanza di uno Stato a un individuo il cui unico merito è aver vinto, come disse Marx, la “lotteria zoologica”, è quanto di più antitetico alla meritocrazia: potrebbe andare bene, come nel caso di Elisabetta II, ma potrebbe anche andare male e premiare un individuo dalle doti intellettuali modeste (noi in Italia ne sappiamo qualcosa con Vittorio Emanuele III). Ecco quindi che il libro presenta una carrellata di eredi delle monarchie del mondo, in cui ovviamente i Windsor la fanno da padroni, tutti accomunati dalla totale inaffettività genitoriale e dagli abusi. Se si parte dal presupposto che essere monarchi significa ricoprire un ruolo e rinunciare interamente ad avere una vita privata e al diritto di affermare la propria personalità, si capisce subito che l’altra faccia del privilegio è l’infelicità e la prigionia. Nascere in una famiglia reale ha sempre significato nascere praticamente senza genitori ed essere schiacciati dal proprio ruolo, con tutti i problemi psicologici che ne derivano. L’attuale erede al trono Carlo, per esempio, a tre anni aveva già imparato a fare l’inchino alla regina, veniva punito per aver fatto le linguacce, non poteva incontrare i suoi genitori solo mezz’ora al giorno dopo la colazione e non ha potuto chiamare la regina “mamma” fino alla festa di compleanno per i suoi 50 anni. Non a caso Carlo ha ricordato i suoi anni dell’infanzia come “absolute hell”, “inferno assoluto”, riferendosi soprattutto alla sua esperienza scolastica: in tempo di democrazia e di comunicazione di massa, la Casa Reale non poteva più vivere distaccata dai suoi sudditi ma rendersi accessibile al popolo, e quindi per la prima volta un erede al trono (prima educato nel chiuso della reggia) fu mandato in una scuola pubblica, scatenando l’appetito di notizie e pettegolezzi. Uno sforzo verso la normalità che non è giovato a nessuno, visto il bullismo cui è stato sottoposto Carlo, bullizzato per le sue orecchie a sventola e per il suo status regale. Una storia che in qualche modo riecheggia quella del futuro Edoardo VIII, mandato tredicenne dal padre Giorgio V all’accademia navale e preso dai compagni e messo sotto una finestra a ghigliottina per ricordargli quello che gli inglesi fanno ai re che non gli obbediscono. Ecco quindi che la vicenda degli eredi al trono corrisponde alla ricerca di un difficilissimo equilibrio tra privilegio e normalità, adulazione e autolimitazione, nella consapevolezza del dovere di mantenere la monarchia come qualcosa di straordinario e luminoso (la famosa “soap opera” nella definizione di Carlo), ben diverso dalle “monarchie in bicicletta” di stampo scandinavo, che «offrono gli esempi più avanzati di troni borghesi, privi di eccessi e peccati, materiale da noiosi comunicati stampa piuttosto che piccanti resoconti di incontri galanti e boccacceschi tradimenti con iugali (ah, la foto torrida dell’alluce di una Fergie seminuda succhiato dall’amante texano…)». Il libro non tralascia nulla e racconta, con il consueto mix di storia e pettegolezzo piccante, l’infanzia di Giorgio IV, di Vittoria, di Edoardo VII (disprezzato dai genitori e oggetto di misurazione dei frenologi), del figlio di questi Alberto Vittorio (sospettato di omosessualità pur in assenza di prove e addirittura di essere Jack lo Squartatore) e William, bambino terribile che sfogò nell’irascibilità i continui litigi dei suoi genitori Carlo e Diana. Fra le altre storie tragiche extra-britanniche segnate dall’abuso è clamorosa quella della regina Isabella II di Spagna (di metà Ottocento), passata alla storia come la “regina ninfomane” ma violentata dal suo istitutore quando era orfana e aveva tredici anni, e di Vittorio Emanuele III, un bambino con cui la madre (la regina Margherita) si vergognava di farsi vedere in giro perché era nano, risultato di un matrimonio tra primi cugini. Certo che i Savoia partivano già avvantaggiati visto che permettevano il dialogo tra padri e figli solo per iscritto. Per non parlare delle principesse tristi del Giappone (il simbolo del regno non a caso è un crisantemo) come Masako, la Diana del Sol Levante, di estrazione borghese e avversata dalla corte shintoista, preda di depressioni, nevrosi e disordini alimentari. Insomma, bando all’invidia: essere eredi al trono non assicura la felicità.

sabato 16 giugno 2018

Helen Fielding - Il diario di Bridget Jones

Essere donna è peggio che essere un contadino… è un continuo potare e spruzzare antiparassitari: ci sono le gambe da depilare, le ascelle da rasare, le sopracciglia da strappare, i piedi da strofinare con la pomice, la pelle da esfoliare e idratare, i punti neri da schiacciare, le radici dei capelli da colorare, le ciglia da tingere, le unghie da curare, la cellulite da massaggiare, gli addominali da esercitare. L’intero processo è così armonico che ti basta trascurarlo per qualche giorno perché vada tutto in vacca. A volte mi chiedo come sarei se lasciassi fare alla natura: con una barba folta e i baffi a manubrio da ciascun ginocchio in giù, le sopracciglia a cespuglio incolto, la faccia come un cimitero di cellule morte, un’eruzione di punti neri, le unghie lunghe e adunche come quelle di un’arpia, cieca come un pipistrello e tutti gli animali delle specie inferiori, in quanto senza lenti a contatto, con un corpaccione flaccido che mi tremola tutto attorno. C’è da meravigliarsi se le donne non si sentono sicure di sé?
Questa lunga citazione esprime bene il senso di questo famosissimo Il diario di Bridget Jones di Helen Fielding, best-seller della letteratura femminile di metà anni Novanta e rappresentativo di quegli anni (c’era ancora John Major, ma la Cool Britannia di Tony Blair sarebbe arrivata nel giro di due anni) che, nel bene e nel male, tutti conoscono grazie alla fortunatissima trasposizione cinematografica. Nato come rubrica di costume sui giornali “The Independent” e “Daily Telegraph” (e questo si vede soprattutto nella satira dei maschi e degli uffici) e poi sfociato, in maniera analoga a quanto accaduto a Sex and the City di Candace Bushnell, in un romanzo vero e proprio, il libro della Fielding racconta un anno di vita, da un Natale all’altro, della trentenne Bridget Jones, impiegata in una casa editrice, ossessionata dal proprio peso e dalla prospettiva di rimanere zitella, tanto da temere di morire da sola e di venire ritrovata dopo tre settimane e mezza divorata da un pastore alsaziano. Non riesce a sopportare l’ansia sociale che la circonda e la sogna rispettabilmente sposata (il tempo passa e l’orologio biologico si sta esaurendo!), sopporta un gruppo di amici che le dispensano consigli e poi la trovano giù di forma nonostante il dimagrimento, si illude che l’avventura con il suo capo, l’inaffidabile Daniel Cleaver, sia la svolta della sua vita, salvo poi scoprire il vero amore nel solido avvocato Mark Darcy (che ha lo stesso nome del Darcy di Orgoglio e pregiudizio, di cui vengono qua e là presi riferimenti più o meno velati alla trama), che le viene presentato per la prima volta indossando un terrificante maglione a rombi. Si sorride parecchio per le traversie della maldestra Bridget (l’avventura sulla pertica dei pompieri, lei che finisce vestita da coniglietta a un party Preti e Lucciole che è stato cancellato, l’invenzione di stare con un ventitreenne e poi la necessità di assoldarne uno), ma la cosa più interessante è la struttura scelta dalla Fielding per raccontare la sua storia, cioè la forma del diario: il romanzo è scritto in prima persona giorno per giorno, a cominciare dalla conta dei chili, degli alcolici bevuti, delle calorie assunte e delle sigarette fumate, e riflette il punto di vista della protagonista, le sue insicurezze, il suo sentirsi inadeguata, le sue nevrosi e le sue paranoie, ma anche i suoi buoni propositi (dimagrire fino a 54 chili e mezzo, smettere di fumare e sviluppare la calma interiore), propositi che vengono puntualmente disattesi nel paragrafo successivo. Magari a volte l’umorismo è un po’ di grana grossa e la Fielding non ha la freschezza e l’inventiva della Kinsella, ma la riflessione sull’ansia da single colpisce molte volte nel segno («Se sei single l’ultima cosa che vuoi al mondo è che il tuo migliore amico/a metta in piedi una relazione stabile con qualcun altro», e ancora: «Gli ex non dovrebbero mai uscire o sposarsi con altra gente: dovrebbero restare celibi fino alla fine dei loro giorni e fornirti un sicuro ripiego mentale»). Insomma, ero pieno di pregiudizi ma alla fine mi sono dovuto ricredere, pur restando convinto che si tratti di una lettura prevalentemente femminile. Non che sia necessariamente un male, eh.

martedì 5 giugno 2018

Wu Ming 4 - Difendere la Terra di Mezzo

Ne ho già parlato molti anni fa QUI al momento della sua uscita, ma non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di rileggerlo in ebook (cosa che tutti dovrebbero fare, visto che è disponibile gratuitamente come quasi tutti i libri del collettivo Wu Ming dal loro sito), e mi sento addirittura di integrare quanto scritto allora. Non esito, da fanatico tolkieniano, a dire che il saggio Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4 è stato uno di quei saggi che ha fatto finalmente sperare ai tolkieniani di casa nostra che anche l’Italia si aprisse al dibattito internazionale sull’autore; qualcosa si è effettivamente mosso, vedi le 20 righe mancanti dal 2003 dalla fine del capitolo Molti incontri reintegrate nell’ultima edizione del Signore degli Anelli della Giunti, la ripubblicazione con nuova traduzione delle Lettere (che sostituisce il vecchio e non impeccabile La realtà in trasparenza) e l’annuncio della nuova traduzione del Signore degli Anelli, fissata per novembre specificamente con l’uscita della Compagnia dell’Anello, a cura di Ottavio Fatica (anche se ammetto di essere rimasto leggermente perplesso nel sentire che Ottavio Fatica, per sua stessa ammissione, non ha mai letto prima Il Signore degli Anelli). Nel frattempo, è uscito anche il bellissimo Santi pagani nella Terra di Mezzo di Claudio Testi, conferma del fatto che anche in Italia, ormai, riusciamo a produrre saggistica tolkieniana di livello internazionale; purtroppo nell’ultimo anno sono uscite anche due opere imbarazzanti come Eroi e mostri di Alessandro Dal Lago e La Compagnia della Croce di Isacco Tacconi che hanno riportato il dibattito a livelli infimi: è ancora possibile snobbare Tolkien come sempliciotto e infantile, privo di profondità e sfumature, come fa Dal Lago riprendendo le posizioni dei critici modernisti degli anni Cinquanta? Ed è possibile, come fa Tacconi, fare di Tolkien un campione del sedevacantismo contro la Chiesa del Concilio Vaticano II e trattare Il Signore degli Anelli come un testo sacro a cui è impossibile applicare il metodo storico-critico della critica testuale di marca protestante e quindi eretica? Meglio lasciar perdere e tornare a goderci questo Difendere la Terra di Mezzo, la cui uscita è bruciata parecchio (e brucia tuttora) a una certa destra, quella di derivazione evoliana, che si è sempre arrogata il diritto di essere l’unica interprete dei testi tolkieniani per il semplice fatto di averli introdotti in Italia in anni di ghettizzazione da parte della sinistra. Siccome poi Wu Ming 4 ha dedicato un capitolo all’interpretazione simbolista dei custodi della Tradizione, e l’ha pure criticata, apriti cielo: la sinistra si è accorta di Tolkien e quindi cerca di appropriarsene, ma sbaglia di grosso perché Tolkien è roba nostra. Così facendo, non si sono accorti che il libro di Wu Ming 4 non è affatto un’appropriazione indebita e non nasconde secondi fini propagandistici, visto che l’autore ricorda più volte il fatto che Tolkien era cattolico (e quindi aveva una visione pessimistica della storia, cioè non credeva alla possibilità di realizzare il paradiso in terra) e che in privato parteggiava per Franco contro i “rossi” che fucilavano i preti nella guerra civile spagnola; piuttosto, Wu Ming 4 cerca di dimostrare come la Terra di Mezzo non è un manifesto programmatico, né ecologista, né sanfedista, né tradizionalista, né utopista, né consolatorio. Il bello di un’opera del genere sta proprio nel fatto che restituisce l’autore al suo tempo e al suo contesto (in buona sostanza, a se stesso) e lo tratta come un classico della letteratura contemporanea, nonostante la critica letteraria si accanisca a negarglielo di diritto e, siccome piace e lo si legge per il piacere di farlo, lo considera solo come un fenomeno paraletterario (il fandom è così volgare!). Magari Wu Ming 4 non dice niente di originale, facendo proprie le posizioni di Tom Shippey e Verlyn Flieger, ma suggerisce (e non è cosa di poco conto) che Tolkien fosse in dialogo con il suo secolo e la modernità a suo modo, cioè da filologo e narratore, tanto che in un’intervista alla BBC del 1968 disse che la chiave per capire Il Signore degli Anelli era una citazione della scrittrice atea ed esistenzialista Simone de Beauvoir: «Non esiste una morte naturale; di ciò che avvicina all’Uomo, nulla è mai naturale, poiché la sua presenza mette in questione il mondo. Tutti gli uomini sono mortali: ma per ogni uomo la propria morte è un caso fortuito, e anche se la conosce e vi acconsente, una indebita violenza». Attraverso il fantasy Tolkien affronta grandi temi, senza per questo avere la pretesa di fornire delle risposte assolute o di insegnare una pedagogia o una morale: la morte e il rapporto con l’infinito (la vita acquista senso solo in relazione al modo in cui spendiamo la nostra finitezza), il male (che è sempre storico e va combattuto da ognuno in una specifica situazione), il potere (la tentazione dell’Anello è suggerire ai buoni di usare il male come scorciatoia per il bene, ma poi se ne viene corrotti divenendo servi), l’eroismo (con una critica a un certo tipo di eroismo nordico fine a se stesso) e il libero arbitrio (di fronte alle scelte che si è chiamati a compiere riguardo alla sorte propria e collettiva). E Tolkien tutto questo lo fa non da filosofo o da smaliziato modernista, ma da narratore, cercando la problematicità del racconto e del mito che riflette i conflitti dell’animo umano: Wu Ming 4 pone al centro della sua riflessione proprio il conflitto che scaturisce da diversi ambiti, da diversi sistemi valoriali e da diversi modelli sociali (e in questo senso si inquadra il saggio finale di Tom Shippey Noblesse oblige: immagini di classe in Tolkien), così come tra antichità e modernità, paganesimo e cristianesimo, interno ed esterno, restare e partire, natura e cultura («Il punto, nella narrativa di Tolkien, è che molto spesso laddove il lettore pigro può essere portato a vedere ordine, armonia e pace, si nasconde invece il conflitto, magari implicito, magari annidato tra le pieghe della storia, o meglio, del paesaggio»). La riflessione sui diversi tipi di eroismo rappresentati dai personaggi tolkieniani nasce proprio da questo, dal conflitto generato tra il coraggio dei piccoli hobbit e la logica guerriera degli uomini, modellata sul modello degli eroi nordici pagani e basata sull’orgoglio aristocratico, l’obbedienza indiscussa al proprio signore e la ricerca della “bella morte”: tema, questo, oggetto del poemetto Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, la più acuta critica mossa da Tolkien alla propria materia di studio, la poesia epica anglosassone, e al “principio del capo” di origine nordica. Così, anche l’interpretazione “antagonista” di un Tolkien ribelle che nel libro è stata criticata da molti (tra cui lo stesso Dal Lago, che sostiene che l’interpretazione di Wu Ming 4 è indirizzata per lo più a una sinistra antagonista che usa colpevolmente i modelli mitici per chiamare alla ribellione) nasce proprio da un conflitto tra due modelli, seguire ciecamente l’autorità silenziando la coscienza o disobbedire applicando il libero arbitrio, arrogandosi la responsabilità di agire da soli per il bene collettivo e accettandone le conseguenze. Una prospettiva diametralmente opposta a chi blatera di Tolkien come campione di un Medioevo ideale con sovrani per diritto divino: non viene mai fatto accenno «ad alcun principio di autorità che possa fornire una pietra di paragone all’esperienza personale» e ogni scelta «viene riportata comunque alla molteplicità dei casi e dei soggetti che si troveranno a decidere per conto proprio, in assenza di un principio di autorità». L’insieme di tutte queste scelte individuali va poi a realizzare un piano provvidenziale, che però, come spiega Gandalf, è inconoscibile perfino ai più saggi: la scelta segue sempre un dialogo interiore e un confronto con la propria coscienza e non può venire imposta da qualcun altro. Per questo l’opera di Tolkien parla di tutti noi: «Per quanto ci è possibile e per quanti condizionamenti possiamo subire, dobbiamo testardamente cercare di assumerci la responsabilità delle nostre azioni. Dobbiamo individuare un dovere, un viaggio da compiere, una battaglia da combattere, una quest. […] Ogni volta che lasciamo la tana sicura per andare incontro all’ignoto stiamo riscrivendo una storia millenaria che ci riguarda da vicino e il cui finale è aperto. […] Ecco perché, ottant’anni dopo la partenza di quel primo Hobbit dall’uscio di Bag End, non è affatto difficile trovare un buon motivo per difendere la Terra di Mezzo». E non è mica male come messaggio.