martedì 5 giugno 2018

Wu Ming 4 - Difendere la Terra di Mezzo

Ne ho già parlato molti anni fa QUI al momento della sua uscita, ma non mi sono lasciato sfuggire l’occasione di rileggerlo in ebook (cosa che tutti dovrebbero fare, visto che è disponibile gratuitamente come quasi tutti i libri del collettivo Wu Ming dal loro sito), e mi sento addirittura di integrare quanto scritto allora. Non esito, da fanatico tolkieniano, a dire che il saggio Difendere la Terra di Mezzo di Wu Ming 4 è stato uno di quei saggi che ha fatto finalmente sperare ai tolkieniani di casa nostra che anche l’Italia si aprisse al dibattito internazionale sull’autore; qualcosa si è effettivamente mosso, vedi le 20 righe mancanti dal 2003 dalla fine del capitolo Molti incontri reintegrate nell’ultima edizione del Signore degli Anelli della Giunti, la ripubblicazione con nuova traduzione delle Lettere (che sostituisce il vecchio e non impeccabile La realtà in trasparenza) e l’annuncio della nuova traduzione del Signore degli Anelli, fissata per novembre specificamente con l’uscita della Compagnia dell’Anello, a cura di Ottavio Fatica (anche se ammetto di essere rimasto leggermente perplesso nel sentire che Ottavio Fatica, per sua stessa ammissione, non ha mai letto prima Il Signore degli Anelli). Nel frattempo, è uscito anche il bellissimo Santi pagani nella Terra di Mezzo di Claudio Testi, conferma del fatto che anche in Italia, ormai, riusciamo a produrre saggistica tolkieniana di livello internazionale; purtroppo nell’ultimo anno sono uscite anche due opere imbarazzanti come Eroi e mostri di Alessandro Dal Lago e La Compagnia della Croce di Isacco Tacconi che hanno riportato il dibattito a livelli infimi: è ancora possibile snobbare Tolkien come sempliciotto e infantile, privo di profondità e sfumature, come fa Dal Lago riprendendo le posizioni dei critici modernisti degli anni Cinquanta? Ed è possibile, come fa Tacconi, fare di Tolkien un campione del sedevacantismo contro la Chiesa del Concilio Vaticano II e trattare Il Signore degli Anelli come un testo sacro a cui è impossibile applicare il metodo storico-critico della critica testuale di marca protestante e quindi eretica? Meglio lasciar perdere e tornare a goderci questo Difendere la Terra di Mezzo, la cui uscita è bruciata parecchio (e brucia tuttora) a una certa destra, quella di derivazione evoliana, che si è sempre arrogata il diritto di essere l’unica interprete dei testi tolkieniani per il semplice fatto di averli introdotti in Italia in anni di ghettizzazione da parte della sinistra. Siccome poi Wu Ming 4 ha dedicato un capitolo all’interpretazione simbolista dei custodi della Tradizione, e l’ha pure criticata, apriti cielo: la sinistra si è accorta di Tolkien e quindi cerca di appropriarsene, ma sbaglia di grosso perché Tolkien è roba nostra. Così facendo, non si sono accorti che il libro di Wu Ming 4 non è affatto un’appropriazione indebita e non nasconde secondi fini propagandistici, visto che l’autore ricorda più volte il fatto che Tolkien era cattolico (e quindi aveva una visione pessimistica della storia, cioè non credeva alla possibilità di realizzare il paradiso in terra) e che in privato parteggiava per Franco contro i “rossi” che fucilavano i preti nella guerra civile spagnola; piuttosto, Wu Ming 4 cerca di dimostrare come la Terra di Mezzo non è un manifesto programmatico, né ecologista, né sanfedista, né tradizionalista, né utopista, né consolatorio. Il bello di un’opera del genere sta proprio nel fatto che restituisce l’autore al suo tempo e al suo contesto (in buona sostanza, a se stesso) e lo tratta come un classico della letteratura contemporanea, nonostante la critica letteraria si accanisca a negarglielo di diritto e, siccome piace e lo si legge per il piacere di farlo, lo considera solo come un fenomeno paraletterario (il fandom è così volgare!). Magari Wu Ming 4 non dice niente di originale, facendo proprie le posizioni di Tom Shippey e Verlyn Flieger, ma suggerisce (e non è cosa di poco conto) che Tolkien fosse in dialogo con il suo secolo e la modernità a suo modo, cioè da filologo e narratore, tanto che in un’intervista alla BBC del 1968 disse che la chiave per capire Il Signore degli Anelli era una citazione della scrittrice atea ed esistenzialista Simone de Beauvoir: «Non esiste una morte naturale; di ciò che avvicina all’Uomo, nulla è mai naturale, poiché la sua presenza mette in questione il mondo. Tutti gli uomini sono mortali: ma per ogni uomo la propria morte è un caso fortuito, e anche se la conosce e vi acconsente, una indebita violenza». Attraverso il fantasy Tolkien affronta grandi temi, senza per questo avere la pretesa di fornire delle risposte assolute o di insegnare una pedagogia o una morale: la morte e il rapporto con l’infinito (la vita acquista senso solo in relazione al modo in cui spendiamo la nostra finitezza), il male (che è sempre storico e va combattuto da ognuno in una specifica situazione), il potere (la tentazione dell’Anello è suggerire ai buoni di usare il male come scorciatoia per il bene, ma poi se ne viene corrotti divenendo servi), l’eroismo (con una critica a un certo tipo di eroismo nordico fine a se stesso) e il libero arbitrio (di fronte alle scelte che si è chiamati a compiere riguardo alla sorte propria e collettiva). E Tolkien tutto questo lo fa non da filosofo o da smaliziato modernista, ma da narratore, cercando la problematicità del racconto e del mito che riflette i conflitti dell’animo umano: Wu Ming 4 pone al centro della sua riflessione proprio il conflitto che scaturisce da diversi ambiti, da diversi sistemi valoriali e da diversi modelli sociali (e in questo senso si inquadra il saggio finale di Tom Shippey Noblesse oblige: immagini di classe in Tolkien), così come tra antichità e modernità, paganesimo e cristianesimo, interno ed esterno, restare e partire, natura e cultura («Il punto, nella narrativa di Tolkien, è che molto spesso laddove il lettore pigro può essere portato a vedere ordine, armonia e pace, si nasconde invece il conflitto, magari implicito, magari annidato tra le pieghe della storia, o meglio, del paesaggio»). La riflessione sui diversi tipi di eroismo rappresentati dai personaggi tolkieniani nasce proprio da questo, dal conflitto generato tra il coraggio dei piccoli hobbit e la logica guerriera degli uomini, modellata sul modello degli eroi nordici pagani e basata sull’orgoglio aristocratico, l’obbedienza indiscussa al proprio signore e la ricerca della “bella morte”: tema, questo, oggetto del poemetto Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm, la più acuta critica mossa da Tolkien alla propria materia di studio, la poesia epica anglosassone, e al “principio del capo” di origine nordica. Così, anche l’interpretazione “antagonista” di un Tolkien ribelle che nel libro è stata criticata da molti (tra cui lo stesso Dal Lago, che sostiene che l’interpretazione di Wu Ming 4 è indirizzata per lo più a una sinistra antagonista che usa colpevolmente i modelli mitici per chiamare alla ribellione) nasce proprio da un conflitto tra due modelli, seguire ciecamente l’autorità silenziando la coscienza o disobbedire applicando il libero arbitrio, arrogandosi la responsabilità di agire da soli per il bene collettivo e accettandone le conseguenze. Una prospettiva diametralmente opposta a chi blatera di Tolkien come campione di un Medioevo ideale con sovrani per diritto divino: non viene mai fatto accenno «ad alcun principio di autorità che possa fornire una pietra di paragone all’esperienza personale» e ogni scelta «viene riportata comunque alla molteplicità dei casi e dei soggetti che si troveranno a decidere per conto proprio, in assenza di un principio di autorità». L’insieme di tutte queste scelte individuali va poi a realizzare un piano provvidenziale, che però, come spiega Gandalf, è inconoscibile perfino ai più saggi: la scelta segue sempre un dialogo interiore e un confronto con la propria coscienza e non può venire imposta da qualcun altro. Per questo l’opera di Tolkien parla di tutti noi: «Per quanto ci è possibile e per quanti condizionamenti possiamo subire, dobbiamo testardamente cercare di assumerci la responsabilità delle nostre azioni. Dobbiamo individuare un dovere, un viaggio da compiere, una battaglia da combattere, una quest. […] Ogni volta che lasciamo la tana sicura per andare incontro all’ignoto stiamo riscrivendo una storia millenaria che ci riguarda da vicino e il cui finale è aperto. […] Ecco perché, ottant’anni dopo la partenza di quel primo Hobbit dall’uscio di Bag End, non è affatto difficile trovare un buon motivo per difendere la Terra di Mezzo». E non è mica male come messaggio.

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