venerdì 31 agosto 2018

Arthur Conan Doyle - Il segno dei quattro

Tempo di rilettura per quello che considero il miglior romanzo di Sherlock Holmes, forse superiore al già straordinario Mastino dei Baskerville e nettamente superiore a Uno studio in rosso e a La valle della paura. Il segno dei quattro per me è la quintessenza della creazione di Arthur Conan Doyle: il cane Toby dall’olfatto eccezionale, l’inseguimento delle tracce di creosoto fino ai moli della South Bank, gli Irregolari di Baker Street, l’inseguimento in lancia lungo il Tamigi, il lillipuziano abitante delle isole Andaman con la cerbottana dai proiettili al curaro, la rivolta indiana dei Sepoy e il tesoro perduto di Agra. Ma soprattutto Conan Doyle non si vergogna a iniziare la sua storia presentando il suo eroe che si droga con la cocaina, la famosa “soluzione al sette per cento”, tutti elementi destinati a consegnare Sherlock Holmes al mito e a essere ripresi in dozzine di apocrifi e di epigoni. E, incredibilmente per i suoi canoni, presenta un personaggio femminile abbastanza interessante e per nulla svenevole, Mary Morstan, che si presenta al 221B di Baker Street con un problema indecifrabile: suo padre, un militare di stanza in India, dieci anni prima le ha dato appuntamento annunciandole di essere tornato in licenza a Londra ma poi è sparito nel nulla e lei non lo ha più rivisto. Da quel giorno, ha iniziato a ricevere ogni anno una perla in una busta. Ora ha ricevuto anche una lettera in cui il benefattore la invita a incontrarlo e a portare due persone fidate, a patto che non siano poliziotti. Holmes e Watson la accompagnano e incontrano Thaddeus Sholto, figlio di un amico del padre di Mary che le racconta di un tesoro nascosto e poi ritrovato da suo fratello Bartholomew di cui è giusto che riceva una parte anche lei. Arrivati a casa di Bartholomew, lo trovano morto in circostanze misteriose e con un biglietto firmato “il segno dei quattro”, già ritrovato in occasione della morte del maggiore Sholto. È il classico delitto della camera chiusa, ma nulla è impossibile per le straordinarie qualità deduttive di Holmes che, partendo dal principio secondo cui «eliminato l’impossibile, ciò che resta, per impossibile che sia, deve essere la verità», applica la scienza calligrafica ed espone monografie di cui è autore sulle diverse ceneri dei sigari. Basterebbe il suo straordinario saggio con cui espone a Watson di aver dedotto l’esistenza di un suo fratello alcolizzato partendo dalla semplice osservazione di un suo orologio da taschino, dello stesso livello dell’episodio di Uno studio in rosso in cui gli spiega come ha fatto a dedurre che è stato in Afghanistan. L’intrigo è veramente appassionante ed è amalgamato meglio per quanto riguarda la spiegazione finale rispetto a Uno studio in rosso, che aveva una netta divisione tra l’indagine e il racconto delle cause che avevano originato il delitto. Watson è molto coinvolto nella vicenda in quanto si innamora di Mary Morstan e spera che lei non rientri in possesso del tesoro per non perdere ogni possibilità sociale di chiederla in moglie. Dal canto suo, invece, Holmes critica Watson per il suo resoconto di Uno studio in rosso rinfacciandogli di aver abusato di romanticismo a discapito della scientificità del suo metodo e ribadisce la sua misoginia («Non bisogna mai fidarsi completamente delle donne – nemmeno delle migliori») dichiarando, di fronte al fascino femminile, che «l’emotività è nemica del raziocinio» e che il suo giudizio non può essere influenzato da sentimenti personali: figuriamoci l’amore, che «è un’emozione, e tutto ciò che è emozione contrasta con la fredda logica che io pongo al disopra di tutto». 

giovedì 30 agosto 2018

Elizabeth Jane Howard - Confusione

Terzo volume per la saga della famiglia Cazalet che, capitolo dopo capitolo, conferma la grandezza della sua autrice Elizabeth Jane Howard. Confusione racconta vicende che vanno dall’inizio del 1942 alla fine della guerra nel maggio 1945 e, come al solito, punta tutto sulla caratterizzazione dei personaggi (e sono moltissimi!), tutti diversi fra loro, ben scritti e ben delineati, con una personalità propria e un modo di pensare autonomo. Certo, se non ci si ricorda bene cosa è successo nel volume precedente, Il tempo dell’attesa, si corre il rischio di perdersi un po’ nel districarsi tra le parentele della famiglia, ma ben presto si entra nel pieno della narrazione: questa volta le figure femminili della Howard emergono in tutta la loro complessità, fragilità e anche sessualità, mentre affrontano le difficoltà e i pericoli della guerra, le V2 che cadono su Londra, il razionamento dei generi, le consuetudini sociali di un mondo ancora maschilista, ma soprattutto i problemi degli adulti e le scelte di vita. C’è chi sceglie la via del matrimonio e chi dell’adulterio (magari tutte e due), oppure del sacrificio e della fedeltà (a una persona, ma anche a un’idea), il tutto nell’assenza di figure genitoriali di riferimento: mai come in questo capitolo si avverte la solitudine delle figlie di fronte alle scelte da compiere, con genitori scomparsi per incapacità o per circostanza. Non è un caso che il libro inizi con la morte di Sybil, malata da tempo, che lascia Hugh vedovo e distrutto; il fratello di questi, Edward, è sempre più freddo e distaccato dalla moglie Villy e non disdegna le altre relazioni sentimentali come quella con l’amante Diana. La sorella Rachel continua a occuparsi dei genitori, il Generale (ormai cieco) e la Duchessa (una presenza sempre rassicurante), intrappolata in quei doveri familiari che l’etica vittoriana imponeva alle donne nubili, sognando una vita a Londra con la sua amica (e forse qualcosa di più) Sid. La figlia di Hugh, Polly, è la più dolce e buona e crede di doversi fare carico della situazione del padre; desidera però crescere e innamorarsi e sviluppa una forte relazione con la cugina Clary, con cui va a vivere a Londra alla ricerca di un’indipendenza lavorativa lontana da Home Place, la maestosa dimora della famiglia. Clary continua a tenere il suo diario rivolgendosi al padre Rupert, in cui parla di sé e degli altri, delle angosce della guerra, dei proprio desideri, perché pensa di dover mantenere vivo il ricordo oltre che la speranza di rivedere il padre disperso in guerra («Se continuo a scrivere è per me quanto per te, perché mi aiuta a ricordare. Uno degli aspetti peggiori del fatto che tu manchi da casa ormai da così tanto tempo – due anni e nove mesi – è che, anche se ti penso spesso, ho costantemente la sensazione di perdere dei ricordi. È come se lentamente tu ti allontanassi e sparissi pian piano dal mio orizzonte. È una cosa che odio. Se è questo che la gente intende quando parla di “superare il dolore”, allora a me non interessa»); Clary è l’unico personaggio che parla di sé in prima persona e che conosciamo direttamente senza il filtro della narratrice, e a lei sono attribuiti i pensieri e le riflessioni più profonde. La figlia di Edward, Louise, che sembrava lo spirito più libero e indipendente della famiglia, dopo aver cercato di affermarsi come attrice, cede alla corte di un uomo più grande, Michael, e accetta di sposarlo, ma si accorge subito che la vita matrimoniale e la maternità sono cose ben diverse da quello che lei si aspettava, intrappolata com’è nel rapporto con un marito che non la capisce e alla mercé di una suocera odiosa e invadente (Zee). Continua il processo di crescita del personaggio di Zoë (la mia preferita), che da semplice ragazza bellissima invidiata e coccolata si è trasformata in donna matura che vive la sua condizione in bilico di madre e vedova/non vedova del disperso Rupert. Stringe una relazione con Jack, fotografo americano ebreo inviato nei luoghi di guerra: insieme formano una coppia di anime sole che non hanno futuro, lei con una vita sospesa tra l’attesa e la disillusione, lui di ritorno dai campi di sterminio con l’orrore dell’Olocausto negli occhi e nella mente. Poi c’è Archiie, quello che era innamorato di Rachel, non un membro della famiglia Cazalet ma amico di Rupert, che diventa amico e confidente delle ragazze e degli altri membri della famiglia: nonostante sia oggetto dell’amore di Polly, è innamorato di Clary ed è combattuto fra il suo sentimento e il desiderio di continuare a farle da amico, confidente e padre, ora che il suo vero padre è scomparso. Ovviamente ci sono anche gli altri personaggi della famiglia, come Angela, che tira avanti in un vortice di amanti, alcol e feste, e Nora, che da ragazzina voleva farsi suora e ora, da infermiera, accetta di sposare un soldato tornato dal fronte paralizzato e mutilato; ma non bisogna dimenticare i giovani Neville e Lydia alle prese con i problemi dell’adolescenza, oltre ai domestici come l’istitutrice Miss Milliment e la cuoca Miss Crisps innamorata dell’autista Toldbridge. Una grande lettura, piena di finezze psicologiche.

lunedì 13 agosto 2018

Anna Funder - C'era una volta la DDR

Avete mai immaginato che meraviglia doveva essere la vita a Berlino Est quando c’era il Muro? So benissimo che in molti rimpiangono quei tempi, un po’ per ideologia, un po’ per la sicurezza che veniva da un mondo diviso in due blocchi contrapposti che garantivano una pace armata. Chi pensa queste cose dovrebbe però leggere questo interessantissimo C’era una volta la DDR di Anna Funder, australiana che si è interessata a ricostruire la vita in Germania Est negli anni della dittatura comunista quando quasi chiunque era un informatore della Stasi la polizia segreta il cui capo supremo per molti anni è stato il potentissimo Erich Mielke. Non stiamo parlando solo di chi presidiava il Muro e sparava a chi cercava di scavalcarlo: scopo della Stasi, “scudo e spada” del Partito comunista (la SED), era scovare e perseguire ogni tentativo di avversare il regime a favore del “fascismo” (l’occidente), ma in realtà applicava un controllo sistematico su tutti i cittadini e manteneva il controllo sull’intera società, trovando informazioni o fabbricandole ad arte per dimostrare che qualcuno era un nemico dello Stato. Nei suoi 40 anni di storia, la Stasi ha prodotto l’equivalente di tutti i documenti della storia tedesca a partire dal Medioevo: nei sotterranei della sua sede teneva 180 km di scaffali, registrando e catalogando tutto, anche i “campioni di odore” dei sospettati come metodo per stanare i criminali grazie all’olfatto dei cani. Si calcola che durante il nazismo ci fosse un agente della Gestapo ogni 2.000 cittadini, mentre nell’URSS di Stalin c’era un agente del KGB ogni 6.000 persona; nella DDR c’era un agente o un informatore della Stasi ogni 63 persone. Se si aggiungono gli informatori occasionali, alcune stime portano la percentuale a un informatore ogni 6,5 cittadini, in un Paese di 17 milioni di abitanti. La Stasi utilizzava metodi di sorveglianza come il controllo della corrispondenza, l’ascolto delle telefonate, l’installazione di microfoni ambientali e i pedinamenti, quando non sottoposto a radiazioni; era giunta perfino a usare le radiazioni per contrassegnare persone e oggetti di cui voleva tenere traccia, nei vestiti, nelle auto o sul pavimento di casa, per poi poterli seguire con i contatori geiger. Chi veniva sospettato veniva arrestato e torturato, perdeva il lavoro e veniva emarginato, fino a essere addirittura venduto (la Germania Est eliminava fisicamente 34.000 dissidenti vendendoli alla Germania Ovest facendoseli pagare in valuta occidentale), ma il più delle volte chi cadeva nella rete di sorveglianza era costretto a diventare lui stesso parte del sistema e a spiare familiari, vicini, amici e colleghi (fantastiche le microtelecamere che si possono ancora vedere oggi da inserire sotto i bottoni del cappotto o nell’annaffiatoio da giardino). I governanti della DDR erano dei vecchi decrepiti che volevano eternare se stessi, non erano interessati alle riforme, avversavano la perestrojka e la glasnost e, ancora nel 1988, vietavano film e riviste in arrivo dall’Unione Sovietica nel tentativo di impedire che la gente si lasciasse contagiare dalle nuove idee. Invece, si erano inventati il Lipsi, una danza (rigorosamente asessuata) per le masse che dovesse essere la risposta a Elvis e al decadente rock’n’roll occidentale. La cosa interessante è che, a differenza degli altri Paesi del blocco orientale, la Germania Est non ha mai avuto una consistente cultura dell’opposizione, forse per livelli di vita più alti o, come insinua qualcuno, per la maggior disponibilità dei tedeschi di sottomettersi all’autorità. Di contro, la Germania è anche l’unica Paese del blocco orientale ad aver aperto al proprio popolo parte dei fascicoli sul proprio conto, sebbene gran parte dei documenti sia stata distrutta dalla stessa Stasi e per rimetterli insieme ci vorranno circa 350 anni. Anna Funder scrive un memoriale in prima persona della sua esperienza di investigatrice nella Berlino riunificata a distanza di un decennio dalla caduta del Muro, visitando la sede della Stasi (ora museo) di Normannenstrasse, soprannominata “la casa dai mille occhi”, e raccogliendo testimonianze dirette da parte sia di chi ha collaborato con la polizia segreta sia di chi ha visto la propria vita rovinata. Non solo dissidenti politici o scrittori famosi, ma gente comune, come Miriam, che a 16 anni, ha tentato di oltrepassare il Muro e ce l’ha quasi fatta, che viene catturata, imprigionata e poi perseguitata al punto che la Stasi le ha assassinato il marito in carcere; o Julia, che, siccome era innamorata di un italiano che viveva in Ungheria, è stata perseguitata e le è stato negato qualsiasi lavoro (in un Paese in cui ufficialmente non esisteva la disoccupazione), sottoposta a una sorveglianza soffocante finché non fosse stata disponibile a fornire informazioni sulle persone che facevano parte della sua vita (ed è pure stata violentata dopo la caduta del Muro). C’è lo straziante caso di Sigrid, la quale, per rivedere il film appena nato rimasto in un ospedale di Berlino Ovest per l’improvvisa costruzione del muro, è stata pedinata e rapita per convincersi di fare da esca per far catturare un giovane occidentale colpevole di aver aiutato a fuggire alcuni cittadini dell’est. È ovvio che tutte queste persone siano uscite a pezzi da queste vicende, con seri problemi psichici e la convinzione di essere colpevoli ancora dopo decenni, e forse questo è il lascito più preoccupante della DDR. Da parte loro, anche alcuni agenti della Stasi erano costretti a comportarsi così per evitare ricatti e minacce, ma la maggior parte di quelli intervistati dalla Funder, che si sono tranquillamente riciclati nel nuovo Stato unitario e addirittura lavorano per grosse aziende, continuano a trovare giustificazioni per il loro operato, per vantaggio personale (bisognava pur sbarcare il lunario) o per effettiva convinzione ideologica (la supremazia del socialismo contro l’imperialismo capitalista). Curiosamente, tutti gli intervistati sono accomunati dall’idea di far parte di un mondo perduto e dimenticato in fretta, soprattutto dalla Germania Ovest nella sua ansia di normalizzare il tutto e cancellare il precedente regime in nome dell’economia di mercato. Da qui nasce la cosiddetta “Ostalgie”, la nostalgia dell’est, che magari non è sempre semplice rimpianto per una dittatura ma l tentativo di trovare un riconoscimento da parte del resto di un mondo che difficilmente può capire cosa significava vivere nella Stasiland (che poi è il titolo originale del libro).

martedì 7 agosto 2018

Emmanuel Carrère - Limonov

Comincia con una citazione di Putin («Chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello. Chi non lo rimpiange è senza cuore») questo oggetto narrativo non identificato di Emmanuel Carrère che mescola biografia, saggistica, fiction e non fiction in un unicum omogeneo e profondamente letterario (moltissime sono le citazioni della letteratura francese e russa) per raccontare la storia di Eduard Limonov, nome di battaglia di Eduard Savenko (una via di mezzo tra limon, “limone”, e limonka, “granata” nel senso di bomba a mano), artista e politico russo che definire controverso è fargli un complimento. La sua è una vita avventurosa e romanzesca, piena zeppa di esperienze diversissime tra loro: nato in una città sul Volga non lontana da Stalingrado alla fine dell’assedio nazista, adolescente violento in Ucraina nel grigiore del regime comunista, degente in un ospedale psichiatrico dopo aver tentato il suicidio, poeta avanguardista nella Mosca di Brežnev, leader dell’underground, frequentatore del jet set newyorkese di fine anni Settanta, barbone senza tetto, cameriere di un miliardario di Manhattan, scrittore e frequentatore della Parigi bene di inizio anni Ottanta, combattente filo-serbo nella guerra civile jugoslava, fondatore del partito nazionalbolscevico russo (con bandiere naziste con la falce e il martello al posto della svastica), carcerato per terrorismo e contestatore feroce della politica di Putin. Intellettuale maledetto, scrittore, cinico, ribelle, personaggio eccessivo, contraddittorio e assolutamente sopra le righe, a suo modo leale, «capace di scolarsi un litro di vodka all’ora, al ritmo di un grosso bicchiere da un quarto ogni quindici minuti», uno che durante gli anni degli punk «aveva eletto a suo eroe Johnny Rotten, il leader dei Sex Pistols, e non si faceva scrupolo di definire Solženicyn un vecchio coglione», è capace di sostenere una rivoluzione sul modello di quella pacifica e democratica ucraina e di scrivere in un suo libro: «Sogno una insurrezione violenta... Non sarò mai un altro Nabokov, non andrò a caccia di farfalle per i prati, su gambe senilmente nude, pelose e anglofone». Ma Limonov è soprattutto un personaggio ben consapevole del suo carisma, come quando, deportato all’interno di un carcere, trova nei bagni degli elementi di design identici a quelli di un albergo di lusso progettato da Philip Stark e realizza di essere l’unico uomo al mondo in grado di fare questo tipo di comparazione. Per tutto il tempo ci si interroga se sia uno che ci è o ci fa, se ci crede sul serio o recita una parte, se sia un ribelle autentico, un egocentrico, un immaturo, un disadattato o un furbacchione pronto a usare il suo passato in maniera provocatoria e utilitaristica prendendo per il naso la società borghese (che disprezza) per trovarsi un pubblico. Oppure, forse, è proprio tutte queste cose insieme: frustrato nelle sue aspirazioni, convinto che le colpe delle sue disgrazie vadano imputate agli altri, costretto ogni volta a ripartire, arrabbiato con il sistema e imbevuto di lotta di classe, sogna fama, denaro e donne bellissime ed è pieno di disprezzo e invidia nei confronti degli altri dissidenti o esuli che minacciano il suo ego e il suo pubblico (uno per tutti, il poeta Brodskij). Per intendersi, lui è uno che, di fronte a un bambino malato di leucemia, apparentemente sembra colpito ma privatamente scrive: «E va bene, morirà di cancro, il piccolo, e chi se ne frega! Sì, è un bel bambino, sì, che pena, ma io ripeto: chi se ne frega! Anzi, meglio così. Che crepi, quel moccioso figlio di ricchi, sono contento. Perché dovrei fingere tenerezza e pietà mentre la mia stessa vita, seria e unica, è distrutta da tutti quei merdosi, senza nessuna eccezione? Muori, bambino condannato! Non ti aiuteranno né il cobalto né i dollari. Il cancro non rispetta il denaro. Offrigli pure miliardi, lui non farà marcia indietro. Ed è bene che sia così: almeno una cosa davanti alla quale tutti sono uguali». Grande spazio è dedicato alla vita sentimentale di Limonov, il suo legame di comodo con l’obesa bipolare Anna, il suo folle amore per Tanja che poi lo lascerà spingendolo a diventare gay senza esserlo (l’amore omosessuale gli avrebbe dato finalmente qualcosa, e lui si era stufato di dare), il secondo matrimonio con l’alcolizzata e ninfomane Natasaša, la nuova fidanzata minorenne Nastja che si prende cura di lui mentre è in carcere e poi viene scaricata. Viene da chiedersi quanto nel libro ci sia del vero Limonov e quanto di Carrère, che non di rado si inserisce nella narrazione e si mette in dialogo con il suo oggetto di studio: Limonov ha accusato lo scrittore francese di aver saccheggiato molti episodi narrati nei suoi libri spacciandoli per veri, ma si è sempre compiaciuto di dire che il libro, con il suo successo clamoroso, gli ha dato la fama mondiale a lungo inseguita. Dal canto suo, Carrère ne è affascinato e in fondo lo invidia perché rappresenta tutto quello che lui, appartenente alla borghesia parigina, non ha saputo e non potrà mai essere, ma affronta tutti i suoi lati oscuri e i suoi eccessi, come l’odio verso Gorbačëv, reo di aver lasciato sgretolare l’impero sovietico facendo perdere ai russi la dignità, e allo stesso tempo il sostegno ai serbo-bosniaci di Karadzic e alle milizie del generale Arkan nella guerra civile jugoslava, prendendone parte attiva (in un documentario spara con la mitragliatrice su Sarajevo dalle colline intorno alla città) per partecipare finalmente a una guerra vera e usare la violenza senza sognare di farlo. Carrère è bravissimo nel catturare il lettore avvinghiandolo al suo personaggio senza per questo fargli sposare i suoi principi o approvarne le azioni (tanto che gli nega la simpatia che si tributa sempre al loser), ma anzi facendogli mettere in discussione tutto, anche le certezze che credeva di avere. Anche nel grande spazio dato alla Russia e alla sua storia recente c’è molto di Carrère, la cui madre era una delle maggiori studiose della lingua e della cultura russa in Francia: le vicende esistenziali di Limonov sono l’occasione per raccontare la storia di un Paese decadente, immobile e geriatrico prima dell’imminente fine, poi feudo di sciacalli e affaristi senza scrupoli e teatro dell’ascesa di Putin, tratteggiato da Carrère sotto una luce sinistra. Eppure, paradossalmente, nel loro rimpianto del regime sovietico e della grandezza (mitica) del passato, i due sono sovrapponibili: «La differenza tra Putin e Eduard è che Putin ce l’ha fatta. Putin è il capo. (…) Limonov, (…) se si trovasse al posto di Putin, certamente direbbe e farebbe tutto quello che Putin dice e fa. Ma Limonov non è al posto di Putin, e non gli resta che occupare quello, così incongruo per lui, di oppositore virtuoso, difensore di valori in cui non crede (democrazia, diritti umani e stronzate del genere) al fianco di persone oneste che incarnano tutto quello che lui ha sempre disprezzato. Non esattamente uno scacco matto, ma certo, in queste condizioni, non è semplice saper stare al proprio posto». Ancora una volta, Limonov sembra recitare una parte, più per calcolo che per un’effettiva convinzione, ma anche per sfuggire a un destino di uomo qualunque. Molte nel libro sono le scene estreme, come quella in cui Limonov sodomizza Tanja mentre va in onda un discorso di Solženicyn o quella in cui si fa possedere a sua volta da un ragazzo di colore a Central Park. Se si è disposti a passarci sopra, è davvero una grande lettura.

giovedì 2 agosto 2018

Enrico Brizzi - L'inattesa piega degli eventi

Una via italiana al fantastorico? Non avevo mai letto niente di Enrico Brizzi, ma questo L’inattesa piega degli eventi è stato davvero una folgorazione, riuscendo a catturarmi fin dalla prima pagina che cita Paolo Caccia Dominioni. E dire che è uscito ormai dieci anni fa: e io dove sono stato nel frattempo? Ucronico e fantapolitico, è un romanzo che immagina un’Italia che è rimasta neutrale nella Seconda Guerra Mondiale finché la Germania nazista non l’ha invasa e si è ritrovata dalla parte degli Alleati (quindi, dei “buoni”) contro la Francia di Vichy; vincendo la guerra, ha potuto mantenere la dittatura fascista e i suoi possedimenti coloniali in Africa, oltre che espandere i propri confini al Tirolo e a una porzione di territorio francese. Insomma, un po’ come Philip K. Dick che, ne La svastica sul sole, ha immaginato che la Germania e il Giappone abbiano conquistato gli Stati Uniti dopo aver vinto la guerra. Brizzi non ricrea solo un presente e un futuro distopico, ma anche e soprattutto un passato immaginario: la vicenda si svolge in un 1960 nel quale Mussolini è ormai un vecchio decrepito e morente (dopo un ictus mentre era in compagnia di Anita Ekberg) e il partito fascista si ritrova dilaniato dallo scontro per la successione tra gli aperturisti di Italo Balbo che vorrebbero un’Italia nel Patto Atlantico (l’America chiama) e gli oltranzisti di Pavolini che invece vogliono continuare a restare non allineati insieme alle forze che si affacciano sul Mediterraneo. Il fascismo ha portato a compimento la sua rivoluzione cacciando i Savoia e trasformando l’Italia in una repubblica laica e anticlericale, e in Vaticano a Pio XII è succeduto non il mite Giovanni XXIII ma il conservatore supertradizionalista francese Pio XIII. Il libro inizia con la cronaca del funerale di Mussolini ma poi è tutto un flashback sulla storia in prima persona di Lorenzo Pellegrini, bolognese (“merda zaniboni!”) e giornalista sportivo del quotidiano “Stadio” che viene inviato non come lui sperava alle imminenti Olimpiadi di Roma del 1960 ma in Eritrea, Somalia ed Etiopia a seguire le partite delle ultime giornate del campionato di calcio locale, la Serie Africa. Il torneo si svolge sotto l’egida della Federcalcio e la squadra vincente avrà l'occasione di giocare a Roma il Torneo delle Sette Repubbliche (le colonie italiane sono infatti definite formalmente “repubbliche associate”, come appunto la Repubblica Associata dell’Africa Orientale). Il nostro eroe, particolarmente sensibile al fascino femminile e in Africa proprio per vendetta della sua ex amante (figlia dell’editore di “Stadio”), affronta la trasferta africana come punizione purgatoriale e si imbatte in un calcio strano, molto diverso da quello edulcorato e convenzionale che c’è in patria, una realtà da strapaese fatta di insulti, gestacci, invasioni, dirigenti facinorosi e arbitri compiacenti, dove il razzismo la fa da padrone. Ci sono squadre di soli bianchi come il Birra Ventura Asmara, l’Audax Addis Abeba e le Fiamme Nere Gibuti, e squadre interrazziali spesso povere, con giocatori scalzi e divise raffazzonate, dove militano neri, italiani a fine carriera, inglesi, olandesi delle Antille e allenatori jugoslavi, simboli di riscatto per gli antifascisti esiliati (tra cui i sudtirolesi) e per gli indigeni, come il San Giorgio Addis Abeba (i cui giocatori sono soprannominati “pigiama” in virtù della loro divisa), il Garibaldi (in maglia rossa) e l’Abissinia Dire Daua. E la ricostruzione è talmente verosimile e accattivante, con tanto di maglie e cartine geografiche inserite dall’autore che approfondiscono l’universo narrativo del romanzo, da aver generato da parte degli appassionati una patch per Pro Evolution Soccer 2013 con tutte le squadre della Serie Africa e del Torneo delle Sette Repubbliche. L’intuizione di Brizzi è quella di trattare il calcio come elemento fondamentale della storia patria italiana e come teatro dell’autorappresentazione che ne fece il regime, ma allo stesso tempo ne affronta la dimensione mitica, il suo ruolo di grande contenitore di differenti spinte, aspirazioni, tensioni e germi di rivolta: la sua è una rivisitazione del passato coloniale (spesso taciuto) della nostra storia che funziona proprio perché in connessione al grande sport nazionale e che costringe tutti a guardarsi per un momento allo specchio. E non è un caso che anche Lorenzo Pellegrini sia spinto dagli eventi (sempre inaspettati, come recita il titolo) a schierarsi e ad abbandonare l'illusorio “quieto vivere” da giornalista e da cittadino che non si immischia di politica e non intende pestare i piedi a nessuno. In tutto il romanzo i nomi sono italianizzati rispettando i dettami fascisti (Oscar diventa Oscarre, Innsbruck viene chiamata Ponte a Eno, Lienz è Borgo Drava), ma l’Italia ritratta non è poi così diversa da quella reale: ci sono Fellini e Visconti, Gassman e Sordi, la Loren e Mastroianni, Modugno che canta Volare, la Juventus di Boniperti, Sivori e Charles vince il campionato (mentre il Brasile è campione del mondo in carica, proprio come nella storia vera), l’etiope Abebe Bikila partecipa alla maratona delle Olimpiadi per l’Italia, Hugo Pratt scrive il fumetto a puntate Ettore della Xa. Brizzi dà grande importanza ai dettagli (le sigarette Giubek, la compagnia aerea Ala Littoria, l’EIAR e non la RAI) e dedica spazio anche alla nascita del cinema porno, ai teddy boyse alla controcultura giovanile che si appoggia molto alla cultura rastafariana. E poi ci sono i personaggi: da una parte il caricaturale cavalier Venturi e il suo lacchè Quaglia, dall’altra l’affascinante e carismatico etiope Iohannes Aregai, passando per la pittoresca ala destra Ermes Cumani e il fotografo guitto Andrea Spada. Grande lettura, grande Enrico Brizzi!