domenica 30 settembre 2018

Umberto Eco - Il fascismo eterno

Fare i conti con il fascismo come fenomeno storico non è affatto facile, soprattutto in Italia, dove molta gente dopo la guerra ha dovuto far finta di non essere stata fascista o è stata cooptata dal nuovo Stato democratico e quindi non ha avuto molta voglia di tornare sull’argomento. Il fascismo, più che un fenomeno storico, resta una maledizione, uno spauracchio agitato in periodo elettorale, una categoria spesso di comodo applicata per delegittimare il nemico politico. Tra le opere fondamentali di questa idea di fascismo come categoria dello spirito rientra questo piccolo libretto Il fascismo eterno del leggendario Umberto Eco, scritto a metà degli anni Novanta e già apparso in Cinque scritti morali della Bompiani, ma ora ripubblicato come opera stand alone da La Nave di Teseo. Ha una parte autobiografica in cui Eco racconta di quando, da piccolo, ha avuto a che fare personalmente con l’irregimentazione o di quando, per la prima volta, ha preso coscienza dell’esistenza della resistenza. Poi però libretto diventa un saggio a tutti gli effetti in cui Eco riconosce che il termine fascismo designa un insieme vastissimo di atteggiamenti autoritari e di politiche repressive dall’ideologia e dall’identità non ben definita (in maniera molto diversa dal nazismo e dal comunismo): al suo interno trovano infatti posto monarchia e rivoluzione, religione cattolica e culto della violenza, il futurismo di Marinetti e il decadentismo di D’Annunzio. Per questo Eco parla di Ur-Fascismo, il “fascismo eterno”, di cui delinea le caratteristiche: l’esaltazione della Tradizione (i cui valori sono indubitabili e incorruttibili), il sincretismo (fagocitando all’occorenza autori diversissimi come De Maistre, Guénon e Gramsci), il rifiuto del modernismo e del progresso (e soprattutto dell’illuminismo), il sospetto e la diffidenza nei confronti della cultura e degli intellettuali (la famosa dichiarazione attribuita a Göbbels «Quando sento parlare di cultura, estraggo la mia pistola»), il rifiuto della differenza e del disaccordo. Il fascismo ha come obiettivo della sua propaganda le classi medie frustrate, alle quali esso fornisce un’identificazione a base di parole vuote, teorie del complotto (spesso gli ebrei), razzismo e xenofobia, perché il diverso è sempre una presenza minacciosa e destabilizzante. Eco si sofferma anche sulla neolingua fascista, sostenendo che i testi del regime «si basavano su un lessico povero e su una sintassi elementare, al fine di limitare gli strumenti per il ragionamento complesso e critico», unitamente al costante ricorso a un linguaggio bellico per scatenare la guerra contro il nemico, dalla quale scaturirà una nuova età dell’oro. L’obiettivo è chiaro: «L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherato e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo». Sempre in guardia, dunque. La parte più interessante è quella in cui Eco prevede che l’ambito in cui il nuovo fascismo si costruirà non sarà più la piazza delle adunata oceaniche ma la tv e internet, dove «la risposta emotiva di un gruppo selezionato di cittadini può venire presentata e accettata come la “voce del popolo”». Tenendo conto che era il 1995 e visto l’attuale sfacelo della rete e soprattutto dei social, viene da pensare che Eco sia stato veramente profetico. Magari in realtà il degrado non ha colpito solo le fantasie di sostenitori rossobruni o gialloverdi, ma qualcuno non lo ammetterà mai.

domenica 23 settembre 2018

Rosella Pastorino - Le assaggiatrici

Parlare de Le assaggiatrici di Rosella Pastorino è molto difficile. Ha appena vinto il premio Campiello, è stato eletto caso editoriale dell’anno e tutti quelli che l’hanno letto si sono espressi in termini a dir poco entusiastici. È effettivamente scritto molto bene, niente da obiettare, ma devo dire che non mi ha convinto fino in fondo. Ispirato dalla vera storia di Margot Wölk, assaggiatrice di Hitler, racconta la storia di Rosa Sauer, ex segretaria berlinese che si trova a doversi trasferire a casa dei suoceri in Prussia Orientale perché suo marito è al fronte e la sua casa è stata bombardata: dopo non molto viene reclutata dalle SS per fare da assaggiatrice dei cibi che Hitler dovrà mangiare. E qui arriva la duplice valenza del nuovo compito: siamo in guerra, c’è fame e i cibi della tavola del führer sono ottimi e ambiti, ma allo stesso tempo ogni boccone potrebbe ucciderle per salvare la vita di quello che per loro è la messianica incarnazione dello spirito della Patria. Quindi Rosa da un lato è una privilegiata, dall’altro una vittima, ma contemporaneamente si sente anche un po’ sporca per il suo lavoro per il nazismo e colpevole nei confronti delle compagne e del padre (che le ha rinfacciato: «Sei responsabile del regime che tolleri. […] L’esistenza di chiunque è consentita dall’ordinamento dello Stato in cui vive, pure quella di un eremita, lo capisci o no? Non sei immune da nessuna colpa politica»). Chiarisce subito di non essere mai stata nazista e quindi permette l’identificazione del lettore, ma stabilisce un rapporto intimo e fisico con Hitler attraverso il cibo e con un ufficiale delle SS attraverso il sesso. Le alte gerarchie del Terzo Reich sono del tutto assenti, quindi siamo distanti dall’espediente della dattilografa del film La caduta; appare solo incidentalmente von Stauffenberg e il suo tentativo di assassinare Hitler. Attraverso le parole di Rosa, la Pastorino esprime profonde riflessioni sulla morte, il dolore, l'amore, la maternità, il bisogno di affetto, e ragiona sul valore della vita individuale che acquista valore solo in funzione del sacrificio per la Patria; le dinamiche femminili (solidarietà, rivalità) tra le varie assaggiatrici le permettono di riflettere sulla condizione di subalternità delle donne e la violenza cui sono sottoposte, ma soprattutto sul Male Assoluto (non si tace dei campi di sterminio). Tuttavia, proprio a questo proposito mi sembra che il libro trovi il suo limite: perché Rosa parla come se fosse già a conoscenza delle malefatte del regime? La gente comune era veramente consapevole di tutto quello che succedeva e in grado di fare certi ragionamenti dopo anni di lavaggio del cervello? Ma soprattutto perché l’autrice omette il particolare raccontato dalla vera Margot Wölk, cioè l'essere stata violentata per due settimane dai sovietici, sostituendolo con un finale ambientato nel 1990 che getta uno sguardo amaro sulla vita matrimoniale e l’agognato idillio d'amore? Forse il Male Assoluto è un po' più ampio del regime nazista.

sabato 22 settembre 2018

Gillian Flynn - Sharp Objects

Non faccio mistero di amare profondamente i thriller cuciti intorno a protagoniste femminili disturbate (tipo l’alcolizzata de La ragazza del treno di Paula Hawkins, per intendersi), e a conferma di ciò arriva questo Sharp Objects di Gillian Flynn, già pubblicato con il titolo italiano Sulla pelle e una copertina orrida ma ora ripubblicato con il suo titolo originale in occasione della sua riduzione a serie televisiva HBO e una nuova copertina (la locandina della serie con l’adorabile Amy Adams). Il romanzo racconta in prima persona la storia di Camille Preaker, giornalista di Chicago mandata dal suo capo nella nativa Wind Gap cittadina del Missouri, che ha lasciato da otto anni: nell’ultimo anno in città sono già scomparse due bambine, poi ritrovate cadavere e mutilate della dentatura. A questa vicenda si affianca il giallo personale di Camille, la sua infanzia passata in una grande casa colonica-bomboniera in una famiglia disfunzionale, con una madre severa e manipolatrice che ha sempre voluto imbrigliarla in una veste da bambolina da esposizione, un patrigno inesistente e ora la sorellastra teenager Amma (che non a caso ha una casa per le bambole) con cui Camille si incrocia e si scontra senza riuscire a capire mai. Un po’ alla volta riemerge il passato e, insieme a esso, i traumi di Camille, che da piccola ha perso una sorella (con la madre che la colpevolizza e non la ama per la sua incapacità di conformarsi alla sua idea di figlia perfetta) e ha reagito al disagio con il sesso e l’alcol ma soprattutto facendosi tagli su tutto il corpo, in un autolesionismo grafomane che l’ha anche portata in clinica psichiatrica. Addirittura, a seconda della situazione, Camille sente che le parole che si è tatuata nelle varie parti del corpo si accendono e la chiamano. Per questo, pur essendo un thriller, Sharp Objects non ha tanto il fine di svelare l’identità dell’assassino, quanto di raccontare la sua protagonista interrotta, sbalestrata e spezzata: la sua presenza nel paese della sua infanzia contribuisce a smascherare la falsità e l’ipocrisia degli abitanti, odiosi benpensanti che idealizzano i loro figli secondo i canoni più zuccherosi imposti dalla società e che di conseguenza avvertono ogni loro problema come una macchia da rimuovere. Una delle vittime, infatti, era lontana dagli standard imposti dalla società, e suo fratello (che viene da fuori ed è quindi esterno alla comunità) viene creduto il colpevole del delitto dell’altra ragazza: per questo Camille stabilisce un istintivo rapporto con lui, più di quanto non le riesca con il detective di Kansas City Richard Willis (un altro estraneo alla cittadina) che sta indagando sul caso. La stessa madre di Camille la ostacola in tutti modi nel suo lavoro, mentre la tredicenne Amma si rivela una fragile ragazzina che in casa recita una parte e fuori fa il bello e il cattivo tempo, risultando spesso offensiva e bullizzando le compagne (si dice che offra per gioco le compagne ai ragazzi più grandi), e il suo modo di rispondere al disagio è esattamente l’opposto della sorella («Quando mi ero sentita triste avevo cominciato a ferirmi. Amma invece aveva scelto di ferire il prossimo»). Un romanzo che riesce a dire qualcosa sui rapporti malati che possono intercorrere tra genitori, figli e un’intera comunità, in una provincia americana come sempre luogo da incubo da cui scappare in fretta.

sabato 15 settembre 2018

Oscar Wilde - Il ritratto di Dorian Gray

Romanzo fondamentale del decadentismo e dell’immaginario occidentale, nonostante sia l’unico scritto da Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray nasce dall’eccezionale creazione di un personaggio che per vent’anni conduce una vita dissoluta e perversa rimanendo tuttavia bello e giovane come se per lui il tempo non passasse mai, mentre il ritratto che gli ha fatto l’amico Basil invecchia al suo posto divenendo sempre più mostruoso. All’inizio, Dorian subisce l’influsso dell’amico Lord Henry, mondano e cinico, che a suon di aforismi («Un uomo può essere felice con qualsiasi donna, finché non ne è innamorato») lo spinge a una visione amorale della vita, oltre che a considerare la giovinezza e la bellezza come gli unici valori importanti. Anche lui si trasforma in un insopportabile stronzo snob e scarica la sua innamorata, l’attrice Sibyl Vane, rea di aver dimenticato la sua arte drammatica preferendo il suo amore, spingendola al suicidio. Di depravazione in depravazione, Dorian dimentica i delitti di cui si macchia grazie alla contemplazione delle sue raccolte di antichità e oggetti preziosi, e la contemplazione drammatica con cui ascolta il Tannhäuser fanno da contraltare alla sua impassibilità di fronte alle disgrazie umane che lui stesso provoca. Quando Basil, l’autore del ritratto, va da lui per fargli una predica, nel tentativo di ricondurlo sulla retta via, Dorian lo uccide senza provare rimorso, finché alla fine, la punta di un coltello (brandito dalla mano dello stesso protagonista) non riporta tutto alla situazione normale: l’arte alla sua impassibilità e all’essere la sua fragilità mortale. E questo nonostante la sorte avesse provveduto ad assicurare a Dorian la sicurezza e l’impunità, levandogli di torno anche il fratello di Sibyl che voleva vendetta. Il romanzo, raffinato e decorato come se fosse esso stesso un quadro, vive del contrasto/conflitto tra reputazione e carattere (Dorian è affascinante ma la sua natura oscura e crudele ne compromette la fama), apparenza e realtà (cosa c’è in superficie e cosa c’è dietro), arte e vita (c’è una bella differenza tra il creare bellezza e vivere in maniera bella), ed è attraversato da simboli che ne esplicano la poetica (il teatro, che riflette il protagonista che osserva se stesso come se fosse a uno spettacolo; i fiori, che simboleggiano il desiderio di piacere sensuale e la fugace natura della bellezza). La depravazione di Dorian viene suggerita più che mostrata e riflette tutti limiti dovuti all’epoca in cui il libro fu scritto (la frequentazione dei bassifondi, il maltrattamento di donne e amici, la lettura di un libro dissoluto, l’ascolto di musica orientale e di percussioni tribali); allo stesso tempo però riflette l’estetismo di Wilde, il suo rifiuto di ogni credenza che limita il piacere o incateni l’anima, le regole della società o della morale, sempre giudicate soffocanti e ipocrite, e giunge ad assumere una sinistra grandezza nella sete del protagonista di conoscere e di vivere tutte le esperienze possibili, nell’assenza del raggiungimento di una felicità che non gli viene mai concessa. Anche se non c’è alcuno spiraglio di redenzione: quando vorrebbe incominciare una vita nuova e buona, Dorian non riesce a rinunciare alla contemplazione narcisistica della propria bellezza e alla fine deve arrendersi al fatto che la sua anima è imprigionata in un quadro e che la coscienza da lui nascosta è insopportabile. Che il quadro sia lo sguardo dei valori aristocratici e borghesi, la morale della società sempre pronta a condannare? Un quesito che resta irrisolto e avvolge il romanzo di un’aura amara e pessimista, insieme al fatto che «non esiste in tutto il racconto un solo rapporto integro e realizzato», «il blocco totale dei sentimento persino nelle figure di minor rilievo» (come dice Franco Marenco nell’introduzione di questa edizione Garzanti), tanto che Dorian esclama: «Vorrei poter amare». Per questo Dorian Gray non è il semplice esemplare umano dedito alla malvagità come troppo spesso è stato dipinto da una società per niente migliore di lui.

mercoledì 12 settembre 2018

Oscar Wilde - L'importanza di chiamarsi Ernesto / Il ventaglio di Lady Windermere / Una donna senza importanza / Un marito ideale

Tutti parlano di Oscar Wilde, ma pochi l’hanno letto. Ancora meno sono quelli che hanno letto le sue commedie teatrali, spesso definite leggere e fatue ma contraddistinte, oltre che da un tono leggero e un ritmo perfetto, da una pungente satira che mette alla berlina il moralismo della società vittoriana (nella quale furono scritte) con il sarcasmo e senza mai cadere a loro volta nel moralismo. Se la struttura delle commedie riprende il teatro classico con l’equivoco e il chiarimento finale, Wilde aggiunge il suo stile unico e anticonformista con affermazioni eccentriche, nonsense e paradossi portati all’estremo che distruggono e rovesciano le frasi fatte del conformismo: affrontarle tutte e quattro non è solo un esercizio di stile o di intelletto, ma una grande gioia e un autentico divertimento. Il fatto che simili opere abbiano riscosso un grande successo di critica e di pubblico proprio presso quell’alta società alla quale l’autore rimproverava la totale assenza di valori è ancora più spassoso.

Si comincia con L’importanza di chiamarsi Ernesto, titolo che gioca sull’omofonia tra l’aggettivo “earnest” (che si applica a una persona onesta, credibile, coscienziosa e affidabile) e il nome Ernest: le fanciulle di cui si parla, infatti, sognano di sposare un uomo che si chiami Ernest perché il nome sembra loro una garanzia delle qualità che la società vittoriana mirava a perseguire. Ed ecco lo sberleffo di Wilde: quello che conta in una società che vive di apparenza e di ipocrisia non è la persona, ma il nome, che si può cambiare. In Italia si è provato a tradurre il nome replicando lo stesso effetto, ma invano: Fedele, Franco, Costante, Probo, Serio e Severo non si sono dimostrate alternative valide all’originale (a volte il titolo è stato tradotto L’importanza di fare sul serio). Cecily e Gwendolen vogliono sposare un nome, Ernest, e i loro corteggiatori, Jack e Algernon, devono assolutamente procurarselo, anche a costo di affrontare il cimento di un secondo battesimo, e a dispetto del fatto che conducano una doppia vita in città e in campagna, inventandosi rispettivamente un fratello inesistente e un amico malato (il mitico Bunbury). La straordinaria Lady Bracknell, invece, scarta Jack come pretendente della figlia nonostante la sua ricchezza e le sue proprietà semplicemente perché non ha un nome, e quindi non esiste (tanto più che è stato ritrovato in una valigia del deposito bagagli di Victoria Station). Fino al paradosso finale quando si scopre che il bugiardo, sia pure senza saperlo, aveva sempre detto la verità. C’è chi l’ha accusata di essere eccessivamente frivola, leggera e rassicurante, ma questa è la commedia perfetta, dove ogni battuta è un aforisma irresistibile e geniale, anche quando parla di tramezzini al cetriolo: «Soltanto i parenti e i creditori suonano con queste cadenze wagneriane»; «Cecily e Gwendolen diventeranno certamente grandissime amiche. Scommetto qualunque cosa che mezz’ora dopo essersi conosciute si chiameranno “sorellina mia”… / Questo le donne lo fanno solo dopo essersi chiamate in molti altri modi»; «Perdere un genitore, signor Worthing, può essere una sfortuna; ma perderli tutti e due è segno di trascuratezza»; «Tutte le donne diventano come le loro madri. Questa è la loro tragedia. Gli uomini non lo diventano mai. E anche questa è la loro tragedia»; «Trentacinque è un’età piacevolissima per una donna. La società di Londra è piena di donne che son rimaste a trentacinque»; «Esser nato, o comunque allevato, in una borsa, con maniglie o senza, mi sembra che denoti un disprezzo tale per le norme più elementari della vita di famiglia da ricordarmi le peggiori mostruosità della Rivoluzione Francese».

Il ventaglio di Lady Windermere è una deliziosa pièce basata sull’ipocrisia e sull’equivoco: Lord Windermere accetta di aiutare finanziariamente Mrs. Erlynne, avventuriera di dubbia fama, a patto che non riveli di essere la madre di sua moglie, Lady Windermere, che la crede morta (è infatti fuggita di casa lasciandola infante per seguire il suo amante). Ma Lady Windermere finisce per convincersi che il marito la tradisca e per vendicarsi sembra disposta a compromettersi irrimediabilmente con un suo corteggiatore, Lord Darlington: il suo ventaglio, dimenticato a casa del Lord, la accuserebbe di fronte a tutti se Mrs. Erlynne non decidesse di sacrificarsi per lei rinunciando alla sua ritrovata onorabilità. La cosa più interessante è il risvegliarsi del sentimento materno di Mrs. Erlynne, cui non importa molto di redimersi moralmente ma che vuole a ogni costo redimersi socialmente, mentre Lady Windermere, l’irreprensibile e virtuosa moglie vittoriana, è disposta a buttare tutto all’aria per fare un dispetto al marito che ritiene colpevole: questo la rende senza dubbio più umana e simpatica rispetto agli altri personaggi caratterizzati da ipocrisia, falsità, mancanza di sincerità e sentimenti simulati che servono a mascherare il loro egoismo e i loro vizi. Se al centro di tutto c’è un accessorio tipicamente femminile come il ventaglio, non mancano i brillanti aforismi e i paradossi per cui l’autore è celebre: «Posso resistere a tutto fuorché alla tentazione»; «Due soltanto sono le tragedie a questo mondo; la prima consiste nel non raggiungere quello che si vorrebbe, l’altra nell’ottenerlo»; «Le donne malvage sono seccanti, le donne buone sono noiose. È la sola differenza che ci sia tra loro».

Situazioni e toni da melodramma tornano in Una donna senza importanza, nella quale tutto ruota attorno ancora al tema del segreto nelle classi aristocratiche: per spiegare le ragioni per cui non intende lasciare che l’ambizioso figlio Gerald accetti la proposta di lavorare come segretario del facoltoso Lord Illingworth, Mrs. Arbuthnoth rivela che l’uomo è stato il suo amante a 17 anni scomparendo dopo averla messa incinta e rifiutando di assumersi le proprie responsabilità. Una donna senza valori è una donna senza importanza. Al malvagio padre snaturato Lord Illingworth Wilde fa pronunciare aforismi cinici e antiromantici: «Noi della Camera dei Pari non veniamo mai a contatto con l’opinione pubblica. Per questo formiamo un’assemblea civile»; «La sola differenza tra il santo e il peccatore è che ogni santo ha un passato e ogni peccatore un avvenire»; «Adoro i piaceri semplici. Sono l’ultimo rifugio della gente complicata»; «I figli all’inizio amano i genitori, ma poi li giudicano; raramente, forse mai, li perdonano». Il personaggio di Hesther Worlsey serve per mettere a confronto società inglese e americana, con quest’ultima caratterizzata dall’assenza di classi privilegiate e dal rispetto che deriva solo dal lavoro, con tutta una serie di battute incredibili da parte degli inglesi («La giovinezza dell’America è la sua più antica tradizione. Continua ormai da trecento anni»; «A scuola ci dicevano che taluni dei nostri stati sono grandi come la Francia e l’Inghilterra messe insieme / Ah, chissà quante correnti d’aria, allora!»; «Dicono, Lady Hunstanton, che quando i buoni Americani muoiono, vanno a Parigi. / Davvero? E quando muoiono i cattivi Americani, dove vanno? / Oh, in America»;), ma alla fine anche Mrs. Worlsey perde ogni connotazione positiva rivelandosi per quello che è, una bacchettona puritana per cui è giusto che le colpe dei padri ricadano sui figli.

Un marito ideale racconta la storia di un personaggio tutt’altro che esente da macchie, l’integerrimo Robert Chiltern, un arricchito che ha venduto un segreto di Stato e da lì ha cominciato la sua carriera politica, cominciando a credere veramente alla maschera di rispettabilità che si è cucito addosso da tanti anni di ascesa sociale. Quando viene ricattato da una cinica ricattatrice, Mrs. Cheveley, deve scegliere se evitare che il suo segreto venga dato in pasto alla stampa oppure conservare il rispetto della moglie (un’insopportabile moralista che l’ha idealizzato come marito perfetto) ma compromettere la sua carriera politica. Non è un caso che la ricattatrice Mrs. Cheveley sia immune da tutte le ipocrisie di cui sono rivestiti gli altri personaggi per bene della commedia, e che dica tranquillamente: «Ecco le conseguenze della mentalità puritana che domina l’Inghilterra. Nei tempi passati nessuno pretendeva d’esser migliore degli altri, nemmeno un po’. […] Oggi, con questa smania di moralità a tutti I costi, ciascuno di voi deve diventare un modello di purezza, di incorruttibilità e di tute le altre sette micidiali virtù...». Il lieto fine ristabilisce la morale convenzionale ma allo stesso tempo sancisce l’impunità dell’immoralità che può essere benissimo conciliata con i buoni sentimenti. Con un indubbio insegnamento morale: qualche volta mentire fa bene e le cose finiscono bene per chi sa far tacere al momento opportuno la propria coscienza. E in questo si vede la brillante satira di Wilde: il moralismo vittoriano viene omaggiato, anziché contestato, con tutta una serie di battute incredibili («Non c’è niente di più pericoloso che esser troppo moderni. Si corre il rischio di passare di moda da un giorno all’altro»). A fare da anello di congiunzione tra i personaggi è Lord Goring, scapolo impenitente e alter ego dell’autore, o almeno quello che esprime le sue personali concezioni della vita: «Io dico sempre quello che non dovrei. Di solito, infatti, dico sempre quello che penso. Un grande errore al giorno d’oggi»; «È l’amore, non la filosofia tedesca, a dare la vera spiegazione di questo mondo, quale che sia la spiegazione scelta per l’altro mondo, quello al di sopra di noi»; «La gioventù non è un’affermazione: è un'arte»; «La Moda è quel che uno porta; quello che portano gli altri è già passato di moda. Allo stesso modo la volgarità è il modo di comportarsi degli altri. E le bugie sono le verità degli altri. Gli altri sono semplicemente insopportabili. L'unica compagnia possibile è quella che ci facciamo da soli. L’amore di sé è l'inizio d'un romanzo che dura una vita».

lunedì 10 settembre 2018

Bruce Springsteen - Born to Run. L'autobiografia

Bruce Springsteen, soprannominato il Boss, è il musicista che più di ogni altro ha incarnato la figura dell’eroe della classe lavoratrice ed è divenuto l’emblema stesso del concerto (leggendari i suoi concerti di oltre tre ore), capace di rilanciare il rock’n’roll e l’idea americana di frontiera; le sue caratteristiche sono sempre state la vocazione alla strada e alla fuga per un futuro migliore, il romanticismo, l’attenzione per i losere le ingiustizie sociali. La mia venerazione per lui è legata a quanto ha fatto fino al 1987, cioè a Tunnel of Love, che sebbene sia già bolso mi sento di salvare: da lì in poi un lento declino ma soprattutto lo spaesamento degli anni Novanta, lui che è un mito degli anni Ottanta, ma queste mie considerazioni potrebbero non trovare sostegno tra i suoi numerosissimi fan, ciechi e sordi nell’incensare il loro idolo al di là dei suoi effettivi meriti. Come tutte le leggende del rock che si rispettino, arriva anche per Bruce il momento dell’autobiografia, e la prova è questo Born to Run, il cui titolo cita uno dei suoi pezzi più celebri e inquadra perfettamente il personaggio: ovviamente, questa è la sua verità («Non vi ho detto “tutto” di me. La discrezione e il rispetto per la sensibilità degli altri me lo impediscono»), un suo sguardo retrospettivo su tutta la sua vita e la sua attività musicale, con il tono di chi è ben conscio di essere una leggenda e sa come ammaliare il pubblico. Ecco quindi raccontati l’infanzia nel New Jersey, la realtà di una provincia marginale, l’eredità italo-irlandese, l’etica del lavoro della madre, il rapporto complicato con il padre alcolizzato e violento (uno per cui «le canzoni d’amore alla radio erano un complotto governativo per convincere la gente a sposarsi e pagare le tasse»), il bullismo, l’educazione religiosa che l’ha allontanato dalla Chiesa ma l’ha comunque plasmato («con grande sconcerto e desolazione dovetti riconoscere che se si è stati cattolici lo si rimane per sempre. (…) Oggi frequento di rado la religione, ma so che da qualche parte, nel profondo, faccio ancora parte della squadra»). E poi la scoperta di Elvis e del rock’n’roll, dei Beatles e della loro estetica rivoluzionaria, di Bob Dylan e della sua capacità di parlare ai giovani: ancora una volta traspare il valore e l’importanza della musica per quella generazione che non si riconosceva nei valori dei padri («Si era spalancata una voragine tra le generazioni, e d’un tratto ci sentivamo orfani, abbandonati al flusso della storia, bussole impazzite, intimamente alla deriva»), una passione, un linguaggio condiviso e un veicolo di riscatto da una vita senza sbocchi, insomma tutto quello che la musica non è più da un sacco di tempo e che probabilmente non sarà mai più. E quindi le prime lezioni di chitarra, i primi gruppi (come gli Steel Mill), la gavetta, l’incrollabile convinzione di riuscire a farcela («come tutti gli artisti mi ritenevo un ciarlatano, ma allo stesso tempo pensavo di essere il migliore»), la formazione della mitica E Street Band, i primi due dischi (Greetings from Asbury Park The Wild, the Innocent & the E Street Shuffle), l’incontro fondamentale con il giornalista e produttore Jon Landau, autore di una delle più leggendarie recensioni della storia del rock (“Ho visto il futuro del rock’n’roll e il suo nome è Bruce Springsteen”), la svolta e il successo con Born to Run, i problemi manageriale legali che lo tennero bloccato per oltre un anno, il rapporto con i propri modelli e la voglia di omaggiarli, la scoperta del country di Woody Guthrie e lo stile più intimista e scarno di Darkness on the Edge of Town, l’interminabile realizzazione di The River, periodo di eccezionale creatività durante il quale il nostro produsse canzoni a getto continuo, solo in parte finite sugli album (tutte le altre sarebbero state pubblicate nei decenni successivi in cofanetti appositi), alla costante ricerca di un’identità musicale ben precisa («Stavo ancora cercando una mia identità e mi ispiravo ad artisti che nei loro album creavano mondi consapevoli e autonomi, per poi invitare i fan a scoprirli»). E ancora l’entrata nel mainstream e la onsacrazione pop con il successo colossale di Born in the USA, con la concessione alla nascente industria dei videoclip e i concerti nelle arene di tutto il mondo (anche in Italia, con il mitico concerto di San Siro del 1985), il fallimento del primo matrimonio, il tour con Amnesty International e la decisione di sciogliere la E Street Band. Grande spazio è dedicato all’idillio con Patti Scialfa e alla scoperta delle gioie del focolare e della paternità, quando il nostro traslocò dal nativo New Jersey alla soleggiata California e mise su una nuova band in anni di progressivo disinteresse nei confronti del rock tradizionale da parte dei giovani, più attratti da altre sonorità, anche se è incredibile che non venga spesa una parola sulla doppietta Human Touch/Lucky Town che vide la luce proprio in quegli anni. E ancora l’Oscar vinto con Streets Of Philadelphia e il ritorno con la E Street Band, nonostante la persistente volontà nella sua carriera di prendere strade diverse con dischi acustici come NebraskaGhost of Tom Joad Devils and Dust e le Seeger Sessions. Bruce si apre completamente ai suoi lettori, si mette in discussione e si psicanalizza, trova le ragioni delle proprie paure e dei propri difetti, confessa di soffrire di depressione (che quando arriva si trasforma in «un treno merci carico di nitroglicerina che deraglia rovinosamente») e del combattimento per accettare di essere così; a volte regala momenti commoventi quando parla della malattia e della morte di suo padre, di Danny Federici e Clarence Clemons, e la sensazione che si ricava da queste pagine splendide è quella di vecchi amici che se ne vanno. Quanto al suo mestiere, si lascia andare a considerazioni sul suo ruolo di poeta, cantastorie e narratore di personaggi («Immagino una vita, la provo, vedo come mi sta addosso. Mi metto nei pani di qualcun altro e mi viene spontaneo incamminarmi per strade soleggiate o buie, ma non è detto che poi voglia restarci a vivere»), soprattutto riguardo al narrare se stesso; ma fa anche considerazioni sulla musica e sul suonare che è «un piacere e un privilegio quotidiano che ti riempie di vita, gioia e sudore, che ti massacra i muscoli e la voce, che ti schiarisce la mente, ti sfinisce e ti rinvigorisce l’anima, una catarsi». I suoi fans sono una famiglia, così come la E Street Band, i cui rapporti vanno al di là della semplice professionalità: «Tutto ciò che facciamo insieme si fonda sull’affetto e sul rispetto. Non è soltanto lavoro, è qualcosa di personale. Per lavorare con me non ci voleva un contratto, ma tutto il cuore. Ecco perché quarant’anni dopo, sera dopo sera, la E Street Band va avanti dritta e imperterrita come un rullo compressore. Non siamo soltanto un’idea, siamo un’estetica, una filosofia, un collettivo con un codice d’onore professionale fondato sul principio che stasera tireremo fuori tutto ciò che abbiamo dentro e faremo del nostro meglio per aiutarti a tirare fuori tutto ciò che tu hai dentro, il tuo meglio». E poi ci sono gli aneddoti, come quando lui e Steven Van Zandt furono buttati fuori da Disneyland perché si rifiutarono di togliersi la bandana, o del mitico concerto a Berlino Est del 1988 presentato come concerto per i sandinisti dalla Lega della gioventù comunista. Una lettura obbligata, non tanto per i fans (che di sicuro queste cose già le sapevano), quanto per chi ama la musica e crede ancora che il rock sia un modo di vivere e di pensare.