martedì 30 ottobre 2018

Alexandre Dumas - I Compagni di Jéhu. Prima parte

Prosegue la pubblicazione della saga di Dumas sulla rivoluzione francese e l’impero napoleonico portata avanti da Gondolin, questa volta con la prima parte delle due parti de I Compagni di Jéhu, ovviamente illustrata. Considerato un romanzo minore e definito da Benedetto Croce «uno dei più deboli tra quelli della decadenza letteraria di Dumas», che «ribocca, da cima a fondo, di quella blague a lui consueta, disinvolta, spiritosa e briosa, e insieme ingenua e trasparente come di chi la dia a bere a se stesso prima che ai lettori» (insomma, una lettura facilona e infantile che svia dalla vera letteratura), I Compagni di Jéhu continua la storia de I Bianchi e i Blu (anche se in realtà è stato scritto dieci anni prima) esattamente a dove la si era lasciata, dopo il ritorno di Napoleone dalla campagna d’Egitto narrata ne L’ottava crociata. Almeno, la trama è molto più unitaria e compatta rispetto alla frammentazione de I Bianchi e i Blu: siamo nel 1799 e la società segreta dei Compagni di Jéhu, antirivoluzionaria e antinapoleonica, già trovata ne Il colpo di Stato, continua ad assaltare le diligenze che trasportano i rifornimenti del governo, per finanziare le armate dei ribelli realisti della Vandea e della Bretagna che combattono per la restaurazione della monarchia borbonica. A guidarli c’è Morgan, nome di guerra di Charles de Saint-Hermine (un cui fratello è stato fucilato all’inizio de L’armata del Reno); dall’altra parte troviamo l’intrepido Roland de Montrevel, aiutante di campo di Bonaparte e incaricato da quest’ultimo di far cessare le scorrerie dei Compagni. Roland approfitta di ogni occasione per buttarsi senza paura nel nelle braccia del pericolo dal momento che è affetto da un aneurisma cardiaco che potrebbe ucciderlo in qualunque momento («Da oltre un anno ho scoperto di avere la disgrazia di non poter morire»), ma è anche fratello di Amélie, di cui Morgan è innamorato. Le figure dei giovani appaiono luminose, fiere, belle, nobili e pieni di ardore, insomma i tipici eroi di cui si innamora appena descritti: anche i Compagni di Jéhu, pur se spietati, si mostrano sempre intrepidi, cortesi e pieni d’onore, e a loro non può mai mancare la simpatia del lettore e dell’autore. A tutto questo si sovrappone poi la presa del potere da parte di Napoleone, che realizza il suo colpo di Stato approfittando della corruzione del Direttorio e delle istituzioni repubblicane e si fa primo console, in attesa di qualcosa di più. Tornano anche gli incredibili, i giovinastri eleganti della reazione termidoriana che ostentano affettazione nei modi e nella parlata (evitano di pronunciare la erre di rivoluzione). Alcune descrizioni, come quella della certosa di Seillon (nascondiglio dei Compagni di Jéhu) e l’incontro con il fantasma, traboccano di lirismo poetico, mentre altre scene in qualche modo anticipano il western («Si sedette davanti alla tavola, staccò il mantello per avere piena libertà di movimento, prese le pistole che aveva alla cintura, ne appoggiò una davanti a sé e, battendo tre colpi sul tavolo con il calcio dell’altra: “La seduta è aperta,” disse ad alta voce, “i fantasmi possono venire.”»). Da segnalare alcuni particolari geniali come la chiesa stipata di fieno per evitare la demolizione («Il sindaco ha decretato che, in espiazione del culto erroneo al quale era stata adibita, fosse convertita in magazzino di foraggi») o il parrucchiere che confessa, portandosi tragicamente la mano sul cuore, di essere filomonarchico e filoaristocratico (dei nobili la sua categoria custodiva acconciature e segreti); il picco però lo si raggiunge con l’incredibile-vandeano che indossa un gilet fatto con la pelle del fratello morto fucilato e i pantaloni fatti con la pelle del caporale che ha comandato la fucilazione. Tutto questo, con buona pace di Benedetto Croce, ne fa una grande lettura. Ovviamente la storia si interrompe a metà: per leggerla tutto sarà necessario aspettare la seconda parte.

Alexandre Dumas - I Bianchi e i Blu

Esce I Bianchi e i Blu di Dumas in edizione completa per Fede & Cultura, dopo essere uscito a puntate per Gondolin. Speriamo che questo tomone di oltre 700 pagine faccia breccia in un nuovo tipo di pubblico e che venda due copie, cosa per nulla scontata in questi tristi tempi di crisi del libro. Intanto, ecco la mia dotta prefazione:

La sua fama è legata principalmente a capolavori come Il conte di Montecristo e al ciclo dei moschettieri (I tre moschettieriVent’anni dopo e Il visconte di Bragelonne), ma in realtà Alexandre Dumas è ancora oggi uno dei romanzieri tra i più prolifici e amati del mondo. La sua fama di gaudente libertino gli restò sempre cucita addosso e la critica ufficiale e accademica non lo ha mai amato troppo, ma la sua produzione è sterminata e conta centinaia di titoli fra romanzi, opere teatrali, saggi, memoriali e pamphlet polemici, a riprova di una versatilità davvero fuori dal comune. La storia fu sempre il suo terreno preferito e la utilizzò come sfondo privilegiato sul quale tratteggiare i suoi grandi affreschi narrativi, restando sempre il più aderente possibile alla realtà.
È il caso di questo I Bianchi e i Blu, corposo romanzo ambientato tra la Rivoluzione francese e il periodo napoleonico che mescola allo stesso modo storia e finzione, personaggi noti e sconosciuti; insieme a I compagni di Jéhu e a Il cavaliere di Sainte-Hermine, va a formare una trilogia che doveva portare a compimento il ciclo dei grandi romanzi storici francesi: già dal titolo è chiaro l’intento celebrativo di quanti combatterono in così delicati frangenti, da una parte i Blu, i sostenitori della Rivoluzione, e dall’altra i Bianchi, i sostenitori della controrivoluzione.
I Bianchi e i Blu presenta una struttura in quattro parti, che costituiscono ognuna un nucleo narrativo a sé stante, separato nel tempo, senza un protagonista principale e con personaggi che compaiono, spariscono e magari ricompaiono. La prima parte, intitolata L’armata del Reno, è ambientata a Strasburgo, nel dicembre 1793, in pieno Terrore: la ghigliottina continua a tagliare teste e i prussiani sono alle porte della città, che vive in una specie di follia paranoica mentre la Repubblica è in guerra contro i suoi nemici interni ed esterni. La seconda parte, Attacco alla Convenzione, ci trasporta nella Parigi della “reazione termidoriana” dopo la caduta di Robespierre, nell’ottobre 1795, appena prima dell’istituzione del Direttorio, quando le sezioni di Parigi presero d’assalto la Convenzione nazionale. La terza parte, Il colpo di Stato, ci trasporta nel settembre 1797 e racconta le tensioni e i complotti interni al Direttorio, che in teoria avrebbe dovuto assicurare alla Francia la stabilità ma che in realtà porta allo scoperto le tensioni accumulate negli anni precedenti, ormai pronte a deflagrare con il tentato colpo di Stato organizzato da tre dei cinque membri del Direttorio con il sostegno dell’esercito. Infine, la quarta e ultima parte, L’ottava crociata, ci catapulta nella campagna d’Egitto di Napoleone nel 1798-99, quando il futuro imperatore dei francesi (il quale si è già distinto nell’appoggiare il Direttorio) mette sotto assedio San Giovanni d’Acri con lo scopo di completare la conquista della Terra Santa e di annetterla all’Egitto, indebolendo così l’esercito turco alleato degli inglesi.
La trama dunque non è lineare e potrebbe disorientare un po’ per la sua natura frammentaria e l’inserimento di così tanti fatti e personaggi storici con cui magari i lettori italiani hanno poca dimestichezza (si contano, tra gli altri, Saint-Just, i giovani Charles Nodier ed Eugène de Beauharnais, i generali Pichegru e Cadoudal, Madame de Staël e il suo salotto, oltre a svariate nobildonne e personaggi della politica del tempo). A ciò si deve aggiungere la propensione alla digressione, arte nella quale Dumas eccelleva, con interi capitoli volti a raccontare il background di determinati dettagli storici o geografici e con l’autore che interviene personalmente per dare giudizi sulle vicende narrate. Da una parte Dumas fa un panegirico della Convenzione, capace di difendere il Paese dall’aggressione esterna e resistere ai diversi estremismi interni; dall’altra mette in scena la ragioni degli altri, i legittimisti (scioani e compagni di Jéhu), in qualche modo celebrandoli. Meno simpatia riserva invece per chi abusa del potere, come Euloge Schneider, ex frate cappuccino ora commissario rivoluzionario e fanatico estremista (è incredibile quanti invasati prima di diventare rivoluzionari fossero preti, come il Cimourdain de Il Novantatré di Victor Hugo), il quale cerca di sposarsi con una fanciulla ricattandola e minacciando suo padre. Oppure per François Goulin, annegatore di nemici della Rivoluzione e capace di replicare all’orrore di una fanciulla di fronte alla vista della ghigliottina: “Vorrei sapere chi è l’aristocratico che parla con così poco rispetto dello strumento che ha contribuito maggiormente al progresso umano dopo l’aratro”. Non è un caso che contro di lui si formi una vera e propria alleanza tra governativi rivoluzionari e ribelli controrivoluzionari per porre fine alla sua esistenza utilizzando lo strumento da lui tanto amato.C’è poi una sezione su Avignone, città papale invasa dalla Rivoluzione, che gronda letteralmente sangue: in episodi come quelli del poveraccio massacrato sui gradini dell’altare, dell’uccisione del conte di Fargas e del massacro dei rifugiati nella torre Trouillasse (ottenuta dietro la somministrazione di eccitanti al popolaccio per renderlo rabbioso), Dumas è incredibilmente efficace nel ritrarre la violenza del popolo, gli inganni perpetrati da chi detiene il potere, la meschinità dei carnefici. Soprattutto, ammette chiaramente di essere sempre stato attratto dai vinti e di essersi rivolto a loro, avvertendo il bisogno “se non di riabilitare, almeno di attirare la pietà delle generazioni che verranno sugli uomini che per esse si sono sacrificati”: per questo si sofferma a lungo sul doloroso viaggio e l’agonia dei prigionieri del colpo di Stato, costretti a privazioni indicibili e alla fine condannati alla deportazione in Guyana, non solo compatendoli ma trasformandoli addirittura in eroi.
Nel romanzo ci sono molte scene memorabili: il brindisi di Schneider che beve dal collo di una bottiglia rotta tagliandosi le labbra; Saint-Just che condanna a morte un suo amico d’infanzia per essersi svestito prima di andare a letto e non aver rispettato l’ordine di restare vestiti per i militari; ancora Saint-Just che legge della riconquista della città insorta di Tolone da parte di Bonaparte e impone ai soldati di restare schierati ad ascoltare mentre vengono decimati dalle cannonate del nemico; la spia polacca di Pichegru travestita da suonatore di organetto; il sottotenente Faraud che combatte da solo contro un branco di lupi e poi baratta il grado di caporale in cambio di alcuni prussiani catturati; il duello tra lo stesso Faraud e Falou sotto gli occhi di Napoleone a proposito della disputa tra signore e cittadino e quindi del voi e del tu con cui rivolgersi agli altri (tu e cittadino sono rivoluzionari, signore e voi monarchici); Coster de Saint-Victor, capace, nella stessa sera, di dare origine a una sollevazione e di rubare amante e cena a Barras, uno dei cinque membri del Direttorio; Napoleone e Joséphine de Beauharnais che si recano individualmente, entrambi sotto mentite spoglie, dall’indovina che li smaschera e predice loro il futuro.
Molto efficace è anche il ritratto che Dumas fa della società della reazione termidoriana, quando Parigi vede affermarsi nuove tipologie sociali, gli incredibili e le meravigliose, giovani seguaci di un lusso ostentato e stravagante: i primi si lasciano crescere lunghe trecce alla maniera aristocratica ed esibiscono affettazione nei modi e nella parlata (si rifiutano di usare il tu rivoluzionario e la r di rivoluzione), le seconde sono vestite con tuniche provenienti dall’antichità pagana. Nel frattempo, la provincia è scossa dalla reazione monarchica, soprattutto grazie ai Compagni di Jéhu, società segreta comandata dall’inflessibile Morgan che si occupa di procurare ai ribelli della Controrivoluzione i soldati necessari per l’armata e che ha il suo covo nell’abbandonata certosa di Seillon: i Compagni non conoscono misericordia nei confronti dei loro membri traditori, neppure se hanno ceduto alla tortura, e ne uccidono giustappunto uno mediante un coltello a forma di croce perché il condannato possa baciarlo al momento di morire in mancanza di un crocifisso.
Grande spazio è poi dedicato alla vita militare, alle operazioni belliche dell’esercito rivoluzionario, alla bontà e alla spontaneità dei soldati francesi, tanto che si capisce che Dumas simpatizza con loro e ne celebra le gesta (non resta mai neutrale, ma si riferisce sempre ai francesi dicendo “i nostri”), aspetti portati all’estremo con l’ultima parte ambientata in Egitto, dove Dumas, figlio di un generale di quella campagna caduto in disgrazia, ci porta sul campo di battaglia, tra le cariche e le palle di cannone, in un crescendo di atti cruenti ed eroici, e ritrae le eroiche truppe francesi che, fronteggiando ogni possibile difficoltà (malattie, privazioni e clima ostile), combattono strenuamente in luoghi resi famosi dalla Bibbia e dai Vangeli; anzi, l’intera campagna si configura come una vendetta nazionale della sconfitta dei Corni di Hattin (1187) dei cavalieri crociati guidati da Guido di Lusignano contro il Saladino, e assume le connotazioni di una nuova crociata. Anche in questo caso ci sono scene memorabili come quella in cui Napoleone chiede ai suoi generali informazioni sul deserto della Siria distribuendo loro le biografie di Plutarco, libri di mitologia e la Bibbia; oppure quella del trucco messo in pratica sulla spiaggia dal mercante di palle di cannone per recuperare pezzi di artiglieria o quella del commodoro inglese Sidney Smith che, di fronte al dono delle teste dei nemici uccisi che il pascià Al-Jazzar gli fa recapitare come prezioso regalo, dichiara: “Ecco cosa vuol dire avere un barbaro per alleato”.

lunedì 29 ottobre 2018

J.R.R. Tolkien - La caduta di Gondolin

È passato poco più di un anno da Beren e Lúthien e ci ritroviamo tra le mani un nuovo Tolkien inedito, La caduta di Gondolin, questa volta incentrato su una vicenda la cui redazione risale addirittura al 1917, quando Tolkien era in ospedale dopo essere sopravvissuto alla battaglia della Somme, la cui forma originaria era già presente nei Racconti perduti e la sua ultima evoluzione, incompiuta, nei Racconti incompiuti. Uno dei grandi nuclei del legendarium riguardante la Terra di Mezzo, dunque, mai sistemato in forma definitiva e ora ultima opera curata dal figlio di Tolkien, Christopher, che segue lo stesso metodo già utilizzato per Beren e Lúthien, cioè una collezione di diverse versioni della vicenda introdotte e corredate da commenti di Christopher (la cui voce ormai è mescolata inestricabilmente a quella del padre) che inquadra i vari testi nel quadro dello sviluppo della storia attraverso le diverse fasi compositive. I cambiamenti sono tanti e tali che sarebbe stato impossibile armonizzarli senza intervenire pesantemente sul testo. Non si tratta quindi di una vicenda narrata nella forma-romanzo con unità di stile e continuità come accaduto per I figli di Húrin, e questo rende La caduta di Gondolin un’uscita difficilmente digeribile da un lettore occasionale, che non lo capirà, anzi, lo troverà incomprensibile e mortalmente noioso. Per i veri tolkieniani, invece, si tratta di una lettura imprescindibile e affascinante, che restituisce l’idea del metodo di lavoro di Tolkien, il quale non smise mai di tornare sopra quello che aveva già creato, ma continuava a revisionare le sue storie, ad aggiungere eventi, particolari e connessioni fra i personaggi per creare più relazioni con quanto già esisteva; ogni nuovo elemento, nella sua visione, implicava nuove implicazioni nella storia e lo portava a revisionare tutto quello che c’era prima e quello che c’era dopo, e magari ci tornava sopra scrivendone una nuova versione in metro allitterativo in ottonari.

La vicenda è incentrata su un’antica città/civiltà (la Gondolin del titolo) assediata da mostri e macchine da guerra, e risente direttamente dell’esperienza che Tolkien fece sul campo di battaglia della più spaventosa carneficina della storia, tanto è vero che lui stesso, scrivendo a Christopher in servizio nella Royal Air Force durante la Seconda Guerra Mondiale, diede una chiara indicazione di come la sua personale esperienza di guerra avesse influenzato la sua arte. Intendiamoci: per la stessa ragione per cui Il Signore degli Anelli non è un’allegoria della Seconda Guerra Mondiale, La caduta di Gondolin non è un’allegoria della Prima. Si tratta invece di una riflessione sul mito e il nostro rapporto con l’immaginario, pur se privo (nella sua forma originaria) di quel dettagliato contesto storico che è una delle principali caratteristiche della maturità di Tolkien, come nota John Gart in Tolkien e la Grande Guerra. L’eroe umano Tuor, cantore solitario, si imbatte in Ulmo, il signore del mare (è uno dei Valar), che si rivela in tutta la sua maestà e lo incarica di portare un messaggio agli abitanti della città libera di Gondolin: i Noldor/Noldoli (chiamati anche Gnomi, nel senso di aventi a che fare con la conoscenza e non con le omonime creature del folklore) devono armarsi e colpire il malvagio Melko/Melkor prima che opprima tutto il mondo. Accompagnato dall’elfo Bronweg/Voronwë, Tuor compie la sua personale “cerca” e raggiunge Gondolin, la città nascosta costruita sul modello delle Terre Imperiture al di là del mare e vero e proprio “reame fatato” delle fiabe; trova perfino una sposa fatata, Idril, la figlia di re Turgon, per uno dei due matrimoni misti (l’altro è quello di Beren e Lúthien) la cui progenie (in questo caso Eärendel) sarà decisiva per la salvezza della Terra di Mezzo. Su Idril però si sono posati anche gli occhi di Meglin/Maeglin, il rivale di Tuor, che non esita a tradire e vendere la città a Melko rivelando i suoi punti deboli in cambio di Idril (nella seconda versione della storia di parla proprio di “bramosia sensuale”). A questo punto si scatena l’inferno: le orde infernali di Melko superano la barriera delle montagne e la città è assediata e distrutta da orchi, draghi, Balrog e macchine di ferro che «superano il confine tra mostri mitici e macchine, tra magia e tecnologia» (Garth). Tuor svolge un ruolo fondamentale nella difesa della città e guida verso il mare i profughi in fuga, mentre spicca l’epico scontro su una vetta fra l’elfo Glorfindel e un Balrog.

Delle varie versioni elaborate da Tolkien qui presentate, la prima è innegabilmente la più fascinosa con la descrizione dei battaglioni elfici che si radunano sotto gli stendardi di varie casate, ognuno con la sua linea araldica, e la riflessione su un tiranno cattivo che perpetua se stesso schiavizzando tutti e costringendoli a lavorare per rendere il suo potere sempre più micidiale («Tutti gli schiavi dei Noldoli sono costretti a scavare senza sosta in cerca di metalli, mentre Melko siede e crea fuochi e invoca fiamme e fumi perché prorompano ai calori sotterranei»). Nelle seguenti versioni (tratte dalle varie redazioni del Silmarillion) Tolkien arricchì la vicenda di particolari, inserendola nel quadro più generale della guerra per i Silmaril e degli scontri fratricidi tra elfi, tanto che Tuor e Voronwë si imbattono in Túrin Turambar, cugino di Tuor, che scappa dalla distruzione di Nargothrond, mentre Meglin/Maeglin diventa nipote di Turgon.

Ancora una volta, l’opera è corredata dalle splendide illustrazioni (schizzi e acquerelli) di Alan Lee. Forse, senza di lui e John Howe, la Terra di Mezzo non sarebbe la stessa.

Edmond Fleg - Mosè secondo i saggi

Di solito non parlo delle novità su cui lavoro ma questa volta faccio un’eccezione per Mosè secondo i saggi, che poi tanto nuovo non è visto che risale al 1928. Lo ha scritto Edmond Fleg, scrittore svizzero naturalizzato francese, ed è stato già pubblicato dalle Dehoniane all’inizio degli anni Ottanta ma è scomparso da anni. Mia mamma me l’ha letto quando ero piccolo e non me ne sono più dimenticato, tanto da pensare di ripubblicarlo per Fede & Cultura. Si tratta di una raccolta di midrashim ebraici di diverse epoche tratti dalla tradizione rabbinica e talmudica: su ogni racconto si applica la riflessione dei rabbini, i quali cercano di rispondere all’interrogativo di come la figura di Mosè e le vicende del popolo ebraico possano interessare tutti noi, parlando alla nostra vita concreta. Ecco quindi che ogni “saggio”, cioè ogni rabbino, ha aggiunto una propria variante e interpretazione della vicenda biblica dal punto di vista spirituale, morale e poetico, fornendo un insegnamento. Fleg mette insieme tutti questi racconti e queste interpretazioni cucendoli in una narrazione unica (tanto che non si sa dove finisce l’interpretazione rabbinica e dove incomincia la sua), che forse si allontana da quanto scritto nell’Esodo biblico ma non per questo è meno ricca di insegnamenti. Infatti, come illustra magnificamente Francesco Voltaggio nell’introduzione, per i rabbini, oltre alla Scrittura, è fondamentale la tradizione orale, cioè la sua interpretazione, che viene trasmessa di bocca in bocca, da maestro a discepolo. Non un qualcosa di fermo, ieratico e incomprensibile, ma una via per attualizzare e incarnare la Parola nell’assemblea, mostrare come Dio parla nella storia di un popolo (anzi, il libro dice proprio che nessun fatto succede mai a caso!) e trasmettere la fede ai figli, questione quanto mai problematica oggi. La storia segue quindi tutte le tappe della vita di Mosè, quella che oggi non conosce più nessuno come ho potuto constatare vent’anni fa all’uscita del film Il principe d’Egitto: la schiavitù degli ebrei in Egitto, il salvataggio di Mosè dalle acque, la sua educazione come principe egiziano, la sua ribellione e la sua fuga, il roveto ardente, la missione che gli affida Dio, le dieci piaghe, la pasqua e l’uscita dall’Egitto, l’attraversamento del Mar Rosso, il cammino nel deserto, la consegna della Legge, il vitello d’oro, le infinite mormorazioni del popolo, la manna e le quaglie, la realizzazione dell’Arca dell’Alleanza, lo scontro con i popoli pagani, l’entrata nella Terra Promessa (da cui però Mosè resta fuori). Il capitolo “La scuola nel cielo”, relativo alla permanenza di Mosè sul Sinai, è tutto un trattato di angelologia ebraica che potrebbe disorientare chi è digiuno dell’argomento, ma il resto è pieno di particolari profondi, come gli ebrei dal cuore egiziano Datam e Abiram che continuano a rimpiangere l’Egitto e a mormorare contro Mosè mettendo in dubbio l’operato di Dio, oppure il fatto che alla distruzione dell’esercito egiziano nel Mar Rosso il faraone si salvi, come simbolo dell’odio del mondo per il popolo eletto: per questo Dio gli permetterà di reincarnarsi in tutte le generazioni in attesa che si compia la Pasqua, in attesa del Messia che compirà la Pasqua universale (il fatto che Fleg scrivesse nel 1928 gli ha impedito di aggiungere anche il nome di Hitler all’elenco di nemici di Israele). Ed è proprio a questo proposito che si vede come Fleg, cofondatore nel 1948 dell’associazione “Amicizie ebreo-cristiane” per approfondire la conoscenza reciproca delle due religioni e la consapevolezza di far parte di un cammino comune, credeva in un messianismo aperto al mondo intero: al momento della morte di Mosè, momento veramente toccante del libro, al profeta è dato di vedere la storia futura del popolo d’Israele, le sue vittorie e le sue cadute, il tempio di Gerusalemme e il futuro tempio celeste realizzato dal Messia per tutti gli uomini.

sabato 27 ottobre 2018

Paul Kocher - Il maestro della Terra di Mezzo

Fermi tutti: Gianfranco De Turris ci insegna come non si fa un’edizione critica. Si prende un testo su Tolkien del 1972, un testo molto valido per giunta, uno dei primi studi critici sull’argomento, scritto da un professore di Stanford, quando Tolkien era ancora in vita. Ovviamente, il testo in questione si basava le opere di Tolkien allora esistenti, quindi precedeva di molto la pubblicazione del Silmarillion e della History of Middle-Earth, ed è quindi privo della profondità del legendarium tolkieniano di cui siamo in possesso oggi. E De Turris, curatore del volume, questo lo dice, ma poi si guarda bene dall’evidenziare dove il testo è ancora valido e dove invece è stato superato per l’avanzamento di 40 anni di critica tolkieniana; il nostro si limita a intervenire in nota solo per chiarire dettagli inutili o citare altri studi italiani di scarsissima rilevanza, se non addirittura a rendersi autore di amene scempiaggini come quando dice che sui “capi dell’Occidente” (Gandalf, Elrond, Galadriel e Aragon) l’Anello non avrebbe effetto o scambia la Montagna Bianca di Minas Tirith per il Taniquetil di Valinor. Sembreranno critiche oziose e da supernerd della Terra di Mezzo, ma ricordo che stiamo parlando di un volume che avrebbe pretese di scientificità e che De Turris si atteggia a esperto.

È un peccato perché Il maestro della Terra di Mezzo di Paul Kocher è un’opera meritoria, certamente da porre in prospettiva storica, ma con dei ragionamenti ancora validi e attuali. Descrive le caratteristiche dei diversi popoli della Terra di Mezzo (hobbit, elfi, nani, Ent, orchi) e prende in analisi tutte le opere di Tolkien nella convinzione che dicano qualcosa su noi stessi e il nostro mondo, alla faccia della critica paludata che già al tempo sosteneva fossero solo ridicolaggini per fuggire dalla realtà e dalla complessità dell’esistenza. Il capitolo dedicato ad Aragorn, poi, è veramente stupefacente ancor oggi: ragiona sul personaggio, non sullo stereotipo, quindi all’interno della narrazione e di dinamiche ben precise (mentre De Turris ne parla come di uno «che ha tutte le caratteristiche del re così come è descritto dalla Tradizione», cioè, esattamente all’opposto, ne fa un manifesto della sua interpretazione di Tolkien “di destra”).

Una prima importante riflessione Kocher la fa sul Tolkien creatore di mondi e sulla sua preoccupazione di fornire credibilità al suo mondo, da lui chiamato Secondario, e quindi di unire l’ordinaria allo straordinario e il fantastico al reale: ecco quindi spiegata la sua attenzione ai particolari geografici, climatici, astronomici e linguistici, come si può vedere dalle Appendici al Signore degli Anelli. Tolkien gioca su quella che Kocher chiama “ambivalenza intenzionale”: i suoi paesaggi non appartengono a una realtà totalmente estranea alla nostra ma presentano numerosi caratteri comuni, in modo tale che il lettore li avverta come una dimensione sempre possibile. La Terra di Mezzo è così un prodotto di invenzione, anche se potrebbe essere «la nostra Terra, ma nelle condizioni in cui era nel lontano passato».

Una seconda riflessione molto convincente è quella dedicata al Tolkien narratore e pensatore: «Tolkien non è un filosofo né un teologo, ma uno scrittore di narrativa che pensa». Le sue riflessioni sui problemi filosofici, etici e morali sono da lui affidate ai vari personaggi, mantenendo sempre la tensione della narrazione, quindi anche la sua fiducia nella Provvidenza non deve diventare così forte da convincere il lettore che gli hobbit ce la faranno sicuramente; anche i più saggi non conoscono tutti gli esiti, e le profezie e le visioni che vengono riportate nel testo sono talmente vaghe e dubbioso da suggerire «che i cammini che permettono loro di realizzarsi possono essere più di uno».

Kocher spiega poi la conciliazione operata da Tolkien tra Provvidenza e libero arbitrio: «Il libero arbitrio degli umani (o degli Hobbit, degli Elfi, dei Nani e degli Ent) coesiste con l’ordine della Provvidenza e non ostacola questo ordine, bensì collabora a istituirlo». La Provvidenza non è totalitaria, non mutila cioè il libero arbitrio dell’uomo ma richiede la sua collaborazione per potersi realizzare completamente. Ecco perché nel Signore degli Anelli i personaggi sono chiamati a fare delle scelte di loro spontanea volontà senza imposizioni dall’alto. All’opposto di questo atteggiamento c’è Sauron, la negazione del libero arbitrio e della scelta, l’affermazione di un io ipertrofico a scapito di tutti gli altri. Se Gandalf accettasse di prendere l’Anello, farebbe dei danni superiori a quelli di Sauron, perché lo userebbe per fare il bene e imporrebbe il suo bene agli altri: «Chiunque usi la coercizione, anche se la usa per la migliore delle cause, usa un mezzo malvagio per ottenere un fine buono, ma così facendo corrompe il fine e se stesso. Per definizione, un obiettivo buono diventa malvagio quando viene ottenuto mediante il potere assoluto sulla volontà altrui conferito dell’Anello».

È notevole anche il ragionamento che Kocher fa sull’«ironia del Male che finisce per portare al Bene», una visione cioè che permette una temporanea vittoria del Male «per poterlo sconfiggere più tardi». La morte di Gandalf, il tradimento e la morte di Boromir, la cattura di Merry e Pipino, la fuga di Vermilinguo sono tutti episodi in cui il Male vince temporaneamente ma che sono fondamentali per portare alla vittoria finale del Bene. Addirittura, nel caso della caduta di Frodo sulla Voragine del Fato, Gollum rivela come «il Male venga consumato compiendo esso stesso la buona azione che il Bene non è riuscito a compiere». La Provvidenza quindi «non solo permette al Male di esistere, ma lo intreccia inestricabilmente ai suoi progetti sulla Terra di Mezzo. Nel breve termine può addirittura permettere al Male di trionfare, e questo breve termine, molte volte, è tutt’altro che “breve”». Kocher dunque individua in Tolkien un ordine cosmico orientato verso il Bene, anche se «nessuno sa quanto occorrerà attendere»; e, una volta sconfitto, tutto lascia pensare che il Male risorgerà perché, «a parte i brevi periodi di tregua, la Terra di Mezzo è sempre stata sotto l’assedio di qualche Oscuro Signore». Il Male, anche se non è creato dall’uno (Dio), ha il permesso di esistere e viene usato per reggere il mondo, perché l’uno, «in realtà, ha bisogno del Male per disporre di momenti di pericolo che mettano alla prova le sue creature, portandole ai limiti della resistenza, moralmente e fisicamente, come nella guerra di Sauron».

domenica 21 ottobre 2018

Gail Honeyman - Eleanor Oliphant sta benissimo

Un’altra protagonista disturbata dopo Sharp Objects, dev’essere proprio il periodo. Questa volta non è un thriller ma una commedia femminile, Eleanor Oliphant sta benissimo di Gail Honeyman, bestseller esageratamente (o gelosamente) definito caso editoriale. La Eleanor Oliphant del titolo (io narrante del romanzo) è una trentenne di Glasgow (Scozia) dalla vita abitudinaria e metodica: lavora come contabile in un ufficio, non ha mai fatto un’assenza, parla alla sua pianta, durante la pausa pranzo fa il cruciverba sul giornale. Passa il fine settimana a bere vodka, non ha rapporti al di fuori di quelli lavorativi a parte quello con la madre che telefona ogni mercoledì sera dal carcere. È autistica? Soffre della sindrome di Asperger? Non viene chiarito ma la sua impossibilità di leggere le situazioni sociali, di cogliere il sarcasmo e di rapportarsi con gli altri (oltre al fare commenti fuori luogo) sembrerebbero suggerire di sì. È successo qualcosa nel suo passato, ma non viene spiegato cosa se non per vaghi accenni fino alla rivelazione finale: sappiamo solo che Eleanor porta con sé cicatrici fisiche e psichiche e che è scampata a un incendio. Ha anche avuto una relazione di un paio d’anni con un certo Declan che la picchiava, la tradiva e la faceva pure sentire in colpa. Le cose iniziano a cambiare quando si innamora di un cantante locale e, per conquistarlo, comincia per la prima volta a interessarsi di che cos’è il mondo al di fuori della sua casa e del suo lavoro (si compra addirittura un laptop), impara a prendersi cura di se stessa, a smettere di mettere una distanza fra sé e il mondo e a fare riflessioni su cose che tutti danno per scontate e, soprattutto, a incontrare nuove persone (lo sgraziato collega Raymond e un vecchietto al quale salvano la vita per strada) che la portano a rapportarsi con il suo passato. Insieme al suo cambiamento incominciano anche gli eventi che cambiano la sua vita, e in questo modo anche il lettore comincia ad avvicinarsi a lei e al suo modo di essere. La trama non ha grossi strappi e vive di situazioni: Eleanor che va a depilarsi, a comprarsi un vestito o a tagliarsi i capelli, con le sue elucubrazioni al riguardo, cosa che la fa sembrare una Bridget Jones con qualche problema psichiatrico in più (e già l’originale ne aveva parecchi). Sullo sfondo, c’è sempre la presenza sempre più ingombrante e pressante della madre, una che le dice senza troppe remore: «Volevo solo dirti che sei un inutile spreco di tessuto umano», oppure: «Sei cresciuta dentro di me, i tuoi denti, la tua lingua e la tua cervice sono fatti tutti con le mie cellule, i miei geni. Chissà quali sorpresine ho lasciato crescere dentro di te, quali codici ho messo in moto. Cancro al seno? Alzheimer? Devi solo aspettare e vedrai». Il romanzo è una grande riflessione sulla depressione e sulla solitudine («Ai giorni nostri la solitudine è il nuovo cancro, una cosa vergognosa e imbarazzante, così spaventosa che non si osa nominarla»), oltre che sulla forza e l’importanza dell'amicizia. Forse è troppo lungo. 

martedì 16 ottobre 2018

Arto Paasilinna - La prima moglie e altre cianfrusaglie

Con Paasilinna non si sbaglia mai, nemmeno con questo La prima moglie e altre cianfrusaglie, a torto ritenuto un’opera minore o un semplice esercizio di stile. Come sempre ambientato in Finlandia, racconta la storia di Volomari Volotinen, un assicuratore che coltiva la passione per il collezionismo di pezzi antichi e improbabili, vere e proprie cianfrusaglie provenienti da ogni luogo e secolo. Si parte dal bavaglio dell’accapelita, unico pezzo sopravvissuto all’incendio che ha distrutto la casa della sua famiglia, cioè un pezzo di legno di frassino provvisto di lacci per legarlo alla nuca di un antenato mentre il chirurgo gli tagliava una gamba; si prosegue con la dentiera di un maresciallo finlandese della Seconda Guerra Mondiale, conservata in un convento di suore svizzere le quali, prima di affidarla a Volomari, interpellano la Santa Sede; si prosegue con il refrigeratore del latte scremato di inizio secolo convertito in distillato di acquavite, un lanciagranate, il torchio per il vino ungherese, il pelo pubico di una donna vissuta 12.000 anni fa nell’estremo nord della Norvegia e la ghigliottina che ha giustiziato Danton, offerta da un antiquario al posto del divano Récamier che Volomari intendeva regalare alla moglie per il suo compleanno. Non mancano neppure le reliquie laiche come il colbacco di Lenin e il costume da bagno di Tarzan (occasione in cui il nostro conosce un Johnny Weissmuller perennemente ubriaco) o quelle religiose come la clavicola di Cristo, sottratta da una mostra di reliquie organizzata a Londra dai gesuiti e spacciata per vera nonostante risalga al 700 D.C. In questa caccia alle anticaglie Volomari è affiancato dalla moglie Laura Loponen, ex ausiliaria di prima linea in guerra e ora pasticcera, conosciuta quando lui, ubriaco, era convinto di poter mangiare in un ristorante di lusso indossando la dentiera dell’ex maresciallo. Laura è molto più vecchia di lui (hanno una differenza di vent’anni), quasi come se questa ricerca continua di oggetti del passato coinvolgesse anche la sua vita amorosa e coniugale. Il racconto procede per episodi in ordine cronologico, ognuno incentrato su un particolare oggetto e il modo in cui Volomari ne è entrato in possesso, storie grottesche e sopra le righe come potevano essere i vari capitoli de L’anno della lepre. Contemporaneamente, si racconta l’evoluzione della storia d’amore tra Volomari e Laura, i loro viaggi in tutta Europa (dalla Lapponia a Budapest), addirittura con una puntata in Arabia Saudita, con un bell’elogio del ruolo del matrimonio nella gestione delle follie reciproche. Torna poi l’amore-odio di Paasilinna per l’Unione Sovietica, con il viaggio della coppia di sposi per il convegno sullo scartamento ridotto, fra treni che non ci sono, che ci sono ma non partono e che partono ma poi si fermano e non partono più. Per capire lo stile leggero e dissacratorio di Paasilinna, basti citare la riflessione che le donne «non hanno il senso naturale delle traiettorie a parabola, contrariamente agli uomini, che hanno modo di studiarle quotidianamente svuotando la vescica. Questi esercizi ripetuti permettono loro di affinare la precisione della mira, sviluppare le capacità di valutazione e di rendere la mano più ferma, con risultati spesso grandiosi».

lunedì 15 ottobre 2018

Roger Zelazny - Nove principi in Ambra

Non conoscevo Roger Zelazny, uno degli autori “sacri” del fantasy contemporaneo, oggi riscoperto in quanto ispiratore e precursore di George R.R. Martin e delle sue Cronache del ghiaccio e del fuoco (Il trono di spade, per intenderci), secondo le tradizionali regole dell’industria editoriale. Ho iniziato con Nove principi in Ambra, primo capitolo della sua opera più famosa, Le cronache di Ambra, che si compone di due cicli di cinque parti ciascuno. A differenza di altre saghe, non è una lettura particolarmente lunga, ma ha la peculiarità di essere un mix di fantascienza e fantasy, sogno e realtà: riprende subito il cliché dell’uomo senza identità e privo di memoria che si ritrova ferito e immobilizzato in una clinica degli Stati Uniti del giorno d’oggi. Facile l’identificazione con il lettore, che è all’oscuro di tutto proprio come lui. Scopre di chiamarsi Corwin, ha capacità di guarigione fuori dal comune, si libera e viene a sapere di dovere la sua prigionia alla sorella Flora. Guardando delle carte simili agli arcani riconosce i volti dei membri della sua famiglia, i suoi nove fratelli, le sue quattro sorelle e il loro padre, Oberon, re di Ambra, una città grandissima e splendida posta in un’altra dimensione, dove la gente è eternamente giovane (si può morire solo se si viene feriti mortalmente). Si esplica così l’idea del multiverso di Zelazny: Ambra è il centro di un multiverso in cui tutti i vari universi paralleli non sono altro che rifrazioni ed emanazioni dell’unico universo originale che è quello di Ambra. Anche la nostra Terra è il riflesso distorto dell’unica terra perfetta, ed è proprio sulla Terra che il nostro eroe è rimasto per centinaia di anni (ha partecipato alle guerre franco-prussiane, alla campagna di Russia di Napoleone e alla Seconda Guerra Mondiale), sin dai tempi della regina Elisabetta quando si è svegliato dopo essere stato ferito dal fratello Eric. Un po’ alla volta Corwin scopre un po’ alla volta di sapere già tutto, di parlare lingue che non conosce e di tirare di scherma con estrema naturalezza, come se si risvegliasse da un intorpidimento. Scopre anche i fratelli possono comunicare telepaticamente fra loro attraverso i Trionfi, le carte simili ad arcani che ognuno ha degli altri, e inizia un viaggio magico in compagnia del fratello Random che è un passaggio attraverso le varie dimensioni verso Ambra (compreso il mondo speculare e marino di Arbma, cioè Ambra all’incontrario), visto che il padre Oberon è misteriosamente scomparso e il malvagio Eric cerca di impadronirsi del trono; a questo punto si scatenano battaglie su battaglie che vedono Corwin (aiutato da un altro fratello, Bleys) soccombere, venire catturato, essere costretto ad assistere all’incoronazione di Eric, essere privato della vista e venire rinchiuso in cella per anni. Grazie alle sue prodigiose capacità rigenerative, riesce a riprendersi e a fuggire. Il fantasy platonico e psichedelico di Zelazny risente molto degli anni in cui fu scritto (è del 1970) e si distacca molto dalla fantasy classica ed eroica, e per questo può generare nel lettore non avvezzo qualche smarrimento; tuttavia è classico nel riprendere la tragedia dei fratelli rivali e profondo nell’affrontare il tema della scomparsa del padre. Anche il suo stile, con lunghi dialoghi raffinati e scene d’azione ridotte all’osso, è assolutamente personale.

sabato 13 ottobre 2018

Umberto Eco - Il pendolo di Foucault

Tra Soros e il Piano Kalergi, le scie chimiche e i vaccini, la massoneria giudaica e Papa Francesco, il complottismo gode di ottima salute, alimentato da internet e soprattutto dai social network. Già Karl Popper spiegava che un simile fenomeno è dovuto al venire meno del riferimento a Dio e alla sua sostituzione con un gruppo di uomini di potere a cui sono imputabili tutti i mali che ci affliggono; la psicologia del complotto nascerebbe dall’applicazione a una realtà che non ci soddisfa di una teoria personale autoconsolatoria e che ci assolve dalle nostre responsabilità. Sarebbe quindi cosa buona e giusta andarsi a recuperare Il pendolo di Foucault di Umberto Eco, che compie giusto adesso trent’anni dalla sua pubblicazione nel 1988 e che il sottoscritto ha letto ben 18 anni fa. Questo mastodontico romanzo, ambientato tra l’inizio degli anni Settanta e la metà degli Ottanta, pone al centro di tutto la narrazione diversiva e per l’appunto la teoria del complotto universale, descritta e interpretata nelle sue varie declinazioni grazie ai tre protagonisti, Belbo, Casaubon (l’io narrante) e Diotallevi. I tre, animati da una buona dose di ironico snobismo, sulla base delle frequentazioni lavorative della casa editrice nella quale lavorano, decidono di riscrivere la storia del mondo a modo loro, un famigerato Piano Universale: per questo collegano e spiegano tutto sulla base di un gioco postmoderno che coinvolge i Rosacroce, gli alchimisti, il conte di St. Germain, l’Ochrana, i sempiterni Templari, gli Assassini, gli Illuminati, il Graal, il Priorato di Sion, Rennes-le-Château, la terra cava e il re del mondo, Hitler e le correnti telluriche (di cui il Pendolo di Foucault di Parigi sarebbe il catalizzatore). Insomma, un po’ lo stesso milieu culturale al quale ha attinto poi Dan Brown facendo soldi a palate grazie al suo Il codice da Vinci, con l’aggiunta dei feuilleton dell’Ottocento, dei film di Hitchcock e perfino dell’IBM («La sorte ci premiava, perché a voler trovare connessioni se ne trovano sempre, dappertutto e tra tutto, il mondo esplode in una rete, in un vortice di parentele e tutto rimanda a tutto, tutto spiega tutto…»). Il gioco finisce ben presto per fagocitarli, non solo perché il Piano provoca le smanie di potere di un gruppo di occultisti di estrema destra guidati dal misterioso Agliè (che si crede la reincarnazione del conte di St. Germain) che tentano di impadronirsene, ma perché il delirio narrativo e interpretativo nel quale sono caduti fa perdere loro la facoltà che fino a questo punto li ha preservati: lo spirito critico («Stavamo lentamente smarrendo quel lume intellettuale che ci fa sempre distinguere il simile dall’identico, la metafora dalle cose, quella qualità misteriosa e folgorante e bellissima per cui siamo sempre in grado di dire che un tale si è imbestialito ma non pensiamo affatto che gli siano cresciuti peli e zanne, e invece il malato pensa “imbestialito” e subito vede colui che abbaia o grufola o striscia o vola»).

Diciamolo subito: Il pendolo di Foucault è molto più difficile da affrontare rispetto a Il nome della rosa, per via di una trama sconnessa e funestata da uno stile verboso e citazionista che trabocca di erudizione, riferimenti ed elenchi lunghissimi, e magari si poteva risparmiare una duplice bestemmia nel testo; forse molti lettori potrebbero trovarsi spiazzati nel caso della parentesi brasiliana di Casaubon e delle tre grandi scene magico-esoteriche che intervallano il libro, in Brasile, sulle colline del torinese e al Conservatoire di Parigi, un mix di intellettualismo erudito e di grandguignol. Allo stesso tempo, però, è un romanzo che unisce (come Eco in seguito non è più riuscito a fare) il gusto del racconto e del mistero a una riflessione filosofica e antropologica intellettualmente onesta, anche se (ovviamente) non condivisibile. Il pendolo è un ragionamento sul rapporto inscindibile e vicendevole fra studioso e narratore (il manoscritto di Belbo è ritrovato e interpretato da Casaubon), e si rivela essere una raffinatissima applicazione dei principi del saggio I limiti dell’interpretazione dello stesso Eco a proposito della “deriva ermetica”, ovvero il modo disinvolto attraverso cui i maestri dell’occultismo (i riferimenti a René Guénon e a Julius Evola sono espliciti) riescono a trovare rapporti nascosti fra eventi sconnessi sulla base di analogie e similitudini discutibili sulla base della Tradizione e dei simboli, verità eterne la cui essenza esiste al di là delle contingenze storiche e del contesto. È quindi possibile creare una rete infinita di significati e nessi proprio come fa l’esoterismo che capovolge l’associazione fra tecnologia e razionalismo, e non è un caso che Agliè dica: «Non bisogna ragionare secondo sequenze lineari. […] La scienza non lo fa, la natura ignora il tempo. Il tempo è un’invenzione dell’Occidente», o ancora: «Non bisogna ragionare secondo la logica del tempo, ma secondo la logica della Tradizione». È questo, a giudizio di Eco, un metodo di pensiero errato che richiede quindi la necessità di imporre dei limiti al pensiero e all’interpretazione: come il secondo libro della Poetica di Aristotele nel Nome della rosa, testo perduto e quindi centro vuoto attorno a cui si svolge tutto il discorso sulla conoscenza (i suoi limiti, i suoi confini, le sue categorie), anche il segreto del Piano Universale del Pendolo è vuoto e inafferrabile, ma si rivela comunque uno strumento di potere e di dominio.

Urge a questo punto ripensare al ruolo dell’intellettuale, che per Eco sembra non potersi permettere il lusso di creare una realtà fittizia, consolatoria e autoassolutoria e sostituirla alla realtà storica che trova deludente per una qualche ragione (in questo caso, lo smarrimento dello spirito della Resistenza, il tradimento degli ideali del ’68 e della rivoluzione studentesca, gli anni di piombo e la strategia della tensione): «Inventare un Piano: il Piano ti giustifica a tal punto che non sei neppure responsabile del Piano stesso. Basta tirare il sasso e nascondere la mano. Non ci sarebbe fallimento se davvero ci fosse un Piano». Non mi pare un caso che la svolta finale della vicenda avvenga esattamente in concomitanza dei funerali di Berlinguer, evento che resta sullo sfondo ma passa in sordina per i nostri protagonisti occupati in tutt’altro. È molto più utile, a giudizio dell’autore, riflettere sulla nascita di un figlio (come capita a Casaubon), evento che dona un presente e una realtà che la costruzione del complotto planetario con può sostituire; e non è un caso che l’unico personaggio positivo sia Lia, la compagna di Casaubon, che riesce ancora a interpretare i fatti e i testi seguendo criteri di coerenza strutturale, tanto è vero che è lei a dimostrare che quello che si supponeva essere un testo-chiave per lo svelamento del Piano è un semplice elenco di lavanderia. Anche l’ironia postmoderna finisce sotto accusa: i nostri protagonisti partono già da un punto di partenza ironico, visto che Belbo e Diotallevi stanno progettando una riforma del sapere, una Facoltà di Irrilevanza Comparata dove si studiano materie inutili o impossibili degne dei Monty Python (iconografia braille, filatelia assiro-babilonese, letteratura sumera contemporanea), e Casaubon sta subito al gioco, inventandosi una fantomatica psicologia delle folle del Sahara.

A questo punto è vero che il romanzo mette in guardia dal trasformare la metafisica in meccanica, ma allo stesso tempo è possibile leggerci una critica generale della metafisica: se tutto è falso e niente è vero, se non c’è mistero, se nulla ha senso, se si suggerisce che anche il Vangelo sia frutto dell’invenzione dei quattro evangelisti, alla fine tutto è decriptabile sulla base di regole semiotiche. Il pendolo stesso, che fino alla fine è metafora di Dio in quanto punto fisso rispetto alla rotazione terrestre, subisce un processo di relativizzazione quando il corpo di Belbo si sostituisce al punto di sospensione della macchina. Non c’è altra dimensione che quella terrena, non esiste trascendenza, si celebra il ritorno all’immanenza.

Particolare da non sottovalutare il ruolo che nel romanzo ha il computer, elemento fondamentale nel combinare informazioni in modo causale, e il suo rapporto con l’uomo («dialogo con una macchina minerale, oggettiva, ubbidiente, irresponsabile, transistorizzata, così umanamente disumana»); addirittura, il nuovo strumento mette in moto la scrittura stessa, aiutando Belbo a superare la sua paura rispetto alla scrittura, tanto più che il suo computer è chiamato Abulafia come il filosofo cabalista spagnolo del Duecento (lo stesso Diotallevi è un cabalista e la struttura del romanzo è modellata sull’albero delle sefiroth). Il computer è quindi inserito a tutti gli effetti nella tradizione del pensiero combinatorio delle lettere, perché permette di scrivere velocemente e di far scomparire e riapparire un testo a proprio piacimento, modificandone e sostituendone le coordinate (Via col vento che, cambiando i nomi e l’ambientazione, diventa Guerra e pace), e soprattutto permette di intervenire nella ricombinazione con l’interpolazione, l’aggiunta cioè di un particolare inventato, nella fattispecie il Tres. Materia utile per pensare all’oggi: se il computer offriva tutte queste possibilità nel 1988, pensiamo a cosa è in grado di offrire la rete oggi.

venerdì 12 ottobre 2018

Helena Janeczek - La ragazza con la Leica


Premio Strega e Cinquina del Campiello, La ragazza con la Leica di Helena Janeczek è uno dei libri italiani più importanti dell’anno. Ricostruisce la storia di Gerda Taro (vero nome Gerta Pohorylle), fotografa ebrea tedesca esule dalla Germania nazista famosa per essere stata la compagna dell’ungherese Robert Capa (vero nome Endre Friedmann) e morta travolta da un carro armato durante la guerra civile spagnola nel 1937, prima donna reporter a cadere in battaglia. Gerda viene sempre ricostruita nel ricordo, in un’operazione labirintica di incastri spazio-temporali e di sottonarrazioni non cronologiche, raccontata da tre persone che l’hanno conosciuta e che la mettono in soggettiva come se la fotografassero (anche se la fotografa era lei!), dal loro punto di vista, nel suo ruolo di musa e ispiratrice, assolutamente lontana dal cliché della semplice compagna di Robert Capa: una è l’amica Ruth, con la quale Gerda ha condiviso il periodo parigino, mentre gli altri due sono due uomini, i cui racconti sono fatti a posteriori negli anni Sessanta, Willy Chardack, un suo pretendente, e Georg Kuritzkes, suo fidanzato per un periodo e impegnato a combattere per le Brigate internazionali. Ne emerge un personaggio sfaccettato e complesso, fisico e allo stesso tempo etereo, eroico e frivolo, profondamente umano e contraddittorio (non si tace dei suoi aborti), ma assolutamente affascinante grazie alle capacità letterarie dell’autrice, che spesso fa dare una risposta ai suoi interrogativi personali dai suoi tre punti di vista narrativi. Helena Janeczek mescola storia individuale e storia generale in un ibrido di fiction e non fiction (quindi non si sa dove finisce l'invenzione e dove inizia la testimonianza documentale) per raccontare un mondo di di esuli, profughi e apolidi, anarchici e comunisti, ma sempre internazionalisti, che si adattano in vari modi alla realtà contingente, tra ideali e timori: valga per tutti il caso di Gerda e Capa che per lavorare ricorrono allo stratagemma degli pseudonimi e inventano il personaggio hollywoodiano della fantomatica celebrità americana giunta a Parigi per spirito di avventura e per fare il fotografo in Europa insieme alla sua agente personale (mentre Friedmann è il suo factotum). Contrariamente a quanto dicono alcuni (tipo “Delude le aspettative degli appassionati di fotografia”) il romanzo fa emergere un’idea della fotografia, esattamente come la scrittura, come testimonianza e narrazione, non un semplice prodotto commerciale ma una cosa seria che ha bisogno della storia e dell’impegno personale per poter essere avvalorata: per tutti questi motivi, La ragazza con la Leica è un romanzo di gran lunga più complesso e impegnativo rispetto a Le assaggiatrici di Rosella Pastorino, più lineare e facile da seguire, e forse per questo più apprezzato dai lettori che hanno assegnato il Premio Campiello alla Pastorino: per alcuni infatti può risultare difficile seguire la vicenda della Janeczek nel suo complesso senza perdersi nei mille rivoli della narrazione. Inutile dire che, tra i due, io ho preferito di gran lunga La ragazza con la Leica.