sabato 3 novembre 2018

Alberto Mingardi, Carlo Stagnaro - La verità su Tolkien. Perché non era fascista e neanche ambientalista

Non male questo libro di Alberto Mingardi e Carlo Stagnaro uscito per Liberal Edizioni, ormai datato essendo uscito nel 2004 ma singolare per aver dato, nel periodo della prima trilogia cinematografica di Peter Jackson, un’interpretazione “liberale” a Tolkien. Nasce con l’intento programmatico (fin dal sottotitolo) di sfatare le leggende nere che hanno sempre accompagnato questo autore, soprattutto quella infamante di essere fascista, sempre piuttosto in voga in Italia. Certo, 14 anni di critica tolkieniana successiva sono un’eternità, ma del buono c’è, così come delle forzature; Mingardi e Stagnaro attingono dalle Lettere di Tolkien e dalle sue opere (soprattutto Il Signore degli Anelli), citano Lord Acton e Tocqueville, ma dimostrano una conoscenza del dibattito internazionale (Tom Shippey) sconosciuta alla saggistica tolkieniana italiana fino a pochi anni fa. Già l’inizio è promettente: «Il Signore degli Anelli è un racconto fantastico eppure è anche sintesi e (per quanto possibile) spiegazione della vicenda umana. I suoi temi ci toccano in profondità: il conflitto tra libertà e potere, tra morte e immortalità, tra peccato e santità, tra caduta e redenzione. Pone domande e sussurra risposte».

Se la difesa dell’autore dalle accuse di fascismo viene condotta portando le durissime parole di Tolkien su Hitler (reo di gettare discredito sul mondo nordico che tanto amava), Mingardi e Stagnaro ricordano l’antimilitarismo del Professore di Oxford (lui che aveva combattuto la battaglia della Somme e aveva visto l’orrore della Grande Guerra) e la sua preoccupazione per le conseguenze della guerra. La polemica antiambientalista si volge invece soprattutto contro Patrick Curry, il cui Tolkien, mito e modernità. In difesa della Terra di Mezzo è appena stato pubblicato da Bompiani: invece che parlare di forme di neopaganesimo, si sottolinea che, da cattolico, Tolkien «avversa il potere dell’uomo sull’uomo, nella speranza che il genere umano sia abbastanza saggio da comprendere come esercitare nel modo più responsabile il potere sulla natura».

La riflessione migliore è quella sull’Anello come strumento di potere, che «riduce il proprio possessore a una larva priva di volontà», con il conseguente svuotamento della dimensione morale e il prosciugamento dell’etica. L’Anello instaura un rapporto di dipendenza tra padrone e servo, con quest’ultimo che rinuncia alla propria individualità e alla propria libertà. Ma c’è di più: siccome l’Anello è legato indissolubilmente a Sauron e risponde solo a lui, «per poter spiccar ordini con autorevolezza, ci si rifà a un Potere più grande, si fonda la propria fortuna sull’autorità altrui». L’Anello «racchiude e spiega un Potere che non può essere esercitato senza subirne l’influenza malvagia» e per questo non può essere usato (qualche esegeta ha parlato di un corretto modo di servirsene ma basterebbe leggere il secondo capitolo del romanzo per capire che non è possibile): i saggi rifiutano di usarlo perché sanno che è intrinsecamente malvagio e che è impossibile raggiungere un fine buono attraverso l’uso della coercizione che nega la libertà altrui. Al centro dell’epica tolkieniana c’è la persona: ogni individuo «deve assolvere la propria missione, e non può contare su null’altro che su se stesso e le proprie virtù (tra le quali occupa un posto particolare l’amicizia ch’egli sa donare e ricevere)». Per Tolkien la dimensione comunitaria esiste sempre come subordinata a quella individuale, e il singolo deve sempre essere messo in condizione di esercitare la sua personale libertà. Sauron non è circondato da uomini liberi, ma da servi indistinguibili l’uno dall’altro; anche Saruman cade vittima della tentazione dei re-filosofi che cercano sempre il compromesso per il potere anche a costo di rinunciare ai principi: forse desidera il bene comune, ma ritiene che solo la sua sapienza sia in grado di procurarlo.

Mingardi e Stagnaro insistono molto nel mostrare lo sfavore con cui Tolkien guardava alla democrazia e citano una sua lettera del 1956 in cui scriveva: «Io non sono “democratico” solo perché l’“umiltà” e l’eguaglianza sono principi spirituali corrotti dal tentativo di meccanizzarli e formalizzarli, con il risultato che non si ottengono piccolezza e umiltà universali, ma grandezza e orgoglio universali, finché qualche orco non riesce a impossessarsi di un anello di potere, per cui noi otteniamo e otterremo solo di finire in schiavitù». Questo disprezzo nei confronti della democrazia che meccanizza principi buoni e li perverte si vede anche nella natura dell’Anello, che è quanto di più “democratico” esista nella Terra di Mezzo: «Esso non solo può essere indossato da chiunque – dal potente Sauron così come dal meschino Gollum – ma produce su tutti lo stesso genere di effetti». Più che altro, Tolkien vedeva come il fumo negli occhi il Dio-Stato di stampo moderno, e quindi anche un’applicazione di un regime socialista (nel senso di socialismo reale, non utopistico) con un potere centralizzato e un’economia pianificata come fa Saruman quando si impadronisce della Contea sotto il nome di Sharky alla fine del Signore degli Anelli, cosa che non a caso coincide con la rovina e l’industrializzazione del paesaggio. Da cattolico, Tolkien era pessimista nei confronti della storia, non credeva cioè nella possibilità di realizzare il paradiso sulla terra, ma aveva un’infinita fiducia nella Provvidenza (il modo in cui Dio si fa presente nel mondo) ed era sicuro che l’uomo agisse secondo un Piano più alto, i cui fini però rimangono nascosti.

Sempre addentrandosi nella visione “politica” di Tolkien, i due autori fanno un’analisi del Medioevo e del feudalesimo, i cui rapporti gerarchici tra signore e vassallo e il cui particolarismo giuridico (che lasciava si sviluppasse per ogni istituto e comunità una sua norma e un suo diritto) costituivano per lo scrittore inglese una società migliore e più armonica: questo si salda con la polemica antimoderna di Tolkien ed è oltretutto in linea con la visione liberale, localista, federalista e antistatalista degli stessi Mingardi e Stagnaro. Ancora una volta, la vittoria contro il Male non dev’essere intesa come l’affermazione di un super Stato in senso moderno: «Imporre l’uniformità alla Terra di Mezzo è, segnatamente, il sogno di Sauron (e Saruman): l’idea di soggiogare sotto un unico Potere una realtà multiforme e sfaccettata, di unificare nel segno dell’oscurità regni diversi. La vittoria contro Sauron non implica in alcun senso un’unificazione della Terra di Mezzo sotto la corona di Aragorn». Ancora, lo scontro Medioevo-modernità è alla base della dicotomia autorità-Potere: gli oppressori seguono personaggi che si impongono, i popoli liberi seguono invece personaggi che godono di un’autorità riconosciuta. L’autorità (personale) è medievale, il Potere (impersonale) è moderno. È quanto di più distante esista dall’assolutismo regio che vuole i sovrani per diritto di sangue: se il signore viene meno al patto di fedeltà feudale con i sudditi, questi possono rompere il patto che li legava, e così si spiegano i casi di disobbedienza all’autorità di alcuni personaggi che, nella loro libertà, agiscono in base al loro libero arbitrio.

Quanto alla religione, i due autori dimostrano che Tolkien non ha dipinto un universo manicheo in cui i buoni e i cattivi sono due categorie impenetrabili che si fronteggiano; nel suo universo esistono il bene e il male, ma soprattutto esiste il libero arbitrio, l’arma più potente di cui l’uomo dispone, in base a cui ognuno può decidere quale via prendere in qualunque momento della propria vita. Lambientazione della Terra di Mezzo è pre-cristiana (cioè non c’è stata una rivelazione), la sua estetica è pagana e la sua etica è cattolica: Mingardi e Stagnaro vedono agire nei personaggi della Compagnia dell’Anello le quattro virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza). Notevole l’osservazione che Tolkien non è uno gnostico perché apprezza la bellezza e la bontà delle creature, così come quella dei beni e delle gioie terrene (secondo la gnosi il male si annida nella carne e nella materia, contrapposte allo spirito che è buono); azzardata invece l’interpretazione dell’ultimo dialogo tra Boromir morente e Aragorn come il sacramento della confessione.

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