sabato 10 novembre 2018

J.R.R. Tolkien - Racconti ritrovati

 
Diciamo la verità: se accostarsi a opere come Beren e Lúthien La caduta di Gondolin è difficile, lo è altrettanto con l’opera madre che le compendia tutte che è Il Silmarillion. Figuriamoci poi cosa significa intraprendere la lettura della History of Middle-Earth, di cui i Racconti ritrovati e i Racconti perduti sono le prime due parti (oltre che le uniche tradotte in italiano), contenenti i primo abbozzi del corpo leggendario creato da Tolkien, addirittura nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, quando l’autore voleva dare alle isole britanniche una loro mitologia (di cui a suo dire erano prive). Riprendere oggi in mano il primo volume, i Racconti ritrovati appunto, è illuminante per capire molti dei problemi dei testi sopra citati: nell’introduzione il figlio di Tolkien, Christopher, riconosce la difficoltà di approccio del lettore (anche tolkieniano) al testo dal momento che il materiale del Silmarillion, come notato da Tom Shippey, non offre alcuna mediazione del genere offerto nel Signore degli Anelli dagli hobbit come «connessione fra i tempi moderni e il mondo arcaico di nani e draghi», cosa di cui lo stesso Tolkien era ben conscio. Senza considerare il fatto che Il Silmarillion esula dalla forma romanzo e consiste in quel patrimonio di leggende che nel Signore degli Anelli costituisce l’elemento di profondità, e che quindi difficilmente può rivestire il ruolo di un secondo Signore degli Anelli. Non si può presumere che il background divenga esso stesso romanzo.

Il problema è ancora più grosso se si prendono in esame le versioni embrionali delle leggende del Silmarillion, che nel caso di questo primo volume sono la Musica degli Ainur, l’avvento dei Valar e la costruzione di Valinor, la creazione delle lampade, degli alberi e del sole e della luna, l’incatenamento di Melko, l’avvento degli elfi e la costruzione di Kôr, la costruzione dei Silmaril e il loro furto da parte di Melko, la fuga dei Noldoli, il fratricidio degli elfi e l’Occultamento di Valinor. Vicende conosciute, per un tolkieniano, con un compendio di nomi e radici etimologiche che svelano l’eterna fissazione dell’autore per la filologia e le lingue (Tolkien si inventava prima i nomi e le lingue, poi i popoli che le parlavano, quindi la storia di quei popoli e le modifiche apportate a quelle lingue). Sarebbe troppo facile e superficiale bollare la History come un’operazione piuttosto sterile di raschiamento del fondo del barile realizzata ad arte per sfruttare un mercato che richiedeva a gran voce un nuovo Tolkien: il lavoro critico fatto da Christopher utilizzando note, idee, correzioni, frammenti incompiuti o alternativi lasciati dal padre su quaderni scritti in matita o a penna rivela esattamente il metodo di lavoro di Tolkien e quanto egli abbia cercato di dare coerenza alla sua dimensione mitica, cesellandola fin nei minimi dettagli. È difficile trovare un esperimento analogo in tutto il panorama letterario, e credo che di questo tutti dovremmo dargliene atto. Per la stessa ragione è da apprezzare la decisione di Christopher di non cedere alla tentazione di rimaneggiare le storie ma di attenersi scrupolosamente a criteri di fedeltà ed evoluzione in base alle diverse varianti temporali delle stesse, senza imporre una struttura unitaria a un materiale che ne è privo: in questo modo l’apparato di note e di commenti da parte dello stesso Christopher, esattamente come fatto nei recenti Beren e Lúthien La caduta di Gondolin, è parte integrante del testo ed è quasi necessario alla sua comprensione. Ci sono addirittura delle poesie come Kortirion fra gli alberi Habbanan sotto le stelle, che vengono collocate al loro giusto posto nella creazione del legendarium.

L’intenzione originaria di voler dare all’Inghilterra una propria mitologia è evidente dal fatto che Tolkien identifica l’isola elfica di Tol Eressëa dove giunge il marinaio Ælfwine/Eriol è la futura Inghilterra e la sua capitale Kortirion sarebbe divenuta in seguito Warwick. Qui Eriol scopre la Casetta del Gioco Perduto, oasi di pace e di riposo, dove gli viene narrata la storia degli elfi, o Gnomi (nel senso che hanno a che fare con la conoscenza); Kortirion è solo un’eco di Kôr, la città dei reami beati di Valinor oltre l’oceano occidentale che gli elfi hanno abbandonato. La stessa Casetta è stata costruita in ricordo di una più antica casa di Valinor, e questo racchiude un complesso insieme di relazioni tra sogno, realtà e storia: il sogno permetterebbe di passare come bambini tra le due terre e conoscere persone diverse, per poi incontrarsi di nuovo nella vita reale come innamorati. Per di più, l’isola di Tol Eressëa viene usata come una grande nave dal dio marino Ossë per trasportare i Valar a Valinor dopo che Melko ha distrutto le lampade. Spesso i nomi presentano delle varianti (Melko invece che Melkor, Angamandi invece che Angband, Ungweliantë al posto di Ungoliant) e le relazioni tra popoli e individui sono cambiati al punto da divenire quasi irriconoscibili, e anche le divinità qui sono molto più rissose e simili a quelle del pantheon germanico e classico, ma la mitologia nel suo complesso è già completa: valga per tutti l’esempio della cosmogonia per via musicale che presenta già la differenza dalla Genesi che c’è nel Silmarillion. Infatti, mentre nella creazione biblica Dio crea il mondo perfetto e il male entra nel mondo solo in seguito al peccato originale, in Tolkien l’immagine che Ilúvatar (Dio) realizza in base alla musica degli Ainur (le divinità del pantheon) contiene già la stonatura di Melko, cioè il male è presente sin dall’origine ed è connaturato alla creazione del mondo. Ci sono già i conflitti con Melko, che porta sempre distruzione, e la divisione degli Elfi in Teleri, Noldoli e Solosimpi.

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