martedì 27 novembre 2018

Kent Haruf - Benedizione

Ultimo capitolo per la Trilogia della pianura di Kent Haruf che, a dispetto delle resistenze e della mia propensione a disperdermi in letture diverse, ho portato a termine tutta in una volta, segno che alla fine lo scrittore del Colorado ha saputo veramente dirmi qualcosa. Questo Benedizione («atto con cui si consacra, invocazione di beatitudine», recita l’esergo, anche se poi, come si dice nel testo, «un sacco di volte le benedizioni non sono andate per il verso giusto») si colloca temporalmente dopo Crepuscolo, visto che si nominano i due fratelli McPheron dicendo che sono entrambi morti, ma i personaggi sono diversi; se la trama dunque è indipendente, lo scenario e lo stile di Haruf sono gli stessi. Samo sempre a Holt, immaginaria cittadina del Colorado, simbolo di una provincia profonda e rurale, fatta di allevatori e fattorie, pascoli, grandi pianure e catene montuose, con estati afose e inverni freddi, un’America silenziosa e conservatrice, molto diversa dai grattacieli di New York e dalle spiagge californiane dell’immaginario collettivo. Come al solito, non ci sono eroi che spiccano per azioni particolari o memorabili: non ci sono colpi di scena, ma solo la narrazione di diverse vite. La trama è focalizzata sull’ultimo mese di vita di Dad Lewis, proprietario di un negozio di ferramenta, malato terminale di cancro e assistito dalla moglie Mary. È loro accanto la figlia Lorraine, che viene ad assistere i genitori in questo momento difficile. Dad non è un santo, ma un uomo «retto come le lancette di un orologio» che cerca di fare pace con la propria vita, che osserva e giudica se stesso, le sue azioni e la sua famiglia, soprattutto suo figlio Frank è fuggito di casa dopo che il padre l’ha scoperto in abiti femminili e non ha accettato la sua omosessualità: pur nella sua assenza, Frank è costantemente presente, apparendo al padre insieme agli altri suoi fantasmi. Inoltre, nel passato di Dad c’è la storia di un ex dipendente licenziato dalla ferramenta perché rubava che poi si è suicidato, la cui vedova è stata mantenuta proprio da Dad finché non si è risposata. C’è poi la vicina di casa, l’anziana Berta May, la quale ospita la nipote Alice, bambina di otto anni orfana di entrambi i genitori: proprio Alice diventa depositaria dell’affetto delle altre donne del romanzo, soprattutto Lorraine, a cui la figlia è stata sottratta in giovanissima età da un incidente stradale. Ci sono poi Willa Johnson e sua figlia Alene, invecchiate fra privazioni e rimpianti: quest’ultima, un tempo insegnante, ha avuto una storia con il preside della sua scuola, sposato con figli, ma ha dovuto rinunciarvi per lo scandalo, negandosi per sempre l’amore. A Holt c’è poi il reverendo Lyle, che crede in un ideale radicale del Vangelo e che per questo è destinato a restare un estraneo in una cittadina in cui tutto sanno tutto di tutti e soprattutto dove tutti hanno le stesse idee: Lyle predica il perdono e la non violenza proprio quando il suo Paese è impegnato militarmente contro l’integralismo islamico, e per questo incarna perfettamente la figura dell’outsider, rifiutato e tagliato fuori per le sue idee non condivise dagli abitanti. L’emotività si scontra con l’estremo realismo della scrittura (sempre misuratissima) e una psicologia mai espressa direttamente ma sempre mediata dalle azioni e dalle frasi pronunciate dei personaggi. La tristezza è tanta ma forse, dei romanzi della trilogia, questo Benedizione alla fine è il più bello.

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