martedì 13 novembre 2018

Kent Haruf - Canto della pianura

Acclamato da molti come il nuovo Hemingway, Kent Haruf era per me un esimio sconosciuto. Questo Canto della pianura è il primo capitolo della Trilogia della pianura e si è rivelato una lettura interessante e meritevole, anche se non sconvolgente come da più parte si sostiene (limite mio). Ambientato nella cittadina immaginaria di Holt in Colorado, nella realtà rurale dell’America più profonda e in qualche modo sinistra, affronta con uno stile secco e un linguaggio scarno le vicende di una decina di personaggi, le cui vicende si intersecano e intrecciano. Il titolo originale, Plainsong, allude all’ambientazione nelle grandi pianure del Colorado, ma contemporaneamente a un tipo di canto piano a più voci di origine medievale e quindi alla coralità della narrazione e allo stile semplice della scrittura. Non bisogna aspettarsi eventi eclatanti, anzi, la vita a Holt ha come momenti salienti il parto di una mucca o l’autopsia di un cavallo; si tratta di vicende ordinarie e malinconiche, di loser segnati dalla vita ma nobilitati dalla scrittura. C’è Tom Guthrie, professore di liceo, si trova al centro di una serie di problemi perché ritiene che un suo alunno bullo non sia meritevole di ricevere una borsa di studio, con ovvie ritorsioni da parte dei genitori; così facendo espone a una crudele vendetta i figli Ike e Bobby, che già si trovano a dover fare i conti con l’assenza della madre (che soffre di depressione e decide improvvisamente di abbandonare casa e famiglia) e non hanno nessuno che medi la loro presa di coscienza della morte. Troviamo poi la sedicenne Victoria Roubideaux, che si ritrova incinta di un ragazzo di cui sa poco o nulla e che per questo viene cacciata di casa dalla madre: trova riparo a casa dei due fratelli McPheron, che da sempre conducono una vita solitaria dedita all’allevamento delle mucche e in perfetta simbiosi (uno sa addirittura cosa sta pensando l’altro). Proprio l’arrivo di Victoria cambierà la loro vita, e loro le offriranno la possibilità di avere la sua bambina ma soprattutto di mettere delle radici da qualche parte. Storie malinconiche e per certi versi deprimenti, ma Haruf non nega mai la speranza e il sogno di ricominciare. Particolarità: mancano le classiche virgolette a delimitare i dialoghi.

Nessun commento:

Posta un commento