lunedì 10 dicembre 2018

Greg Brooks e Simon Lupton (a cura di) - Freddie Mercury. Parole e pensieri

A differenza delle migliaia di persone che lo hanno acclamato come capolavoro, a me il film Bohemian Rhapsody, il biopic su Freddie Mercury, non è piaciuto per niente. A un comparto visivo brillante e affascinante corrisponde una sceneggiatura favolistica e consolatoria, piena di falsi storici, che riscrive la storia della band e tradisce i fan (e presenta ai non fan una storia manipolata), senza spiegare mai il genio: impensabile proporre che il Live Aid del 1985 come fine del loro percorso artistico (dopo un fantomatico scioglimento!), soprattutto in considerazione del fatto che i Queen l’apice lo toccarono diversi anni dopo, nel 1991, con l’album Innuendo, quando Mercury trovò silenziosamente il modo e la volontà di far convivere malattia e musica, dimostrando quanto la vita influenza l’arte e l’arte riflette il modo in cui si vede la vita. Di tutto questo, nel film non c’è traccia, e non mi capacito di come a un fan possa piacere, alla luce di tanto materiale documentaristico pubblicato nel corso degli anni. Anzi, mi stupisce che i due membri dei Queen superstiti, Brian May e Roger Taylor (due signori che hanno veramente raschiato il fondo del barile), si siano sperticati di lodi nei confronti del film, quasi avessero voluto partecipare in prima persona a questa riscrittura a posteriori e godere dei frutti di questa beatificazione. Personalmente sono andato a recuperarmi questo Freddie Mercury. Parole e pensieri, libro assemblato a partire dalle interviste rilasciate dal cantante nel corso della sua carriera ma disposte (da Greg Brooks e Simon Lupton) in modo da dare l’impressione si tratti di un’autobiografia. Devo ammettere che l’idea è intrigante, visto che un’autobiografia Freddie non l’ha mai scritta e mai avrebbe potuto farlo, vista la noia che avrebbe provato (nemmeno leggeva libri perché lo annoiavano); purtroppo l’operazione ha dei limiti, visto che spezzare, mescolare e incollare le varie interviste porta a inevitabili ripetizioni in alcuni passaggi. I vari capitoli affrontano la formazione della band, la scelta del nome Queen, la concezione degli show (che dovevano avvicinarsi a uno spettacolo teatrale, un qualcosa in grado di colpire chiunque), il rapporto con gli altri componenti della band, i litigi (molto frequenti e utili, a dire di Freddie, per migliorare e tenere sempre alta la qualità della proposta), la volontà di non ripetersi mai ed esplorare nuovi generi (come la collaborazione con il soprano Montserrat Caballé) per evitare di invecchiare male e risultare patetico, il modo di comporre (i quattro avevano quattro stili diversi), il rapporto con i giornalisti e con i guadagni («Il denaro sarà anche volgare, ma è magnifico. […] L’unica cosa che volevo dalla vita era guadagnare un sacco di soldi e spenderli»). Emerge la personale concezione musicale di Freddie, tesa a mescolare tanti generi diversi («Se proprio, abbiamo più in comune con Liza Minnelli che con i Led Zeppelin. La nostra tradizione è quella del mondo dello spettacolo, del varietà pop, più che la tradizione del rock’n’roll. La nostra identità è originale perché per definire i Queen abbiamo combinato tanti elementi diversi. Questo la gente non sembra realizzarlo»), il suo modo di comporre («Mi piace catturare una canzone al volo, così è fresca, e dopo ci puoi lavorare su. Odio scrivere una canzone che non fluisca con facilità»), la volontà di evitare l’impegno sociale («La maggior parte dei pezzi che scrivo sono ballate d’amore e cose che hanno a che fare con tristezza, tormento, dolore, ma nello stresso tempo c’è un che di frivolo e ironico. Questo perché fondamentalmente io sono fatto così»), la sua eccentricità («Mi piace vivere attorniato da oggetti lussuosi. Voglio vivere una vita da epoca vittoriana, circondandomi di raffinate cianfrusaglie»), la sua studiata pacchianeria («In certi casi scegliamo sempre di andare sopra le righe. Se vale la pena di fare qualcosa, facciamolo esagerando!») e la tendenza all’esagerazione autoironica («Io esagero e alcune cose che faccio in scena so che susciteranno una certa reazione. Una volta mi è venuto in mente di farmi portare sul palco da schiavi della Nubia con grandi ventagli a farmi aria. Ho pensato di fare una selezione per sceglierli. Ma dove trovare uno schiavo della Nubia?»). Per quanto riguarda la sua vita privata, Freddie è abbastanza riservato ma esprime la solitudine nonostante la promiscuità, la ricerca continua di qualcuno in grado di amarlo, la frustrazione per non riuscirci, le continue delusioni e i tradimenti («Vizio terribilmente i miei amanti […] ma poi finiscono per calpestarmi completamente. […] Mi innamoro, e poi finisco per starci male e ne porto le cicatrici. È come se non potessi mai vincere») fino alla stabilità raggiunta con il suo ultimo partner Jim Hutton. Sulla sua omosessualità non prende mai posizione netta («Ho avuto una ragazza, Mary [Austin], con la quale ho convissuto per cinque anni. Ho avuto anche dei ragazzi. Se avessi sempre spiegato ogni cosa di me avrei rovinato tutto il mistero») ma confessa il suo terrore di annoiarsi e la ricerca continua dell’eccesso («L’eccesso fa parte della mia natura, e ho proprio bisogno del pericolo e dell’eccitazione. Mi hanno messo spesso in guardia dall’andare in certi locali perché erano troppo pericolosi. Ma per me è una goduria»). E poi ci sono gli aneddoti, come quello in cui Freddie ricorda l’incontro con i Sex Pistols in studio: «A quell’epoca io portavo scarpette da ballo e cose del genere. Fu un vero spasso. Penso di aver affibbiato a Sid Vicious un soprannome tipo “Simon Ferocious”, o qualcosa del genere, e a lui proprio non andava giù. Gli dicevo: “Che diavolo farai nella vita?”. Aveva tutti questi segni sul corpo e io gli chiesi se si era graffiato davanti allo specchio – lui odiava che gli parlassi a quel modo». O quando racconta di una giovane prostituta americana che, nel tour del 1975, entrò nella sua stanza arraffando i suoi gioielli e braccialetti e lui la inseguì: «Aveva appena lasciato la stanza quando la raggiunsi all’ascensore. La afferrai per i capelli, la trascinai in camera, vuotai il contenuto della sua borsa e saltò fuori il mondo. Recuperai le mie cose e le intimai di sparire, quel troione di Seattle!». Dimenticate il film e andate ad ascoltarvi i Queen in originale.

giovedì 6 dicembre 2018

David Lagercrantz - Quello che non uccide

Si può dire tutto quello che si vuole sulla trilogia Millennium di Stieg Larsson ma non si può non riconoscere che quei tre libri non abbiano fatto scoprire al mondo il giallo svedese, un genere che svela una Svezia molto diversa dalla paciosa cartolina della socialdemocrazia e della gente per bene. Larsson ha creato dei protagonisti che bene o male sono entrati nell’immaginario collettivo: Lisbeth Salander, l’hacker con tatuaggi e piercing, e Mikael Blomqvist, giornalista investigativo impegnato. Che il mercato editoriale non tardasse molto a creare un seguito era scontato, con buona pace di chi grida all’operazione commerciale: i libri sono prodotti, e come tali devono rispondere a certe logiche. A raccogliere l’eredità del compianto Larsson (che al momento della morte aveva scritto solo 200 pagine del quarto libro della saga) è stato chiamato David Lagercrantz, famoso per essere stato autore della biografica di Zlatan Ibrahimovic, per un titolo preso da una citazione di Nietzsche cui si fa riferimento nel testo (“Quello che non uccide, fortifica”). Di certo non stiamo parlando di un capolavoro, ma in fondo nemmeno gli originali di Larsson lo erano: l’operazione anzi si rivela molto interessante, perché Lagercrantz compie una vera operazione mimetica, scrivendo proprio come Larsson, con il suo stesso stile secco e freddo (quindi non ha senso di parlare di mancanza di sentimenti), e riporta in vita i suoi personaggi in maniera credibile, con tutti i pro e i contro degli apocrifi e dei sequel, cioè lo stesso ambiente, gli stessi personaggi e gli stessi elementi, senza andare più in là. Ci sono sempre gli uomini che odiano le donne, c’è ancora la Svezia dal passato sporco in cui governo, affari e malavita si sono intrecciati in maniera inestricabile; c’è ancora la rivista “Millennium”, che come al solito naviga in cattive acque (la nuova proprietà intende “ammorbidire” il tenore delle inchieste di denuncia) tornano personaggi familiari come la condirettrice Erika Berger, il commissario Bublanski, il tutore Holger Palmgren. Tornano anche le disquisizioni scientifiche de La ragazza che giocava con il fuoco a base di assiomi trigonometrici, numeri primi e fattorizzazioni. Lagercrantz aggiunge poi nuovi personaggi come Frans Balder, un professore che studia una nuova forma di intelligenza artificiale, e suo figlio August, un bambino autistico di rarissima intelligenza (è dotato di una straordinaria memoria eidetica che esprime attraverso il disegno), e una trama spionistica che vede la presenza anche della National Security Agency americana: Balder viene ucciso pochi istanti prima di incontrare Mikael e rilasciargli importanti rivelazioni, mentre August, che potrebbe identificare il killer, viene salvato da Lisbeth dall’assalto della misteriosa Spider Society, che rispondono all’ancor più misterioso Thanos (ogni riferimento ai fumetti della Marvel è assolutamente voluto). Ma è lo sviluppo di Camilla Salander, sorella gemella di Lisbeth e suo opposto, a essere davvero convincente: bellissima e crudele, è capace di passare dall’estrema dolcezza alla spietatezza nello spazio di uno sbattere di ciglia. In tutto questo guazzabuglio, Mikael e Lisbeth si confermano due personaggi duri e puri, che cercano la giustizia e rispondono alla prepotenza di una società apparentemente intollerabile, anche se questo significa spesso passare dalla parte del torto, problematica questa su cui aveva già cercato di ragionare Larsson ne La regina dei castelli di carta.