giovedì 6 dicembre 2018

David Lagercrantz - Quello che non uccide

Si può dire tutto quello che si vuole sulla trilogia Millennium di Stieg Larsson ma non si può non riconoscere che quei tre libri non abbiano fatto scoprire al mondo il giallo svedese, un genere che svela una Svezia molto diversa dalla paciosa cartolina della socialdemocrazia e della gente per bene. Larsson ha creato dei protagonisti che bene o male sono entrati nell’immaginario collettivo: Lisbeth Salander, l’hacker con tatuaggi e piercing, e Mikael Blomqvist, giornalista investigativo impegnato. Che il mercato editoriale non tardasse molto a creare un seguito era scontato, con buona pace di chi grida all’operazione commerciale: i libri sono prodotti, e come tali devono rispondere a certe logiche. A raccogliere l’eredità del compianto Larsson (che al momento della morte aveva scritto solo 200 pagine del quarto libro della saga) è stato chiamato David Lagercrantz, famoso per essere stato autore della biografica di Zlatan Ibrahimovic, per un titolo preso da una citazione di Nietzsche cui si fa riferimento nel testo (“Quello che non uccide, fortifica”). Di certo non stiamo parlando di un capolavoro, ma in fondo nemmeno gli originali di Larsson lo erano: l’operazione anzi si rivela molto interessante, perché Lagercrantz compie una vera operazione mimetica, scrivendo proprio come Larsson, con il suo stesso stile secco e freddo (quindi non ha senso di parlare di mancanza di sentimenti), e riporta in vita i suoi personaggi in maniera credibile, con tutti i pro e i contro degli apocrifi e dei sequel, cioè lo stesso ambiente, gli stessi personaggi e gli stessi elementi, senza andare più in là. Ci sono sempre gli uomini che odiano le donne, c’è ancora la Svezia dal passato sporco in cui governo, affari e malavita si sono intrecciati in maniera inestricabile; c’è ancora la rivista “Millennium”, che come al solito naviga in cattive acque (la nuova proprietà intende “ammorbidire” il tenore delle inchieste di denuncia) tornano personaggi familiari come la condirettrice Erika Berger, il commissario Bublanski, il tutore Holger Palmgren. Tornano anche le disquisizioni scientifiche de La ragazza che giocava con il fuoco a base di assiomi trigonometrici, numeri primi e fattorizzazioni. Lagercrantz aggiunge poi nuovi personaggi come Frans Balder, un professore che studia una nuova forma di intelligenza artificiale, e suo figlio August, un bambino autistico di rarissima intelligenza (è dotato di una straordinaria memoria eidetica che esprime attraverso il disegno), e una trama spionistica che vede la presenza anche della National Security Agency americana: Balder viene ucciso pochi istanti prima di incontrare Mikael e rilasciargli importanti rivelazioni, mentre August, che potrebbe identificare il killer, viene salvato da Lisbeth dall’assalto della misteriosa Spider Society, che rispondono all’ancor più misterioso Thanos (ogni riferimento ai fumetti della Marvel è assolutamente voluto). Ma è lo sviluppo di Camilla Salander, sorella gemella di Lisbeth e suo opposto, a essere davvero convincente: bellissima e crudele, è capace di passare dall’estrema dolcezza alla spietatezza nello spazio di uno sbattere di ciglia. In tutto questo guazzabuglio, Mikael e Lisbeth si confermano due personaggi duri e puri, che cercano la giustizia e rispondono alla prepotenza di una società apparentemente intollerabile, anche se questo significa spesso passare dalla parte del torto, problematica questa su cui aveva già cercato di ragionare Larsson ne La regina dei castelli di carta.

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