martedì 11 giugno 2019

Wu Ming 4 - Il fabbro di Oxford

Che Difendere la Terra di Mezzo sia stato un libro spartiacque per la critica tolkieniana in Italia non sono di certo io a dirlo. In quel saggio Wu Ming 4 aveva cercato di restituire il Professore di Oxford a se stesso, sottraendolo a certe appropriazioni indebite da parte di certe letture ideologiche o confessionali e riportandolo nell’ambito del dibattito internazionale, quello rappresentato da Tom Shippey, Verlyn Flieger e Brian Rosebury, per citare i più noti. Ora, a distanza di anni, esce Il fabbro di Oxford, un libro che raccoglie interventi che risalgono al periodo 2014-2017 e che sono stati tenuti in contesti e occasioni molto diversi tra loro (convegni accademici, festival letterari e fiere del fumetto). Si tratta quindi di un saggio meno organico ma non meno appassionante, che si focalizza già dal titolo (che cita anche implicitamente Il fabbro di Wootton Major) sull’attività artigiana di Tolkien come scrittore e il suo valore letterario. Wu Ming affronta Tolkien esattamente come lo ha già affrontato in Difendere la Terra di Mezzo, ovvero cercando «di illustrare il modo in cui ha costruito i personaggi e le storie attingendo alla grande conoscenza della propria materia di studio – la filologia e la letteratura medievale – e come sia riuscito ad attualizzare quest’ultima attraverso l’invenzione narrativa» e la rielaborazione moderna di tematiche e figure prese dalla letteratura medievale e dalle saghe nordiche. Tolkien non si limita a citare e ricalcare in maniera sterile o nostalgica le sue fonti di ispirazione, ma le riplasma e riadatta, le riforgia in maniera creativa, per parlare alla contemporaneità. In caso contrario, se fosse soltanto un autore mimetico e imitativo, non saremmo nemmeno qui a parlare di lui. Gli eroi classici nella Terra di Mezzo ci sono ma vengono trasformati e cedono il passo a una figura di tipo nuovo: l’uomo comune. La stessa Contea è la parte «più prossima al mondo moderno, dal punto di vista dei costumi e della mentalità», e Bilbo Baggins «certo non può essere un eroe vecchio stampo, un dragonslayer del tipo di Sigurd o Beowulf» (tanto che Shippey lo ha definito uno “scassinatore borghese”). In questo modo Tolkien compie una riflessione moderna su grandi temi come la morte, il potere e l’eroismo, e lo fa utilizzando e attualizzando il mito, in un dialogo assolutamente personale con autori come Robert Graves, Albert Camus, George Orwell e Simone Weil, proprio come «in Difendere la Terra di Mezzo si mostrava come gli interrogativi al cuore delle opere di Tolkien sorgessero dalle medesime sfide conoscitive ed esistenziali di una Simone de Beauvoir» (come scrive Edoardo Rialti nella Prefazione); insomma, un autore ben diverso da quello in fuga dal mondo moderno che qualcuno, soprattutto in Italia, ha sempre cercato di far passare (gli stessi che rifiuteranno schifati anche questo libro, perché Tolkien è roba loro). Senza dimenticare il suo essere filologo e quindi il necessario rapporto con le narrazioni provenienti dal passato, quindi con le fiabe, le leggende e i miti, ma soprattutto con le lingue, che possono trasmetterci informazioni essenziali e senza le quali interi mondi andrebbero distrutti: in Tolkien mito e linguaggio sono coincidenti.

L’altro punto fondamentale dell’approccio di Wu Ming 4 è quello dialettico, che fa emergere le problematicità del mito e del racconto e indaga sulle contraddizioni psicologiche ed etiche dei personaggi tolkieniani. Si veda in Bilbo il perenne scontro interno-esterno, sedentarietà-spirito d’avventura, conformismo-anticonformismo, spirito paterno-spirito materno (“Lo Hobbit”: uno strano romanzo di formazione), o in Aragorn la continua dialettica tra carisma regale e limiti dell’umano (Aragorn, il re che ritorna: il viaggio di un eroe moderno). È sempre attraverso la dialettica del conflitto che Tolkien inserisce nella sua narrativa delle riflessioni sulla guerra che sono contemporanee e figlie della sua esperienza diretta nella Prima Guerra Mondiale (la prima guerra tecnologica, con l’orrore delle trincee e della propaganda), descrivendo però guerre di stampo antico, combattute all’arma bianca. La sua è una polemica antimilitarista ma non pacifista, che affronta il problema della guerra nei suoi due aspetti contraddittori: l’eroismo individuale e le sue ripercussioni psichiche e sociali (lo si vede nel capitolo L’ombra del guerriero: guerra e antimilitarismo nella Terra di Mezzo, ma anche in quello già citato su Aragorn). Se pensiamo al Signore degli Anelli, Tolkien non lesina immagini epiche di eserciti e di guerrieri che si ergono da soli di fronte al nemico, ed è difficile non lasciarsi trascinare dall’uscita dal Fosso di Helm o dalla poderosa carica dei Rohirrim, quindi da scrittore e appassionato del mondo delle saghe nordiche e medievali riconosce senza sminuirlo l’eroismo implicito in questo modo di fare la guerra. Tuttavia, accompagna queste immagini con una riflessione molto acuta affidata a un intellettuale come Faramir, un personaggio molto diverso da altri guerrieri old style come Aragorn, Théoden ed Éomer, addirittura fondamentale per chiarire la differenza tra “gloria marziale” e “vera gloria”. La critica di Tolkien è dunque rivolta all’esaltazione dei valori bellicisti e guerrieri quando non sono sottoposti a un rigido esame. Una riflessione che si connette a quanto già scritto a proposito del Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm e della critica all’eroismo nordico fine a se stesso, che prevede la morte eroica a tutti i costi perché i poemi cantino le proprie gesta senza tenere conto delle ripercussioni sociali di questo gesto: l’etica cattolica di Tolkien prevede che «la salvezza non è mai un fatto meramente individuale, ma passa attraverso le opere, cioè la relazione con l’altro da sé, senza la presunzione di sentirsi l’eroe al centro della storia», dal momento che «il mondo è talmente vasto e complesso che ognuno gioca la propria parte in un quadro più grande». Il finale del romanzo affronta invece il tema dell’«uso della violenza contro i nemici e lo fa attraverso un dibattito tra i “buoni” e approda all’idea di utilizzare la violenza il minimo indispensabile per legittima difesa»: è la posizione del reduce Frodo, che si rende conto che per liberare la Contea non c’è altra possibilità che una lotta violenta ma pretende che si usi il minimo indispensabile della forza e che non venga tolta la vita a nessuno, decisione per altro presa con grande sofferenza.

Nel capitolo La riscossa della Contea o la rivolta moderna Wu Ming riprende la sua lettura del Tolkien “disobbediente” e in qualche modo anarchico, che giustifica il non obbedire agli ordini ricevuti se questi vanno contro la propria coscienza e la possibilità di esercitare sempre il proprio libero arbitrio. In questo caso allarga questa lettura all’ambito politico, quando «la disobbedienza all’autorità da atto individuale diventa azione collettiva». Quindi, da cattolico, e qui Wu Ming sottolinea che Tolkien non è Manzoni, esiste la «possibilità che l’essere umano usi la ragione insieme alla fede per fare la cosa giusta, cioè per praticare e affermare i princìpi e le virtù che lo salveranno». Non certo una rivoluzione, visto che la sommossa viene improvvisata dai quattro hobbit di ritorno a casa e soprattutto perché Tolkien non credeva nelle rivoluzioni; si tratta però pur sempre di una rivolta in senso moderno per rivendicare dei diritti contro lo Stato moderno tecnocratico e accumulatore che Saruman ha messo in piedi con la complicità degli stessi hobbit. Una sorta di utopia letteraria che non approda allo Stato moderno (visto che anzi lo combatte) ma nemmeno a un modello sociale organicistico-sacrale di tipo medievale, dal momento che la Contea degli hobbit è una comunità acefala che si regge su un equilibrio autoregolato. Insomma, un’ulteriore prova dell’insensatezza di appropriarsi della Contea come manifesto ideale o politico per legittimare un’ideologia ancorata nel passato, tema già affrontato in Difendere la Terra di Mezzo, e una complessa e attuale riflessione etica sul «dilemma del cristiano posto di fronte al comandamento “Non uccidere” e alla necessità storica di declinarlo, interpretarlo, relativizzarlo rispetto alle circostanze».

Nel caso di Lúthien e le altre: i personaggi femminili nell’opera di J.R.R. Tolkien si offre un’articolatissima risposta a chi accusa Tolkien di non aver dato importanza all’universo femminile, cosa per qualcun retaggio della sua educazione cattolica e sessuofoba. In realtà, attraverso l’analisi di personaggi come Galadriel, Éowyn, Arwen, Lúthien e perfino il ragno Shelob, Wu Ming dimostra come il tema della complementarietà maschile-femminile sia un aspetto fondamentale, presente fin dalle origini della cosmogonia tolkieniana; inoltre dimostra come valga anche all’interno di ciascun personaggio, a prescindere che sia maschio o femmina per nascita. Ci dev’essere un equilibrio tra gli aspetti che vengono genericamente definiti “maschili” (l’uso della forza e dell’ingegno) e quelli definitivi “femminili” (la saggezza della riflessione e della cura): entrambi questi aspetti devono far parte del carattere dei personaggi se questi vogliono essere positivi e portare a termine il loro compito. Quando questo equilibrio non c’è, i personaggi falliscono e fanno generalmente una brutta fine.

In chiusura sono poste due recensioni, una dedicata al pessimo Eroi e mostri di Alessandro Dal Lago (che tra l’altro accusa Wu Ming 4 di rivolgersi a una sinistra antagonista che usa colpevolmente i modelli mitici per chiamare alla ribellione), l’altra al bellissimo Santi pagani nella terra di Mezzo di Tolkien di Claudio Antonio Testi, verso il quale Wu Ming ha anche modo di fare, pur con rispetto e stima, delle critiche relative all’approccio filosofico tomista  e troppo poco conflittuale dell’autore.

sabato 8 giugno 2019

Umberto Eco - Il nome della rosa

Se c’è un aspetto positivo della mediocre serie Il nome della rosa andata recentemente in onda sulla Rai (le cui prime puntate sono state acclamate, per poi scemare nell’anonimato) è che mi è venuta voglia di rileggere il romanzo di Umberto Eco da cui la serie è stata tratta. Romanzo il cui clamoroso successo, ricordiamolo, ha sdoganato la narrativa in Italia (paese tradizionalmente a considerare la saggistica e la poesia unici veri oggetti meritevoli di attenzione) e ha lasciato stupefatta la critica, solitamente abituata a pensare che un racconto che esige nel lettore un grado di cultura sopra la media non possa avere successo. Addirittura, gli è piovuta addosso l’accusa di essere stato pensato e scritto “a tavolino”, come se ciò fosse stato possibile: io stesso ho sentito con le mie orecchie uno scrittore piuttosto famoso dichiarare con spocchia che, dopo aver letto Il nome della rosa, capì che non ci voleva niente per scrivere anche lui un romanzo del genere. Quello che è bruciato a questi signori è stata la geniale intuizione di Eco di battere i poco frequentati sentieri della cosiddetta paraletteratura e del romanzo di genere popolare, ovvero misteri, indagini e colpi di scena. Qualcuno l’ha addirittura accusato di essere un’opera falsa e disonesta perché deforma e piega il passato in ottica presente (anche se rispetta più di chiunque altro l’immaginario medievale, come provato nei casi della descrizione del portale della chiesa o del sogno basato sulla Coena Cypriani), ma vorrei ricordare che un punto di vista è sempre necessario, specie in un’opera di narrativa, e che Eco lo fa con una classe e un’erudizione impareggiabili (la biblioteca come metafora dello scibile umano, la mistica che diventa lussuria e il corpo femminile descritto con le parole del Cantico dei Cantici): è chiaro che si tratta di un’opera che, creando delle analogie tra il Medioevo e l’oggi, risente della temperie ideologica dell’epoca in cui fu scritta (gli anni di piombo e della forte radicalizzazione ideologica), lo scontro fra una visione della vita laica e critica e una irrazionale e dogmatica («I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuole dire») attraverso il confronto/scontro di Guglielmo con il suo doppio/ombra Jorge. Per questo Eco invita il lettore a porsi criticamente nei confronti di tutto e a considerare l’estrema labilità dei confini, e questo fin dall’inizio, con la citazione del vangelo di Giovanni («In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio») e Adso da Melk impegnato a lasciare nel suo racconto «segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione». Non voglio ripetermi dal momento che ne ho già parlato QUI e QUI in occasione delle mie altre riletture: mi limito a dire che ogni volta ci noto qualcosa di nuovo, un particolare sorprendente o spiazzante, che rispetta l’intelligenza del lettore e lo invita a partecipare al gioco letterario. Tutto quello che la serie televisiva non è riuscita a trasmettere e a fare.

domenica 26 maggio 2019

Arto Paasilinna - Il migliore amico dell'orso

Era metà ottobre quando ho letto La prima moglie e altre cianfrusaglie e, neanche il tempo di posare il libro (o meglio, il Kindle), ho appreso della scomparsa di Arto Paasilinna. Ci sono rimasto davvero male, avendo maturato per questo scrittore un’autentica venerazione. La sua simpatia, il suo umorismo, la sua follia e soprattutto la sua grande scrittura mi hanno conquistato, e senza di lui il mondo è un luogo più triste. Il miglior modo per ricordarlo è leggere questo Il migliore amico dell’orso, geniale favola sul reciproco ammaestramento ai valori della vita tra un pastore protestante e un orso. Sembrerebbe una banalità animalista ed ecologista, ma non lo è affatto. Il pastore protestante in questione è Oskari Huuskonen, uno stramboide fedifrago, ubriacone e insofferente alla gerarchia, a cui viene regalato un cucciolo di orso per il giorno del suo cinquantesimo compleanno da parte dei suoi parrocchiani con la segreta speranza che, crescendo, l’animale si mangi lui e l’insopportabile moglie. L’altra speranza è risparmiare sulla colletta, visto che l’orso è un trovatello essendogli morta la madre arrostita su di un traliccio dopo avere divorato un pranzo di nozze e aver azzannato la sua organizzatrice che, per sfuggire all’animale, si era rifugiata sui fili dell’alta tensione. L’orso, chiamato Satanasso per l’espressione pronunciata dalla moglie per lo stupore, fa deflagrare l’equilibro di vita di Oskari, già in crisi con la sua fede e il suo matrimonio: il pastore infatti si mette a praticare il lancio del giavellotto in verticale da dentro un pozzo e trafigge il suo vescovo, si lascia andare a riflessioni su Gesù come rivoluzionario bolscevico, ammette la sua realtà di peccatori nei sermoni. Inoltre, partecipa a un progetto dell’università e allestisce una tana per il letargo dell’orso nel giardino di una vicina e lì si apparta con l’amante, l’affascinante etologa Sonja. Credendo di ricevere messaggi divini da una comunità aliena per la realizzazione di un sincretismo senza dogmi fra tutte le religioni del mondo, Oskari decide di intraprendere insieme all’orso un viaggio che lo porterà in giro per l’Europa, dal Mar Baltico al Mediterraneo, passando per il Mar Nero, occasione per contrattempi inaspettati (la rissa al concilio interconfessionale tra sacerdoti, pastori, rabbini e mullah) e incontri bizzarri con personaggi matti ed eccentrici (il venditore di saune finlandesi nel Mediterraneo!), il tutto all’insegna dell’iconoclastia e del grottesco in perfetto stile Paasilinna che getta uno sguardo ironico, beffardo e amaro sull’illogicità e la tragicommedia della vita, sempre volto a ironizzare sulle caratteristiche negative della società finlandese (l’alcolismo, il suicidio, l'odio per la Russia). Nel frattempo l’orso acquista una serie di competenze inattese per avvalorare le evoluzioni spirituali del suo padrone (stira camice, porta le valige, serve in tavola, prepara cocktail e vain bagno come un umano), fin quasi a divenire lui stesso un compagno umano, in una sorte di educazione del buon selvaggio con l’animale che si trasforma in (quasi) perfetto gentiluomo capace di sbrigarsela in ogni faccenda domestica e difficoltà relazionale, perfetto contraltare di un uomo che, nel suo risveglio animalesco dei sensi, perde completamente il lume della ragione («Un prete ubriaco neanche Dio può farlo tacere»). Paasilinna ci mancherà più di quanto potete immaginare.

domenica 5 maggio 2019

Michael Swanwick - La figlia del drago di ferro

I draghi sono creature sempre interessanti, anche se sono biomeccanici, di ferro e a vapore. È il caso de La figlia del drago di ferro di Michael Swanwick, di cui avevo già letto Gli dei di Mosca qualche anno fa trovandolo molto bello. A parlarne bene nel nostro Paese sono stati come sempre il Duca di Baionette (la cui collana Vaporteppa ha per l’appunto pubblicato Gli dei di Mosca) e Chiara Gamberetta, quindi una garanzia di affidabilità. Eppure, è bene precisare che ci troviamo di fronte a una lettura impegnativa e strana, non solo per la sua spiccata propensione al weird: Swanwick parte dal presupposto che il Piccolo Popolo del folklore si sia evoluto verso l’utilizzo del metodo scientifico e immagina un mondo alternativo dominato dagli elfi, i cui signori si contendono il pianeta, in mezzo a tutte le altre creature fantastiche: fate, gnomi, goblin, orchi, troll, fauni, ragazze libellula, gargoyle di pietra e altre creature antropomorfe dotate di becco, zanne, ali e altri arti, perfino i magri notturni di lovecraftiana memoria; gli umani, l’unica razza non nativa di questo mondo, sono invece prigionieri rapiti alla loro realtà (la nostra). Tutte queste creature sono ciniche, crudeli, egoiste e sessualmente affamate, e mantengono comunque le loro caratteristiche magiche: la magia non è abbandonata, anzi, è connessa alla fisica (comprensiva di campi magnetici) e basata sulle maledizioni e sulle predizioni basate sul sangue. C’è anche l’alchimia, che è connessa alla chimica e si studia all’università, esistono i portali magici, mentre le streghe del villaggio consigliano alle giovani donne le tecniche di contraccezione. Nel mondo ci sono i grattacieli, gli attici, le fabbriche, l’elettricità, la televisione, le sigarette e i centri commerciali (al cui interno il tempo va a rilento); gli adolescenti sniffano strisce di “polvere fatata”, alcune razze sono ghettizzate, sui muri sono impressi graffiti comunisteggianti “elfi, andate in malora!” e “potere ai nani” con un paio di martelli incrociati sotto. Senza contare che si tratta di una società perversa e violenta, con tumulti e agitazioni pubbliche, combattimenti fra nani, spettacoli pornografici per feticisti dei troll e sacrifici cruenti: valgano per tutti il rituale della Decima, la soppressione violenta di un decimo di tutto (studenti, drogati, negozi, palazzi, libri), e quello della regina di vimini, titolo che permette alla ragazza che lo consegue di poter vivere per un anno come una vera celebrità, apparendo in televisione e ai concorsi per poi venire uccisa nel corso di uno spettacolo pubblico in un’arena. Il tutto in base al volere di una misteriosa e crudele Dea, il cui agire è inconoscibile e insondabile. Per soprammercato, troviamo anche la reincarnazione. Ci troviamo al cospetto di un romanzo a metà strada fra lo steampunk e l’urban fantasy, che rappresenta senza dubbio una nuova interpretazione del fantastico ma che risulta forse troppo metaletterario e autoconsapevole: non sappiamo in che mondo siamo, ma le connessioni alla nostra realtà sono veramente troppe, visto che esistono generi musicali come il rap e l’heavy metal, qualcuno indossa un completo italiano e si usano espressioni francesi, senza che nel romanzo l’Italia o la Francia esistano. La vicenda è incentrata su Jane, una changeling, una bambina scambiata che vive segregata in una fabbrica di draghi con altri bambini di ogni razza fatata tenuti in schiavitù. Si imbatte in Melanchton, un drago scartato e arrugginito destinato alla demolizione, di cui subisce il fascino accettando di divenire la sua pilota. Grazie a lui riesce a fuggire e in qualche modo ad affrancarsi: la ritroviamo a scuola e poi all’università, alle prese con i ragazzi, le prime amicizie e le rivalità che si vengono a creare, il vizio e la corruzione. E poi c’è il sesso: per governare Melanchton, Jane deve restare vergine, poi però la ragazza (mossa dalle pulsioni dell’adolescenza) scopre che i rapporti sessuali fanno funzionare meglio i processi alchemici attraverso rituali esoterici che ricordano molto i riti della fertilità studiati dagli antropologi (addirittura, nel mentre Jane può parlare alla sua madre umana in visione). È qui che si vede la vera natura di romanzo di formazione alla Dickens, con la classica trovatella che deve crescere in fretta e imparare ad adeguarsi al mondo che le sta intorno, vivendo ogni volta dei traumi emotivi della crescita. Purtroppo la storia è difficile da seguire, sia per i salti temporali operati dall’autore, sia per la scelta di non spiegare mai di cosa si sta parlando in base a un’applicazione estrema del principio “Show, don’t tell”: in questo modo personaggi, ambienti e situazioni vengono solo vagamente tratteggiati, risultando confusi e lasciando il lettore sgomento e spaesato. Sarebbe però un errore bollare La figlia del drago di ferro come un fallimento: ci sono delle idee bellissime, a partire da quella che la conoscenza del vero nome delle cose e delle persone sia la chiave per possedere il funzionamento di un meccanismo e la vita degli altri; l’awen, l’ispirazione poetica che pervade il corpo di chi ne è posseduto; l’Orologio del Tempo, che accelera in un colpo il ritmo della vita di chi lo oltrepassa; la civiltà dei meryon, instancabili microtecnici e maestri di bricolage, creature con sei gambe delle dimensioni delle formiche che sono il risultato della degenerazione (durata eoni) dei folletti; il libraio che preferisce morire che vendere i libri della sua collezione («Meglio bruciare insieme che sopravvivere e dimorare nel cadavere della mia amata, costantemente circondato da promemoria della sua precedente bellezza»). Dove invece il romanzo spicca è il rapporto tra Jane e Melanchton: i draghi di Swanwick sono delle creature malvagie che mantengono sempre la loro natura di macchina da guerra e conservano un desiderio di vendetta nei confronti dei mortali che li comandano con la magia; accettano però di essere governati da un pilota, a patto che abbia almeno una parte di sangue umano, e infatti possono vivere solo in una sorta di simbiosi con il loro pilota, conducendolo un po’ per volta verso il male più assoluto (e infatti il nichilismo di Melanchton si fa strada in Jane). Narrativamente ha dei difetti, ma come creatore di mondi Swanwick è veramente degno di nota.

giovedì 2 maggio 2019

Kumo Kagyu, Kousuke Kurose - Goblin Slayer

Non sono mai stato un grande lettore di manga ma non disdegno qualche capatina nel genere. Mi sono letto in un fiato i 15 capitoli (ignoro se ce ne siano altri) che compongono Goblin Slayer, recente serie di Kumo Kagyu (testi) e Kousuke Kurose (disegni) che ha fatto parlare di sé e ha prodotto anche un anime: siamo nei reami del dark fantasy, e fantasy in senso occidentale, attenzione, non giapponese, quindi scordatevi i costumi strani ed esotici, le maid e i maggiordomi. L’ambientazione è proprio il fantasy tradizionale con gli elfi dei boschi, insomma quello di derivazione tolkieniana, o sarebbe meglio dire all’americana, alla D&D. Ed è proprio Dungeons & Dragons l’universo di riferimento: l’intero manga sembra una lunga sessione di gioco, con i vari moduli di avventura messi in fila, con il party di avventurieri e tutto il resto. Gli stessi personaggi parlano apertamente di colpi critici, effetti delle pozioni, stanchezza e numero di incantesimi rimasti. Addirittura, la storia prende avvio in una gilda degli avventurieri, frequentata ogni giorno da campioni che prendono in carica le missioni dalla bacheca o rispondono agli annunci dietro promessa di una ricompensa (in esperienza e denaro), con tanto di personale addetto come in ogni ufficio burocratico che si rispetti. Gli stessi avventurieri sono suddivisi in ranghi, in base a una targhetta che viene loro conferita a certificazione del loro status, dall’infimo (la porcellana) al più inarrivabile (il platino). Nonostante questo, però, è bene chiarire che i giapponesi ricordano sempre di essere giapponesi, quindi aspettatevi di trovare assurdità come gli spadoni, le decapitazioni sanguinolente e una maga tettona con un cappello assurdo che dice una frase ogni dieci minuti. La differenza è che il tono del manga è molto oscuro, con stupri, nudità, violenze e momenti splatter e disturbanti, molto diversi dal fantasy plasticoso e pacioccoso che ci si potrebbe aspettare, e per questo qualcuno ha parlato di un nuovo Berserk (altro manga medievale molto violento), anche se a sproposito. La storia si apre con una giovane sacerdotessa che si aggiunge a un party di avventurieri sprovveduti a caccia di goblin, che tuttavia si trova molto presto in pericolo; giunge in loro aiuto l’eroe eponimo, Goblin Slayer, un guerriero che ha votato la propria esistenza al massacro dei goblin e vive per compiere in pieno questa sua missione, a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo. È dotato di un armamento brutto da vedere ma estremamente efficace, e non lo vedremo mai in volto, perennemente coperto da un grosso elmo a gabbia, nemmeno nei due unici casi in cui se lo toglie. Procedendo nella lettura, scopriamo le motivazioni che l’hanno spinto a prendersela contro queste creature e anche il luogo in cui ritorna per rifocillarsi e rimettere in sesto il proprio equipaggiamento, dove vive l’amica d’infanzia sfuggita alla distruzione del loro villaggio quando erano bambini. Il nostro è talmente preso dai goblin che snobba l’impegno a battersi contro un’armata del male costituita da terribili demoni che sta per abbattersi sugli abitanti del mondo; si unisce però, sempre affiancato dalla sacerdotessa, a un party formato da un uomo-lucertola sciamano (con un debole per il formaggio), da un’elfa arciere e da un nano stregone. I personaggi non vengono mai chiamati con il loro nome, ma sempre con il nome della loro razza o della loro classe; resta la tradizionale rivalità tra elfi e nani (che continuano a punzecchiarsi), così come il pane elfico stile lembas del Signore degli Anelli e le sparate ottuse del nano («Sono un nano! Su metallo, pietre e vino sono un’autorità!»), mentre è carino l’espediente di far chiamare il protagonista dall’elfa con termine tratto dalla sua lingua (“orcbolg” e dal nano con un’espressione tradotta dal nanico (“Tagliabarbe”). La sacerdotessa, ovviamente buona e gentile, è il classico personaggio femminile timido e bisognoso di aiuto e sostegno, ma allo stesso tempo leale e coraggioso quando la situazione lo richiede. Le vicende vedranno questo composito party combattere contro masse di goblin, un orco e un signore dei goblin, e radunare contro quest’ultimo e la sua legione tutti gli avventurieri della gilda per salvare la sua amata fattoria: la classica idea del costituire un’alleanza contro il nemico comune, in cui ognuno può mettere in campo il proprio coraggio (con tanto di citazione: uno dei personaggi è uguale a Gatsu di Berserk). Sembra che inizi un’evoluzione psicologica del personaggio, ma 15 capitoli sono troppo pochi. Dal canto loro, i goblin sono esseri del tutto malvagi che agiscono in base alla pura violenza e che attaccano in gruppo, dedicandosi al massacro, allo stupro incontrollato e alle torture; nonostante questo, sono considerati di basso rango e vengono pertanto snobbati dalla maggior parte degli avventurieri, che preferiscono dedicarsi a mostri più remunerativi. Purtroppo, l’ambientazione resta sempre approssimativa e non va al di là di uno stereotipato Medioevo agricolo: non c’è una costruzione di mondo, non si sa in che paese siamo, ci sono solo le città, le campagne e dei personaggi che sembrano pacifici. Interessante il particolare delle divinità che giocano a dadi con i destini gli uomini, un po’ sulla falsariga dei primi volumi del ciclo del Mondo Disco di Terry Pratchett: siamo solo pedine nelle mani degli dei, ma la particolarità del nostro eroe è che nel suo caso non lascia che gli dei tirino al posto suo, ma lo fa lui stesso.

martedì 30 aprile 2019

Marco Bellinazzo - I veri padroni del calcio

Si ha un bel parlare ai bambini dei valori dello sport e della poesia della competizione, quando in realtà il calcio è marcio. Ci aveva già pensato il recente Uccidi Paul Breitner di Luca Pisapia, che senza particolari remore faceva brandelli di ogni narrazione consolatoria e diceva non esiste contraddizione fra calcio, potere e capitalismo: non è mai esistita un’epoca felice delle origini da contrapporre a quello moderno, perché da sempre il calcio è strumento di potere e in questo senso nasce moderno. Rimarca lo stesso concetto questo I veri padroni del calcio di Marco Bellinazzo, giornalista de “Il Sole 24 Ore” esperto di calcio e business, che sin dalle prime battute è chiarissimo: «Il football è sempre stato per natura “politico”, la sua vocazione popolare e la sua intrinseca capacità di radicarsi tra le passioni più profonde degli individui ne fanno qualcosa di ontologicamente politico. Il Ventesimo secolo è stato lastricato di prototipi di questo connubio, dalla Nazionale italiana bicampione mondiale negli anni trenta, dominata dal regime fascista, alla Coppa del Mondo del 1978 in Argentina sfruttata per osannare la dittatura dei generali. Negli anni novanta, poi, la manipolazione del calcio come strumento di partiti o movimenti ha avuto manifestazioni eclatanti, dal rincorrersi dei successivi sportivi del Milan, con le affermazioni di Forza Italia e di Silvio Berlusconi, alla ex Jugoslavia, dove il tifo ha fatto da incubatore ai radicalismi nazionalistici». Il libro è quindi una riflessione sul valore politico ed economico del calcio, uno dei grandi affari del mondo globalizzato che sposta miliardi e potere e cambia gli assetti globali. Non è un caso che per un Paese sia più importante essere riconosciuto dalla Fifa che dall’ONU: sembra una forzatura, ma non lo è. La Fifa (che ha più Stati membri dell’ONU) è un’organizzazione in grado di dare legittimità a nuovi Stati (Kosovo, Sud Sudan) e territori in cerca di autonomia o contesi (Gibilterra). La stessa Palestina, che siede all’ONU come Stato osservatore dal 2012, è stata ammessa alla Fifa già nel 1998. Questo è possibile anche e soprattutto in virtù del potere che il calcio ha di creare: al suo imprimatur ambiscono minoranze etniche, linguistiche e popoli senza Stato. Ed è per questo che chi controlla il calcio controlla il mondo, non solo per la spartizione della torta derivante dalla vendita dei diritti televisivi: ne sanno qualcosa Blatter e Platini, forse rappresentanti di un governo troppo autoreferenziale e non al passo con i tempi, caduti per ingerenza dell’FBI americana al fine di punire gli illeciti commessi (presunti, dal momento che non sono stati condannati da alcun tribunale ordinario). Lo sport è sempre stato una leva formidabile di soft power e un veicolo di legittimazione per i regimi politici, a livello sia nazionale che internazionale. Figuriamoci l’organizzazione di una Coppa del Mondo, che rappresenta la consacrazione di un Paese, oltre che un volano per la sua economia, come rappresenta l’assegnazione dei Mondiali dal 2018 al 2030 alle grandi potenze che stano colonizzando il calcio: Russia, Paesi del Golfo (Qatar), Stati Uniti e Cina. La corposa e dettagliatissima analisi (in primo luogo economica e finanziaria) di Bellinazzo passa in rassegna non solo l’affermazione di queste nuove potenze che stanno colonizzando le principali leghe europee (e non solo) grazie all’acquisizione di sponsorizzazioni e proprietà di club, ma anche i conflitti fra Ucraina e Russia, il ruolo degli oligarchi, la guerra del doping fra Stati Uniti e Russia, gli hackeraggi russi e l’elezione di Donald Trump, la guerra in Siria e il ruolo della Turchia, lo scontro tra sciiti e sunniti, gli attacchi dell’Isis agli stadi, il Sudamerica attraversato dalle contrapposte spinte peroniste e americaniste: tra petrodollari, rubli e yuan, è possibile tracciare un filo rosso nelle trame di eventi apparentemente distanti fra loro per dimostrare che sempre più il calcio si è intrecciato alle vicende belliche che hanno funestato lo scacchiere geopolitico, fino al punto di poter parlare di una vera e propria geopolitica del calcio (come prova il recente allargamento del mondiale a 48 squadre da parte del nuovo presidente Infantino, con più posti riservati ad Asia, Africa e Nord America). E poi uno si stupisce che Inter e Milan siano state acquistate dai cinesi: il passaggio di consegne da parte di Moratti e Berlusconi rappresentano la fine di un’epoca, quello del mecenatismo familiare, a favore di un nuovo modello più dedito alla speculazione finanziaria. Il capo del partito comunista cinese Xi Jinping sembra aver capito tutto: niente come il calcio incarna «valori e modelli politici, coniugando attività sportiva, impresa, patriottismo, aggregazione sociale, influenza internazionale».

giovedì 25 aprile 2019

Johan Cruyff (con Jaap de Groot) - La mia rivoluzione

È stato uno dei più grandi calciatori di sempre, il Pelè bianco, simbolo di un’intera generazione e di un calcio, quello degli anni Settanta, ormai irripetibile, portatore di una nuova mentalità (a livello di gioco e di stile) che ha fatto epoca e ha cambiato questo sport per sempre. Perché non bisogna dimenticare che è stato anche allenatore, tra i più grandi e vincenti, le cui influenze durano tutt’oggi (qualcuno ha detto Pep Guardiola?). Johan Cruyff (o Cruijff?) è stato tutto questo, come dimostra quest’autobiografia La mia rivoluzione, uscita postuma dopo la sua morte all’inizio del 2016 e affascinante racconto di una vita da parte di un uomo ormai prossimo alla fine per colpa di un cancro ai polmoni. Lo ha scritto Jaap de Groot, giornalista del “Telegraaf”, che ha sbobinato e sistemato le conversazioni avute con Cruyff negli ultimi mesi di vita. È un libro strano e che qualcuno potrebbe reputare insoddisfacente, ma comunque in grado di comunicare il carattere e le caratteristiche del personaggio. Basti pensare al folgorante incipit, che esprime l’idea che, anche se non si ha nulla, partendo da zero si può diventare qualcuno: «Non ho titoli di studio, tutto ciò che so l’ho appreso dall’esperienza». In copertina il nostro è immortalato con l’iconica maglietta arancione della nazionale olandese, rimasta nella memoria per l’incredibile mondiale del 1974 perso in finale contro la Germania Ovest di Beckenbauer dopo aver incantato il mondo con un gioco mai visto prima e passato alla storia con il nome di “calcio totale”. Quell’Olanda era l’Ajax, la squadra che più ha rivoluzionato il calcio nel Dopoguerra e quella che, come ha detto Federico Buffa, «ha giocato un calcio mai pensato prima», dove Cruyff rimase fino al 1973, vincendo tre Coppe dei Campioni prima di andarsene in modo burrascoso: nella scelta del capitano i suoi compagni gli votarono contro (sì, in quell’Ajax i giocatori votavano il proprio capitano) e Cruyff la prese come un tradimento, perché lui i compagni li considerava innanzitutto come degli amici (ci sarà da credergli?), chiamò il suocero, Cor Coster, commerciante in diamanti e pioniere del mestiere di agente dei calciatori, e si trasferì al Barcellona, dove vinse il titolo e rifilò un 5-0 a domicilio al Real Madrid. Fu Coster a divenire il suo procuratore e a curare i suoi affari: a Barcellona poté guadagnare molto di più, visto che in Olanda pagava il 70% del suo stipendio in tasse. Il libro inizia però con l’infanzia del protagonista, a partire dal padre, morto quando Johan aveva 12 anni, che aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro: sfidava i clienti a chi resisteva di più guardando il sole, si copriva con una mano l’occhio buono e intascava la scommessa. E poi il patrigno, chiamato “zio Henk”, e l’arrivo all’Ajax, nel cui stadio la madre faceva la donna delle pulizie, nonostante il piccolo Johan avesse i piedi piatti. Il libro tratta poi la convinta adesione all’indipendentismo catalano, tanto da chiamare il figlio Jordi e non Jorge («Quando arrivai a Barcellona, il mio atteggiamento era quello di un olandese, mi comportavo come se fossi ad Amsterdam. La mia era la generazione dei Beatles, ragazzi del dopoguerra che volevano essere liberi e rompere con il passato. Un approccio che cozzava con la situazione in Catalogna»), la mancata partecipazione ai mondiali di Argentina 1978 a causa di un fallito tentativo di rapimento ai danni della sua famiglia e della necessità di stare accanto ai propri cari, il ritiro dal calcio giocato poco dopo la trentina e il ritorno in campo (per aver dilapidato una fortuna in investimenti immobiliari sbagliati e in un allevamento di maiali) in America, nella North American Soccer League (la mitica NASL), prima nei Los Angeles Aztecs, poi nei Washington Diplomats. Quindi il ritorno all’Ajax e la ripicca di chiudere la carriera con i rivali del Feyenoord (in entrambi i casi cinse campionato e coppa nazionale), la nuova carriera da allenatore con il ritorno dell’Ajax a una vittoria europea (la Coppa delle Coppe del 1987), il passaggio al Barcellona e una nuova lunga serie di successi, l’impianto di due bypass per ostruimento delle arterie coronariche all’inizio del 1991, la vittoria della Coppa dei Campioni del 1992 in finale contro la Sampdoria di Vialli e Mancini grazie a una punizione di Ronald Koeman, la fine della carriera da allenatore e l’impegno nella beneficienza. L’approccio è quello di un uomo sempre proteso al futuro e alle nuove sfide che si presentano, senza indugiare troppo sul passato, incensando poco le proprie vittorie e sorvolando sulle sconfitte (alla finale di Champions League del 1994, quando il Barcellona perse 4-0 con il Milan di Capello, non vengono riservate neanche dieci righe, e non diverso è lo spazio riservato alla sconfitta in finale di Coppa delle Coppe del 1991 contro il Manchester United), e per questo dico che qualcuno potrebbe rimanere deluso se si aspetta una ricostruzione nostalgica o ricca di aneddoti. Anche sulla finale del 1974 persa contro i tedeschi, il nostro tende a minimizzare un po’, ma fa comunque autocritica: «Se li avessimo temuti anche solo ma metà di quanto facemmo con il Brasile, probabilmente il risultato finale sarebbe stato diverso. Ma dopo il 2-0 contro i brasiliani eravamo così euforici e soddisfatti da sottovalutare la partita successiva». Grande spazio è riservato ai litigi, ai rancori e alle incomprensioni, onnipresenti nella sua carriera e riguardanti anche amici come il suo allenatore Rinus Michels e il suo pupillo Marco Van Basten, ma soprattutto con l’Ajax, squadra con cui visse un rapporto sempre caratterizzato da luci e ombre (due volte da giocatore, una da allenatore e altre da consulente), sempre a causa di divergenze di vedute su stipendio, programmazione, mercato e crescita dei giovani. Cosa importante, la rivoluzione di Cruyff non riguardò solo il gioco, ma anche il ruolo del calciatore e la sua valenza economica: fu sua moglie Danny a trasformarlo in un divo, curandone il look dal taglio dei capelli al vestiario, mentre fu il suocero Cor Coster ha introdurre il concetto di gestione economica dei calciatori e di sfruttamento della propria immagine in senso moderno. Ai mondiali del 1974 la maglia dell’Olanda aveva sulle spalle le famose tre strisce dell’Adidas (con la quale la federazione olandese aveva stipulato un contratto di sponsorizzazione), ma nel caso di Cruyff divennero due per non scontrarsi con la Puma che era l’unica a poter sfruttare il calciatore nel corso dei mondiali. Inoltre, Coster ebbe anche l’idea di far versare dalle casse dell’Ajax il 10% al calciatore, in quanto la gente andava allo stadio per veder giocare Cruyff. È proprio vero che il calcio di oggi inizia con quell’Ajax e con Cruyff. 

domenica 14 aprile 2019

Greta Thunberg, Svante Thunberg, Beata Ernman e Malena Ernman - La nostra casa è in fiamme

Negli ultimi mesi chiunque, a meno che non sia vissuto su Marte, ha sentito parlare della piccola e deliziosa Greta Thunberg, la ragazza svedese con le trecce e l’espressione imbronciata che, a 16 anni, ha sentito la necessità e l’urgenza di manifestare a favore del clima e per un non precisato diritto all’ambiente. Dall’agosto del 2018 salta la scuola ogni venerdì per manifestare fuori dal parlamento svedese e ha dato origine ai Fridays for Future; per questo è già stata proposta per il Nobel per la pace ed è diventata il mito attorno a cui si sono coalizzati quegli istinti anticapitalisti e antimercato delle persone impegnate che accusano chi non va in piazza a manifestare di essere conservatore, reazionario, fascista e amico delle multinazionali. Profeta del nostro tempo o ennesima arma di distrazione di massa utile alla classe dominante cosmopolita come sostiene Diego Fusaro? A questo punto si impone una riflessione: io, a 16 anni, giocavo a Sensible Soccer e il mio più grande interrogativo di vita era decidere se il più grande disco dei Queen fosse Queen II o A Night at the Opera, non certo ragionare sul clima o preoccuparmi di problematiche sociali, quindi ammetto il mio imbarazzo. Aggiungiamo poi che in questa occasione in Italia si sono raggiunti picchi di comicità involontaria, con “Il Sole 24 Ore” (giornale della Confindustria) che ha sposato la battaglia di Greta puntando il dito contro un’economia che da decenni è basata su un consumo uso e getta delle risorse naturali che chiedono un pesante tributo in termini di impatto ambientale, mentre altri giornali hanno addirittura tirato in ballo un fantomatico scontro generazionale genitori-figli, adulti contro giovani, disillusione contro speranza: forse è francamente un po’ troppo. I meme delle Più belle frasi di Osho (“’n é tanto er caldo… è l’umidità che t’ammazza” e “Sbajo o ha rinfrescato?”) hanno comunque certificato che Greta è diventata un’icona pop. Ora è arrivato anche il libro, La nostra casa è in fiamme, bel titolo allarmistico che riprende uno dei mantra della piccola svedese e che suona inquietante per il pubblico; d'altronde, ci troviamo pur sempre di fronte a quella che si presenta a tutti gli effetti come un’emergenza. In realtà, il libro non è stato scritta da Greta; o meglio, di Greta è presente una raccolta dei suoi discorsi più importanti, posta in apertura, che comprende il discorso all’ONU, quello al World Economic Forum di Davos e alcuni semplici post su Facebook. Il resto è la storia della sua famiglia, narrata in prima persona da sua madre, Malena Ernman, cantante lirica di una certa fama, che racconta la conversione ambientalista dell’intera famiglia e allo stesso tempo la lotta  (anche a livello scolastico) per le particolari esigenze delle sue due figlie: una, Greta, è affetta dalla sindrome di Asperger, l’altra, Beata, è autistica. La stessa madre è affetta da autismo e da disturbo ossessivo-compulsivo, quindi è facile immaginarsi i problemi a cui queste persone sono andate incontro dal punto di vista relazionale e comportamentale. Oltre a questa parte fortemente personale che si legge anche con un certo piacere e una cospicua dose di solidarietà umana, il libro ripete dati e frasi desunti da attivisti e scienziati e ribadisce alcuni concetti molto in voga, prima di tutto l’idea che il pianeta stia venendo distrutto dall’uomo, ma soprattutto ripropone l’ecologismo come unica grande religione del nostro tempo: ecco quindi la biodiversità minacciata, lo scioglimento dei ghiacci, l’estinzione delle specie animali, la necessità di diventare vegani, di smettere di fare shopping e di usare l’aereo. Greta denuncia l’ignavia e l’inedia dei potenti, chiede loro di prendere sul serio il problema del cambiamento climatico attraverso azioni concrete e ripropone alle istituzioni la richiesta di rispettare i limiti delle emissioni di CO2 previsti dall’Accordo di Parigi; da qui le accuse contro i negazionisti del climate change, la condanna delle politiche liberiste (Reagan, Thatcher, Trump) e i moniti sulla fine imminente (mancano 12 anni per salvare il pianeta). Una battaglia che ci vede tutti coinvolti e da cui nessuno è esente, con un messaggio molto chiaro: ognuno di noi deve responsabilizzarsi. Ovviamente, non mancano dei capisaldi del pensiero politicamente corretto oggi in voga, come il sostegno al gay pride, il femminismo e l’ostilità nei confronti del patriarcato («La battaglia per l’ambiente è il movimento femminista più grande del mondo. Non perché in qualche modo escluda gli uomini, ma perché sfida quelle strutture e quei valori che hanno creato la crisi in cui ci troviamo»), le responsabilità dei Paesi ricchi nei confronti dei Paesi povero, il senso di vergogna che l’Occidente prova per quello che ha fatto al resto del mondo. Il fatto che Greta sia affetta da Asperger fa sì che l’intera battaglia sia ammantata della retorica dell’innocente per di più malata, che trova sempre un terreno fertile per una narrazione e una retorica tossica da parte di manipolatori ben più sottili. Intanto la Mondadori si frega le mani: le mezze stagioni non esisteranno più, ma il fatturato sì.

sabato 13 aprile 2019

William Morris - Il bosco oltre il mondo

Sebbene oggi lo conoscano in pochi, William Morris è stato uno degli intellettuali più importanti della seconda metà dell’Ottocento: scrittore, traduttore, progettista, designer, editore, poeta e attivista politico, cercò di mettere in pratica le idee estetiche di John Ruskin promuovendo il movimento Arts & Crafts per rilanciare l’artigianato. Antesignano delle avanguardie artistiche del Novecento, unì sempre l’amore per il passato con quello per la natura, entrambi in netta contrapposizione alla rivoluzione industriale. Tra l’altro, le sue traduzioni e i suoi adattamenti delle leggende nordiche furono il primo modello da cui attinse J.R.R. Tolkien per la creazione del suo legendarium mitologico. La sua opera più famosa è La fonte ai confini del mondo, seguita da Il bosco oltre il mondo che ho pensato di ripubblicare con Gondolin (purtroppo nel disinteresse quasi totale da parte dei librai, segno che forse certe opere non interessano davvero più a nessuno). Romanzo di taglio favolistico, si apre nella cittadina immaginaria di Langton e segue le peripezie del giovane Golden Walter, cornificato dalla moglie e ben intenzionato a salpare per lasciarsi la vecchia vita alle spalle. Prima però ha già una visione della terra al di là del mare: una strega maligna e “Signora” della terra, una ˜Fanciulla” tenuta in schiavitù e un servitore nano abominevole e incredibilmente forte. Per Walter è come una chiamata cui è impossibile resistere: quando una tempesta spinge la sua nave ad approdare su coste sconosciute, contro ogni consiglio o ragione, il giovane abbandona i suoi compagni e parte per attraversare montagne e pianure fino a giungere al Bosco e alla Casa d’Oro (la Golden House, proprio come Golden è Walter). Qui potrà incontrare i misteriosi tre (il nano, la Fanciulla e la Signora) e un quarto incomodo, ossia l’attuale amante della Signora, il Figlio del Re, che la donna vorrebbe sostituire con Walter e che, proprio come Walter, ha messo gli occhi sulla Fanciulla. Lo scenario lascia intravedere una sovrapposizione di giochi triangolari di amore e potere, ma Walter sfida il nano, libera la ragazza prigioniera e insieme fuggono con l’aiuto delle piccole magie della Fanciulla, mentre gli altri due muoiono in circostanze misteriose. Lungo la strada, si imbattono in un popolo di bruti, gli Orsi, che sono alla ricerca di una divinità che faccia piovere per loro, e poi approdano in una misteriosa città (Muro Ripido) di cui diventa re. Il libro è del 1894 ed è parecchio strano, soprattutto per lo stile volutamente arcaico che potrebbe disorientare un po’, così come il gran profluvio di sentimentalismo. Per argomento e cura estetica si nota la vicinanza dell’autore al movimento preraffaellita (il tema della donna-fiore tipico dell’epoca), ma è notevole il fatto che Morris abbia deciso di scrivere un romanzo simile nello spirito e nella lettera a quelli cavallereschi e di ambientarlo in una terra che non esiste, un reame fatato che risponde a leggi proprie di cui il protagonista (come il lettore) è all’oscuro. La vicenda è stata letta anche in chiave simbolico-iniziatica, come il tentativo di strappare l’anima (la Fanciulla) dalle mani della ragione (la Signora) liberandosi del corpo (il nano) e di conquistare la trascendenza oltre il bosco dell’orrore: interpretazione interessante, ma che non mi convince in pieno alla luce di tutta la parte in cui Walter viene maltrattato e sedotto dalla signora, pervasa da un erotismo strisciante e lascivo che si stempera però con la censura dell’epoca. Di certo non possiamo parlare di heroic fantasy, come si è spesso fatto a sproposito, visto che il nostro eroe appare come un personaggio un po’ moscio e in balia del fascino femminile (Walter è innamorato della Fanciulla ma soggiace al fascino della Signora che lo provoca e gli si presenta più volte praticamente nuda): Walter sfugge a una vita di inganno senza particolari meriti, soprattutto grazie alla protezione e alla guida della Fanciulla, che possiede una sapienza magica legata alla sua verginità: per poterne usufruire, Walter non deve avere rapporti sessuali con lei. Tutta l’ultima parte diventa un grande elogio della castità e del saper aspettare il momento giusto, ma curiosamente prima non c’è colpa e dannazione per la caduta (il rapporto sessuale con la Signora). Si tratta piuttosto di un romanzo di formazione e della scoperta di sé del proprio posto nel mondo, come al solito attraverso il tema del viaggio: una scoperta che porterà il protagonista a conoscere la propria interiorità ma anche a vedersi riconosciuto dal punto di vista sociale, diventando sovrano di un popolo dopo aver conquistato la saggezza.

venerdì 12 aprile 2019

Michael D. O'Brien - Apocalisse

Nell’attuale trionfo di millenarismo apocalittico, di matrice sia cattolica che protestante (quasi ogni settimana si leva una nuova previsione catastrofista o si pubblica un libro che mette in fila le più disparate rivelazioni private, con grande successo in termini economici), il canadese Michael D. O’Brien dice la sua in merito con Apocalisse e lo fa da cattolico autentico, in maniera seria e intellettualmente meritoria. Non piacerà molto ai progressisti, così come agli invasati, ma tant’è. Già nel romanzo L’inviato era stato molto duro con chi sostiene di ricevere rivelazioni private e predice la fine del mondo arrogandosi la pretesa di essere ascoltato in quanto voce di Dio: la fame per le rivelazioni segrete diventa infatti ossessione e fiducia in una forma di gnosticismo che nulla ha a che vedere con la fede cristiana. E qui l’autore canadese non si allontana di molto da questa posizione: che la Chiesa sia chiamata a combattere contro gli attacchi del demonio nel mondo e nella storia è un dato di fatto già anticipato dalle Scritture, ma O’Brien invita a tenere la discussione su toni pacati. Lo stesso San Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi scrive: “Non disprezzate le profezie”, ma poi aggiunge: “Esaminate ogni cosa”. D’altronde, sappiamo che Gesù Cristo tornerà alla fine dei tempi, e che siamo chiamati ad attenderlo e a vegliare: «Presumere di aver ricevuto in anticipo una perfetta decodifica delle profezie simboliche contenute nel libro dell'Apocalisse […] significa fiaccare la nostra capacità di discernimento e la nostra disponibilità a lasciarci guidare dallo Spirito Santo e dagli angeli. Da un lato, questa debolezza può condurci verso la tirannia di orribili paure, dall'altro verso la fiducia in noi stessi. Entrambe le reazioni causano una maggiore vulnerabilità agli inganni del nemico». Forse la situazione attuale del mondo (con l’apostasia, la negazione delle radici cristiane dell’Europa, la perdita di significato e di valore della persona umana, la legislazione abortista, la legalizzazione dell’eutanasia) sembra accelerare questo processo, ma comunque la si guardi nessuno sa quando ciò avverrà, e questo vale anche e soprattutto per la vita di ognuno di noi: il Signore passa e ci visita, perciò siamo chiamati a vegliare. Per questo O’Brien lamenta il fatto che, di tutte le dimensioni della fede, l’escatologia sia quella forse più trascurata oggi, soprattutto dai credenti. Basandosi sull’Apocalisse biblica, i Vangeli, il Catechismo della Chiesa Cattolica e le parole di John Henry Newman, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Madre Teresa di Calcutta e di scrittori moderni come C.S. Lewis, G.K. Chesterton e J.R.R. Tolkien, l’autore invita a prestare attenzione ai “segni dei tempi” e a interrogarci sul nostro modo di vivere la dimensione escatologica, nella vita concreta di ognuno e in base a quello che siamo chiamati a fare. Ogni volta che rifiutiamo l’interpretazione della Chiesa e pretendiamo di decidere noi cosa significhino le Scritture, non solo possiamo essere ingannati dal demonio ma inoltre passiamo dalla parte dell’individualismo e del principio dell’Anticristo, anche perché ci dimentichiamo che la vittoria di Cristo è il primo e l’ultimo tema del libro dell’Apocalisse: «Non siamo soli, non siamo abbandonati alla malizia delle potenze oscure e delle energie maligne dei loro agenti umani. Gesù Cristo è il Signore della storia, è Lui quello a cui ci dobbiamo aggrappare velocemente mentre passiamo attraverso un periodo buio». O’Brien ce l’ha soprattutto con lo spaesamento all’interno della Chiesa, con le ambiguità dottrinali «che iniziano creando confusione morale e finiscono con molte persone a presumere che la verità non sia applicabile alla realtà pratica», con l’uso erroneo del principio del “male minore” che, a causa di ignoranza o di una cattiva ecclesiologia, ha portato i cattolici a sostenere i suoi nemici: l’escatologia non nega l’evangelizzazione, anzi, come hanno dimostrato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, le due cose vanno a braccetto. Meglio la prima parte, poi si ripete un po’: sembra che il libro sia una raccolta di diversi articoli su tematiche affini.

giovedì 4 aprile 2019

Jason Aaron, Mahmud Asrar - La maledizione della strega cremisi

È un gran periodo per Conan il cimmero, iconica creazione dello scrittore americano Robert Howard: prima la serie francese basata sui racconti originali di Howard, adesso la nuova serie di fumetti Marvel che è rientrata in possesso dei diritti e ha rilanciato una pubblicazione bimestrale, Conan il barbaro, affidata a Jason Aaron (testi) e Mahmud Asrar (disegni), che dovrebbe alternarsi a una seconda serie, La spada selvaggia di Conan. Questo primo numero, La maledizione della strega cremisi, presenta una storia originale e ci mostra Conan sue due piani narrativi, in due diversi momenti della sua vita: all’inizio della carriera, quando si batte per denaro nelle fosse di combattimento e ha «rubato la sua spada arrugginita la notte prima, dopo aver perso la propria fra i fumi dell’alcol», e poi molto più avanti, quando è re di Aquilonia. Vincitore nell’arena, incontra una giovane e avvenente fanciulla, con cui naturalmente finisce a letto poco dopo; peccato che costei sia in realtà una terribile vecchia strega che lo artiglia nella schiena, in una scena ricorda molto da vicino quella del primo film con Schwarzenegger (una citazione?). Conan viene catturato per essere sacrificato a un oscuro demone tipicamente howardiano, ma riesce a liberarsi e ad abbattere la strega; anni dopo, re Conan si troverà nuovamente ad affrontare quella stessa strega che credeva di aver ucciso. La quarantina di pagine che ci viene offerta (con la bella prospettiva di aspettare due mesi per il prossimo numero) è forse un po’ troppo esigua per esprimere un giudizio compiuto sull’opera,  ma per ora gli elementi per fare bene ci sono tutti: il fumetto si presenta molto moderno e violento, giocato sulle tinte del rosso, del nero e del grigio, con grande spazio dato all'azione, è Conan è ritratto nella sua canonica veste di montagna di muscoli. Anzi, per tenere desta l’attenzione e non diminuire il ritmo, le riflessioni del nostro eroe (come su quella della sua fede nel dio Crom) vengono espresse proprio durante il combattimento, ma è indubbio che siano efficaci («Come si uccide un mucchio di morti rabbioso, si chiedeva Conan. La risposta possibile era soltanto una. Nello stesso modo in cui si uccidono i vivi. Un feroce colpo alla volta»). Allo stesso tempo, ne viene sottolineata la pietà come re («Ho ucciso io questi uomini. Che li abbia uccisi con la mia spada o no. E un cimmero guarda negli occhi gli uomini che uccide. Anche se al suo sguardo risponde solo la morte»). Ad accompagnare l’albo, in chiusura troviamo la prima parte di un racconto in prosa, La stella nera, scritto da John C. Hocking, già autore di un romanzo dedicato a Conan.

mercoledì 3 aprile 2019

Howard Phillips Lovecraft - La casa evitata

Il tema della casa maledetta e/o infestata è uno dei cardini dell’orrore americano. L’ha affrontato anche Lovecraft con questo racconto La casa evitata, altrove anche intitolata La casa stregata, in cui il protagonista, incuriosito dalle voci che circolano su una casa abbandonata di Providence, decide di rivelare, insieme a suo zio Elihu Whipple, il mistero che aleggia intorno alla struttura e risolvere gli enigmi del passato. La prima parte è costituita dalla ricostruzione storica delle innumerevoli morti che hanno colpito i proprietari nel corso di quasi due secoli, la seconda è invece l’azione vera e propria, quando zio e nipote si improvvisano ghostbusters e si appostano di notte all’interno della casa. Ovviamente, lo stile minuzioso e descrittivo è perfetto per rendere la natura investigativa del racconto, ma potrà far storcere la bocca a qualcuno. La cosa interessante è notare come già l’orrore della casa rispecchi in pieno la produzione maggiore di Lovecraft (quella del ciclo di Cthulhu): una “abominazione gorgogliante”, una forma solo in parte umana e difficilmente riconducibile alla nostra percezione («Ho detto di averla vista, ma solo con uno sforzo successivamente riuscii a ricordare la fisionomia dell’entità, ricostruendo il suo abominevole tentativo di darsi una forma»), un abominio che altera «i principi basilari del tempo e dello spazio nel fondersi in combinazioni del tutto illogiche» e riduce anche l’uomo di cui prende possesso a una folle caricatura. Una muffa maligna ha le stesse caratteristiche dei Grandi Antichi: questa è la coerenza dei grandi scrittori.

lunedì 1 aprile 2019

Robert E. Howard, Vincent Brugeas, Ronan Toulhoat - Colosso nero

Secondo capitolo per la serie francese dedicata alle avventure di Conan il cimmero: tocca a Colosso nero, che si configura come opera completamente diversa dal primo La regina della Costa Nera e non potrebbe essere altrimenti visto che ogni volume è gestito da un team artistico differente e concepito come storia indipendente e compiuta nella sua natura episodica. Questa volta il compito è affidato a Vincent Brugeas (testi) e Ronan Toulhoat (disegni) e il risultato è sicuramente convincente, ma aggiungo che chiunque partirebbe avvantaggiato partendo da un testo come quello di Robert Howard che è già una gemma se preso da solo. In questo caso il nostro barbaro (che entra in scena in una taverna in compagnia di due mercenari, dei quali uno ha la testa affondata nelle tette di una donnaccia) aiuta la principessa Yasmela di Khoraja a fronteggiare la minaccia di uno stregone morto tremila anni prima che continua a perseguitare i suoi sogni e si accinge a invadere il suo regno; è il dio Mitra a dire alla ragazza di affidarsi al primo uomo che avrebbe incontrato per la strada, e Conan, come sempre dotato di estremo realismo («È solo un uomo… E se è già morto una volta può benissimo morire una seconda») guida quindi le armate di Khoraja in una battaglia campale fino allo scontro finale contro lo stregone Thugra Khotan, stratega senza pari e detentore di grandi poteri magici, ma obnubilato dalla sua concupiscenza nei confronti di Yasmela. Ovviamente, il cimmero conquisterà la vittoria e la principessa, anche se a dire il vero è proprio lei a buttarglisi addosso in preda al furore erotico («Come principessa, appartengo al mio popolo… La mia vita, i miei amori, sono destinati ad esso. Ma qui, ora, non sono niente. E per un istante… sono tua…»). Nella storia si avverte molto forte lo scontro (mai risolto) fra natura e cultura tipico della produzione howardiana: Conan viene digerito molto male dallo stato maggiore della principessa, mentre lui non bada a queste cose, come si vede molto bene quando Yasmela sposta la tenda e lo rivela ai suoi nobili mentre è intento a spolpare un cosciotto, senza curarsi del protocollo e senza sentirsi minimamente inferiore a qualsiasi aristocratico. Inoltre, sempre connesso a questo conflitto fra natura e cultura, vediamo una riflessione di Howard su due diversi tipi di coraggio: un modello aristocratico ed eroico, rappresentato dallo sprezzante conte Thespides, che si rifiuta di obbedire a «un selvaggio, un bifolco ignorante e senza cultura» e che, considerando disdicevole e vile attendere il nemico, si ostina ad attaccare comunque con i suoi cavalieri per provare il suo coraggio e il suo rango, votandosi a morte certa; l’altro modello rappresentato invece da Conan, che essendo insignito del potere sente la responsabilità della vita dei suoi uomini («Non sprecherò la vita dei miei uomini per una semplice questione d’orgoglio») e giunge a comprendere le indecisioni e i dubbi della principessa Yasmela. Dal punto di vista grafico, il volume convince per certe soluzioni adottate, prima fra tutte l’utilizzo di linee prive di colore per far rivivere le leggende del passato quando il ladro Shevatas entra nella città di Kuthchemes, mentre nelle scene di battaglia, spesso mute e affidate alle immagini di massa sulle tonalità del rosso e del nero, si giunge a respirare uno sprazzo pura epica barbarica.

domenica 31 marzo 2019

Howard Phillips Lovecraft - Le montagne della follia

Riaccostarsi ai classici è sempre istruttivo, perché ogni volta si scopre qualche cosa di nuovo. D’altronde, sono classici. Anche Lovecraft è un classico, lo si voglia o no, soprattutto il suo intramontabile Le montagne della follia, di cui ho già parlato qui moltissimi anni fa QUI e che continua a stagliarsi sulla sua produzione per molti elementi: i riferimenti al terribile Necronomicon, al Gordon Pym di Edgar Allan Poe e ai dipinti di Nicholas Roerich (entrambi citati esplicitamente più volte), la scoperta dei Grandi Antichi (o sarebbe meglio dire solo Antichi, in questo caso) e il disseppellimento di segreti che rivelano un passato alternativo ed extraumano al di là di ogni nostra comprensione, ma soprattutto l’ambientazione antartica, un enorme deserto che genera un’atmosfera di orrore strisciante ancora prima che ci vengano presentati i suoi immondi abitanti e le sue città impossibili, caratterizzate da architetture dettate dall’incubo e dall’impossibilità di ricondurre a un linguaggio razionale. Ed è incredibile come tutto questo abbia influito sull’immaginario e abbia generato altri capolavori come i film La cosa (l’ambientazione al Polo Sud, il nemico invisibile) e Alien (la scoperta dei campioni di una razza sconosciuta), prova di quanto il Solitario di Providence sia stato importante per esprimere incubi e disagi di noi contemporanei. La cosa più interessante è però che il racconto si configura prima di tutto come il resoconto di una spedizione scientifica, quindi Lovecraft utilizza un linguaggio rigoroso ed enciclopedico, con precisione topografica e perizia geologica e zoologica, ma proprio da questo, con contrasto stridente, si genera il fantastico e l’irrazionale; anche le misurazioni servono per aumentare il contrasto tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo, con il conseguente disagio provato dall’uomo di fronte all’orrore cosmico e alla presa di coscienza di non contare nulla di fronte a forze mostruose che non può in alcun modo controllare.

domenica 17 marzo 2019

Bill Walsh, Floyd Gottfredson - Topolino e la scarpa magica

In occasione della festa di San Patrizio ho rispolverato il classico Topolino e la scarpa magica, del 1953 di Bill Walsh (testi) e Floyd Gottfredson (disegni) che vede il topo più famoso del mondo in trasferta in Irlanda per curare il singhiozzo e alle prese con il “piccolo popolo” della tradizione folklorica. Uno scenario inedito e senza dubbio interessante, ma soprattutto molto divertente. Al suo arrivo, Topolino si imbatte nientemeno che nel sosia del cocchiere paraninfo Michelino Flint interpretato da Barry Fitzgerald nel film di John Ford Un uomo tranquillo, uscito un anno prima e sempre ambientato in Irlanda (con John Wayne come protagonista). Poi, l’atmosfera rassicurante cede il passo a una storia soprannaturale, dal momento in cui il macchinista del trenino sul quale Topolino viaggia viene trasformato in un’oca; il nostro si imbatte nel re dei folletti (i famosi leprechauns) Verdeverde, un autentico briccone che possiede una scarpa magica con cui può trasformare a suo piacimento o capriccio cose e persone. Per esempio, ha tramutato il suo primo ministro in un re, trasforma gli abitanti di un villaggio in uccelli, i bambini in diamanti e le belle ragazze in cespugli di rose, perché «così devono essere le donne: belle, ma silenziose!», ha condannato l’ex re Verdino a mettere i vermi nelle mele ed è capace di lamentarsi dello splendore delle pietre preziose del suo palazzo perché gli stanca la vista («Questa è una delle noie di essere re!»). Ovviamente i nomi sono opera della traduzione italiana, che ha deciso di insistere sul colore verde (come si vede anche nei nomi dei paesi: Verdemare, Pratoverde, Verdone, Verdello) per via del fatto che il verde è il colore nazionale dell’Irlanda. La prodigiosa scarpa magica passerà fortuitamente in mano a Topolino, il quale contribuirà a riportare ordine nel mondo dei folletti ma non nel modo tradizionale dell’eroe intrepido dal cervello analitico: infatti, nelle storie degli anni Cinquanta, Topolino è piuttosto un antieroe travolto da eventi dei quali sembra solo parzialmente in grado di cambiarne il corso, nonostante la sua scaltrezza. È interessante notare come, nella storia, i folletti producano ed esportano in tutto il mondo i rumori che si sentono al buio di notte mentre si sta per prendere il sonno, e abbiano un ministero delle scomodità domestiche preposto all’organizzazione di caminetti che fumano, rubinetti che sgocciolano e finestre con i vetri che tintinnano. C’è pure la gara di danza irlandese, l’immancabile zuffa generale e l’apparizione del cavallo volante e parlante Pooka (qui chiamato Puka).

martedì 12 marzo 2019

Philip Roth - La macchia umana

Più leggo Philip Roth e più lo amo. La Macchia umana è il suo terzo romanzo che affronto (dopo Pastorale americana Il lamento di Portnoy) ed è il terzo capolavoro, una di quelle opere che ti catturano e non ti mollano più, lasciandoti alla fine un senso di angoscia e allo stesso tempo di arricchimento. Racconta la storia di Coleman Silk, professore universitario di Athena brillante e autorevole, che cade in disgrazia in seguito a un malinteso durante una lezione: infatti etichetta due studenti assenteisti con il termine “spooks”, che in inglese significa “spettri” ma che in slang viene usata per “negri”. L’accusa di razzismo gli porta dei disagi enormi fino alla rovina completa della propria carriera e alla perdita della moglie, che muore di infarto per lo stress. Potrebbe scagionarsi immediatamente ma non lo fa perché su di lui pesa un grandissimo segreto sulla sua identità, la macchia cui fa riferimento il titolo: Coleman, che si dichiara ebreo, ha sempre nascosto la sua origine di colore, ha capito di poter affrancarsi e realizzarsi solo ripudiando le proprie radici e rinnegando la propria famiglia (addirittura ha rifiutato la madre), ed è divenuto un bianco convenzionale in una società convenzionale e razzista. Tutto questo rende l’accusa di razzismo ancor più paradossale, ma Coleman non lo può rivelare per non rendere l’accusa ancor più pesante perché rivelerebbe di aver ingannato la società. Proprio a questo segreto è legato il conflitto del personaggio, contro cui si scatena una vera e propria caccia alle streghe: Coleman è scomodo all’interno della comunità accademica in quanto ha introdotto criteri meritocratici e ha azzerato i sistemi di potere all’interno dell’università. Nessuno sembra comprendere Coleman, le sue ragioni e la natura del problema, nemmeno i suoi figli, segno che anche la cultura e una buona educazione conta fino a un certo punto. Dopo due anni di rabbia ed emarginazione, il settantunenne Coleman sembra trovare una sorta di serenità con una donna analfabeta di 34 anni molto più giovane di lui, Faunia, dal nome fortemente simbolico (Coleman è professore di letterature classiche) e dal doloroso passato (è stata molestata dal patrigno, ha perso due figli ed è stata sposata con un reduce dal Vietnam violento e alcolizzato), simbolo della forza incontrollabile del desiderio. Le critiche però non lo abbandonano, perché tutti (rappresentati dall’insopportabile e invidiosa professoressa di letteratura francese Delphine Roux) pensano di conoscere Coleman e di sapere perché si comporta così, etichettandolo istericamente come un ex professore razzista e impazzito: solo Faunia, che nella vita fa la donna delle pulizie, è messa a parte del segreto infamante. Ambientando temporalmente la vicenda nell’estate del 1998 durante il Sexgate che coinvolse Bill Clinton (quello con Monica Lewinsky) e circoscrivendola spazialmente al New England («che, storicamente, più s’identifica con la resistenza dell’individualista americano alle coercizioni di un’ipercritica comunità»), Roth sferra un feroce attacco all’ipocrisia perbenista che regge la società statunitense e ci regala un romanzo profondissimo e intimista, ma allo stesso tempo caustico e politicamente scorretto, dominato da un generale tono di sfiducia e ineluttabilità («Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui»). I temi da lui affrontati sono quelli dell’identità come creazione culturale, lo sforzo di sfuggire alle etichette sociali e di costruirsi un piedistallo, l’incertezza della condizione umana sempre in balia di eventi che non può dominare e pendente alla bestialità (moltissimi sono i riferimenti al mondo animale), intesa sia come carnalità sia come passionalità. Quello che emerge è la prospettiva multifocale dei personaggi: la storia non è raccontata da Coleman ma da Nathan Zuckerman, uno degli alter ego di Philip Roth e già comparso in Pastorale americana, a cui lo stesso Coleman si rivolge per chiedergli di narrare la sua storia. È un particolare di non poco conto perché Zuckerman non è neutrale ma offre il suo punto di vista sulla vicenda imponendolo al lettore e, siccome è sessualmente impotente e incontinente (ha subito l’asportazione della prostata) riversa su di lui la sua potenza in una sorta di esuberanza linguistica e la sua incontinenza verbale, divenendo a sua volta un doppio speculare di Coleman, personalità molto forte e catalizzante. Tutto questo fa sì che letteratura sia un mezzo di riscatto e lo strumento principe per raccogliere l’oscurità dell’animo umano, come prova il toccante finale di Zuckerman che si ferma a osservare l’ex marito di Faunia, altro testimone di altre tragedie, intento a pescare sullo sfondo di un lago montano.

domenica 10 marzo 2019

Robert E. Howard, Jean-David Morvan, Pierre Alary - La regina della Costa Nera

L’Era hyboriana rivive nella serie di fumetti francese dedicata alla figura dell’immortale creazione di Robert Howard, Conan di Cimmeria o Conan il Barbaro, e a uno dei suoi racconti più celebri, La regina della Costa Nera. Ogni racconto dei dodici previsti è leggibile e godibile indipendentemente, senza bisogno di essere integrato in una storia più vasta, perché, come spiega in appendice Patrice Louinet (co-direttore della Fondazione Robert E. Howard e curatore del progetto), l’immagine di Conan che sale uno dopo l’altro gli scalini che lo conducono al potere fino a diventare re è stata creata da altri, non da Howard. Se il cimmero in certe storie è diventato monarca di uno dei regni hyboriani, è perché ha colto l’occasione che gli si è presentata, non in seguito a un intenzionale progetto di fare carriera come parvenu del suo mondo («Mi chiamo Conan. Sono un cimmero. E ho lavorato per così tanta gente che non ricordo tutti i loro nomi. C’è anche chi dice che sono stato un re. Ma se è vero, devo essermelo dimenticato. Probabilmente ero troppo ubriaco»). Conan vive nel momento e per il momento presente, senza alcun passato e alcuna ambizione, tanto che lui stesso dichiara: «Non mi interessa sapere cosa c’è dopo la morte. […] Non lo so e non m’importa. Mi basta vivere la vita intensamente. Gustare il sapore delle carni rosse e l’ebbrezza del vino frizzante sul mio palato… Finché posso godere del tocco ardente delle braccia di alabastro, esultare nella follia della battaglia quando le lame azzurre si infiammano e si tingono di rosso, io sono appagato! Lascio ai sapienti, ai sacerdoti e ai filosofi il compito di meditare sui dilemmi della realtà e dell’illusione. Io so solo una cosa… se la vita è una chimera, allora lo sono anch’io. Quindi, l’illusione per me è reale. Io vivo, ardo di vita, amo e uccido, e questo mi basta». Inoltre, ogni racconto prevede uno sceneggiatore e un disegnatore diverso (in questo caso si tratta di Jean-David Morvan per i testi e Pierre Alary per i disegni), in modo da offrire visioni piuttosto diverse e personali del celeberrimo eroe, molto distante da quelli immortalati da Frank Frazetta o da John Buscema che hanno forgiato il nostro immaginario collettivo. Dal ritmo incalzante e scorrevole, La regina della Costa Nera narra l’approdo di Conan a bordo del mercantile Argus e l’incontro con Bêlit, la comandante della nave Tigre, i cui feroci corsari neri hanno fatto di lei l’indiscussa Regina della Costa Nera. Il cimmero conquista sia la donna sia la partecipazione ai suoi cruenti commerci, razziando la costa con lei finché la sorte non li conduce, lungo il fiume nero, nella città perduta di un’antica razza alata. Nello stile tipico dell’autore, il racconto combina avventura, esotismo e orrore soprannaturale, e proprio a questo riguardo emergono le peculiarità dell’eroe howardiano: mentre Lovecraft si sofferma sempre morbosamente sull’orlo dell’abisso e segue l’inevitabile distruzione dell’individuo e della realtà che noi conosciamo, Howard fa di Conan il baluardo estremo contro l’annientamento, facendogli sistematicamente abbattere i nemici che gli si parano davanti e lasciandolo unico superstite di quanto avvenuto. È interessante anche notare che la creatura alata che infesta la città è incatenata alle rovine di pietra della sua città proprio a causa dei popoli civilizzati, cosa che si inserisce nello scontro fra cultura e natura che permea l’opera di Howard: Conan è sotto tutti i punti di vista un selvaggio e vive come tale, ma allo stesso tempo aspira a integrarsi nel mondo della cultura, che è corrotta, decadente e traditrice, e quindi ne subisce il fascino. La cultura attrae e respinge il cimmero (disagio che riflette quello che lo stesso Howard provava nei confronti di un mondo di cui si sentiva prigioniero), e ogni storia rappresenta un esito di questo rapporto mai risolto tra l’essere integrato e respinto. In questo racconto, Conan è di fatto un ribelle, come lui stesso spiega all’inizio: «Un giudice mi ha chiesto dove si nascondeva il mercenario. Gli ho risposto che era un amico e che non l’avrei mai tradito. Invece di trovare ammirevole la mia risposta, il giudice si è infuriato e ha iniziato un gran discorso sul fatto che avevo dei doveri verso lo stato, la società e altre cose di cui non ho capito niente. Più parlava e più urlava… Avevo spiegato chiaramente a quell’idiota la mia posizione, ma lui faceva finta di non capire. Allora mi sono infuriato anch’io… ho sfoderato la spada e ho mozzato la testa di quel giudice». L’adattamento insiste molto dal punto di vista grafico sull’intenso rapporto carnale che si instaura tra Conan e Bêlit («Prendimi! Conquistami con la forza della tua passione!»), che da parte sua è una donna forte e battagliera e fa addirittura ritorno dall’oltretomba per salvargli la vita, come gli aveva promesso, «e così facendo sembra mostrare che esiste qualcosa che va oltre l’ineluttabile pessimismo del cimmero» (Louinet). Se il buongiorno si vede dal mattino, questa collana lascia veramente ben sperare, a patto che non si pensi di trovarvi il Conan di Frazetta o di Buscema.

mercoledì 6 marzo 2019

Carlton Mellick III - La vagina infestata

Carlton Mellick III non si smentisce mai e questa volta immagina una storia incentrata sulla scoperta da parte del suo protagonista che la vagina della sua ragazza è il portale per un altro mondo (idea che in qualche modo si connette a quella del personaggio che in Apeshit – Pazzi furiosi aveva la vagina dentata). È quel che succede a Steve, innamorato perso di Stacy, dalla cui vagina provengono sussurri e voci inquietanti e poi esce addirittura un morto vivente: da qui il titolo La vagina infestata per questo romanzo sempre pubblicato da Vaporteppa. Addirittura, si scopre che da bambina le usciva quella che Stacy pensava essere un’amica immaginaria. Per amore Steve accetta di intraprendere una spedizione nella vagina di lei, ed è grazie alla sua narrazione in prima persona che ci vengono regalate le sue sensazioni di disagio e le sue dichiarazioni d’amore nei confronti dell’amata. Oltre a regalarci uno dei più efficaci incipit che la storia ricordi («Ho avuto paura di fare sesso con Stacy da quando ho scoperto che la sua vagina era infestata»), Mellick si lascia andare a considerazioni sull’origine e sull’evoluzione del mondo microscopico che si trova davanti esplorando l’utero di Stacy con piglio da vero speleologo: addirittura, la seconda volta che entra dentro, Steve si munisce di videocamera e walkie-talkie per affrontare al meglio un microcosmo molto dettagliato e fatto di boschi, scheletri, creature simili ai personaggi degli anime giapponesi e villaggi in ferro battuto. Qui Steve vivrà una storia straniante, da vero straniero in terra straniera, in cui sperimenterà l’abbandono ma incontrerà anche l’amica immaginaria di Stacy, Fig. Molte le scene di sesso, dalle più canoniche alle più strane. Per tutti quelli che si scandalizzano, è bene ricordare che lo stesso Mellick ha dichiarato (come ricorda Chiara Gamberetta nell’Introduzione alla bizzarro fiction) che chi vede nelle sue opere una qualche profonda metafora freudiana è un totale coglione. Bisogna quindi prendere il romanzo per quello che è, come pura fiction, caratterizzata da elementi bizzarri. Questo non vuol dire che non faccia pensare: a ben guardare, è possibile che Mellick voglia dirci che ogni donna è il portale per un’altra dimensione, oppure che gli uomini hanno paura delle donne, o che le donne non riescono ad accettare la propria natura sessuale. O forse ci vuole dire qualcosa sull’amore. O forse sono un totale coglione anch’io.

domenica 3 marzo 2019

Carlton Mellick III - Ho messo incinta la figlia di Satana!

Cosa succede a un tizio senza lavoro e senza prospettive nella vita che viene costretto a sposare una succube dopo averla accidentalmente messa incinta? È quello che si chiede Carlton Mellick III con questo Ho messo incinta la figlia di Satana!, escursione della bizzarro fiction nel territorio della commedia romantica («Sì, proprio così, ho scritto una cazzo di commedia romantica») alla Ben Stiller sempre pubblicata da Vaporteppa. Che Mellick sia un pazzo non lo scopriamo certo adesso: io l’ho conosciuto con Apeshit – Pazzi furiosi, quindi sapevo cosa aspettarmi, anche se in questo caso la storia è molto più classica e lineare, per quanto piena di particolari bizzarri e spiazzanti. Il protagonista è Jonathan, un ventiquattrenne incapace e immaturo che è bravo a fare una sola cosa: le costruzioni coi Lego. Vive addirittura in una casa costruita con i mattoncini Lego, ha una fidanzata di Lego e il suo sogno è lavorare a Legoland. Il problema è che un lavoro non ce l’ha e i genitori, veri iniziatori della sua passione per le costruzioni, lo considerano lo scemo di famiglia. Il suo unico amico è Shoji, un lottatore di sumo giapponese obeso e perennemente ubriaco. Tutto cambia quando alla sua porta si presenta Lari, una diabolica succube proveniente dall’inferno con la pelle rossa, le corna, la lingua da rettile e le corna: è maldestra e priva di futuro quasi quanto lui, visto che invece di rubargli l’anima facendo sesso con lui si è semplicemente fatta mettere incinta. Lui non si ricorda niente per via di un incantesimo, e l’unica prova di quanto lei gli rivela è il suo pene che, da un giorno all’altro, è diventato completamente nero. Lari è porta dunque in grembo suo figlio e vuole che lui la sposi, ma Jonathan ha più di qualche riserva: un viaggio all’inferno gli conferma la veridicità di quanto la succube gli dice, visto che suo padre è Lord Mazzur, signore delle regioni sud-occidentali dell’inferno, suo fratello è il generale dell’esercito infernale e sua sorella è la regina delle succubi. Costretto a maturare e ad assumersi le proprie responsabilità soprattutto per salvare la pelle ed evitare un’eternità di torture presso i parenti della ragazza, Jonathan accetta, ma non è così semplice perché i suoi genitori sono dei cristiani fondamentalisti (il cognato è addirittura pastore evangelico) che intendono uccidere la povera Lari e rispedirla all’inferno. A parte alcuni episodi classicamente gore (le stragi nel locale, a Disneyland e lungo l’autostrada, con Jonathan a bordo di una moto di Lego) la storia presenta le dinamiche della classica storia d’amore, con innamoramenti, ritrosie e gelosie, e risvolti addirittura dolci, come nel caso del rapporto d’amore e di reciproco sostegno che si instaura tra Jonathan e Lari, fino al toccante discorso di lui che esprime il suo amore per lei. In fondo, l’adorabile Lari (come non simpatizzare per una che sgranocchia rane per merenda e dà fuoco alla suocera?) è l’unica ad apprezzare veramente le costruzioni coi Lego di Jonathan, lo assiste facendole animare in chiave lavorativa e gli fa scoprire che il diavolo in carrozzina che ha creato è la copia di suo zio Xexus (anche se l’originale è meno simpatico). C’è poi il tema della rivalità tra famiglie che devono imparare ad accettare un matrimonio insolito passando attraverso lo scontro armato, in un tripudio di follia kitsch che vede lo scontro finale nella Chiesa di Gesù e Cristo tra demoni e cyborg rivestiti da armature costituite da piatti da collezione delle Forniture Cristiane raffiguranti Gesù e con bazooka che sparano Gesù di porcellana. Molto carina la rivelazione che nell’aldilà il paradiso è equivalente a un paese del primo mondo e l’inferno a un paese del terzo, mentre il Valhalla prendeva le anime umane per usarle negli incontri tra gladiatori.

giovedì 7 febbraio 2019

Fëdor Dostoevskij - I fratelli Karamazov

A volte si viene risucchiati in un buco nero e non si riesce più a uscirne, anche quando parliamo di libri: a me è successo con I fratelli Karamazov di Dostoevskij, uno dei romanzi più importanti e sviscerati di ogni tempo, capace di risultare appassionante e allo stesso tempo letale, grandioso nella sua architettura e nella caratterizzazione psicologica dei personaggi ma troppo lontano dai nostri gusti e dalle nostre consuetudini di lettori contemporanei. Ci ho litigato a lungo, imponendomi di portarlo a termine, e lo sforzo è stato ampiamente ripagato. E se pensate che sia un libro lungo, vi basti sapere che doveva avere un seguito (e infatti termina con quello che oggi si chiamerebbe cliffhanger), ma il progetto naufragò per la morte di Dostoevskij. Racconta la storia di Fëdor Pavlovič Karamazov, vecchio malvagio e dissoluto, e dei suoi tre figli avuti da due mogli, più un quarto nato da una relazione extraconiugale (gira la leggenda che, per scherzo, abbia messo incinta una pazza semibarbona del villaggio). Il primo, Dmitrij detto Mitja, irrequieto, spendaccione, intemperante e disordinato, entra in rotta di collisione con il padre riguardo a chi avrà Grušenka, una bella (ma neanche troppo) mantenuta che in passato è stata sedotta e abbandonata da un polacco. Il secondo figlio, Ivan, sempre cupo e pensieroso, è un sostenitore dell’ateismo e un raffinato intellettuale (è autore di un articolo di successo in Europa occidentale). Il figlio minore, Aleksej detto Alëša (come il figlio di Dostoevskij), è talmente buono fa fare il novizio in un convento con uno starec e si trova costretto a tornare a casa per il precipitare degli eventi. Il quarto figlio, quello illegittimo, è Smerdjakov, affetto da epilessia (malattia da cui era affetto lo stesso Dostoevskij) e tenuto in casa come servo. Dal conflitto di Dmitrij con il padre nasce il nucleo del romanzo: Fëdor Pavlovič promette a Grušenka 3.000 rubli ma li cerca anche Dmitrij finché un giorno il padre viene ucciso e per l’opinione pubblica il colpevole è Dmitrij che viene condannato ai lavori forzati. Ivan è colpito da febbre cerebrale e non può raccontare la verità di cui è l’unico depositario, Alëša riprende con alcuni giovani la via della spiritualità. È veramente difficile parlare di un romanzo su cui si sono spesi litri d’inchiostro da parte do critici letterari, psicanalisti e filosofi. Certo, può essere letto anche come un giallo, visto che l’omicidio del padre avviene esattamente a metà, ma in realtà I fratelli Karamazov è uno di quei romanzi-mondo che hanno dentro di tutto, con descrizioni ridotte all’osso e una sovrabbondanza di dialoghi spesso soverchianti (soprattutto la lunga parte finale dedicata al processo), in cui ogni occasione è buona per discutere di temi morali, etici, politici, filosofici e religiosi: ogni personaggio rappresenta l’incarnazione di un’idea ma, nonostante questo, da ogni dialogo emerge la complessissima personalità di ognuno, le passioni e i moventi delle loro azioni, e questa è la cosa veramente affascinante della scrittura di Dostoevskij. Non bisogna fermarsi alle digressioni, come quella sulle spoglie dello starec venerato come santo che imputridiscono subito facendo venir meno il rispetto dei fedeli (che vedono nella corruzione del corpo il segno di una fisicità indegna di un culto sacrale). Bachtin ha individuato in Dostoevskij l’iniziatore del romanzo polifonico, opera fatta di diverse coscienze in cui l’autore è solo uno dei punti di vista ed è equivalente agli altri, per cui le varie opinioni dei diversi personaggi sembrano tutte allo stesso modo vere e credibili, anche quella di Ivan che, nel suo ruolo di vero motore degli eventi da dietro le quinte, è il personaggio classicamente “malvagio”, o quella del padre, personaggio che giganteggia sinistramente nella sua miseria e pusillanimità (ha fatto i soldi con lo strozzinaggio, non si vergogna a essere un parassita e anzi si diverte nell’autodenigrasi a suo personale guadagno). Memorabile il confronto tra Ivan e Alëša, quando il primo racconta al secondo la storia (famosissima) del Grande Inquisitore, vero e proprio romanzo nel romanzo e grande poema sull’origine del male: Gesù Cristo torna sulla terra e viene arrestato dal Grande Inquisitore perché è venuto a rompere l’equilibrio raggiunto dopo la sua venuta, ed è vero che ha portato la libertà agli uomini ma gli uomini non sanno che farsene perché non possiedono gli strumenti per gestirla. Gli uomini cosiddetti liberi in realtà sono completamente sopraffatti dall’ordine assoluto che è stato loro costruito intorno: la libertà non serve per la felicità perché anzi produce solo una dimensione di cupa disperazione e un senso di autodistruzione, quindi solo l’essere dominato dal desiderio superiore di far parte di uno spirito universale può rendere felici. A questo si aggiunge l’esistenza del libero arbitrio, che impone all’uomo di fare delle scelte davanti alle quali è solo, e il problema del male, che nel romanzo non è nulla di soprannaturale e astratto, ma una forza interna all’uomo, pronta a dispiegarsi in tutta la sua forza e a rovinarlo per sempre prendendo a pretesto i propri istinti, i propri desideri, le proprie pulsioni e le proprie depravazioni. Dio esiste mentre il diavolo no, e non a caso l’ateo Ivan vede il diavolo e ci parla, prodotto della sua coscienza tormentata: chi professa l’ateismo, dimenticando ogni confine posto da Dio, è inevitabilmente destinato a cedere al male e a essere travolto. Esattamente come Ivan, la cui mente non sopravvive alla prova di razionalità che la religione gli impone.