venerdì 13 settembre 2019

Erica Jong - Paura di volare

Considerato un caposaldo della letteratura femminile, Paura di volare è un romanzo di inizio anni Settanta a torto definito “erotico”. Di certo ha un linguaggio assolutamente esplicito (e talora volgare) e, letto oggi, risulta irrimediabilmente datato e altalenante a livello di ritmo, ma prima di stracciarsi le vesti in preda allo sdegno bisogna dire che ha un taglio del tutto diverso dal filone alla 50 sfumature: infatti, come scrive Lidia Ravera nella Prefazione, le avventure della protagonista non raccontano «il piacere di soccombere, la voluttà dell’obbedienza, lo strapotere del maschio miliardario e sadico», bensì «la vittoria di una donna su se stessa, la sua conquista del desiderio, della libertà di sperimentare». Insomma, rispetto alla produzione di E.L. James (autrice delle suddette 50 sfumature) o Anna Todd (autrice della serie After) sembra quasi di avere a che fare con un Nobel per la letteratura: questione di punti di vista, insomma. Il romanzo, probabilmente autobiografico (ma la stessa autrice ammette di non dire sempre la verità), risente pesantemente del clima anni Settanta nel quale fu scritto, vale a dire la grande epoca della contestazione, della liberazione sessuale, della psicanalisi e della convinzione di poter cambiare il mondo. La protagonista è Isadora Wing, alter ego dell’autrice, ebrea, colta e newyorkese, autrice di poesie erotiche, sposata con uno psicanalista dopo essere già stata sposata con un malato di mente («Era logico che dopo uno psicotico volessi sposare uno psichiatra»): lo spunto è una trasferta europea con il marito Bennett per andare a un convegno di freudiani americani a Vienna, e da qui una sorta di triangolo amoroso che si trova a vivere con l’amante inglese Adrian Goodlove, conosciuto in questa occasione. La vicenda tocca un sacco di tematiche, come la scoperta del potere della seduzione femminile, la scoperta del proprio corpo, il bisogno di compiacere i maschi, la necessità di fare delle scelte, la ricerca di affetto e felicità, la sensazione di essere perseguitata (Isadora è ossessionata dal Terzo Reich e dai tedeschi), la contraccezione (Isadora usa il diaframma), la maternità (i problemi con la propria madre, cosa significa essere madre, la domanda se la donna si completi veramente se è madre, quanto i figli sono un ostacolo all’affermazione personale). Ma soprattutto l’emancipazione femminile, la donna che lavora, viaggia e non dipendente dall’uomo (sia da single sia da sposata), che fa quello che vuole e non viene colpevolizzata per questo («Mi sento in colpa perché scrivo poesie invece di cucinare. Mi sento in colpa per qualunque cosa. (…) Le donne sono le peggiori nemiche di se stesse. E i sensi di colpa sono il principale strumento della tortura che si autoinfliggono»), con il sogno di liberarsi dal senso di colpa e di essere disinibita e senza problemi come le protagoniste dei romanzi erotici. Inutile dire che il titolo Paura di volare non è solo da prendere in senso letterale ma richiama tutto questo, la voglia di liberarsi e volare alto ma aver paura di farlo per tutta una serie di inibizioni, restrizioni e considerazioni. Spesso e volentieri la nostra eroina passa in rassegna le sue disavventure con i suoi vari amanti e talvolta si prende sul serio («La vita non ha una trama. È molto più interessante di tutto quello che si può raccontare, perché il linguaggio, per la sua stessa natura, dà un ordine alle cose, mentre la vita vera non ha un ordine») ma, a dispetto dell’ambientazione psicanalitica (e anni di terapia non sembrano aver poi portato a molto), la Jong utilizza uno stile leggero e ironico, perfettamente esemplificato dall’invenzione della scopata senza cerniera, roba in puro stile Sex & the City («senza cerniera (…) perché l’avvenimento ha tutta la velocità e la concentrazione di un sogno e come un sogno sembra libero da rimorsi e sensi di colpa; perché non si parla del marito defunto di lei o della fidanzata di lui; perché non si cerca di razionalizzare; perché non si parla per niente. La scopata senza cerniera è assolutamente pura. (…) È più rara di un unicorno»); non è da meno però l’idea di scrivere un poema epico sulla storia del mondo e di classificazione dei popoli attraverso i gabinetti.

domenica 25 agosto 2019

Antonio Caprarica - Ci vorrebbe una Thatcher

Margaret Thatcher! La Lady di Ferro, uno dei simboli degli Anni Ottanta, è ancora in grado di far tremare tutti, dall’intellettuale all’uomo della strada, guadagnandosi probabilmente un posto nell’Olimpo dei supercattivi di tutti i tempi. Figlia di un droghiere e malvista da «un gruppo dirigente fatto di maschi, nobili, proprietari terrieri e allievi di Eton», nel suo regno di leader del Partito Conservatore e di Primo Ministro (1979-1990) mise in atto un lungo braccio di ferro con i minatori e una serie di riforme dure e impopolari con fermo controllo della spesa pubblica, deregulation finanziaria, taglio delle tasse e privatizzazioni risollevando un Paese fondato sull’assistenzialismo ma sull’orlo del baratro finanziario, che aveva chiesto l’intervento del Fondo Monetario Internazionale per salvare la propria valuta e che annaspava nel declino industriale e in una crescente disoccupazione. La Thatcher credeva che la disuguaglianza fosse uno stimolo per la crescita degli individui e della società, e per questo era sostenitrice di uno Stato leggero attento a non soffocare sotto un fardello di regole e sussidi la creazione di ricchezza. Ha fatto molto di più che applicare una teoria economica: ha prodotto la rivoluzione della classe media che ha cambiato la mentalità e la faccia del Paese perché ha permesso l’emergere di una borghesia che lavorava a discapito di chi per tradizione aveva di più. In quindici anni la Gran Bretagna era già diventata un Paese ricco e trendy al quale il resto del mondo guardava con ammirazione, e ha permesso a Tony Blair (che si è guardato bene dall’invertire la rotta) di inaugurare la sua Cool Britannia. Prima che vi stracciate le vesti, sia che siate di sinistra sia di destra (la sinistra inorridisce, ma la destra tradizionale odia la Lady di Ferro anche di più, in quanto atlantista e liberale, quindi tesa a imporre il denaro come unico valore), Ci vorrebbe una Thatcher di Antonio Caprarica non è un libro sulla Thatcher, ma su quanto la Thatcher avrebbe da insegnare a un Paese come il nostro. Quando è stato scritto c’era Monti, ma non cambia molto, nonostante nel frattempo siano passati Letta, Renzi Gentiloni e Conte, perché i problemi restano sempre gli stessi: da ex comunista e uomo di sinistra (qualcuno direbbe: perfetta deriva da PD), Caprarica sostiene che anche all’Italia servirebbe una rivoluzione come quella portata dalla Lady di Ferro in Gran Bretagna, che la nostra società e la nostra economia dovrebbero aprirsi (orrore!) al liberalismo e a valori come la trasparenza, l’individuo, la concorrenza, la responsabilità personale, perché «i sussidi di Stato alle aziende decotte non sono una vera alternativa alla crisi. È la stessa verità che bisognerebbe dire alle migliaia di lavoratori italiani intrappolati in aziende obsolete e in crisi. […] Non si creano posti di lavoro stabili e duraturi difendendo imprese antieconomiche. […] E continuare a sborsare soldi pubblici giusto per passare il problema a chi verrà dopo è un inganno non solo per i posteri, ma pure per i contemporanei». Insomma, dovremmo tutti abbandonare l’idea del sussidio o dell’intervento statale in grado di risolvere tutti i problemi, o la convinzione che sia più utile salvare il posto di lavoro che il lavoro. Monti poteva essere una nuova Thatcher e modernizzare l’Italia? No, perché a differenza della Thatcher non aveva né i voti né il consenso popolare per mettere in atto dei provvedimenti impopolari. A dire il vero, ha tentato solo alcune liberalizzazioni sul mercato del lavoro, dei capitali e delle professioni, e non è intervenuto sula fine delle corporazioni che bloccano il mercato del lavoro; anche la creazione di società a un euro (provvedimento che avrebbe dovuto incentivare la creatività giovanile e lo spirito imprenditoriale delle nuove generazioni) è miseramente fallita perché poi, per partecipare alle gare, ci voleva un capitale di almeno 20.000 euro. Per capire la differenza tra Italia e Regno Unito basti pensare che lì manca la figura del notaio: figura del tutto inutile, in quanto il rapporto Stato-cittadino è basato sulla fiducia. Curiosamente, da quelle parti i tagli agli enti locali hanno dato origine a sperimentazioni legate alle istanze più vicine ai cittadini: «Costretti dall’austerità a pesanti riduzioni di budget, le amministrazioni periferiche li hanno usati per concepire nuove risposte ai bisogni delle loro comunità». Forse da qui dovrebbe partire la lezione della Thatcher, la necessità che l’economia riprenda in settori diversi da quelli tradizionali: valga l’esempio, citato da Caprarica, del mercato dell’auto che è stato sorpassato da quello della bicicletta, segno di un panorama ormai cambiato.

venerdì 23 agosto 2019

Beppe Severgnini - Inglesi

Ho sempre apprezzato Beppe Severgnini come giornalista di costume che parla di viaggi, di idiosincrasie degli italiani e di Inter, più che come tuttologo e grande sacerdote del politicamente corretto, figura che si è ritagliato negli ultimi tempi e che me lo hanno reso indigesto. È bello quindi recuperare la sua verve e le sue caratteristiche in questo vecchissimo Inglesi, libro che raccoglie le sue impressioni di corrispondente da Londra nella seconda metà degli anni Ottanta per conto de “Il Giornale”. È bene precisare che si tratta di un libro datato, uscito nel 1990, che poi è stato ampliato nel corso del tempo con altri contributi degli anni successivi fino al 2003: Severgnini intende confondere il turista italiano medio, che giunge(va) a Londra un’Inghilterra che non esiste più, ma il fatto che il libro sia così vecchio fa chiedersi se le osservazioni in esso contenute siano ancora attuali oppure obsolete come la guida del Touring Club su cui l’autore ironizza all’inizio. Piuttosto, a Severgnini interessa sempre il confronto, come italiani e inglesi possono incontrarsi e prendere il meglio gli uni dagli altri, senza perdere le loro specificità e sfociare nella parodia. Prova quindi a capire qualcosa del carattere degli inglesi (anche perché, per sua stessa ammissione, «capirlo tutto è impossibile: non ci riescono nemmeno loro») e ne analizza gli stereotipi (il lavandino con due rubinetti, l’assenza del bidet), i vizi e le virtù, il mondo dei club, ma soprattutto il sistema delle classi (upper class, middle class, working class), e un modo per farlo è raccontarne le forme di saluto e la scelta dei vocaboli e di alcuni oggetti (il portatovagliolo!). Perché è vero che gli inglesi spesso sembrano strani, bizzarri ed eccentrici, ma è altrettanto vero che possiedono molte virtù, tipo rispettare «lo Stato in qualsiasi forma si presenti, dal poliziotto al cestino dei rifiuti», snellire la burocrazia a favore del cittadino o premiare (e pagare) le persone per quello che valgono. Senza contare che «la Gran Bretagna è un paese in cui la gente lascia la casa sporca, ma tiene la strada pulita; al contrario di certe famiglie italiane, che impongono al salotto un ordine cimiteriale ma gettano l’immondizia dalla finestra». Gli inglesi sono terribilmente conservatori (laburisti compresi) e avversi alle novità (basti pensare il rimpianto per il sistema monetario basato sullo scellino abbandonato nel 1970), e sono così affezionati alle tradizioni che, se necessario, come dice Antonio Caprarica, sono disposti a crearsene di artificiali; le loro reazioni al nuovo sono in genere votate alla decadenza e possono generare delle reazioni inaspettate (i new Georgians, che recuperano ossessivamente tutto quello che viene dal periodo georgiano per opporsi alla grettezza di quanto è venuto dopo).

Grande spazio è ovviamente dedicato alla Thatcher, la Lady di Ferro che è passata sul Regno Unito come un tornado e, al pari dei Beatles, «ha segnato la storia del paese in modo indelebile» tanto da venire ricordata (ancora oggi, è proprio il caso di dirlo) «con un misto di ammirazione ed orrore»: durante la recessione, «invece di stimolare la domanda, come la teoria economica dominante imponeva, prese di petto spesa pubblica e inflazione e ignorò il numero dei disoccupati, considerandolo un male inevitabile e passeggero. Gridò che occorreva produrre ricchezza, prima di poterla distribuire, e questo era compito degli individui. Lo Stato doveva farsi da parte, e lasciare loro più responsabilità e più decisioni». C’è poi spazio per divagazioni Anni Novanta sulla Cool Britannia di Tony Blair, le Spice Girls, Gianluca Vialli (all’epoca allenatore del Chelsea) e Harry Potter, oltre a un viaggio che da Londra va a nord, verso la Scozia, attraversando città come Sheffield, Manchester, Liverpool, Glasgow e Blackpool, passando per il Nord-est, la regione di cui fanno parte le contee di Durham, Tyne and Wear e Northumberland, che detiene (o deteneva) una serie di primati negativi (maggior numero di reati, di morti di cancro e di disoccupati) e dove c’è, secondo un parlamentare laburista locale, «più vomito di ubriachi per metro quadrato che in tutto il resto dell’Inghilterra». Il quadro che ne è esce è tutt’altro che idilliaco e descrive un paese depresso, preda della recessione industriale, della disoccupazione e del teppismo. Il nostro autore si solleva solo parlando delle varie facce di Londra, città complessa, stratificata, multiforme, plurale e innovativa, in una serie di articoli nei quali mi sono ritrovato.

Severgnini affronta anche l’eterna discussione sull’Europa, una costante nella storia inglese e quantomai attuale, vista l’imminente Brexit: già alla fine degli anni Ottanta c’erano i tabloid che davano voce alle «cattiverie sui francesi, le atrocità sui tedeschi e le ovvietà sugli italiani», visto che l’inglese medio, “l’uomo sul bus di Clapham”, crede davvero che la Comunità Europea «sia piena di lestofanti, il cui unico scopo è turlupinare i buoni inglesi: quando un quotidiano popolare ha scritto che i francesi bruciavano gli agnelli inglesi dietro i camion per impedirne l’importazione, ha scatenato un’isterica campagna anti-francese». L’ossessione dell’uscita dall’Europa è spiegata da Severgnini con la considerazione personale che «gli inglesi non sono europei. Sono ultraeuropei. L’Europa per loro non è un salotto, ma un trampolino per saltare nel mondo. Ancora oggi, hanno l’impero nel sangue. Non l’impero inteso come dominio, bensì come spazio. […] La diffidenza verso l’Europa non è, quindi, paura di qualcosa di troppo grande, ma timore di qualcosa di tropo stretto (Bruxelles, le regole, i protezionismi)». Il fatto che Severgnini abbia appena definito Boris Johnson come un leader inadeguato a cui mancano “la preparazione, la coerenza, l’affidabilità e la precisione” la dice lunga su come la pensi in merito.

mercoledì 31 luglio 2019

Takashi Nagai - I figli di Nagasaki

La bomba atomica: male necessario contro un nemico irriducibile o crimine contro l’umanità? Era possibile risparmiare le città di Hiroshima e Nagasaki e affrontare una cruenta invasione del Giappone? O forse si trattò semplicemente di un segnale lanciato dagli americani all’Unione Sovietica? Tutte problematiche interessantissime, probabilmente intrecciate fra loro, che non negano l’orrore di un evento che ha cambiato la storia dell’umanità. Takashi Nagai è uno dei sopravvissuti di Nagasaki: medico specializzato in radiologia, nato scintoista, divenuto seguace del materialismo scientista e positivista e poi convertito al cattolicesimo, facendosi battezzare con il nome di Paolo, nell’esplosione perse la moglie, vaporizzata all’istante e di cui ritrovò solo le ossa. Già in precedenza Nagai aveva scoperto di avere ancora pochi anni di vita a causa di una leucemia causata dalle radiazioni con cui era in contatto tutti i giorni a causa del suo lavoro, ma nonostante questo non smise di assistere i suoi pazienti (come suo padre, che fino all’ultimo, nonostante un tumore, aveva perseverato nel suo lavoro fino alla fine). I figli di Nagasaki è il suo testamento spirituale indirizzato ai figli Makoto e Kayano perché si sentissero meno soli e potessero avere una guida e un riferimento morale dopo la sua scomparsa (che sarebbe avvenuta nel giro di pochi anni). Si tratta di un libro discontinuo, che alterna considerazioni sulla vita, la scienza, lo studio, lo sport, il realismo che si deve tenere negli obiettivi che ci si dà, il cattolicesimo in Giappone (San Francesco Saverio) ma soprattutto la fede in Dio, mai venuta meno di fronte ai tragici fatti che hanno sopraffatto la vita di Takashi; allo stesso tempo si trovano indicazioni su come dividere il tempo della propria giornata facendo grafici con la carta millimetrata e ragionamenti su valori come l’umanità, la solidarietà e il rispetto verso il prossimo, con un tono traboccante di affetto paterno. A parte le lungaggini e la melassa, si respira proprio l’anima di un uomo in pace con la sua storia e con gli altri, rispettoso verso il suo Paese, pieno di saggezza ed empatia verso i suoi simili, visitato da tutti, compresi cardinali e perfino l’imperatore. Basti solo il pezzo in cui spiega ai figli che la loro mamma non è stata uccisa dalla bomba atomica ma dalla guerra e dalla cattiveria umana, e si domanda: «Perché gli uomini, presi individualmente, quando ispirano fiducia sono persone buone che possiedono il buonsenso e un cuore gentile e sorridono, mentre quando formano grandi gruppi che sono uniti in classi, in sindacati, in razze o in nazioni finiscono con l’odiarsi, invidiarsi, arrabbiarsi, litigare, dubitare? Se provassero tranquillamente a conversare per comprendersi invece di concludere i discorsi con abbondanza di parole sanguinose, eccitati dalla forza della folla, che infine portano il problema al punto di far scorrere il sangue!». Certo è che si tratta di un libro permeato di cultura e sensibilità giapponese, anche se l’autore è cattolico (e la cattedrale cattolica di Urakami è il simbolo della bomba atomica di Nagasaki).

martedì 30 luglio 2019

Joël Dicker - La scomparsa di Stephanie Mailer

Dopo l’excursus nei territori del noir rappresentato da Il libro dei Baltimore, Joël Dicker ritorna al genere che gli ha dato fama con l’idolatrato La verità sul caso Harry Quebert, il thriller, che poi è quello che tutti si aspettano da lui (e che lo segnerà per sempre). Ecco quindi che il mastodontico La scomparsa di Stephanie Mailer parte da un quadruplice omicidio (il sindaco, la sua famiglia e una donna che stava facendo jogging per la strada) avvenuto nel 1994 a Orphea, una piccola cittadina dello Stato di New York, in occasione della prima edizione del festival teatrale, e di cui il responsabile è stato identificato ma è morto nel tentativo di scappare alla polizia. Il classico caso che sembra chiuso. Nel 2014, dei due agenti responsabili delle indagini uno, Derek Scott, è già andato in pensione non essendo mai riuscito a riprendersi, l'altro, Jesse Rosenberg, sta per andarci: alla sua festa di pensionamento si presenta una giornalista, Stephanie Mailer, che rivela che il caso del 1994 ha visto incolpare la persona sbagliata. Quella stessa sera Stephanie scompare e Jessie, Derek e il vicesceriffo Anna Kanner si mettono a indagare: il caso è di nuovo aperto, anche perché i cadaveri aumentano. Ancora una volta, torna il doppio andamento temporale (presente e passato) e l’attenzione di Dicker per i piccoli centri con il loro intreccio di menzogne e verità ma, a differenza degli altri romanzi dello scrittore, che vedevano il punto di vista del suo alter ego Marcus Goldman, qui abbiamo un romanzo corale con tanti punti di vista corrispondenti ad altrettanti personaggi e a diverse storie parallele; questo rende la lettura più “costruita”, macchinosa e meno fluida; purtroppo l’inizio è davvero lento e fa fatica a decollare, poi si ha spesso la sensazione che Dicker la tiri troppo per le lunghe. Oltretutto, i capitoli vengono conclusi con dei piccoli colpi di scena che poi vengono tralasciati nel capitolo successivo (espediente assolutamente voluto), in una serie di storie che apparentemente non c’entrano niente fra loro ma che (come ovvio) alla fine sono tutte intrecciate e si configurano come perfetti tasselli dello stesso puzzle. Bisogna anche sottolineare che La scomparsa di Stephanie Mailer non è il solito thriller estivo in cui si cerca il colpevole pagina dopo pagina, perché nelle 700 pagine che lo compongono non c’è solo azione ma anche parecchia introspezione: grande attenzione è dedicata allo sviluppo umano dei personaggi e delle loro identità; anzi, a dire il vero le varie storie legate ai personaggi risultano molto più interessanti dell’indagine poliziesca alla base della trama gialla. Ci sono così tanti temi (il rapporto genitori-figli, la dipendenza dalla droga, la crisi matrimoniale, il tradimento, la malavita, la corruzione della politica, l’omosessualità, il sessismo, la violenza sulle donne, la ricerca del successo) che è impossibile che ognuno non trovi il suo personaggio preferito o quello a cui almeno affezionarsi. Tra i più riusciti, ci sono Meta Ostrovski, un tempo il critico più temuto d’America e oggi novello attore in cerca di fama; Steven Bergdorf, il direttore del giornale che tradisce la moglie con una ragazza che gli darà un sacco di problemi dal punto di vista economico; la giovane Dakota Eden, consumata dal male di vivere per un passato che vuole dimenticare; Kirk Arvey, l’ex capo della polizia che sogna, mettendo in scena il suo dramma, di riscattare una vita di frustrazioni. Inevitabilmente anche questa volta ci saranno i delusi, quelli che diranno che La verità sul caso Harry Quebert era meglio. Da parte mia, resto con i piedi per terra e mi limito a dire che Joël Dicker crea ottimi prodotti di intrattenimento con un punto di forza decisivo: scrive molto bene.

mercoledì 24 luglio 2019

Vladimir Solov’ëv - I tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo

Nuova edizione, questa volta di Fede & Cultura, per I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo del russo Solov’ëv, vero e proprio classico che molti citano come esempio di sguardo profetico sul mondo di oggi, i tempi ultimi, la crisi della Chiesa e l’avvento dell’Anticristo, tematiche che fanno sempre una certa presa visto il millenarismo imperante e la brutta tendenza a individuare l’Anticristo ora in questo o in quel personaggio (anche se poi Papa Francesco mette d’accordo un po’ tutti, specie a destra). In realtà i più conoscono solo Il racconto dell’Anticristo, ignorando tuttavia che l’opera completa prevede altri tre dialoghi e che il Racconto si tiene necessariamente in relazione con questi, come ideale chiusura del discorso. E, metto in guardia tutti, si tratta di un’opera per nulla facile: principalmente per il continuo riferimento alle vicende della storia russa, passata e presente, ma anche perché Solov’ëv sceglie la forma dialogica per affrontare le grandi problematiche morali, e lo fa attraverso la maieutica, con discorsi a cui si aggiungono obiezioni e altre posizioni da parte dei vari personaggi, che fanno evolvere la discussione. Troviamo il Generale, il Principe, la Signora, il Politico, il Signor Z., ognuno portatore di un punto di vista che si fonde in uno sguardo più ampio.

Il primo dialogo affronta il problema della guerra e si interroga se possa essere in qualche caso tollerabile, inevitabile o addirittura giusta, e se sia da considerarsi peccato prestare servizio nell’esercito oppure obbligatorio eseguire gli ordini di un superiore; allo stesso modo si interroga sulla liceità dell’omicidio e sul fatto che la norma “non uccidere” sia assoluta oppure preveda qualche eccezione dettata dalla necessità (bisogna salvare la vittima di un’aggressione oppure no? Come si dovrebbe comportare un cristiano davanti al nemico? È doveroso seppellire il nemico ucciso che non ha rispettato la vita degli inermi?).

Il secondo dialogo riguarda la morale, la degenerazione delle virtù (la cortesia che si trasforma in scrupolo eccessivo e folle mania) e la condanna dello sconforto che porta a disprezzarsi e a disperarsi. Fantastica la storiella dei due eremiti traviati dal demonio in quel di Alessandria tra ubriachezze e meretrici, con uno che si disprezza e cade nella depressione al punto da divenire malvivente ed essere condannato a morte, e invece l’altro che è tutto teso a lodare il Signore per i suoi doni fino al punto di compiere miracoli e divenire santo. Contemporaneamente, prosegue il ragionamento sulla guerra e il ruolo che questa ha nella costituzione di uno Stato e nella gestione dello stesso, sui vantaggi e gli svantaggi pratici e ideali della leva obbligatoria, sulla liceità di annientare un nemico che commette efferatezze (anche i sovrani cristiani possono commettere efferatezze, come ha dimostrato la storia), sull’utopia di perseguire una politica di pace e abolire ogni conflitto fra le persone e le nazioni come sintomo del progresso civile. E come trattare con i turchi? Annientarli in quanto nemici dei cristiani o apprezzarli come garanti dell’ordine e della pace in Oriente? E come considerare l’Europa? Come il massimo della cultura che deve coincidere con il concetto di umanità? Oppure considerare le altre culture sullo stesso piano? E ancora: come si devono porre i russi nei confronti dell’Europa, seppur divisa? Qui torna il perenne problema della Russia, troppo europea per essere considerata Asia ma troppo diversa dall’Europa per farne completamente parte (problematica perfettamente espressa dal film Arca russa di Aleksandr Sokurov).

Il terzo dialogo tratta problemi come il legame tra fede e ragione e la separazione tra intelletto e coscienza, ma soprattutto riguarda il progresso umano e del processo storico, fatalmente avviato all’affermazione dell’Anticristo, che «non sarà semplicemente una mancanza di fede, o il rifiuto del cristianesimo in sé, o il materialismo e via discorrendo, ma un’impostura religiosa, nella quale le forze dell’umanità che all’atto pratico e in sostanza sono estranee e direttamente ostili a Cristo stesso e al Suo Spirito si approprieranno del nome di Cristo». Meglio dunque essere duri e legalisti, dimenticando la gioia dello Spirito Santo, oppure seguire la via dell’omologazione ai valori del mondo, col risultato di far perdere qualsiasi fascino al cristianesimo? Non viene data una risposta chiara, dal momento che Solov’ëv colloca il nemico nella schiera di uomini da sacrestia che in ogni loro frase pronunciano il nome di Dio invano: bene e male non sono rappresentazioni che l’uomo si dà attraverso una morale artefatta, ma categorie reali che trovano un fondamento solo nell’intelligenza divina. Il Signor Z., alter ego di Solov’ëv stesso, sostiene che gli ideali di pace e di fraternità sono valori cristiani indiscutibili e vincolanti, mentre lo stesso non si può sostenere per il pacifismo e la teoria della non-violenza, fattori entrambi che spesso finiscono col risolversi in una resa sociale alla prevaricazione e in un abbandono senza difesa dei piccoli e dei deboli alla mercé degli iniqui e dei prepotenti.

Come detto, a questo terzo dialogo si connette Il racconto dell’Anticristo, presentato con l’espediente del manoscritto scritto da un compagno di accademia (poi fattosi monaco) del Signor Z. In questo racconto si immagina un mondo del XX-XXI secolo con una guerra di ingenti proporzioni combattuta per anni tra l’Oriente giapponese-cinese-mongolo e l’Occidente cristiano secolarizzato, e conclusasi con l’occupazione cinquantennale di quest’ultimo (qui a dire il vero il racconto è abbastanza deludente per visione geopolitica e faciloneria tecnico-militare di Solov’ëv). Dopo le devastazioni belliche emerge l’Anticristo, un uomo eccezionale, un superuomo, irreprensibile, geniale, pacifista, animalista, vegetariano ed ecologista, molto simile a quello tratteggiato da Robert Hugh Benson ne Il padrone del mondo: i suoi argomenti preferiti sono la prosperità e la pace, e per questo si sostituisce a Cristo (che sulla terra ha portato non la pace ma la spada), di cui ammira la statura e l’insegnamento pur senza riconoscere che sia risorto e vivo. Mentre Cristo ha complicato la vita e l’ha resa impraticabile, lui la rende facile e piacevole perché elimina le divisioni e le contraddizioni, conciliando gli opposti. In sostanza, l’Anticristo non è l’opposto di Cristo, ma qualcuno che gli somiglia e lo falsifica, tanto più che agisce e parla sotto ispirazione del demonio. Viene eletto dai massoni Presidente dei neonati Stati Uniti d’Europa, quindi fonda la monarchia universale. Ma soprattutto è un ecumenista: i colti lo venerano estasiati e lui presiede un concilio ecumenico per l’unione di tutte le religioni, la cattolica, l’ortodossa e la protestante, ma viene sconfessato dai loro tre i grandi rappresentanti (il papa Pietro II, lo starec Giovanni e il professore protestan­te Pauli), tutti concordi nel professare Cristo vivo e operante.

Vero è che l’opera si pone volutamente come critica alle concezioni filantropiche e umanitarie di Lev Tolstoj, fondatore della dottrina della non resistenza violenta al male (ma che era anche uno scrittore fenomenale, non bisogna dimenticarlo, altrimenti il rischio è ridurre anche lui ad Anticristo). Oggi il ragionamento di Solov’ëv sembrerebbe una dura critica alla fede che si apre al mondo in nome dell’umanitarismo e del dialogo (e qui ritorna Papa Francesco!), ma il suo intento è ben più profondo: piuttosto, lo scrittore russo invita a discernere verità e menzogna nella vita quotidiana e ad applicare i precetti religiosi in maniera coerente alla propria coscienza e alla realtà che ci circonda.

martedì 16 luglio 2019

Jules Verne - Il conte di Chanteleine

Jules Verne è universalmente noto come autore di romanzi fantastici e dei famosi “viaggi straordinari”, quella famose “ragazzate” su cui si sono formate generazioni di lettori (oggi un po’ meno) e contro cui si lanciano gli strali dei critici (si sa, la letteratura è ben altra cosa). C’è però un Verne che non ti aspetti, un Verne cattolico, autore di un romanzo come Il conte di Chanteleine (da poco ripubblicato da Gondolin) che non solo osa criticare la Rivoluzione francese ma anche si schiera dalla parte dei vinti, di quei contadini vandeani legati alla tradizione cattolica, alla nobiltà e alla monarchia, che furono protagonisti di una sollevazione armata che tenne impegnate le truppe repubblicane per parecchi mesi. Non solo: Verne attacca anche la famigerata “legge dei sospetti” del 1793, quella che eliminava la lungaggine dei processi e spediva la gente alla ghigliottina in base a un semplice sospetto (anche per semplice parentela). Verne parte proprio da qui, dal Terrore e dal fallimento della rivolta in Vandea, e dal ritorno a casa del protagonista, il conte di Chanteleine, che della ribellione è stato uno dei principali interpreti. Si ritrova il castello distrutto e la moglie uccisa dalla folla: gli resta solo la figlia, la cui vita deve salvare dalla minaccia della ghigliottina. Fortuna vuole che intervenga l’immacolato cavaliere di Trégolan che all’ultimo momento la salva sostituendola a sua sorella (già ghigliottinata) e ottenendo per lei la grazia. Il conte di Chanteleine è quindi un capolavoro volutamente dimenticato per non dire boicottato in quanto scomodo, scritto da un cattolico conservatore affetto dalla nostalgia per un passato ormai sepolto e inviso alla cultura ufficiale? Sicuramente è un’opera coraggiosa, visto l’argomento trattato e soprattutto il punto di vista adottato, ma non credo che questa sia la ragione del suo scarso successo: Verne non è Dumas e, a parte i dialoghi banali e mai incisivi, riesce raramente a infondere vita ai suoi personaggi, per lo più di cartapesta, come la pudica figlia Marie, il fido domestico Kernan e il malvagio Karval (utilizzato malissimo come presenza minacciosa per tutta la narrazione e poi fatto sparire in due pagine). L’unico in grado di svettare fra tutti è il prete giurato Yvenat, rifiutato dalla popolazione per aver aderito alla Rivoluzione e costretto a rifugiarsi su un isolotto per salvare le penne. Anche la trama è troppo lineare e monocorde: basta fare un confronto con I bianchi e i blu di Dumas, anche solo per la parte che riguarda le violenze rivoluzionarie ad Avignone, per capire la differenza tra i due autori. Ma non tutti nascono Dumas.

sabato 13 luglio 2019

Joël Dicker - Il libro dei Baltimore

Non si può negare che La verità sul caso Harry Quebert sia stato uno clamoroso successo di critica e di pubblico, tanto che si è arrivati a parlare di “caso” editoriale in moltissimi Paesi. Il giovanissimo Joël Dicker era atteso al varco con un nuovo romanzo ed è tornato con questo Il libro dei Baltimore, che è ancora ambientato in America e che vede ancora come protagonista il suo alter ego Marcus Goldman, scrittore come lui, già io narrante de La verità sul caso Harry Quebert (e questo costituisce il solo legame con il romanzo precedente). Questa volta Marcus è in trasferta a Boca Raton, in Florida, alla ricerca dell’ispirazione e della tranquillità necessarie per scrivere un nuovo romanzo. Qui rivede Alexandra, cantante e grande amore della sua prima giovinezza, e l’incontro lo riporta indietro nel tempo, tra i fantasmi del suo passato. Ecco quindi che, confidando nel potere catartico della scrittura, Marcus racconta la storia dei due rami della famiglia Goldman, quello ricco di Baltimore e quello povero di Montclair nel New Jersey (e per questo vengono chiamati con i nomi di residenza, i Baltimore e i Montclair): Marcus adorava i suoi zii dove andava in vacanza e vedeva la vita dei Goldman di Baltimore come una sorta di mondo dorato, il canone di vita che tutti vorrebbero (ricchezza, splendide macchine e scuole private). La storia è incentrata sui due cugini Hillel e Woody (quest’ultimo acquisito), con cui Marcus dà vita alla “gang dei Goldman”. Viene ripercorsa la loro travagliata storia d’infanzia, seguiamo Hillel e Woody mentre sono a scuola, alle prese con lo sport, i problemi di bullismo e la violenza (sia verbale che fisico), oltre che con la stupidità del corpo docente, particolari tipici del romanzo di formazione americano; inoltre, ci sono il tema della ricerca della stima del padre (Woody nei confronti del suo vero padre, ma anche zio Saul nei confronti di nonno Goldman), la disabilità (Scott, affetto da fibrosi cistica), la gelosia e la violenza sulle donne (Colleen picchiata dal marito, figlio del capo della polizia locale). E poi c’è Alexandra, il cui arrivo mette a repentaglio il rapporto fraterno tra i ragazzi in piena crisi ormonale, e questo coincide con la progressiva venuta alla luce del confronto-scontro fra le due famiglie che quasi sfocia in un aperto antagonismo fino al tragico crollo dei Goldman di Baltimore. Siccome ci sono persone che hanno urlato al tradimento e allo scandalo perché questo romanzo (a loro dire) li avrebbe ingannati e non sarebbe stato un sequel degno de La verità sul caso Harry Quebert, è bene chiarire che Il libro dei Baltimore non è un thriller in senso stretto, sebbene l’intera storia della famiglia sia attraversata da una vena di mistero con toni più da noir (il pessimismo, la tragedia incombente, l’ineluttabilità del destino). Tutto è costruito intorno a una tragedia che viene annunciata subito e raccontata solo nelle ultime 150 pagine sulle 600 totali (con l’aggravante che l’intera storia presente si basa sul tentativo di Marcus di riconquistare la bella Alexandra): il lettore medio, come il vicino di casa di Marcus, Leo, vorrebbe sapere da subito che cos’è successo, ma sarà costretto ad aspettare a lungo. Se avrà la pazienza necessaria, scoprirà che Dicker è abile a destreggiarsi in una storia che si dipana tra vari piani temporali a partire da fine anni Ottanta fino ai giorni nostri passando per i primi anni Duemila. Soprattutto, Dicker ha una scrittura avvolgente e dona così tanta vita ai personaggi (pieni di luci ma soprattutto di ombre) che quasi ci si affeziona e gli si perdona qualche eccessiva lungaggine. Molto carina l’idea di far utilizzare a Hillel il potere della scrittura (ancora una volta!) per combattere il bullismo, sbeffeggiando il suo persecutore con dei racconti nel giornalino scolastico.

martedì 9 luglio 2019

Paolo Gulisano - Il cardo e la croce

Sulla storia della Scozia non c’è molto, soprattutto in Italia. Gli italiani vanno a Edimburgo per bere birra e andare alle partite di rugby, magari vanno al Military Tattoo e si comprano il kilt o una cornamusa magnetica da frigorifero, ma al di là di questo non vanno. A colmare questa lacuna ci prova questo libretto divulgativo di Paolo Gulisano, Il cardo e la croce, riproposto da Fede & Cultura in una nuova edizione aggiornata e soprattutto illustrata. Si tratta di un saggio militante e indipendentista (forse troppo militante e indipendentista) che ripercorre le principali tappe della storia scozzese, dalla cristianizzazione ai giorni nostri, passando attraverso lo scontro con i re inglesi, le imprese di William Wallace e Robert the Bruce, il genocidio culturale causato dalla Riforma protestante, l’esiziale Atto di Unione del 1707 con cui la Scozia cessò di essere uno Stato indipendente venendo inglobata dall’Inghilterra, le rivolte giacobite e la pulizia etnica settecentesca con lo smantellamento dle sistema sociale dei clan. Per tutto il libro, il nostro autore contrappone i buoni (i cattolici) ai cattivi (i protestanti) e mitizza gli Stuart come campioni della fede in ottica anti-inglese, mantiene un forte pregiudizio antiparlamentare e antiborghese, tratteggia le figure degli eroici martiri cattolici (come padre John Ogilvie) ma non dice molte cose, a partire dal particolare che il 70% dei ribelli giacobiti era fedele alla Chiesa episcopale di Scozia (e quindi era protestante) e che il numero cattolici fu gonfiato dalla propaganda ufficiale. Con questo non voglio dire che i cattolici in Scozia (come in Inghilterra) se la passassero bene, né che dopo la rivolta fallita del 1745 la Scozia non sia divenuta di conquista da parte dell’Inghilterra, ma non è possibile ignorare gli studi dello storico Trevor-Roper sull’invenzione della tradizione operata dal Romanticismo di cui il kilt (invenzione inglese) è l’emblema, o tacere del fatto che la fama della Scozia si deve per buona parte alla tanto vituperata regina Vittoria, una delle prime innamorate di questa terra e delle opere di Walter Scott. Proprio su Scott, non si accenna nemmeno alla grande operazione di mediazione condotta dal grande romanziere in favore del nuovo Regno Unito di Giorgio IV per presentare l’identità della nuova Scozia pacificata e commerciale, unionista e fedele agli Hannover pur mantenendo le proprie specificità, in contrapposizione con quella turbolenta e barbarica del recente passato (come si può vedere facilmente leggendo Rob Roy, dove l’onore non è sparito ma è stato ripensato a uso e consumo della borghesia mercantile). D’altronde, il nostro immaginario sulla Scozia è stato forgiato dal Romanticismo, grande fucina di miti nazionali, e la Scozia ne è uno degli esempi più lampanti. Sono lacune di non poco conto, che vanno ad aggiungersi all’approccio da ultras del nostro autore (chestertoniano e favorevole all’autonomia delle piccole patrie) che ovviamente, nel caso del referendum per l’indipendenza del 2014 e la situazione che si è venuta a creare con la Brexit, va a propendere decisamente a favore dell’uscita dal Regno Unito e sostenga lo Scottish National Party. Comunque, a parte queste importanti mancanze, resta pur sempre un libro interessante, soprattutto perché uno dei pochi in Italia dedicati all’argomento.

sabato 29 giugno 2019

Licia Troisi - Nihal della Terra del Vento

Tempo fa mi sono trovato nella fastidiosa situazione di dover correggere un’autrice che per una pagina e mezzo faceva declamare un cavaliere medievale a cui era stato perforato il polmone con uno spadone, invece di farlo stramazzare per terra soffocato dal suo stesso sangue: il mestiere dell’editor è proprio quello di scovare, per quanto possibile, le assurdità scritte dagli autori, che spesso scrivono i libri senza avere la benché minima competenza sulla materia trattata e senza essersi documentati a sufficienza. Mi chiedo quindi chi possa aver seguito Nihal della Terra del Vento di Licia Troisi, definita con orgoglio da molti “la più amata scrittrice fantasy italiana” ma in realtà l’iniziatrice del fantatrash all’italiana, la capostipite di un genere a base di elfi e immondizia che ha infestato le nostre librerie per anni. Ora, sparare contro la Troisi è inutile a distanza di tanti anni, soprattutto dopo i sommi strali che le sono stati rivolti da Chiara Gamberetta e dal Duca di Baionette (che ha ammesso di aver fatto le sue brave porcherie fantasticando sulla protagonista Nihal, una mezzelfa dai capelli blu con il fisico da modella); inoltre piace a un sacco di gente, gente che con i suoi libri ci è proprio cresciuta, quindi il rischio è rubare a queste persone l’infanzia e attirarsi improperi di ogni tipo. È comunque innegabile che la Troisi sia la perfetta esemplificazione della scrittrice che non solo scrive male (i combattimenti e le battaglie non sono mai stati raccontati in maniera così pezzente), ma soprattutto non si documenta e disprezza le più elementari regole della verosimiglianza: personaggi senza preparazione o muscoli che brandiscono armi, catapulte che colpiscono al volo dei draghi in aria e li abbattono, generali che ordinano l’assalto a fortezze che stanno già per capitolare di loro per la sete, per non parlare delle reclute del corpo più prezioso delle Terre libere (i Cavalieri dei Draghi) mandate allo sbaraglio con tanto di corpetto di colori sgargianti, così, per essere centrate meglio. Ma tanto è fantasy, quindi che problema c’è? La nostra protagonista, Nihal, spadaccina provetta, scopre di essere l’ultima rappresentante della stirpe dei mezzelfi e decide di diventare una paladina della lotta contro il terribile Tiranno, il solito “cattivo perché sì” che ha eliminato anche tutta la razza dei mezzelfi e sta cercando da 40 anni di annettere l’intero Mondo Emerso grazie al suo esercito di mostri, i Fammin (creature artificiali realizzate attraverso atroci sofferenze inflitte ad abitanti del Mondo Emerso). Qualcuno sostiene che Nihal rispecchierebbe le adolescenti di oggi, i loro problemi e il loro carattere, ma a parte gli ovvi problemi della crescita (insicurezze, imprudenza, senso di inferiorità) è più semplicemente la solita scialbona stereotipata, testarda e lunatica, che deve crescere e imparare dai propri errori, magari imparando l’ordine, l’impegno e la disciplina che il mondo militare impone, per poi scoprire che magari nella vita c’è dell’altro. Peccato che invece la testardaggine di Nihal le permetta di ottenere sempre ciò che vuole, e che il mondo militare rappresentato dalla Troisi sia talmente sgangherato da mancare del tutto di disciplina. A un certo punto Nihal cavalca pure un drago, e per farlo deve entrare in empatia con lui, in modo tale che anche il drago impari a fidarsi di lei: sai che novità. Anche tutti gli altri personaggi sono dei puri stereotipi: Soana è una maga bellissima, Fen il cavaliere perfetto su cui riversare il proprio amore senza speranza, Ido lo gnomo valoroso e scorbutico che si comporta da nano (e, a conti fatti, lo si immagina sempre come un nano). Nessuno di loro è abbastanza “forte” da spiccare nella narrazione o da riuscire a far breccia nel cuore dei lettori. E poi c’è Sennar, il giovane mago pacifista amico d’infanzia di Nihal che da quanto è forte è stato fatto entrare nel Consiglio che riunisce tutti i maghi più forti del Mondo Emerso e che ha lo scopo di coordinare le operazioni belliche contro il malefico Tiranno; ovviamente è innamorato di Nihal, ma questa lo tratta male perché impegnata a realizzare il suo sogno di diventare un cavaliere, e lui allora accetta di essere mandato nel Mondo Sommerso (misterioso reame perso in fondo al mare di cui nessuno ha più notizie da 150 anni) per chiedere rinforzi. Affascinante l’idea della città di Salazar a forma di torre, anche se è stato calcolato che questa raggiunga i 600 metri di altezza e che qualsiasi riferimento a spazi percorsi o da percorrere sia assolutamente casuale. Visto che si dichiara nero su bianco che “Non vi è punto da cui non si veda l’altissima torre della Rocca, dimora del Tiranno”, non oso pensare che altezza possa essa raggiungere. La narrazione si concentra sempre sul punto di vista di Nihal, e solo in due casi si allarga a quello di Sennar, ma nel complesso la cosa è gestita malissimo e in maniera affrettata. Se il buongiorno si vede dal mattino, le Cronache del Mondo Emerso prevede precipitazioni diffuse a carattere temporalesco.

martedì 11 giugno 2019

Wu Ming 4 - Il fabbro di Oxford

Che Difendere la Terra di Mezzo sia stato un libro spartiacque per la critica tolkieniana in Italia non sono di certo io a dirlo. In quel saggio Wu Ming 4 aveva cercato di restituire il Professore di Oxford a se stesso, sottraendolo a certe appropriazioni indebite da parte di certe letture ideologiche o confessionali e riportandolo nell’ambito del dibattito internazionale, quello rappresentato da Tom Shippey, Verlyn Flieger e Brian Rosebury, per citare i più noti. Ora, a distanza di anni, esce Il fabbro di Oxford, un libro che raccoglie interventi che risalgono al periodo 2014-2017 e che sono stati tenuti in contesti e occasioni molto diversi tra loro (convegni accademici, festival letterari e fiere del fumetto). Si tratta quindi di un saggio meno organico ma non meno appassionante, che si focalizza già dal titolo (che cita anche implicitamente Il fabbro di Wootton Major) sull’attività artigiana di Tolkien come scrittore e il suo valore letterario. Wu Ming affronta Tolkien esattamente come lo ha già affrontato in Difendere la Terra di Mezzo, ovvero cercando «di illustrare il modo in cui ha costruito i personaggi e le storie attingendo alla grande conoscenza della propria materia di studio – la filologia e la letteratura medievale – e come sia riuscito ad attualizzare quest’ultima attraverso l’invenzione narrativa» e la rielaborazione moderna di tematiche e figure prese dalla letteratura medievale e dalle saghe nordiche. Tolkien non si limita a citare e ricalcare in maniera sterile o nostalgica le sue fonti di ispirazione, ma le riplasma e riadatta, le riforgia in maniera creativa, per parlare alla contemporaneità. In caso contrario, se fosse soltanto un autore mimetico e imitativo, non saremmo nemmeno qui a parlare di lui. Gli eroi classici nella Terra di Mezzo ci sono ma vengono trasformati e cedono il passo a una figura di tipo nuovo: l’uomo comune. La stessa Contea è la parte «più prossima al mondo moderno, dal punto di vista dei costumi e della mentalità», e Bilbo Baggins «certo non può essere un eroe vecchio stampo, un dragonslayer del tipo di Sigurd o Beowulf» (tanto che Shippey lo ha definito uno “scassinatore borghese”). In questo modo Tolkien compie una riflessione moderna su grandi temi come la morte, il potere e l’eroismo, e lo fa utilizzando e attualizzando il mito, in un dialogo assolutamente personale con autori come Robert Graves, Albert Camus, George Orwell e Simone Weil, proprio come «in Difendere la Terra di Mezzo si mostrava come gli interrogativi al cuore delle opere di Tolkien sorgessero dalle medesime sfide conoscitive ed esistenziali di una Simone de Beauvoir» (come scrive Edoardo Rialti nella Prefazione); insomma, un autore ben diverso da quello in fuga dal mondo moderno che qualcuno, soprattutto in Italia, ha sempre cercato di far passare (gli stessi che rifiuteranno schifati anche questo libro, perché Tolkien è roba loro). Senza dimenticare il suo essere filologo e quindi il necessario rapporto con le narrazioni provenienti dal passato, quindi con le fiabe, le leggende e i miti, ma soprattutto con le lingue, che possono trasmetterci informazioni essenziali e senza le quali interi mondi andrebbero distrutti: in Tolkien mito e linguaggio sono coincidenti.

L’altro punto fondamentale dell’approccio di Wu Ming 4 è quello dialettico, che fa emergere le problematicità del mito e del racconto e indaga sulle contraddizioni psicologiche ed etiche dei personaggi tolkieniani. Si veda in Bilbo il perenne scontro interno-esterno, sedentarietà-spirito d’avventura, conformismo-anticonformismo, spirito paterno-spirito materno (“Lo Hobbit”: uno strano romanzo di formazione), o in Aragorn la continua dialettica tra carisma regale e limiti dell’umano (Aragorn, il re che ritorna: il viaggio di un eroe moderno). È sempre attraverso la dialettica del conflitto che Tolkien inserisce nella sua narrativa delle riflessioni sulla guerra che sono contemporanee e figlie della sua esperienza diretta nella Prima Guerra Mondiale (la prima guerra tecnologica, con l’orrore delle trincee e della propaganda), descrivendo però guerre di stampo antico, combattute all’arma bianca. La sua è una polemica antimilitarista ma non pacifista, che affronta il problema della guerra nei suoi due aspetti contraddittori: l’eroismo individuale e le sue ripercussioni psichiche e sociali (lo si vede nel capitolo L’ombra del guerriero: guerra e antimilitarismo nella Terra di Mezzo, ma anche in quello già citato su Aragorn). Se pensiamo al Signore degli Anelli, Tolkien non lesina immagini epiche di eserciti e di guerrieri che si ergono da soli di fronte al nemico, ed è difficile non lasciarsi trascinare dall’uscita dal Fosso di Helm o dalla poderosa carica dei Rohirrim, quindi da scrittore e appassionato del mondo delle saghe nordiche e medievali riconosce senza sminuirlo l’eroismo implicito in questo modo di fare la guerra. Tuttavia, accompagna queste immagini con una riflessione molto acuta affidata a un intellettuale come Faramir, un personaggio molto diverso da altri guerrieri old style come Aragorn, Théoden ed Éomer, addirittura fondamentale per chiarire la differenza tra “gloria marziale” e “vera gloria”. La critica di Tolkien è dunque rivolta all’esaltazione dei valori bellicisti e guerrieri quando non sono sottoposti a un rigido esame. Una riflessione che si connette a quanto già scritto a proposito del Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm e della critica all’eroismo nordico fine a se stesso, che prevede la morte eroica a tutti i costi perché i poemi cantino le proprie gesta senza tenere conto delle ripercussioni sociali di questo gesto: l’etica cattolica di Tolkien prevede che «la salvezza non è mai un fatto meramente individuale, ma passa attraverso le opere, cioè la relazione con l’altro da sé, senza la presunzione di sentirsi l’eroe al centro della storia», dal momento che «il mondo è talmente vasto e complesso che ognuno gioca la propria parte in un quadro più grande». Il finale del romanzo affronta invece il tema dell’«uso della violenza contro i nemici e lo fa attraverso un dibattito tra i “buoni” e approda all’idea di utilizzare la violenza il minimo indispensabile per legittima difesa»: è la posizione del reduce Frodo, che si rende conto che per liberare la Contea non c’è altra possibilità che una lotta violenta ma pretende che si usi il minimo indispensabile della forza e che non venga tolta la vita a nessuno, decisione per altro presa con grande sofferenza.

Nel capitolo La riscossa della Contea o la rivolta moderna Wu Ming riprende la sua lettura del Tolkien “disobbediente” e in qualche modo anarchico, che giustifica il non obbedire agli ordini ricevuti se questi vanno contro la propria coscienza e la possibilità di esercitare sempre il proprio libero arbitrio. In questo caso allarga questa lettura all’ambito politico, quando «la disobbedienza all’autorità da atto individuale diventa azione collettiva». Quindi, da cattolico, e qui Wu Ming sottolinea che Tolkien non è Manzoni, esiste la «possibilità che l’essere umano usi la ragione insieme alla fede per fare la cosa giusta, cioè per praticare e affermare i princìpi e le virtù che lo salveranno». Non certo una rivoluzione, visto che la sommossa viene improvvisata dai quattro hobbit di ritorno a casa e soprattutto perché Tolkien non credeva nelle rivoluzioni; si tratta però pur sempre di una rivolta in senso moderno per rivendicare dei diritti contro lo Stato moderno tecnocratico e accumulatore che Saruman ha messo in piedi con la complicità degli stessi hobbit. Una sorta di utopia letteraria che non approda allo Stato moderno (visto che anzi lo combatte) ma nemmeno a un modello sociale organicistico-sacrale di tipo medievale, dal momento che la Contea degli hobbit è una comunità acefala che si regge su un equilibrio autoregolato. Insomma, un’ulteriore prova dell’insensatezza di appropriarsi della Contea come manifesto ideale o politico per legittimare un’ideologia ancorata nel passato, tema già affrontato in Difendere la Terra di Mezzo, e una complessa e attuale riflessione etica sul «dilemma del cristiano posto di fronte al comandamento “Non uccidere” e alla necessità storica di declinarlo, interpretarlo, relativizzarlo rispetto alle circostanze».

Nel caso di Lúthien e le altre: i personaggi femminili nell’opera di J.R.R. Tolkien si offre un’articolatissima risposta a chi accusa Tolkien di non aver dato importanza all’universo femminile, cosa per qualcun retaggio della sua educazione cattolica e sessuofoba. In realtà, attraverso l’analisi di personaggi come Galadriel, Éowyn, Arwen, Lúthien e perfino il ragno Shelob, Wu Ming dimostra come il tema della complementarietà maschile-femminile sia un aspetto fondamentale, presente fin dalle origini della cosmogonia tolkieniana; inoltre dimostra come valga anche all’interno di ciascun personaggio, a prescindere che sia maschio o femmina per nascita. Ci dev’essere un equilibrio tra gli aspetti che vengono genericamente definiti “maschili” (l’uso della forza e dell’ingegno) e quelli definitivi “femminili” (la saggezza della riflessione e della cura): entrambi questi aspetti devono far parte del carattere dei personaggi se questi vogliono essere positivi e portare a termine il loro compito. Quando questo equilibrio non c’è, i personaggi falliscono e fanno generalmente una brutta fine.

In chiusura sono poste due recensioni, una dedicata al pessimo Eroi e mostri di Alessandro Dal Lago (che tra l’altro accusa Wu Ming 4 di rivolgersi a una sinistra antagonista che usa colpevolmente i modelli mitici per chiamare alla ribellione), l’altra al bellissimo Santi pagani nella terra di Mezzo di Tolkien di Claudio Antonio Testi, verso il quale Wu Ming ha anche modo di fare, pur con rispetto e stima, delle critiche relative all’approccio filosofico tomista  e troppo poco conflittuale dell’autore.

sabato 8 giugno 2019

Umberto Eco - Il nome della rosa

Se c’è un aspetto positivo della mediocre serie Il nome della rosa andata recentemente in onda sulla Rai (le cui prime puntate sono state acclamate, per poi scemare nell’anonimato) è che mi è venuta voglia di rileggere il romanzo di Umberto Eco da cui la serie è stata tratta. Romanzo il cui clamoroso successo, ricordiamolo, ha sdoganato la narrativa in Italia (paese tradizionalmente a considerare la saggistica e la poesia unici veri oggetti meritevoli di attenzione) e ha lasciato stupefatta la critica, solitamente abituata a pensare che un racconto che esige nel lettore un grado di cultura sopra la media non possa avere successo. Addirittura, gli è piovuta addosso l’accusa di essere stato pensato e scritto “a tavolino”, come se ciò fosse stato possibile: io stesso ho sentito con le mie orecchie uno scrittore piuttosto famoso dichiarare con spocchia che, dopo aver letto Il nome della rosa, capì che non ci voleva niente per scrivere anche lui un romanzo del genere. Quello che è bruciato a questi signori è stata la geniale intuizione di Eco di battere i poco frequentati sentieri della cosiddetta paraletteratura e del romanzo di genere popolare, ovvero misteri, indagini e colpi di scena. Qualcuno l’ha addirittura accusato di essere un’opera falsa e disonesta perché deforma e piega il passato in ottica presente (anche se rispetta più di chiunque altro l’immaginario medievale, come provato nei casi della descrizione del portale della chiesa o del sogno basato sulla Coena Cypriani), ma vorrei ricordare che un punto di vista è sempre necessario, specie in un’opera di narrativa, e che Eco lo fa con una classe e un’erudizione impareggiabili (la biblioteca come metafora dello scibile umano, la mistica che diventa lussuria e il corpo femminile descritto con le parole del Cantico dei Cantici): è chiaro che si tratta di un’opera che, creando delle analogie tra il Medioevo e l’oggi, risente della temperie ideologica dell’epoca in cui fu scritta (gli anni di piombo e della forte radicalizzazione ideologica), lo scontro fra una visione della vita laica e critica e una irrazionale e dogmatica («I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuole dire») attraverso il confronto/scontro di Guglielmo con il suo doppio/ombra Jorge. Per questo Eco invita il lettore a porsi criticamente nei confronti di tutto e a considerare l’estrema labilità dei confini, e questo fin dall’inizio, con la citazione del vangelo di Giovanni («In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio») e Adso da Melk impegnato a lasciare nel suo racconto «segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione». Non voglio ripetermi dal momento che ne ho già parlato QUI e QUI in occasione delle mie altre riletture: mi limito a dire che ogni volta ci noto qualcosa di nuovo, un particolare sorprendente o spiazzante, che rispetta l’intelligenza del lettore e lo invita a partecipare al gioco letterario. Tutto quello che la serie televisiva non è riuscita a trasmettere e a fare.

domenica 26 maggio 2019

Arto Paasilinna - Il migliore amico dell'orso

Era metà ottobre quando ho letto La prima moglie e altre cianfrusaglie e, neanche il tempo di posare il libro (o meglio, il Kindle), ho appreso della scomparsa di Arto Paasilinna. Ci sono rimasto davvero male, avendo maturato per questo scrittore un’autentica venerazione. La sua simpatia, il suo umorismo, la sua follia e soprattutto la sua grande scrittura mi hanno conquistato, e senza di lui il mondo è un luogo più triste. Il miglior modo per ricordarlo è leggere questo Il migliore amico dell’orso, geniale favola sul reciproco ammaestramento ai valori della vita tra un pastore protestante e un orso. Sembrerebbe una banalità animalista ed ecologista, ma non lo è affatto. Il pastore protestante in questione è Oskari Huuskonen, uno stramboide fedifrago, ubriacone e insofferente alla gerarchia, a cui viene regalato un cucciolo di orso per il giorno del suo cinquantesimo compleanno da parte dei suoi parrocchiani con la segreta speranza che, crescendo, l’animale si mangi lui e l’insopportabile moglie. L’altra speranza è risparmiare sulla colletta, visto che l’orso è un trovatello essendogli morta la madre arrostita su di un traliccio dopo avere divorato un pranzo di nozze e aver azzannato la sua organizzatrice che, per sfuggire all’animale, si era rifugiata sui fili dell’alta tensione. L’orso, chiamato Satanasso per l’espressione pronunciata dalla moglie per lo stupore, fa deflagrare l’equilibro di vita di Oskari, già in crisi con la sua fede e il suo matrimonio: il pastore infatti si mette a praticare il lancio del giavellotto in verticale da dentro un pozzo e trafigge il suo vescovo, si lascia andare a riflessioni su Gesù come rivoluzionario bolscevico, ammette la sua realtà di peccatori nei sermoni. Inoltre, partecipa a un progetto dell’università e allestisce una tana per il letargo dell’orso nel giardino di una vicina e lì si apparta con l’amante, l’affascinante etologa Sonja. Credendo di ricevere messaggi divini da una comunità aliena per la realizzazione di un sincretismo senza dogmi fra tutte le religioni del mondo, Oskari decide di intraprendere insieme all’orso un viaggio che lo porterà in giro per l’Europa, dal Mar Baltico al Mediterraneo, passando per il Mar Nero, occasione per contrattempi inaspettati (la rissa al concilio interconfessionale tra sacerdoti, pastori, rabbini e mullah) e incontri bizzarri con personaggi matti ed eccentrici (il venditore di saune finlandesi nel Mediterraneo!), il tutto all’insegna dell’iconoclastia e del grottesco in perfetto stile Paasilinna che getta uno sguardo ironico, beffardo e amaro sull’illogicità e la tragicommedia della vita, sempre volto a ironizzare sulle caratteristiche negative della società finlandese (l’alcolismo, il suicidio, l'odio per la Russia). Nel frattempo l’orso acquista una serie di competenze inattese per avvalorare le evoluzioni spirituali del suo padrone (stira camice, porta le valige, serve in tavola, prepara cocktail e vain bagno come un umano), fin quasi a divenire lui stesso un compagno umano, in una sorte di educazione del buon selvaggio con l’animale che si trasforma in (quasi) perfetto gentiluomo capace di sbrigarsela in ogni faccenda domestica e difficoltà relazionale, perfetto contraltare di un uomo che, nel suo risveglio animalesco dei sensi, perde completamente il lume della ragione («Un prete ubriaco neanche Dio può farlo tacere»). Paasilinna ci mancherà più di quanto potete immaginare.

domenica 5 maggio 2019

Michael Swanwick - La figlia del drago di ferro

I draghi sono creature sempre interessanti, anche se sono biomeccanici, di ferro e a vapore. È il caso de La figlia del drago di ferro di Michael Swanwick, di cui avevo già letto Gli dei di Mosca qualche anno fa trovandolo molto bello. A parlarne bene nel nostro Paese sono stati come sempre il Duca di Baionette (la cui collana Vaporteppa ha per l’appunto pubblicato Gli dei di Mosca) e Chiara Gamberetta, quindi una garanzia di affidabilità. Eppure, è bene precisare che ci troviamo di fronte a una lettura impegnativa e strana, non solo per la sua spiccata propensione al weird: Swanwick parte dal presupposto che il Piccolo Popolo del folklore si sia evoluto verso l’utilizzo del metodo scientifico e immagina un mondo alternativo dominato dagli elfi, i cui signori si contendono il pianeta, in mezzo a tutte le altre creature fantastiche: fate, gnomi, goblin, orchi, troll, fauni, ragazze libellula, gargoyle di pietra e altre creature antropomorfe dotate di becco, zanne, ali e altri arti, perfino i magri notturni di lovecraftiana memoria; gli umani, l’unica razza non nativa di questo mondo, sono invece prigionieri rapiti alla loro realtà (la nostra). Tutte queste creature sono ciniche, crudeli, egoiste e sessualmente affamate, e mantengono comunque le loro caratteristiche magiche: la magia non è abbandonata, anzi, è connessa alla fisica (comprensiva di campi magnetici) e basata sulle maledizioni e sulle predizioni basate sul sangue. C’è anche l’alchimia, che è connessa alla chimica e si studia all’università, esistono i portali magici, mentre le streghe del villaggio consigliano alle giovani donne le tecniche di contraccezione. Nel mondo ci sono i grattacieli, gli attici, le fabbriche, l’elettricità, la televisione, le sigarette e i centri commerciali (al cui interno il tempo va a rilento); gli adolescenti sniffano strisce di “polvere fatata”, alcune razze sono ghettizzate, sui muri sono impressi graffiti comunisteggianti “elfi, andate in malora!” e “potere ai nani” con un paio di martelli incrociati sotto. Senza contare che si tratta di una società perversa e violenta, con tumulti e agitazioni pubbliche, combattimenti fra nani, spettacoli pornografici per feticisti dei troll e sacrifici cruenti: valgano per tutti il rituale della Decima, la soppressione violenta di un decimo di tutto (studenti, drogati, negozi, palazzi, libri), e quello della regina di vimini, titolo che permette alla ragazza che lo consegue di poter vivere per un anno come una vera celebrità, apparendo in televisione e ai concorsi per poi venire uccisa nel corso di uno spettacolo pubblico in un’arena. Il tutto in base al volere di una misteriosa e crudele Dea, il cui agire è inconoscibile e insondabile. Per soprammercato, troviamo anche la reincarnazione. Ci troviamo al cospetto di un romanzo a metà strada fra lo steampunk e l’urban fantasy, che rappresenta senza dubbio una nuova interpretazione del fantastico ma che risulta forse troppo metaletterario e autoconsapevole: non sappiamo in che mondo siamo, ma le connessioni alla nostra realtà sono veramente troppe, visto che esistono generi musicali come il rap e l’heavy metal, qualcuno indossa un completo italiano e si usano espressioni francesi, senza che nel romanzo l’Italia o la Francia esistano. La vicenda è incentrata su Jane, una changeling, una bambina scambiata che vive segregata in una fabbrica di draghi con altri bambini di ogni razza fatata tenuti in schiavitù. Si imbatte in Melanchton, un drago scartato e arrugginito destinato alla demolizione, di cui subisce il fascino accettando di divenire la sua pilota. Grazie a lui riesce a fuggire e in qualche modo ad affrancarsi: la ritroviamo a scuola e poi all’università, alle prese con i ragazzi, le prime amicizie e le rivalità che si vengono a creare, il vizio e la corruzione. E poi c’è il sesso: per governare Melanchton, Jane deve restare vergine, poi però la ragazza (mossa dalle pulsioni dell’adolescenza) scopre che i rapporti sessuali fanno funzionare meglio i processi alchemici attraverso rituali esoterici che ricordano molto i riti della fertilità studiati dagli antropologi (addirittura, nel mentre Jane può parlare alla sua madre umana in visione). È qui che si vede la vera natura di romanzo di formazione alla Dickens, con la classica trovatella che deve crescere in fretta e imparare ad adeguarsi al mondo che le sta intorno, vivendo ogni volta dei traumi emotivi della crescita. Purtroppo la storia è difficile da seguire, sia per i salti temporali operati dall’autore, sia per la scelta di non spiegare mai di cosa si sta parlando in base a un’applicazione estrema del principio “Show, don’t tell”: in questo modo personaggi, ambienti e situazioni vengono solo vagamente tratteggiati, risultando confusi e lasciando il lettore sgomento e spaesato. Sarebbe però un errore bollare La figlia del drago di ferro come un fallimento: ci sono delle idee bellissime, a partire da quella che la conoscenza del vero nome delle cose e delle persone sia la chiave per possedere il funzionamento di un meccanismo e la vita degli altri; l’awen, l’ispirazione poetica che pervade il corpo di chi ne è posseduto; l’Orologio del Tempo, che accelera in un colpo il ritmo della vita di chi lo oltrepassa; la civiltà dei meryon, instancabili microtecnici e maestri di bricolage, creature con sei gambe delle dimensioni delle formiche che sono il risultato della degenerazione (durata eoni) dei folletti; il libraio che preferisce morire che vendere i libri della sua collezione («Meglio bruciare insieme che sopravvivere e dimorare nel cadavere della mia amata, costantemente circondato da promemoria della sua precedente bellezza»). Dove invece il romanzo spicca è il rapporto tra Jane e Melanchton: i draghi di Swanwick sono delle creature malvagie che mantengono sempre la loro natura di macchina da guerra e conservano un desiderio di vendetta nei confronti dei mortali che li comandano con la magia; accettano però di essere governati da un pilota, a patto che abbia almeno una parte di sangue umano, e infatti possono vivere solo in una sorta di simbiosi con il loro pilota, conducendolo un po’ per volta verso il male più assoluto (e infatti il nichilismo di Melanchton si fa strada in Jane). Narrativamente ha dei difetti, ma come creatore di mondi Swanwick è veramente degno di nota.

giovedì 2 maggio 2019

Kumo Kagyu, Kousuke Kurose - Goblin Slayer

Non sono mai stato un grande lettore di manga ma non disdegno qualche capatina nel genere. Mi sono letto in un fiato i 15 capitoli (ignoro se ce ne siano altri) che compongono Goblin Slayer, recente serie di Kumo Kagyu (testi) e Kousuke Kurose (disegni) che ha fatto parlare di sé e ha prodotto anche un anime: siamo nei reami del dark fantasy, e fantasy in senso occidentale, attenzione, non giapponese, quindi scordatevi i costumi strani ed esotici, le maid e i maggiordomi. L’ambientazione è proprio il fantasy tradizionale con gli elfi dei boschi, insomma quello di derivazione tolkieniana, o sarebbe meglio dire all’americana, alla D&D. Ed è proprio Dungeons & Dragons l’universo di riferimento: l’intero manga sembra una lunga sessione di gioco, con i vari moduli di avventura messi in fila, con il party di avventurieri e tutto il resto. Gli stessi personaggi parlano apertamente di colpi critici, effetti delle pozioni, stanchezza e numero di incantesimi rimasti. Addirittura, la storia prende avvio in una gilda degli avventurieri, frequentata ogni giorno da campioni che prendono in carica le missioni dalla bacheca o rispondono agli annunci dietro promessa di una ricompensa (in esperienza e denaro), con tanto di personale addetto come in ogni ufficio burocratico che si rispetti. Gli stessi avventurieri sono suddivisi in ranghi, in base a una targhetta che viene loro conferita a certificazione del loro status, dall’infimo (la porcellana) al più inarrivabile (il platino). Nonostante questo, però, è bene chiarire che i giapponesi ricordano sempre di essere giapponesi, quindi aspettatevi di trovare assurdità come gli spadoni, le decapitazioni sanguinolente e una maga tettona con un cappello assurdo che dice una frase ogni dieci minuti. La differenza è che il tono del manga è molto oscuro, con stupri, nudità, violenze e momenti splatter e disturbanti, molto diversi dal fantasy plasticoso e pacioccoso che ci si potrebbe aspettare, e per questo qualcuno ha parlato di un nuovo Berserk (altro manga medievale molto violento), anche se a sproposito. La storia si apre con una giovane sacerdotessa che si aggiunge a un party di avventurieri sprovveduti a caccia di goblin, che tuttavia si trova molto presto in pericolo; giunge in loro aiuto l’eroe eponimo, Goblin Slayer, un guerriero che ha votato la propria esistenza al massacro dei goblin e vive per compiere in pieno questa sua missione, a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo. È dotato di un armamento brutto da vedere ma estremamente efficace, e non lo vedremo mai in volto, perennemente coperto da un grosso elmo a gabbia, nemmeno nei due unici casi in cui se lo toglie. Procedendo nella lettura, scopriamo le motivazioni che l’hanno spinto a prendersela contro queste creature e anche il luogo in cui ritorna per rifocillarsi e rimettere in sesto il proprio equipaggiamento, dove vive l’amica d’infanzia sfuggita alla distruzione del loro villaggio quando erano bambini. Il nostro è talmente preso dai goblin che snobba l’impegno a battersi contro un’armata del male costituita da terribili demoni che sta per abbattersi sugli abitanti del mondo; si unisce però, sempre affiancato dalla sacerdotessa, a un party formato da un uomo-lucertola sciamano (con un debole per il formaggio), da un’elfa arciere e da un nano stregone. I personaggi non vengono mai chiamati con il loro nome, ma sempre con il nome della loro razza o della loro classe; resta la tradizionale rivalità tra elfi e nani (che continuano a punzecchiarsi), così come il pane elfico stile lembas del Signore degli Anelli e le sparate ottuse del nano («Sono un nano! Su metallo, pietre e vino sono un’autorità!»), mentre è carino l’espediente di far chiamare il protagonista dall’elfa con termine tratto dalla sua lingua (“orcbolg” e dal nano con un’espressione tradotta dal nanico (“Tagliabarbe”). La sacerdotessa, ovviamente buona e gentile, è il classico personaggio femminile timido e bisognoso di aiuto e sostegno, ma allo stesso tempo leale e coraggioso quando la situazione lo richiede. Le vicende vedranno questo composito party combattere contro masse di goblin, un orco e un signore dei goblin, e radunare contro quest’ultimo e la sua legione tutti gli avventurieri della gilda per salvare la sua amata fattoria: la classica idea del costituire un’alleanza contro il nemico comune, in cui ognuno può mettere in campo il proprio coraggio (con tanto di citazione: uno dei personaggi è uguale a Gatsu di Berserk). Sembra che inizi un’evoluzione psicologica del personaggio, ma 15 capitoli sono troppo pochi. Dal canto loro, i goblin sono esseri del tutto malvagi che agiscono in base alla pura violenza e che attaccano in gruppo, dedicandosi al massacro, allo stupro incontrollato e alle torture; nonostante questo, sono considerati di basso rango e vengono pertanto snobbati dalla maggior parte degli avventurieri, che preferiscono dedicarsi a mostri più remunerativi. Purtroppo, l’ambientazione resta sempre approssimativa e non va al di là di uno stereotipato Medioevo agricolo: non c’è una costruzione di mondo, non si sa in che paese siamo, ci sono solo le città, le campagne e dei personaggi che sembrano pacifici. Interessante il particolare delle divinità che giocano a dadi con i destini gli uomini, un po’ sulla falsariga dei primi volumi del ciclo del Mondo Disco di Terry Pratchett: siamo solo pedine nelle mani degli dei, ma la particolarità del nostro eroe è che nel suo caso non lascia che gli dei tirino al posto suo, ma lo fa lui stesso.

martedì 30 aprile 2019

Marco Bellinazzo - I veri padroni del calcio

Si ha un bel parlare ai bambini dei valori dello sport e della poesia della competizione, quando in realtà il calcio è marcio. Ci aveva già pensato il recente Uccidi Paul Breitner di Luca Pisapia, che senza particolari remore faceva brandelli di ogni narrazione consolatoria e diceva non esiste contraddizione fra calcio, potere e capitalismo: non è mai esistita un’epoca felice delle origini da contrapporre a quello moderno, perché da sempre il calcio è strumento di potere e in questo senso nasce moderno. Rimarca lo stesso concetto questo I veri padroni del calcio di Marco Bellinazzo, giornalista de “Il Sole 24 Ore” esperto di calcio e business, che sin dalle prime battute è chiarissimo: «Il football è sempre stato per natura “politico”, la sua vocazione popolare e la sua intrinseca capacità di radicarsi tra le passioni più profonde degli individui ne fanno qualcosa di ontologicamente politico. Il Ventesimo secolo è stato lastricato di prototipi di questo connubio, dalla Nazionale italiana bicampione mondiale negli anni trenta, dominata dal regime fascista, alla Coppa del Mondo del 1978 in Argentina sfruttata per osannare la dittatura dei generali. Negli anni novanta, poi, la manipolazione del calcio come strumento di partiti o movimenti ha avuto manifestazioni eclatanti, dal rincorrersi dei successivi sportivi del Milan, con le affermazioni di Forza Italia e di Silvio Berlusconi, alla ex Jugoslavia, dove il tifo ha fatto da incubatore ai radicalismi nazionalistici». Il libro è quindi una riflessione sul valore politico ed economico del calcio, uno dei grandi affari del mondo globalizzato che sposta miliardi e potere e cambia gli assetti globali. Non è un caso che per un Paese sia più importante essere riconosciuto dalla Fifa che dall’ONU: sembra una forzatura, ma non lo è. La Fifa (che ha più Stati membri dell’ONU) è un’organizzazione in grado di dare legittimità a nuovi Stati (Kosovo, Sud Sudan) e territori in cerca di autonomia o contesi (Gibilterra). La stessa Palestina, che siede all’ONU come Stato osservatore dal 2012, è stata ammessa alla Fifa già nel 1998. Questo è possibile anche e soprattutto in virtù del potere che il calcio ha di creare: al suo imprimatur ambiscono minoranze etniche, linguistiche e popoli senza Stato. Ed è per questo che chi controlla il calcio controlla il mondo, non solo per la spartizione della torta derivante dalla vendita dei diritti televisivi: ne sanno qualcosa Blatter e Platini, forse rappresentanti di un governo troppo autoreferenziale e non al passo con i tempi, caduti per ingerenza dell’FBI americana al fine di punire gli illeciti commessi (presunti, dal momento che non sono stati condannati da alcun tribunale ordinario). Lo sport è sempre stato una leva formidabile di soft power e un veicolo di legittimazione per i regimi politici, a livello sia nazionale che internazionale. Figuriamoci l’organizzazione di una Coppa del Mondo, che rappresenta la consacrazione di un Paese, oltre che un volano per la sua economia, come rappresenta l’assegnazione dei Mondiali dal 2018 al 2030 alle grandi potenze che stano colonizzando il calcio: Russia, Paesi del Golfo (Qatar), Stati Uniti e Cina. La corposa e dettagliatissima analisi (in primo luogo economica e finanziaria) di Bellinazzo passa in rassegna non solo l’affermazione di queste nuove potenze che stanno colonizzando le principali leghe europee (e non solo) grazie all’acquisizione di sponsorizzazioni e proprietà di club, ma anche i conflitti fra Ucraina e Russia, il ruolo degli oligarchi, la guerra del doping fra Stati Uniti e Russia, gli hackeraggi russi e l’elezione di Donald Trump, la guerra in Siria e il ruolo della Turchia, lo scontro tra sciiti e sunniti, gli attacchi dell’Isis agli stadi, il Sudamerica attraversato dalle contrapposte spinte peroniste e americaniste: tra petrodollari, rubli e yuan, è possibile tracciare un filo rosso nelle trame di eventi apparentemente distanti fra loro per dimostrare che sempre più il calcio si è intrecciato alle vicende belliche che hanno funestato lo scacchiere geopolitico, fino al punto di poter parlare di una vera e propria geopolitica del calcio (come prova il recente allargamento del mondiale a 48 squadre da parte del nuovo presidente Infantino, con più posti riservati ad Asia, Africa e Nord America). E poi uno si stupisce che Inter e Milan siano state acquistate dai cinesi: il passaggio di consegne da parte di Moratti e Berlusconi rappresentano la fine di un’epoca, quello del mecenatismo familiare, a favore di un nuovo modello più dedito alla speculazione finanziaria. Il capo del partito comunista cinese Xi Jinping sembra aver capito tutto: niente come il calcio incarna «valori e modelli politici, coniugando attività sportiva, impresa, patriottismo, aggregazione sociale, influenza internazionale».

giovedì 25 aprile 2019

Johan Cruyff (con Jaap de Groot) - La mia rivoluzione

È stato uno dei più grandi calciatori di sempre, il Pelè bianco, simbolo di un’intera generazione e di un calcio, quello degli anni Settanta, ormai irripetibile, portatore di una nuova mentalità (a livello di gioco e di stile) che ha fatto epoca e ha cambiato questo sport per sempre. Perché non bisogna dimenticare che è stato anche allenatore, tra i più grandi e vincenti, le cui influenze durano tutt’oggi (qualcuno ha detto Pep Guardiola?). Johan Cruyff (o Cruijff?) è stato tutto questo, come dimostra quest’autobiografia La mia rivoluzione, uscita postuma dopo la sua morte all’inizio del 2016 e affascinante racconto di una vita da parte di un uomo ormai prossimo alla fine per colpa di un cancro ai polmoni. Lo ha scritto Jaap de Groot, giornalista del “Telegraaf”, che ha sbobinato e sistemato le conversazioni avute con Cruyff negli ultimi mesi di vita. È un libro strano e che qualcuno potrebbe reputare insoddisfacente, ma comunque in grado di comunicare il carattere e le caratteristiche del personaggio. Basti pensare al folgorante incipit, che esprime l’idea che, anche se non si ha nulla, partendo da zero si può diventare qualcuno: «Non ho titoli di studio, tutto ciò che so l’ho appreso dall’esperienza». In copertina il nostro è immortalato con l’iconica maglietta arancione della nazionale olandese, rimasta nella memoria per l’incredibile mondiale del 1974 perso in finale contro la Germania Ovest di Beckenbauer dopo aver incantato il mondo con un gioco mai visto prima e passato alla storia con il nome di “calcio totale”. Quell’Olanda era l’Ajax, la squadra che più ha rivoluzionato il calcio nel Dopoguerra e quella che, come ha detto Federico Buffa, «ha giocato un calcio mai pensato prima», dove Cruyff rimase fino al 1973, vincendo tre Coppe dei Campioni prima di andarsene in modo burrascoso: nella scelta del capitano i suoi compagni gli votarono contro (sì, in quell’Ajax i giocatori votavano il proprio capitano) e Cruyff la prese come un tradimento, perché lui i compagni li considerava innanzitutto come degli amici (ci sarà da credergli?), chiamò il suocero, Cor Coster, commerciante in diamanti e pioniere del mestiere di agente dei calciatori, e si trasferì al Barcellona, dove vinse il titolo e rifilò un 5-0 a domicilio al Real Madrid. Fu Coster a divenire il suo procuratore e a curare i suoi affari: a Barcellona poté guadagnare molto di più, visto che in Olanda pagava il 70% del suo stipendio in tasse. Il libro inizia però con l’infanzia del protagonista, a partire dal padre, morto quando Johan aveva 12 anni, che aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro: sfidava i clienti a chi resisteva di più guardando il sole, si copriva con una mano l’occhio buono e intascava la scommessa. E poi il patrigno, chiamato “zio Henk”, e l’arrivo all’Ajax, nel cui stadio la madre faceva la donna delle pulizie, nonostante il piccolo Johan avesse i piedi piatti. Il libro tratta poi la convinta adesione all’indipendentismo catalano, tanto da chiamare il figlio Jordi e non Jorge («Quando arrivai a Barcellona, il mio atteggiamento era quello di un olandese, mi comportavo come se fossi ad Amsterdam. La mia era la generazione dei Beatles, ragazzi del dopoguerra che volevano essere liberi e rompere con il passato. Un approccio che cozzava con la situazione in Catalogna»), la mancata partecipazione ai mondiali di Argentina 1978 a causa di un fallito tentativo di rapimento ai danni della sua famiglia e della necessità di stare accanto ai propri cari, il ritiro dal calcio giocato poco dopo la trentina e il ritorno in campo (per aver dilapidato una fortuna in investimenti immobiliari sbagliati e in un allevamento di maiali) in America, nella North American Soccer League (la mitica NASL), prima nei Los Angeles Aztecs, poi nei Washington Diplomats. Quindi il ritorno all’Ajax e la ripicca di chiudere la carriera con i rivali del Feyenoord (in entrambi i casi cinse campionato e coppa nazionale), la nuova carriera da allenatore con il ritorno dell’Ajax a una vittoria europea (la Coppa delle Coppe del 1987), il passaggio al Barcellona e una nuova lunga serie di successi, l’impianto di due bypass per ostruimento delle arterie coronariche all’inizio del 1991, la vittoria della Coppa dei Campioni del 1992 in finale contro la Sampdoria di Vialli e Mancini grazie a una punizione di Ronald Koeman, la fine della carriera da allenatore e l’impegno nella beneficienza. L’approccio è quello di un uomo sempre proteso al futuro e alle nuove sfide che si presentano, senza indugiare troppo sul passato, incensando poco le proprie vittorie e sorvolando sulle sconfitte (alla finale di Champions League del 1994, quando il Barcellona perse 4-0 con il Milan di Capello, non vengono riservate neanche dieci righe, e non diverso è lo spazio riservato alla sconfitta in finale di Coppa delle Coppe del 1991 contro il Manchester United), e per questo dico che qualcuno potrebbe rimanere deluso se si aspetta una ricostruzione nostalgica o ricca di aneddoti. Anche sulla finale del 1974 persa contro i tedeschi, il nostro tende a minimizzare un po’, ma fa comunque autocritica: «Se li avessimo temuti anche solo ma metà di quanto facemmo con il Brasile, probabilmente il risultato finale sarebbe stato diverso. Ma dopo il 2-0 contro i brasiliani eravamo così euforici e soddisfatti da sottovalutare la partita successiva». Grande spazio è riservato ai litigi, ai rancori e alle incomprensioni, onnipresenti nella sua carriera e riguardanti anche amici come il suo allenatore Rinus Michels e il suo pupillo Marco Van Basten, ma soprattutto con l’Ajax, squadra con cui visse un rapporto sempre caratterizzato da luci e ombre (due volte da giocatore, una da allenatore e altre da consulente), sempre a causa di divergenze di vedute su stipendio, programmazione, mercato e crescita dei giovani. Cosa importante, la rivoluzione di Cruyff non riguardò solo il gioco, ma anche il ruolo del calciatore e la sua valenza economica: fu sua moglie Danny a trasformarlo in un divo, curandone il look dal taglio dei capelli al vestiario, mentre fu il suocero Cor Coster ha introdurre il concetto di gestione economica dei calciatori e di sfruttamento della propria immagine in senso moderno. Ai mondiali del 1974 la maglia dell’Olanda aveva sulle spalle le famose tre strisce dell’Adidas (con la quale la federazione olandese aveva stipulato un contratto di sponsorizzazione), ma nel caso di Cruyff divennero due per non scontrarsi con la Puma che era l’unica a poter sfruttare il calciatore nel corso dei mondiali. Inoltre, Coster ebbe anche l’idea di far versare dalle casse dell’Ajax il 10% al calciatore, in quanto la gente andava allo stadio per veder giocare Cruyff. È proprio vero che il calcio di oggi inizia con quell’Ajax e con Cruyff. 

domenica 14 aprile 2019

Greta Thunberg, Svante Thunberg, Beata Ernman e Malena Ernman - La nostra casa è in fiamme

Negli ultimi mesi chiunque, a meno che non sia vissuto su Marte, ha sentito parlare della piccola e deliziosa Greta Thunberg, la ragazza svedese con le trecce e l’espressione imbronciata che, a 16 anni, ha sentito la necessità e l’urgenza di manifestare a favore del clima e per un non precisato diritto all’ambiente. Dall’agosto del 2018 salta la scuola ogni venerdì per manifestare fuori dal parlamento svedese e ha dato origine ai Fridays for Future; per questo è già stata proposta per il Nobel per la pace ed è diventata il mito attorno a cui si sono coalizzati quegli istinti anticapitalisti e antimercato delle persone impegnate che accusano chi non va in piazza a manifestare di essere conservatore, reazionario, fascista e amico delle multinazionali. Profeta del nostro tempo o ennesima arma di distrazione di massa utile alla classe dominante cosmopolita come sostiene Diego Fusaro? A questo punto si impone una riflessione: io, a 16 anni, giocavo a Sensible Soccer e il mio più grande interrogativo di vita era decidere se il più grande disco dei Queen fosse Queen II o A Night at the Opera, non certo ragionare sul clima o preoccuparmi di problematiche sociali, quindi ammetto il mio imbarazzo. Aggiungiamo poi che in questa occasione in Italia si sono raggiunti picchi di comicità involontaria, con “Il Sole 24 Ore” (giornale della Confindustria) che ha sposato la battaglia di Greta puntando il dito contro un’economia che da decenni è basata su un consumo uso e getta delle risorse naturali che chiedono un pesante tributo in termini di impatto ambientale, mentre altri giornali hanno addirittura tirato in ballo un fantomatico scontro generazionale genitori-figli, adulti contro giovani, disillusione contro speranza: forse è francamente un po’ troppo. I meme delle Più belle frasi di Osho (“’n é tanto er caldo… è l’umidità che t’ammazza” e “Sbajo o ha rinfrescato?”) hanno comunque certificato che Greta è diventata un’icona pop. Ora è arrivato anche il libro, La nostra casa è in fiamme, bel titolo allarmistico che riprende uno dei mantra della piccola svedese e che suona inquietante per il pubblico; d'altronde, ci troviamo pur sempre di fronte a quella che si presenta a tutti gli effetti come un’emergenza. In realtà, il libro non è stato scritta da Greta; o meglio, di Greta è presente una raccolta dei suoi discorsi più importanti, posta in apertura, che comprende il discorso all’ONU, quello al World Economic Forum di Davos e alcuni semplici post su Facebook. Il resto è la storia della sua famiglia, narrata in prima persona da sua madre, Malena Ernman, cantante lirica di una certa fama, che racconta la conversione ambientalista dell’intera famiglia e allo stesso tempo la lotta  (anche a livello scolastico) per le particolari esigenze delle sue due figlie: una, Greta, è affetta dalla sindrome di Asperger, l’altra, Beata, è autistica. La stessa madre è affetta da autismo e da disturbo ossessivo-compulsivo, quindi è facile immaginarsi i problemi a cui queste persone sono andate incontro dal punto di vista relazionale e comportamentale. Oltre a questa parte fortemente personale che si legge anche con un certo piacere e una cospicua dose di solidarietà umana, il libro ripete dati e frasi desunti da attivisti e scienziati e ribadisce alcuni concetti molto in voga, prima di tutto l’idea che il pianeta stia venendo distrutto dall’uomo, ma soprattutto ripropone l’ecologismo come unica grande religione del nostro tempo: ecco quindi la biodiversità minacciata, lo scioglimento dei ghiacci, l’estinzione delle specie animali, la necessità di diventare vegani, di smettere di fare shopping e di usare l’aereo. Greta denuncia l’ignavia e l’inedia dei potenti, chiede loro di prendere sul serio il problema del cambiamento climatico attraverso azioni concrete e ripropone alle istituzioni la richiesta di rispettare i limiti delle emissioni di CO2 previsti dall’Accordo di Parigi; da qui le accuse contro i negazionisti del climate change, la condanna delle politiche liberiste (Reagan, Thatcher, Trump) e i moniti sulla fine imminente (mancano 12 anni per salvare il pianeta). Una battaglia che ci vede tutti coinvolti e da cui nessuno è esente, con un messaggio molto chiaro: ognuno di noi deve responsabilizzarsi. Ovviamente, non mancano dei capisaldi del pensiero politicamente corretto oggi in voga, come il sostegno al gay pride, il femminismo e l’ostilità nei confronti del patriarcato («La battaglia per l’ambiente è il movimento femminista più grande del mondo. Non perché in qualche modo escluda gli uomini, ma perché sfida quelle strutture e quei valori che hanno creato la crisi in cui ci troviamo»), le responsabilità dei Paesi ricchi nei confronti dei Paesi povero, il senso di vergogna che l’Occidente prova per quello che ha fatto al resto del mondo. Il fatto che Greta sia affetta da Asperger fa sì che l’intera battaglia sia ammantata della retorica dell’innocente per di più malata, che trova sempre un terreno fertile per una narrazione e una retorica tossica da parte di manipolatori ben più sottili. Intanto la Mondadori si frega le mani: le mezze stagioni non esisteranno più, ma il fatturato sì.