martedì 30 aprile 2019

Marco Bellinazzo - I veri padroni del calcio

Si ha un bel parlare ai bambini dei valori dello sport e della poesia della competizione, quando in realtà il calcio è marcio. Ci aveva già pensato il recente Uccidi Paul Breitner di Luca Pisapia, che senza particolari remore faceva brandelli di ogni narrazione consolatoria e diceva non esiste contraddizione fra calcio, potere e capitalismo: non è mai esistita un’epoca felice delle origini da contrapporre a quello moderno, perché da sempre il calcio è strumento di potere e in questo senso nasce moderno. Rimarca lo stesso concetto questo I veri padroni del calcio di Marco Bellinazzo, giornalista de “Il Sole 24 Ore” esperto di calcio e business, che sin dalle prime battute è chiarissimo: «Il football è sempre stato per natura “politico”, la sua vocazione popolare e la sua intrinseca capacità di radicarsi tra le passioni più profonde degli individui ne fanno qualcosa di ontologicamente politico. Il Ventesimo secolo è stato lastricato di prototipi di questo connubio, dalla Nazionale italiana bicampione mondiale negli anni trenta, dominata dal regime fascista, alla Coppa del Mondo del 1978 in Argentina sfruttata per osannare la dittatura dei generali. Negli anni novanta, poi, la manipolazione del calcio come strumento di partiti o movimenti ha avuto manifestazioni eclatanti, dal rincorrersi dei successivi sportivi del Milan, con le affermazioni di Forza Italia e di Silvio Berlusconi, alla ex Jugoslavia, dove il tifo ha fatto da incubatore ai radicalismi nazionalistici». Il libro è quindi una riflessione sul valore politico ed economico del calcio, uno dei grandi affari del mondo globalizzato che sposta miliardi e potere e cambia gli assetti globali. Non è un caso che per un Paese sia più importante essere riconosciuto dalla Fifa che dall’ONU: sembra una forzatura, ma non lo è. La Fifa (che ha più Stati membri dell’ONU) è un’organizzazione in grado di dare legittimità a nuovi Stati (Kosovo, Sud Sudan) e territori in cerca di autonomia o contesi (Gibilterra). La stessa Palestina, che siede all’ONU come Stato osservatore dal 2012, è stata ammessa alla Fifa già nel 1998. Questo è possibile anche e soprattutto in virtù del potere che il calcio ha di creare: al suo imprimatur ambiscono minoranze etniche, linguistiche e popoli senza Stato. Ed è per questo che chi controlla il calcio controlla il mondo, non solo per la spartizione della torta derivante dalla vendita dei diritti televisivi: ne sanno qualcosa Blatter e Platini, forse rappresentanti di un governo troppo autoreferenziale e non al passo con i tempi, caduti per ingerenza dell’FBI americana al fine di punire gli illeciti commessi (presunti, dal momento che non sono stati condannati da alcun tribunale ordinario). Lo sport è sempre stato una leva formidabile di soft power e un veicolo di legittimazione per i regimi politici, a livello sia nazionale che internazionale. Figuriamoci l’organizzazione di una Coppa del Mondo, che rappresenta la consacrazione di un Paese, oltre che un volano per la sua economia, come rappresenta l’assegnazione dei Mondiali dal 2018 al 2030 alle grandi potenze che stano colonizzando il calcio: Russia, Paesi del Golfo (Qatar), Stati Uniti e Cina. La corposa e dettagliatissima analisi (in primo luogo economica e finanziaria) di Bellinazzo passa in rassegna non solo l’affermazione di queste nuove potenze che stanno colonizzando le principali leghe europee (e non solo) grazie all’acquisizione di sponsorizzazioni e proprietà di club, ma anche i conflitti fra Ucraina e Russia, il ruolo degli oligarchi, la guerra del doping fra Stati Uniti e Russia, gli hackeraggi russi e l’elezione di Donald Trump, la guerra in Siria e il ruolo della Turchia, lo scontro tra sciiti e sunniti, gli attacchi dell’Isis agli stadi, il Sudamerica attraversato dalle contrapposte spinte peroniste e americaniste: tra petrodollari, rubli e yuan, è possibile tracciare un filo rosso nelle trame di eventi apparentemente distanti fra loro per dimostrare che sempre più il calcio si è intrecciato alle vicende belliche che hanno funestato lo scacchiere geopolitico, fino al punto di poter parlare di una vera e propria geopolitica del calcio (come prova il recente allargamento del mondiale a 48 squadre da parte del nuovo presidente Infantino, con più posti riservati ad Asia, Africa e Nord America). E poi uno si stupisce che Inter e Milan siano state acquistate dai cinesi: il passaggio di consegne da parte di Moratti e Berlusconi rappresentano la fine di un’epoca, quello del mecenatismo familiare, a favore di un nuovo modello più dedito alla speculazione finanziaria. Il capo del partito comunista cinese Xi Jinping sembra aver capito tutto: niente come il calcio incarna «valori e modelli politici, coniugando attività sportiva, impresa, patriottismo, aggregazione sociale, influenza internazionale».

giovedì 25 aprile 2019

Johan Cruyff (con Jaap de Groot) - La mia rivoluzione

È stato uno dei più grandi calciatori di sempre, il Pelè bianco, simbolo di un’intera generazione e di un calcio, quello degli anni Settanta, ormai irripetibile, portatore di una nuova mentalità (a livello di gioco e di stile) che ha fatto epoca e ha cambiato questo sport per sempre. Perché non bisogna dimenticare che è stato anche allenatore, tra i più grandi e vincenti, le cui influenze durano tutt’oggi (qualcuno ha detto Pep Guardiola?). Johan Cruyff (o Cruijff?) è stato tutto questo, come dimostra quest’autobiografia La mia rivoluzione, uscita postuma dopo la sua morte all’inizio del 2016 e affascinante racconto di una vita da parte di un uomo ormai prossimo alla fine per colpa di un cancro ai polmoni. Lo ha scritto Jaap de Groot, giornalista del “Telegraaf”, che ha sbobinato e sistemato le conversazioni avute con Cruyff negli ultimi mesi di vita. È un libro strano e che qualcuno potrebbe reputare insoddisfacente, ma comunque in grado di comunicare il carattere e le caratteristiche del personaggio. Basti pensare al folgorante incipit, che esprime l’idea che, anche se non si ha nulla, partendo da zero si può diventare qualcuno: «Non ho titoli di studio, tutto ciò che so l’ho appreso dall’esperienza». In copertina il nostro è immortalato con l’iconica maglietta arancione della nazionale olandese, rimasta nella memoria per l’incredibile mondiale del 1974 perso in finale contro la Germania Ovest di Beckenbauer dopo aver incantato il mondo con un gioco mai visto prima e passato alla storia con il nome di “calcio totale”. Quell’Olanda era l’Ajax, la squadra che più ha rivoluzionato il calcio nel Dopoguerra e quella che, come ha detto Federico Buffa, «ha giocato un calcio mai pensato prima», dove Cruyff rimase fino al 1973, vincendo tre Coppe dei Campioni prima di andarsene in modo burrascoso: nella scelta del capitano i suoi compagni gli votarono contro (sì, in quell’Ajax i giocatori votavano il proprio capitano) e Cruyff la prese come un tradimento, perché lui i compagni li considerava innanzitutto come degli amici (ci sarà da credergli?), chiamò il suocero, Cor Coster, commerciante in diamanti e pioniere del mestiere di agente dei calciatori, e si trasferì al Barcellona, dove vinse il titolo e rifilò un 5-0 a domicilio al Real Madrid. Fu Coster a divenire il suo procuratore e a curare i suoi affari: a Barcellona poté guadagnare molto di più, visto che in Olanda pagava il 70% del suo stipendio in tasse. Il libro inizia però con l’infanzia del protagonista, a partire dal padre, morto quando Johan aveva 12 anni, che aveva un negozietto di frutta e verdura e un occhio di vetro: sfidava i clienti a chi resisteva di più guardando il sole, si copriva con una mano l’occhio buono e intascava la scommessa. E poi il patrigno, chiamato “zio Henk”, e l’arrivo all’Ajax, nel cui stadio la madre faceva la donna delle pulizie, nonostante il piccolo Johan avesse i piedi piatti. Il libro tratta poi la convinta adesione all’indipendentismo catalano, tanto da chiamare il figlio Jordi e non Jorge («Quando arrivai a Barcellona, il mio atteggiamento era quello di un olandese, mi comportavo come se fossi ad Amsterdam. La mia era la generazione dei Beatles, ragazzi del dopoguerra che volevano essere liberi e rompere con il passato. Un approccio che cozzava con la situazione in Catalogna»), la mancata partecipazione ai mondiali di Argentina 1978 a causa di un fallito tentativo di rapimento ai danni della sua famiglia e della necessità di stare accanto ai propri cari, il ritiro dal calcio giocato poco dopo la trentina e il ritorno in campo (per aver dilapidato una fortuna in investimenti immobiliari sbagliati e in un allevamento di maiali) in America, nella North American Soccer League (la mitica NASL), prima nei Los Angeles Aztecs, poi nei Washington Diplomats. Quindi il ritorno all’Ajax e la ripicca di chiudere la carriera con i rivali del Feyenoord (in entrambi i casi cinse campionato e coppa nazionale), la nuova carriera da allenatore con il ritorno dell’Ajax a una vittoria europea (la Coppa delle Coppe del 1987), il passaggio al Barcellona e una nuova lunga serie di successi, l’impianto di due bypass per ostruimento delle arterie coronariche all’inizio del 1991, la vittoria della Coppa dei Campioni del 1992 in finale contro la Sampdoria di Vialli e Mancini grazie a una punizione di Ronald Koeman, la fine della carriera da allenatore e l’impegno nella beneficienza. L’approccio è quello di un uomo sempre proteso al futuro e alle nuove sfide che si presentano, senza indugiare troppo sul passato, incensando poco le proprie vittorie e sorvolando sulle sconfitte (alla finale di Champions League del 1994, quando il Barcellona perse 4-0 con il Milan di Capello, non vengono riservate neanche dieci righe, e non diverso è lo spazio riservato alla sconfitta in finale di Coppa delle Coppe del 1991 contro il Manchester United), e per questo dico che qualcuno potrebbe rimanere deluso se si aspetta una ricostruzione nostalgica o ricca di aneddoti. Anche sulla finale del 1974 persa contro i tedeschi, il nostro tende a minimizzare un po’, ma fa comunque autocritica: «Se li avessimo temuti anche solo ma metà di quanto facemmo con il Brasile, probabilmente il risultato finale sarebbe stato diverso. Ma dopo il 2-0 contro i brasiliani eravamo così euforici e soddisfatti da sottovalutare la partita successiva». Grande spazio è riservato ai litigi, ai rancori e alle incomprensioni, onnipresenti nella sua carriera e riguardanti anche amici come il suo allenatore Rinus Michels e il suo pupillo Marco Van Basten, ma soprattutto con l’Ajax, squadra con cui visse un rapporto sempre caratterizzato da luci e ombre (due volte da giocatore, una da allenatore e altre da consulente), sempre a causa di divergenze di vedute su stipendio, programmazione, mercato e crescita dei giovani. Cosa importante, la rivoluzione di Cruyff non riguardò solo il gioco, ma anche il ruolo del calciatore e la sua valenza economica: fu sua moglie Danny a trasformarlo in un divo, curandone il look dal taglio dei capelli al vestiario, mentre fu il suocero Cor Coster ha introdurre il concetto di gestione economica dei calciatori e di sfruttamento della propria immagine in senso moderno. Ai mondiali del 1974 la maglia dell’Olanda aveva sulle spalle le famose tre strisce dell’Adidas (con la quale la federazione olandese aveva stipulato un contratto di sponsorizzazione), ma nel caso di Cruyff divennero due per non scontrarsi con la Puma che era l’unica a poter sfruttare il calciatore nel corso dei mondiali. Inoltre, Coster ebbe anche l’idea di far versare dalle casse dell’Ajax il 10% al calciatore, in quanto la gente andava allo stadio per veder giocare Cruyff. È proprio vero che il calcio di oggi inizia con quell’Ajax e con Cruyff. 

domenica 14 aprile 2019

Greta Thunberg, Svante Thunberg, Beata Ernman e Malena Ernman - La nostra casa è in fiamme

Negli ultimi mesi chiunque, a meno che non sia vissuto su Marte, ha sentito parlare della piccola e deliziosa Greta Thunberg, la ragazza svedese con le trecce e l’espressione imbronciata che, a 16 anni, ha sentito la necessità e l’urgenza di manifestare a favore del clima e per un non precisato diritto all’ambiente. Dall’agosto del 2018 salta la scuola ogni venerdì per manifestare fuori dal parlamento svedese e ha dato origine ai Fridays for Future; per questo è già stata proposta per il Nobel per la pace ed è diventata il mito attorno a cui si sono coalizzati quegli istinti anticapitalisti e antimercato delle persone impegnate che accusano chi non va in piazza a manifestare di essere conservatore, reazionario, fascista e amico delle multinazionali. Profeta del nostro tempo o ennesima arma di distrazione di massa utile alla classe dominante cosmopolita come sostiene Diego Fusaro? A questo punto si impone una riflessione: io, a 16 anni, giocavo a Sensible Soccer e il mio più grande interrogativo di vita era decidere se il più grande disco dei Queen fosse Queen II o A Night at the Opera, non certo ragionare sul clima o preoccuparmi di problematiche sociali, quindi ammetto il mio imbarazzo. Aggiungiamo poi che in questa occasione in Italia si sono raggiunti picchi di comicità involontaria, con “Il Sole 24 Ore” (giornale della Confindustria) che ha sposato la battaglia di Greta puntando il dito contro un’economia che da decenni è basata su un consumo uso e getta delle risorse naturali che chiedono un pesante tributo in termini di impatto ambientale, mentre altri giornali hanno addirittura tirato in ballo un fantomatico scontro generazionale genitori-figli, adulti contro giovani, disillusione contro speranza: forse è francamente un po’ troppo. I meme delle Più belle frasi di Osho (“’n é tanto er caldo… è l’umidità che t’ammazza” e “Sbajo o ha rinfrescato?”) hanno comunque certificato che Greta è diventata un’icona pop. Ora è arrivato anche il libro, La nostra casa è in fiamme, bel titolo allarmistico che riprende uno dei mantra della piccola svedese e che suona inquietante per il pubblico; d'altronde, ci troviamo pur sempre di fronte a quella che si presenta a tutti gli effetti come un’emergenza. In realtà, il libro non è stato scritta da Greta; o meglio, di Greta è presente una raccolta dei suoi discorsi più importanti, posta in apertura, che comprende il discorso all’ONU, quello al World Economic Forum di Davos e alcuni semplici post su Facebook. Il resto è la storia della sua famiglia, narrata in prima persona da sua madre, Malena Ernman, cantante lirica di una certa fama, che racconta la conversione ambientalista dell’intera famiglia e allo stesso tempo la lotta  (anche a livello scolastico) per le particolari esigenze delle sue due figlie: una, Greta, è affetta dalla sindrome di Asperger, l’altra, Beata, è autistica. La stessa madre è affetta da autismo e da disturbo ossessivo-compulsivo, quindi è facile immaginarsi i problemi a cui queste persone sono andate incontro dal punto di vista relazionale e comportamentale. Oltre a questa parte fortemente personale che si legge anche con un certo piacere e una cospicua dose di solidarietà umana, il libro ripete dati e frasi desunti da attivisti e scienziati e ribadisce alcuni concetti molto in voga, prima di tutto l’idea che il pianeta stia venendo distrutto dall’uomo, ma soprattutto ripropone l’ecologismo come unica grande religione del nostro tempo: ecco quindi la biodiversità minacciata, lo scioglimento dei ghiacci, l’estinzione delle specie animali, la necessità di diventare vegani, di smettere di fare shopping e di usare l’aereo. Greta denuncia l’ignavia e l’inedia dei potenti, chiede loro di prendere sul serio il problema del cambiamento climatico attraverso azioni concrete e ripropone alle istituzioni la richiesta di rispettare i limiti delle emissioni di CO2 previsti dall’Accordo di Parigi; da qui le accuse contro i negazionisti del climate change, la condanna delle politiche liberiste (Reagan, Thatcher, Trump) e i moniti sulla fine imminente (mancano 12 anni per salvare il pianeta). Una battaglia che ci vede tutti coinvolti e da cui nessuno è esente, con un messaggio molto chiaro: ognuno di noi deve responsabilizzarsi. Ovviamente, non mancano dei capisaldi del pensiero politicamente corretto oggi in voga, come il sostegno al gay pride, il femminismo e l’ostilità nei confronti del patriarcato («La battaglia per l’ambiente è il movimento femminista più grande del mondo. Non perché in qualche modo escluda gli uomini, ma perché sfida quelle strutture e quei valori che hanno creato la crisi in cui ci troviamo»), le responsabilità dei Paesi ricchi nei confronti dei Paesi povero, il senso di vergogna che l’Occidente prova per quello che ha fatto al resto del mondo. Il fatto che Greta sia affetta da Asperger fa sì che l’intera battaglia sia ammantata della retorica dell’innocente per di più malata, che trova sempre un terreno fertile per una narrazione e una retorica tossica da parte di manipolatori ben più sottili. Intanto la Mondadori si frega le mani: le mezze stagioni non esisteranno più, ma il fatturato sì.

sabato 13 aprile 2019

William Morris - Il bosco oltre il mondo

Sebbene oggi lo conoscano in pochi, William Morris è stato uno degli intellettuali più importanti della seconda metà dell’Ottocento: scrittore, traduttore, progettista, designer, editore, poeta e attivista politico, cercò di mettere in pratica le idee estetiche di John Ruskin promuovendo il movimento Arts & Crafts per rilanciare l’artigianato. Antesignano delle avanguardie artistiche del Novecento, unì sempre l’amore per il passato con quello per la natura, entrambi in netta contrapposizione alla rivoluzione industriale. Tra l’altro, le sue traduzioni e i suoi adattamenti delle leggende nordiche furono il primo modello da cui attinse J.R.R. Tolkien per la creazione del suo legendarium mitologico. La sua opera più famosa è La fonte ai confini del mondo, seguita da Il bosco oltre il mondo che ho pensato di ripubblicare con Gondolin (purtroppo nel disinteresse quasi totale da parte dei librai, segno che forse certe opere non interessano davvero più a nessuno). Romanzo di taglio favolistico, si apre nella cittadina immaginaria di Langton e segue le peripezie del giovane Golden Walter, cornificato dalla moglie e ben intenzionato a salpare per lasciarsi la vecchia vita alle spalle. Prima però ha già una visione della terra al di là del mare: una strega maligna e “Signora” della terra, una ˜Fanciulla” tenuta in schiavitù e un servitore nano abominevole e incredibilmente forte. Per Walter è come una chiamata cui è impossibile resistere: quando una tempesta spinge la sua nave ad approdare su coste sconosciute, contro ogni consiglio o ragione, il giovane abbandona i suoi compagni e parte per attraversare montagne e pianure fino a giungere al Bosco e alla Casa d’Oro (la Golden House, proprio come Golden è Walter). Qui potrà incontrare i misteriosi tre (il nano, la Fanciulla e la Signora) e un quarto incomodo, ossia l’attuale amante della Signora, il Figlio del Re, che la donna vorrebbe sostituire con Walter e che, proprio come Walter, ha messo gli occhi sulla Fanciulla. Lo scenario lascia intravedere una sovrapposizione di giochi triangolari di amore e potere, ma Walter sfida il nano, libera la ragazza prigioniera e insieme fuggono con l’aiuto delle piccole magie della Fanciulla, mentre gli altri due muoiono in circostanze misteriose. Lungo la strada, si imbattono in un popolo di bruti, gli Orsi, che sono alla ricerca di una divinità che faccia piovere per loro, e poi approdano in una misteriosa città (Muro Ripido) di cui diventa re. Il libro è del 1894 ed è parecchio strano, soprattutto per lo stile volutamente arcaico che potrebbe disorientare un po’, così come il gran profluvio di sentimentalismo. Per argomento e cura estetica si nota la vicinanza dell’autore al movimento preraffaellita (il tema della donna-fiore tipico dell’epoca), ma è notevole il fatto che Morris abbia deciso di scrivere un romanzo simile nello spirito e nella lettera a quelli cavallereschi e di ambientarlo in una terra che non esiste, un reame fatato che risponde a leggi proprie di cui il protagonista (come il lettore) è all’oscuro. La vicenda è stata letta anche in chiave simbolico-iniziatica, come il tentativo di strappare l’anima (la Fanciulla) dalle mani della ragione (la Signora) liberandosi del corpo (il nano) e di conquistare la trascendenza oltre il bosco dell’orrore: interpretazione interessante, ma che non mi convince in pieno alla luce di tutta la parte in cui Walter viene maltrattato e sedotto dalla signora, pervasa da un erotismo strisciante e lascivo che si stempera però con la censura dell’epoca. Di certo non possiamo parlare di heroic fantasy, come si è spesso fatto a sproposito, visto che il nostro eroe appare come un personaggio un po’ moscio e in balia del fascino femminile (Walter è innamorato della Fanciulla ma soggiace al fascino della Signora che lo provoca e gli si presenta più volte praticamente nuda): Walter sfugge a una vita di inganno senza particolari meriti, soprattutto grazie alla protezione e alla guida della Fanciulla, che possiede una sapienza magica legata alla sua verginità: per poterne usufruire, Walter non deve avere rapporti sessuali con lei. Tutta l’ultima parte diventa un grande elogio della castità e del saper aspettare il momento giusto, ma curiosamente prima non c’è colpa e dannazione per la caduta (il rapporto sessuale con la Signora). Si tratta piuttosto di un romanzo di formazione e della scoperta di sé del proprio posto nel mondo, come al solito attraverso il tema del viaggio: una scoperta che porterà il protagonista a conoscere la propria interiorità ma anche a vedersi riconosciuto dal punto di vista sociale, diventando sovrano di un popolo dopo aver conquistato la saggezza.

venerdì 12 aprile 2019

Michael D. O'Brien - Apocalisse

Nell’attuale trionfo di millenarismo apocalittico, di matrice sia cattolica che protestante (quasi ogni settimana si leva una nuova previsione catastrofista o si pubblica un libro che mette in fila le più disparate rivelazioni private, con grande successo in termini economici), il canadese Michael D. O’Brien dice la sua in merito con Apocalisse e lo fa da cattolico autentico, in maniera seria e intellettualmente meritoria. Non piacerà molto ai progressisti, così come agli invasati, ma tant’è. Già nel romanzo L’inviato era stato molto duro con chi sostiene di ricevere rivelazioni private e predice la fine del mondo arrogandosi la pretesa di essere ascoltato in quanto voce di Dio: la fame per le rivelazioni segrete diventa infatti ossessione e fiducia in una forma di gnosticismo che nulla ha a che vedere con la fede cristiana. E qui l’autore canadese non si allontana di molto da questa posizione: che la Chiesa sia chiamata a combattere contro gli attacchi del demonio nel mondo e nella storia è un dato di fatto già anticipato dalle Scritture, ma O’Brien invita a tenere la discussione su toni pacati. Lo stesso San Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi scrive: “Non disprezzate le profezie”, ma poi aggiunge: “Esaminate ogni cosa”. D’altronde, sappiamo che Gesù Cristo tornerà alla fine dei tempi, e che siamo chiamati ad attenderlo e a vegliare: «Presumere di aver ricevuto in anticipo una perfetta decodifica delle profezie simboliche contenute nel libro dell'Apocalisse […] significa fiaccare la nostra capacità di discernimento e la nostra disponibilità a lasciarci guidare dallo Spirito Santo e dagli angeli. Da un lato, questa debolezza può condurci verso la tirannia di orribili paure, dall'altro verso la fiducia in noi stessi. Entrambe le reazioni causano una maggiore vulnerabilità agli inganni del nemico». Forse la situazione attuale del mondo (con l’apostasia, la negazione delle radici cristiane dell’Europa, la perdita di significato e di valore della persona umana, la legislazione abortista, la legalizzazione dell’eutanasia) sembra accelerare questo processo, ma comunque la si guardi nessuno sa quando ciò avverrà, e questo vale anche e soprattutto per la vita di ognuno di noi: il Signore passa e ci visita, perciò siamo chiamati a vegliare. Per questo O’Brien lamenta il fatto che, di tutte le dimensioni della fede, l’escatologia sia quella forse più trascurata oggi, soprattutto dai credenti. Basandosi sull’Apocalisse biblica, i Vangeli, il Catechismo della Chiesa Cattolica e le parole di John Henry Newman, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI, Madre Teresa di Calcutta e di scrittori moderni come C.S. Lewis, G.K. Chesterton e J.R.R. Tolkien, l’autore invita a prestare attenzione ai “segni dei tempi” e a interrogarci sul nostro modo di vivere la dimensione escatologica, nella vita concreta di ognuno e in base a quello che siamo chiamati a fare. Ogni volta che rifiutiamo l’interpretazione della Chiesa e pretendiamo di decidere noi cosa significhino le Scritture, non solo possiamo essere ingannati dal demonio ma inoltre passiamo dalla parte dell’individualismo e del principio dell’Anticristo, anche perché ci dimentichiamo che la vittoria di Cristo è il primo e l’ultimo tema del libro dell’Apocalisse: «Non siamo soli, non siamo abbandonati alla malizia delle potenze oscure e delle energie maligne dei loro agenti umani. Gesù Cristo è il Signore della storia, è Lui quello a cui ci dobbiamo aggrappare velocemente mentre passiamo attraverso un periodo buio». O’Brien ce l’ha soprattutto con lo spaesamento all’interno della Chiesa, con le ambiguità dottrinali «che iniziano creando confusione morale e finiscono con molte persone a presumere che la verità non sia applicabile alla realtà pratica», con l’uso erroneo del principio del “male minore” che, a causa di ignoranza o di una cattiva ecclesiologia, ha portato i cattolici a sostenere i suoi nemici: l’escatologia non nega l’evangelizzazione, anzi, come hanno dimostrato Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, le due cose vanno a braccetto. Meglio la prima parte, poi si ripete un po’: sembra che il libro sia una raccolta di diversi articoli su tematiche affini.

giovedì 4 aprile 2019

Jason Aaron, Mahmud Asrar - La maledizione della strega cremisi

È un gran periodo per Conan il cimmero, iconica creazione dello scrittore americano Robert Howard: prima la serie francese basata sui racconti originali di Howard, adesso la nuova serie di fumetti Marvel che è rientrata in possesso dei diritti e ha rilanciato una pubblicazione bimestrale, Conan il barbaro, affidata a Jason Aaron (testi) e Mahmud Asrar (disegni), che dovrebbe alternarsi a una seconda serie, La spada selvaggia di Conan. Questo primo numero, La maledizione della strega cremisi, presenta una storia originale e ci mostra Conan sue due piani narrativi, in due diversi momenti della sua vita: all’inizio della carriera, quando si batte per denaro nelle fosse di combattimento e ha «rubato la sua spada arrugginita la notte prima, dopo aver perso la propria fra i fumi dell’alcol», e poi molto più avanti, quando è re di Aquilonia. Vincitore nell’arena, incontra una giovane e avvenente fanciulla, con cui naturalmente finisce a letto poco dopo; peccato che costei sia in realtà una terribile vecchia strega che lo artiglia nella schiena, in una scena ricorda molto da vicino quella del primo film con Schwarzenegger (una citazione?). Conan viene catturato per essere sacrificato a un oscuro demone tipicamente howardiano, ma riesce a liberarsi e ad abbattere la strega; anni dopo, re Conan si troverà nuovamente ad affrontare quella stessa strega che credeva di aver ucciso. La quarantina di pagine che ci viene offerta (con la bella prospettiva di aspettare due mesi per il prossimo numero) è forse un po’ troppo esigua per esprimere un giudizio compiuto sull’opera,  ma per ora gli elementi per fare bene ci sono tutti: il fumetto si presenta molto moderno e violento, giocato sulle tinte del rosso, del nero e del grigio, con grande spazio dato all'azione, è Conan è ritratto nella sua canonica veste di montagna di muscoli. Anzi, per tenere desta l’attenzione e non diminuire il ritmo, le riflessioni del nostro eroe (come su quella della sua fede nel dio Crom) vengono espresse proprio durante il combattimento, ma è indubbio che siano efficaci («Come si uccide un mucchio di morti rabbioso, si chiedeva Conan. La risposta possibile era soltanto una. Nello stesso modo in cui si uccidono i vivi. Un feroce colpo alla volta»). Allo stesso tempo, ne viene sottolineata la pietà come re («Ho ucciso io questi uomini. Che li abbia uccisi con la mia spada o no. E un cimmero guarda negli occhi gli uomini che uccide. Anche se al suo sguardo risponde solo la morte»). Ad accompagnare l’albo, in chiusura troviamo la prima parte di un racconto in prosa, La stella nera, scritto da John C. Hocking, già autore di un romanzo dedicato a Conan.

mercoledì 3 aprile 2019

Howard Phillips Lovecraft - La casa evitata

Il tema della casa maledetta e/o infestata è uno dei cardini dell’orrore americano. L’ha affrontato anche Lovecraft con questo racconto La casa evitata, altrove anche intitolata La casa stregata, in cui il protagonista, incuriosito dalle voci che circolano su una casa abbandonata di Providence, decide di rivelare, insieme a suo zio Elihu Whipple, il mistero che aleggia intorno alla struttura e risolvere gli enigmi del passato. La prima parte è costituita dalla ricostruzione storica delle innumerevoli morti che hanno colpito i proprietari nel corso di quasi due secoli, la seconda è invece l’azione vera e propria, quando zio e nipote si improvvisano ghostbusters e si appostano di notte all’interno della casa. Ovviamente, lo stile minuzioso e descrittivo è perfetto per rendere la natura investigativa del racconto, ma potrà far storcere la bocca a qualcuno. La cosa interessante è notare come già l’orrore della casa rispecchi in pieno la produzione maggiore di Lovecraft (quella del ciclo di Cthulhu): una “abominazione gorgogliante”, una forma solo in parte umana e difficilmente riconducibile alla nostra percezione («Ho detto di averla vista, ma solo con uno sforzo successivamente riuscii a ricordare la fisionomia dell’entità, ricostruendo il suo abominevole tentativo di darsi una forma»), un abominio che altera «i principi basilari del tempo e dello spazio nel fondersi in combinazioni del tutto illogiche» e riduce anche l’uomo di cui prende possesso a una folle caricatura. Una muffa maligna ha le stesse caratteristiche dei Grandi Antichi: questa è la coerenza dei grandi scrittori.

lunedì 1 aprile 2019

Robert E. Howard, Vincent Brugeas, Ronan Toulhoat - Colosso nero

Secondo capitolo per la serie francese dedicata alle avventure di Conan il cimmero: tocca a Colosso nero, che si configura come opera completamente diversa dal primo La regina della Costa Nera e non potrebbe essere altrimenti visto che ogni volume è gestito da un team artistico differente e concepito come storia indipendente e compiuta nella sua natura episodica. Questa volta il compito è affidato a Vincent Brugeas (testi) e Ronan Toulhoat (disegni) e il risultato è sicuramente convincente, ma aggiungo che chiunque partirebbe avvantaggiato partendo da un testo come quello di Robert Howard che è già una gemma se preso da solo. In questo caso il nostro barbaro (che entra in scena in una taverna in compagnia di due mercenari, dei quali uno ha la testa affondata nelle tette di una donnaccia) aiuta la principessa Yasmela di Khoraja a fronteggiare la minaccia di uno stregone morto tremila anni prima che continua a perseguitare i suoi sogni e si accinge a invadere il suo regno; è il dio Mitra a dire alla ragazza di affidarsi al primo uomo che avrebbe incontrato per la strada, e Conan, come sempre dotato di estremo realismo («È solo un uomo… E se è già morto una volta può benissimo morire una seconda») guida quindi le armate di Khoraja in una battaglia campale fino allo scontro finale contro lo stregone Thugra Khotan, stratega senza pari e detentore di grandi poteri magici, ma obnubilato dalla sua concupiscenza nei confronti di Yasmela. Ovviamente, il cimmero conquisterà la vittoria e la principessa, anche se a dire il vero è proprio lei a buttarglisi addosso in preda al furore erotico («Come principessa, appartengo al mio popolo… La mia vita, i miei amori, sono destinati ad esso. Ma qui, ora, non sono niente. E per un istante… sono tua…»). Nella storia si avverte molto forte lo scontro (mai risolto) fra natura e cultura tipico della produzione howardiana: Conan viene digerito molto male dallo stato maggiore della principessa, mentre lui non bada a queste cose, come si vede molto bene quando Yasmela sposta la tenda e lo rivela ai suoi nobili mentre è intento a spolpare un cosciotto, senza curarsi del protocollo e senza sentirsi minimamente inferiore a qualsiasi aristocratico. Inoltre, sempre connesso a questo conflitto fra natura e cultura, vediamo una riflessione di Howard su due diversi tipi di coraggio: un modello aristocratico ed eroico, rappresentato dallo sprezzante conte Thespides, che si rifiuta di obbedire a «un selvaggio, un bifolco ignorante e senza cultura» e che, considerando disdicevole e vile attendere il nemico, si ostina ad attaccare comunque con i suoi cavalieri per provare il suo coraggio e il suo rango, votandosi a morte certa; l’altro modello rappresentato invece da Conan, che essendo insignito del potere sente la responsabilità della vita dei suoi uomini («Non sprecherò la vita dei miei uomini per una semplice questione d’orgoglio») e giunge a comprendere le indecisioni e i dubbi della principessa Yasmela. Dal punto di vista grafico, il volume convince per certe soluzioni adottate, prima fra tutte l’utilizzo di linee prive di colore per far rivivere le leggende del passato quando il ladro Shevatas entra nella città di Kuthchemes, mentre nelle scene di battaglia, spesso mute e affidate alle immagini di massa sulle tonalità del rosso e del nero, si giunge a respirare uno sprazzo pura epica barbarica.