domenica 5 maggio 2019

Michael Swanwick - La figlia del drago di ferro

I draghi sono creature sempre interessanti, anche se sono biomeccanici, di ferro e a vapore. È il caso de La figlia del drago di ferro di Michael Swanwick, di cui avevo già letto Gli dei di Mosca qualche anno fa trovandolo molto bello. A parlarne bene nel nostro Paese sono stati come sempre il Duca di Baionette (la cui collana Vaporteppa ha per l’appunto pubblicato Gli dei di Mosca) e Chiara Gamberetta, quindi una garanzia di affidabilità. Eppure, è bene precisare che ci troviamo di fronte a una lettura impegnativa e strana, non solo per la sua spiccata propensione al weird: Swanwick parte dal presupposto che il Piccolo Popolo del folklore si sia evoluto verso l’utilizzo del metodo scientifico e immagina un mondo alternativo dominato dagli elfi, i cui signori si contendono il pianeta, in mezzo a tutte le altre creature fantastiche: fate, gnomi, goblin, orchi, troll, fauni, ragazze libellula, gargoyle di pietra e altre creature antropomorfe dotate di becco, zanne, ali e altri arti, perfino i magri notturni di lovecraftiana memoria; gli umani, l’unica razza non nativa di questo mondo, sono invece prigionieri rapiti alla loro realtà (la nostra). Tutte queste creature sono ciniche, crudeli, egoiste e sessualmente affamate, e mantengono comunque le loro caratteristiche magiche: la magia non è abbandonata, anzi, è connessa alla fisica (comprensiva di campi magnetici) e basata sulle maledizioni e sulle predizioni basate sul sangue. C’è anche l’alchimia, che è connessa alla chimica e si studia all’università, esistono i portali magici, mentre le streghe del villaggio consigliano alle giovani donne le tecniche di contraccezione. Nel mondo ci sono i grattacieli, gli attici, le fabbriche, l’elettricità, la televisione, le sigarette e i centri commerciali (al cui interno il tempo va a rilento); gli adolescenti sniffano strisce di “polvere fatata”, alcune razze sono ghettizzate, sui muri sono impressi graffiti comunisteggianti “elfi, andate in malora!” e “potere ai nani” con un paio di martelli incrociati sotto. Senza contare che si tratta di una società perversa e violenta, con tumulti e agitazioni pubbliche, combattimenti fra nani, spettacoli pornografici per feticisti dei troll e sacrifici cruenti: valgano per tutti il rituale della Decima, la soppressione violenta di un decimo di tutto (studenti, drogati, negozi, palazzi, libri), e quello della regina di vimini, titolo che permette alla ragazza che lo consegue di poter vivere per un anno come una vera celebrità, apparendo in televisione e ai concorsi per poi venire uccisa nel corso di uno spettacolo pubblico in un’arena. Il tutto in base al volere di una misteriosa e crudele Dea, il cui agire è inconoscibile e insondabile. Per soprammercato, troviamo anche la reincarnazione. Ci troviamo al cospetto di un romanzo a metà strada fra lo steampunk e l’urban fantasy, che rappresenta senza dubbio una nuova interpretazione del fantastico ma che risulta forse troppo metaletterario e autoconsapevole: non sappiamo in che mondo siamo, ma le connessioni alla nostra realtà sono veramente troppe, visto che esistono generi musicali come il rap e l’heavy metal, qualcuno indossa un completo italiano e si usano espressioni francesi, senza che nel romanzo l’Italia o la Francia esistano. La vicenda è incentrata su Jane, una changeling, una bambina scambiata che vive segregata in una fabbrica di draghi con altri bambini di ogni razza fatata tenuti in schiavitù. Si imbatte in Melanchton, un drago scartato e arrugginito destinato alla demolizione, di cui subisce il fascino accettando di divenire la sua pilota. Grazie a lui riesce a fuggire e in qualche modo ad affrancarsi: la ritroviamo a scuola e poi all’università, alle prese con i ragazzi, le prime amicizie e le rivalità che si vengono a creare, il vizio e la corruzione. E poi c’è il sesso: per governare Melanchton, Jane deve restare vergine, poi però la ragazza (mossa dalle pulsioni dell’adolescenza) scopre che i rapporti sessuali fanno funzionare meglio i processi alchemici attraverso rituali esoterici che ricordano molto i riti della fertilità studiati dagli antropologi (addirittura, nel mentre Jane può parlare alla sua madre umana in visione). È qui che si vede la vera natura di romanzo di formazione alla Dickens, con la classica trovatella che deve crescere in fretta e imparare ad adeguarsi al mondo che le sta intorno, vivendo ogni volta dei traumi emotivi della crescita. Purtroppo la storia è difficile da seguire, sia per i salti temporali operati dall’autore, sia per la scelta di non spiegare mai di cosa si sta parlando in base a un’applicazione estrema del principio “Show, don’t tell”: in questo modo personaggi, ambienti e situazioni vengono solo vagamente tratteggiati, risultando confusi e lasciando il lettore sgomento e spaesato. Sarebbe però un errore bollare La figlia del drago di ferro come un fallimento: ci sono delle idee bellissime, a partire da quella che la conoscenza del vero nome delle cose e delle persone sia la chiave per possedere il funzionamento di un meccanismo e la vita degli altri; l’awen, l’ispirazione poetica che pervade il corpo di chi ne è posseduto; l’Orologio del Tempo, che accelera in un colpo il ritmo della vita di chi lo oltrepassa; la civiltà dei meryon, instancabili microtecnici e maestri di bricolage, creature con sei gambe delle dimensioni delle formiche che sono il risultato della degenerazione (durata eoni) dei folletti; il libraio che preferisce morire che vendere i libri della sua collezione («Meglio bruciare insieme che sopravvivere e dimorare nel cadavere della mia amata, costantemente circondato da promemoria della sua precedente bellezza»). Dove invece il romanzo spicca è il rapporto tra Jane e Melanchton: i draghi di Swanwick sono delle creature malvagie che mantengono sempre la loro natura di macchina da guerra e conservano un desiderio di vendetta nei confronti dei mortali che li comandano con la magia; accettano però di essere governati da un pilota, a patto che abbia almeno una parte di sangue umano, e infatti possono vivere solo in una sorta di simbiosi con il loro pilota, conducendolo un po’ per volta verso il male più assoluto (e infatti il nichilismo di Melanchton si fa strada in Jane). Narrativamente ha dei difetti, ma come creatore di mondi Swanwick è veramente degno di nota.

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