venerdì 25 febbraio 2022

Andrzej Sapkowski - La spada del destino

 

Ed eccomi di nuovo ad affrontare la saga di The Witcher, tornata alla ribalta grazie alla serie tv targata Netflix (di cui però non ho ancora visto la seconda stagione), questa volta con il secondo capitolo La spada del destino («La spada del destino ha due lame. Una sei tu»), che è sempre una raccolta di racconti e di cui ho già parlato anni fa in maniera esauriente QUI. Rispetto al primo Il guardiano degli innocenti, è forse meno focalizzato sulla rielaborazione (e il sovvertimento) del patrimonio favolistico ma lo spirito è lo stesso, e Sapkowski dimostra di essere migliorato come autore, gestendo meglio personaggi e trame. L’ultimo racconto, Qualcosa di più, è stupendo: un crescendo in cui vediamo tutti i momenti della vita di Geralt nei quali lo strigo ha rifiutato l’idea di destino, mentre in fin di vita si rende conto di essere solo e abbandonato da tutti, dalle amanti e addirittura dalla madre, e di avere un nome e una provenienza che non sono nemmeno veri; eppure alla fine scopre di non essere solo davvero e non può negare di essere di fronte a quel “qualcosa in più” che era convinto non sarebbe mai arrivato.

sabato 15 gennaio 2022

Nicholas Blake - Il caso dell’abominevole pupazzo di neve

 
Non è una novità del panorama editoriale internazionale questo Il caso dell’abominevole pupazzo di neve, scritto da Nicholas Blake, pseudonimo del poeta Cecil Day-Lewis (1904-1972), padre del celeberrimo attore Daniel Day-Lewis e autore di una ventina di gialli con protagonista l’investigatore Nigel Strangeways. Credo sia la prima volta che un suo romanzo sia stato tradotto e pubblicato in Italia, tra l’altro con una copertina meravigliosa molto simile a quella de Le sette morti di Evelyn Hardcastle di Stuart Turton (anche se i libri sono molto diversi). La vicenda è ambientata a Dower House, Easterham Manor (una cinquantina di chilometri da Londra), dove la famiglia Restorick (adulti e bambini) è riunita per l’approssimarsi delle festività natalizie. Nigel e la moglie vengono invitati nella dependance di Dower House dall’anziana proprietaria che vuol far indagare al nostro detective (presentato come un esperto di soprannaturale) su cosa è successo durante una seduta spirita nella Stanza del Vescovo (come ogni dimora inglese che si rispetti Dower House ha una leggenda di fantasmi): il gatto di casa è impazzito e si è addormentato improvvisamente. Il giorno successivo all’arrivo dei coniugi Strangeways, la sorella della padrona di casa, Elizabeth Restorick, viene trovata morta impiccata nella sua camera: il classico delitto della camera chiusa, il suicidio sembra ovvio. Nigel però dubita e comincia a indagare: ci sono dei personaggi collegati alla famiglia che danno molto da pensare (lo scrittore progressista, il fratello devoto, l’amica gelosa). La vittima era troppo disinibita per l’epoca (i primi anni della Seconda Guerra Mondiali), troppo libera di costumi e di mentalità, un passato di dipendenza dagli stupefacenti e un figlio avuto da chissà chi. A Dower House si è trasferito anche il suo medico psicologo/terapeuta/ipnotista che la stava seguendo negli ultimi mesi. Le indagini procedono nel pieno rispetto delle regole del genere con osservazioni e intuizioni fino all’identificazione del colpevole, che ovviamente è tra i personaggi principali della vicenda e viene smascherato dal classico monologo finale in cui l’investigatore spiega quanto è stato bravo a risolvere il caso. Non si tratta certamente di un capolavoro della letteratura poliziesca e non brilla certo per sottigliezza psicologica, e per giunta il protagonista è piuttosto canonico (Nigel Strangeways non è di certo Poirot, così come Nicholas Blake non è Agatha Christie), ma Il caso dell’abominevole pupazzo di neve è un giallo all’antica, che dà l’immagine dell’epoca nella quale è ambientato (c’è la guerra ma non è ancora iniziato il bombardamento dell’Inghilterra), in una dimensione che sembra aver cristallizzato il passato (e presente e passato sono intrecciati anche nel caso della famiglia Restorick). Simpatico vedere gli imbranati poliziotti che si trovano ad avere a che fare con un cadavere dopo essersi sempre occupati delle beghe di paese.

martedì 30 novembre 2021

Paolo Nardi - Leggiamo insieme Lo Hobbit

 

E così siamo arrivati al secondo libro. Dopo Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli, di cui è in lavorazione una seconda edizione riveduta e ampliata di 30 pagine con una nuova copertina, ecco arrivare nelle librerie (poche purtroppo) Leggiamo insieme Lo Hobbit, il fratello minore se vogliamo. Di seguito la mia introduzione che inquadra il volume, dedicato a un romanzo ingiustamente bistrattato come opera “per bambini” ma in realtà pieno di sorprese. Qui non c’entra la nuova traduzione di Ottavio Fatica, quindi potete anche darmi una possibilità.

* * *

Sebbene sia spesso pubblicizzato come un libro per bambini e non sia minimamente paragonabile per ricchezza e complessità al Signore degli Anelli (che curiosamente nacque proprio come sequel su richiesta del suo editore), Lo Hobbit accompagna la mia vita sin dall’infanzia, cioè da quando mia mamma mi raccontava la storia di Bilbo Baggins e del drago Smaug: la storia del punto debole nella corazza di un drago che poi veniva colpito dalla freccia di un arciere ha sempre esercitato un fascino irresistibile sulla mia fantasia.
Certo, è un romanzo che apparentemente si presenta come una favola, a partire dalle storie che Tolkien raccontava ai figli, slegata dal suo legendarium che era andato elaborando sin dal 1917: tuttavia, scrivendo Il Signore degli Anelli, Tolkien stesso si accorse che il sequel metteva in luce diverse incongruenze presenti ne Lo Hobbit. Non a caso nel 1951, 14 anni dopo la pubblicazione avvenuta nel 1937, apportò alla seconda edizione alcune modifiche, tra cui la riscrittura del quinto capitolo, Indovinelli nell’oscurità, per fornire la versione “autentica” di come Bilbo si fosse imbattuto nell’Anello magico di Gollum. In origine, Gollum aveva messo in palio il prezioso oggetto per il vincitore della gara di indovinelli, invece ora Tolkien fece in modo che Bilbo lo trovasse per caso. Poi aggiunse un capitolo esplicativo, La cerca di Erebor, per spiegare il perché della missione dei nani e dell’aiuto di Gandalf nel quadro generale della Guerra dell’Anello, a partire dal primo incontro tra Gandalf e Thorin a Brea.
Gli venne addirittura in mente di riscrivere il romanzo con lo stile del Signore degli Anelli, ma abbandonò il progetto e in questo modo preservò il fascino dell’originale. Un po’ lo stesso problema davanti a cui si è trovato Peter Jackson quando si è trovato a dover realizzare la sua seconda trilogia dopo aver già raggiunto il successo con quella del Signore degli Anelli: in qualche modo il regista neozelandese ha tentato di fare quello che Tolkien non aveva potuto, cioè rendere tutto più epico e meno favolistico, ma soprattutto coerente con lo stile caratteristico degli altri film.
Lo Hobbit rimane una deliziosa favola caratterizzata da elementi tipici delle fiabe: i nani, il drago, un tesoro conteso da recuperare, fughe a rotta di collo, episodi di metamorfosi, foreste piene di pericoli e animali parlanti. La struttura è quella classica della Cerca (in questo caso la ricerca di un tesoro) e dell’archetipo letterario del viaggio dell’eroe che torna con degli oggetti magici (l’Anello) e una consapevolezza nuova. Lo dice espressamente lo stesso Tolkien all’inizio della sua narrazione: “Questa è la storia di come un Baggins ebbe un’avventura e si trovò a fare e dire cose del tutto imprevedibili. Può anche aver perso il rispetto del vicinato, ma guadagnò… be’, vedrete voi stessi se alla fine guadagnò qualcosa”. D’altra parte, il sottotitolo originale, There and Back Again, cioè Andata e ritorno (sempre ignorato dalle edizioni italiane che l’hanno trasformato prima in La riconquista del tesoro e poi in Un viaggio inaspettato), allude proprio a questo: alla crescita del personaggio e alla sua trasformazione, alla scoperta del ruolo che è chiamato ad assumere nonostante il suo conformismo e la sua scarsa propensione all’avventura.
Bilbo è l’esempio di come persone ordinarie siano capaci di realizzare grandi imprese e di diventare addirittura sagge, adattandosi alle situazioni e affrontandole con pazienza. Lo stregone Gandalf e i nani gli fanno intraprendere un’avventura che lo metterà a contatto con molte prove e difficoltà e lo porteranno a capire che nella vita c’è molto di più che agio e comodità. Ovviamente lo hobbit non è l’unico personaggio che cambia all’interno dell’avventura: si pensi al nano Thorin, che cede alla cupidigia e alla malattia del drago in un alternarsi di luci e ombre, caduta e redenzione.
Soprattutto, l’umorismo e le frequentissime intromissioni del narratore, il familiare “che lo crediate o no”, le ricapitolazioni introdotte dal “come ricorderete” e le parentesi destinate a far ridere il lettore, contribuiscono forse a rendere Lo Hobbit l’opera tecnicamente meglio scritta tra quelle di Tolkien, o almeno quella più coerente e uniforme, in possesso dello stesso registro dall’inizio alla fine. Anzi, Tolkien non riuscirà mai a essere più divertente di così: valga per tutti l’episodio di Ruggitoro Tuc, pro-prozio di Bilbo, che prese parte alla carica contro le schiere degli orchi e colpì staccando di netto la testa del re nemico con una mazza di legno, risolvendo così la battaglia e inventando allo stesso tempo il gioco del golf.
Ovviamente, come favola, manca la dimensione seria e tragica del suo fratello maggiore (Il Signore degli Anelli), così come il pathos di scene come quelle delle Miniere di Moria o del Passo di Cirith Ungol, ma non bisogna dimenticare che il romanzo termina con la drammatica morte di Thorin e la Battaglia dei Cinque Eserciti, cioè una guerra di carneficina a tutti gli effetti, elemento ben poco favolistico e “fanciullesco”. Inoltre mi sembra di poter ravvisare in nuce la stessa critica nei confronti del progresso scientifico incontrollato che è fonte di distruzione più di quanto lo sia di corruzione; anche la concezione di tempo individuale e tempo mitico ricorda la quella che troveremo nel Il Signore degli Anelli.
Piuttosto, se quest’ultimo romanzo è stato vittima di una serie di interpretazioni forzatamente allegoriche, simboliste e politiche che ne diminuiscono il valore e la portata, Lo Hobbit ha subito invece un’operazione di svilimento per la sua stessa natura di favola: perché infatti leggere e considerare quello che, a conti fatti, è solo un libro per bambini? Così facendo si dimentica che è la presenza del protagonista, un piccolo hobbit con il panciotto e i piedi pelosi, a costituire la novità il fascino di questa storia, gettando un ponte tra le antiche fiabe e il lettore di oggi e configurandosi in tutto e per tutto come un romanzo moderno.
Nel mare di letteratura critica internazionale non mancano comunque delle interessanti letture politico-economiche, che dipingono i personaggi positivi del romanzo come paladini del libero mercato contro le storture del capitalismo. C’è addirittura chi ha parlato di alleanza tra la classe medio-bassa (Bilbo) e i minatori della classe operaia (i nani) in modo da usurpare il potere del capitale parassita, che vive grazie al lavoro della povera gente, accumulando benessere senza avere la capacità di apprezzarne il valore (il drago).
Al di là della liceità di simili teorie, ritengo che così facendo si rischi di perdere il senso centrale dell’opera, che resta prima di tutto il racconto di un viaggio: in fondo, l’intenzione di Tolkien non era quella di realizzare un romanzo allegorico o a tesi. Bisognerebbe tenere presente che Tolkien non lavorava a partire da idee o da manifesti, ma da parole e nomi. Certo, nel Signore degli Anelli ci sono più di 600 nomi di “persone, animali e mostri” e quasi altrettanti toponimi, con l’aggiunta di circa duecento oggetti non classificabili ma ugualmente dotati di un nome, mentre ne Lo Hobbit sono presenti 40-50 nomi propri inseriti in maniera piuttosto noncurante. Un confronto tra le due opere, quindi, è improponibile, ma il modo di approcciarsi alla narrativa è lo stesso: un approccio filologico, che troppo spesso è stato trascurato o dimenticato.
In questa mia analisi, ho ripreso la struttura del mio precedente Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli, cioè quella capitolo per capitolo: nel caso de Lo Hobbit, ogni capitolo assume un ruolo narrativo ben preciso e si distingue per la diversa collocazione geografica e la presenza di nuovi personaggi e nuove creature. Questo rende i diversi capitoli dei piccoli universi a sé stanti, con le proprie prove e le proprie problematiche, pur collegati tra loro in una struttura per nulla casuale, come dimostrato da William Green nel suo fondamentale Lo Hobbit. Un viaggio verso la maturità: il romanzo è popolato di doppi, in una continua simmetria rovesciata di luoghi e situazioni, particolari che confermano la famosa dichiarazione di C.S. Lewis per cui, solo alla dodicesima rilettura in età adulta, Lo Hobbit avrebbe rivelato tutti i suoi livelli di lettura.
Inoltre, proprio come nel caso di Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli, questo libro non porta nulla di nuovo, anzi è del tutto derivativo: mi sono semplicemente avvalso di quanto detto dallo stesso Tolkien nelle sue Lettere e di una serie di mostri sacri di riferimento che nel corso degli anni hanno plasmato la mia lettura dell’opera di questo scrittore. Mi riferisco a Tom Shippey (Tolkien autore del secolo e La via per la Terra di Mezzo), Wu Ming 4 (Difendere la Terra di Mezzo), Brian Rosebury (Tolkien, un fenomeno culturale) e Andrea Monda (A proposito degli Hobbit), ma anche a raccolte come Lo Hobbit e la filosofia, In te c’è più di quanto tu creda e soprattutto C’era una volta… Lo Hobbit. Senza per questo dimenticare Lo Hobbit annotato di Douglas Anderson, l’edizione definitiva del romanzo grazie al consistente apparato di note esplicative.
L’edizione che ho preso a riferimento è quella Bompiani del 2012, che presenta la traduzione di Caterina Ciuferri, non quella storica Adelphi di Elena Jeronimidis Conte: ho preferito così perché, a parte la trasformazione di qualche toponimo (Bosco Atro è diventato Boscotetro e l’Archepietra è tradotta Arkengemma), i nomi sono stati rimessi al loro posto, soprattutto i troll che nella vecchia traduzione erano diventati dei misteriosi Uomini Neri, mentre sono stati fatti sparire i poco verosimili alimenti come la pizza e il mascarpone (quest’ultimo ha lasciato posto ai fiocchi di crema di latte). Anche il ritmo e lo stile, nella traduzione di Caterina Ciuferri, sono meno legati alla tradizione italiana e più vicini al modello anglosassone. Non me ne vogliano i sostenitori della vecchia edizione Adelphi, che aveva anche delle intuizioni notevoli: per esempio Forraspaccata, nome escogitato da Elena Jeronimidis Conte per rendere l’originale Rivendell, era a mio giudizio una variante molto più bella di Gran Burrone della traduzione del Signore degli Anelli di Vittoria Alliata (recentemente Ottavio Fatica ha proposto il più convincente Valforra).
Ho cercato di mettere in luce come, attraverso la fiaba e la capacità di riplasmare il patrimonio delle leggende nordiche, Tolkien cerchi di trasmettere valori etici importanti come la lealtà, l’onore, il coraggio, la clemenza, la generosità e l’umiltà, ma soprattutto l’apertura al diverso: il romanzo è permeato da una critica all’immobilismo, alla diffidenza e alla chiusura verso gli altri. È la stessa cosa che ritroviamo nelle parole dell’elfo Gildor a Frodo nel Signore degli Anelli: “Il mondo intero è tutt’intorno a voi: potete chiudervi dentro la Contea, ma non potete chiudere fuori il mondo per sempre”. Non ci si può nascondere dalle influenze del mondo esterno, pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili e che l’orizzonte si esaurisca poco oltre il proprio giardino o con il fiumiciattolo dietro casa.
Solo mettendosi in gioco, andando al di là dei propri pregiudizi e delle proprie idee di vita comoda, e aprendosi ad altri universi valoriali diversi dai nostri, sarà possibile mettersi in viaggio e forse scoprirsi eroi, riuscendo a portare indietro qualcosa dal nostro viaggio e a ristorare il mondo.

sabato 13 novembre 2021

Paolo Mieli - L'arma della memoria

 

Historia magistra vitae è una frase che è bella da ricordare ma che non serve a nulla. Spesso i vincitori si fanno tornare i conti e aggiustano le cose a danno dei vinti e si ricostruisce il passato proprio e collettivo a proprio uso e consumo, semplificando e creando categorie, prime fra tutte quelle di “buoni” e “cattivi”. Invece un “onesto uso della memoria” comporterebbe un continuo mettere in dubbio ciò che già si sa del passato per andare al di là e scoprire ancora meglio le ragioni del presente. Ecco perché gli studi fatti durante l’obbligo scolastico decenni fa non sono più attuali, perché i libri di testo spesso datati ed edulcorati ed esemplificano fenomeni molto complessi. A spiegarlo è ancora una volta Paolo Mieli in questo L’arma della memoria, che è ancora una volta una raccolta di articoli e recensioni come per altro fanno in molti (ed è quindi inutile bollarla come un’operazione “di cassetta”) e per giunta è espressione di quello che viene dipinto come il principale intellettuale organico al sistema, che sulla televisione di Stato intende spostare gli equilibri della divulgazione storica a destra o a sinistra a seconda della convenienza. Curiosamente, questi suoi articoli sono uno dei modi più interessanti per parlare di storia e di ragionare come la ricerca storica evolva nel tempo, alla luce delle nuove scoperte e interpretazioni. A ben guardare, sin da subito Mieli è molto attento a rivendicare la serietà e l’importanza del mestiere dello storico contro le derive fin troppo comuni della nostra società: il complottismo, «cioè la pretesa di modificare i termini della discussione con l’inserimento di tesi suggestive ancorché indimostrabili» su una presunta Grande Cospirazione Mondiale, e il trasferimento del dibattito storiografico nelle aule di giustizia e nelle carte dei magistrati su fatti sui quali neanche gli storici di professione sono riusciti a fare luce in modo definitivo.

Mieli affronta quindi molti dei luoghi comuni che popolano il nostro immaginario in quanto frutto di revisioni del passato e creazione di miti intoccabili funzionali all’interesse del momento o per avvalorare le proprie tesi politiche o religiose, come l’idea che prima dell’avvento della modernità nel mondo si stesse tutti fermi: in realtà ci si muoveva continuamente, soprattutto nel Medioevo (sovrani, ecclesiastici, politici, dignitari, soldati, studenti, mercanti), mentre a paralizzare tutto furono le guerre napoleoniche a inizio Ottocento. La realtà è sempre più complessa di come la si vorrebbe raffigurare: valgano gli esempi degli ambigui rapporti tra Europa medievale e Impero bizantino fino alla sua caduta, il supposto conservatorismo di Metternich, l’11 settembre del 1683 (l’assedio di Vienna) quando i turchi commisero l’errore di pensare che il mondo cristiano fosse un’unità compatta e non divisa al suo interno. E bisogna anche diffidare delle “leggende nere”, valgano per tutte quella creata dai gesuiti del complotto giansenista per la distruzione della Chiesa a quella della decadenza e corruzione dei gesuiti stessi in seguito al loro scioglimento nel 1773, diffusa dai loro nemici illuministi: in realtà, i problemi erano di natura politica e trovano la loro origine dalla situazione del Sudamerica e dalla schiavizzazione degli indios. Neanche il Risorgimento è così caratterizzato da bianchi e neri: si prenda l’esempio dell’insubordinazione di Garibaldi che culminò in uno scontro sull’Aspromonte con l’esercito regio, oppure quello del tanto calunniato Regno delle Due Sicilie dei Borbone, che non fu così reazionario come è sempre stato dipinto: anzi, fu capace di inglobare istanze legittimiste e altre provenienti dal precedente regime murattiano, mantenendo (a differenza dei tanto celebrati Savoia) le riforme del decennio napoleonico. Allo stesso modo, non è vero che i liberali meridionali fossero affratellati dalla comune fede politica risorgimentale, così come non è vero che i cattolici erano tutti antiunitari.

Da sottolineare anche la storia del Trattato teologico-politico di Spinoza del 1670, un appassionato tentativo di esercitare la libertà di pensare propugnando un clima di tolleranza e del tentativo di bloccarlo da parte delle gerarchie religiose calviniste olandesi, che non potevano tollerare i dubbi sollevati sulle Sacre Scritture. Nel caso di Galileo, invece, bisognerebbe tenere conto che la questione è stata cambiata radicalmente, tanto che nell’immaginario collettivo lo scienziato è considerato solo un anticlericale che si scontra con «filosofi testardi» e «preti che vomitano fuoco», sminuendo di molto la ricchezza del personaggio, genio eclettico sia matematico che umanista. Inoltre, la sua opera fu dichiarata eretica nel 1616 ma due secoli dopo il problema dell’eliocentrismo si ripropose per il Sant’Uffizio con un’altra opera di Giuseppe Settele che provocò una prima crepa nella censura cattolica e fece cambiare idea in una lettura tradizionale delle Sacre Scritture ma non contraria alla fede. E si arrivò così a Leone XIII che stabilì, pur senza nominare Galileo, che Dio non insegnava fisica tramite Mosè, e quindi il Concilio Vaticano II con la riapertura del caso e la commissione di studio istituita da Giovanni Paolo II.

Una consistente parte del volume è dedicata agli ebrei, ai loro rapporti con l’Islam che prima in qualche modo garantì i loro diritti come dhimmi ma poi li espulse dalla Spagna musulmana; questione molto interessante è la tesi che presenta i rapporti degli ebrei con i re medievali che caratterizzò larga parte della storia degli ebrei europei che cercarono con questa “alleanza regia” di sfuggire ai potenti locali e all’ostilità nei loro confronti: solo uno Stato centralizzato poteva garantire e appoggiare i loro diritti, ritenendo che ci avrebbero pensato gli Stati a debellare l’antisemitismo. Con il risultato che nel corso dei secoli la fedeltà agli Stati e ai loro apparati e l’appoggio dato all’unificazione di Paesi come Italia e Germania fece sì che si coagulasse contro di loro un antisemitismo che otteneva l’assenso dell’opinione pubblica, perché gli ebrei venivano visti come i principali rappresentati dello Stato. Ma è singolare il capitolo sul comportamento di Hannah Arendt durante il processo Eichmann, al centro del suo famosissimo La banalità del male: la Arendt mancò dall’aula per buona parte del processo, mise in cattiva luce i poliziotti israeliani e i Consigli ebraici ed equiparò i sionisti ai nazisti, anche se alla fine fu favorevole alla pena di morte.

Interessantissima la questione della pluralità dei Rinascimenti non solo europei: per l’Italia e l’Europa, infatti, c’è chi fa iniziare il Rinascimento con Petrarca, con la caduta di Costantinopoli (1453) o con la scoperta dell’America (1492), ma altri Paesi e altre civiltà hanno avuto in altre epoche il loro Rinascimento, inteso come apertura verso la modernità, mentre oggi osserviamo come il Giappone, le “tigri asiatiche” e probabilmente anche la Cina «siano all’avanguardia della modernità, anche se apparentemente non hanno mai avuto un loro Rinascimento. Apparentemente, appunto». Una questione che si inserisce nel più complesso tema della storiografia globale e non eurocentrica: nonostante i proclami, gli storici hanno in qualche caso manifestato una maggiore attenzione al resto del mondo, ma hanno sempre ricondotto il tutto alle leggi ferree dell’eurocentrismo. 

Potrà non piacere, ma Mieli è il primo a denunciare l’egemonia che gli storici di sinistra hanno esercitato e tendono a esercitare sulla storia della Resistenza e dei rapporti dei partigiani con gli Alleati (l’uccisione del filosofo fascista Giovanni Gentile rientrerebbe in questo gioco molto pericoloso), ed è abilissimo nel districare gli attriti tra Mussolini e il re nella singolare diarchia che per vent’anni ha retto l’Italia. Allo stesso tempo sottolinea l’occasione non colta dal duce nei confronti dei Paesi anglosassoni, quando riuscì a godere di prestigio presso Churchill in ottica antisocialista e il suo modello corporativo fu visto favorevolmente da Roosevelt. Tra gli altri problemi affrontati, il terrificante microcosmo delle navi negriere con mortalità elevata anche per gli equipaggi, la trasversale riabilitazione di Attila, la bufala del carteggio Mussolini-Churchill.

martedì 12 ottobre 2021

Emmanuel Carrère - Yoga

 

A prescindere dal mio difficile rapporto con Emmanuel Carrère, questo Yoga è un libro strano. Quello che doveva essere un saggio sullo yoga come disciplina (non un’attività ginnica trendy ma una galassia profonda che deve essere conosciuta e approfondita) è in realtà un progetto fallito perché si è ibridato con tutta una serie di avvenimenti ed esperienze personali (la morte del suo editore, il divorzio dalla moglie, la caduta nella depressione, il ricovero in un reparto psichiatrico e l’elettroshock) e di eventi della storia mondiale di questi ultimi anni (gli attentati a Charlie Hebdo e al Bataclan, i campi dei migranti in Grecia). Ne viene fuori un’opera disorganica e frammentata in equilibrio tra la serenità e la sofferenza, la vita e la morte, la realtà e la menzogna. E di menzogna si è parlato molto a proposito di questo libro perché Carrère ha sempre detto che la letteratura è un ambito nel quale non si può mentire e invece in questo caso ha cancellato la presenza della moglie durante il suo ricovero (c’era un contratto che prevedeva non si parlasse di lei), quindi lo scrittore è stato il primo a contraddire la sua stessa deontologia professionale. Aggiungiamoci poi che i due mesi di volontariato da lui descritti in un campo di accoglienza greco per rifugiati afghani erano in realtà due giorni. E così c’è gente che si è detta scandalizzata per questo tradimento (non si mente sui migranti!) e ha rivelato di aver buttato via la sua copia di Limonov. Sai che novità, come se la letteratura non mentisse mai e Carrère non avesse mai inventato o ricamato sulla sua vita trasformandola in fiction: anche in Limonov Carrère parlava di se stesso attraverso un altro, e ne Il Regno parlava di San Paolo ma in realtà parlava di San Emmanuel Carrère. In questo senso Yoga è un libro molto più onesto perché fa finalmente quello che Carrère ha cercato di fare altrove, cioè mettere in scena se stesso come protagonista della vicenda, con l’ambizioso e narcisistico fine di ottenere il pieno riconoscimento come intellettuale (colto e molto radical chic). Si tratta di autofiction a tutto tondo, un racconto interiore finalizzato più alla rappresentazione di se stessi che al superamento dei propri fantasmi (le depressione dev’essere una brutta bestia). È scritto molto bene e risulta come sempre godibile, anche se può dare sui nervi.

sabato 18 settembre 2021

Umberto Eco - Il superuomo di massa

 

Credete ingenuamente che i prodotti pop siano banali e non politicamente impegnati? Niente di più erroneo, spiega Umberto Eco in questo suo Il superuomo di massa, raccolta di saggi tra la narratologia e la semiotica che risale alla metà degli anni Settanta e che è tesa a dimostrare come, secondo la dichiarazione di Gramsci, il superuomo nietzschiano non si trova in Zarathustra ma prima nel Conte di Montecristo di Dumas. Insomma, il superomismo è nato nella letteratura prima che nella filosofia e segue dei precisi pattern che si ripetono da due secoli. L’analisi di Eco (intellettuale sempre molto aperto al legame tra cultura alta e cultura bassa) riguarda il romanzo d’appendice o popolare: popolare non nel senso di prodotto per il popolo in quanto massa non istruita, ma genere rivolto a tutti e dalle tematiche di interesse collettivo. A differenza del romanzo problematico, il romanzo popolare blandisce il suo pubblico, dà al pubblico quello che esso si attende e finisce esattamente come tutti desiderano che finisca, una conferma delle convinzioni del pubblico di destinazione. Per questo il romanzo popolare è il genere consolatorio per antonomasia, e quindi populista e demagogico: abbonda di luoghi comuni, caratteri prefabbricati, schematizzazioni, stereotipi privi di penetrazione psicologica come nelle favole, e «di soluzioni precostituite, atte a procurare al lettore la gioia del riconoscimento del già noto», e questo a dispetto delle sue rivelazioni e dei suoi incredibili colpi di scena. Tutto deve necessariamente ritornare alla condizione di partenza, senza mutamenti, pacificando il lettore: se il romanzo popolare denuncia le contraddizioni e le storture della società, al tempo stesso offre però soluzioni consolatorie, facendo intervenire un elemento a sanare la piaga e a vendicare le vittime, oltre che il lettore turbato. Ma attenzione: romanzo popolare non significa romanzo “brutto”, perché «nel far questo metterà in opera una tale energia, sprigionerà una tale felicità, (...) da procurare piaceri che sarebbe ipocrita nascondere».

Attraverso l’esame di autori come Balzac, Dumas e Sue, e di opere come I misteri di Parigi, I Beati Paoli Il Conte di Montecristo, ed eroi come Rocambole, Arsenio Lupin (modello spregiudicato e salottiero del romanzo reazionario del primo Novecento) e Tarzan, Eco mette in luce come il feuilleton tragga spunto dalle condizioni del proletariato e sottoproletariato, un universo manicheo dove gli umili sono insidiati dai potenti e salvati solo dall’intervento del Superuomo, capace di ristabilire l’ordine e vendicare i più deboli. Una soluzione autoritaria paternalistica, autogarantita e autofondata, che agisce contro le regole consuete, anche complottando all’interno di società segrete. Modello del vendicatore è Edmond Dantès, protagonista del Conte di Montecristo ed eroe dai tratti byroniani che si circonda i delinquenti, assume hashish e ha persino una schiava. Questo è però solo il primo periodo del romanzo popolare, quello romantico-eroico dell’Ottocento, piccolo-borghese e artigiano-operaio: in realtà ce ne sono altri due. Quello di fine Ottocento, borghese, populista, imperialista, reazionario, razzista e antisemita, in cui «il personaggio principale non è più l’eroe vendicatore degli oppressi, ma l’uomo comune, l’innocente che trionfa dei suoi nemici dopo lunghe traversie». C’è poi un terzo periodo, quello “neo-eroico” di inizio Novecento, che «vede in scena gli eroi antisociali, esseri eccezionali che non vendicano più gli oppressi ma perseguono un loro piano egoistico di potere: sono Arsenio Lupin e Fantômas». E c’è un particolare che è importante sottolineare: il romanzo d’appendice è servito da modello come impresa editoriale e come schema narrativo-ideologico, andando così a costituire una categoria di fondamentale importanza nell’analisi del romanzo come genere letterario.

Il saggio è veramente approfondito e ben scritto, e offre a Eco l’opportunità di lasciar trasparire la sua conoscenza enciclopedica della materia trattata, senza per questo condannare i vari autori per le loro idee: valga per tutti il capitolo su Pitigrilli (scrittore anarco-conservatore per non dire qualunquista nella sua crociata contro la categoria antistorica degli “imbecilli”), che critica ma allo stesso tempo offre giustizia a un autore che meriterebbe una riscoperta, capace di trattare con disinvoltura libertina e intento moralistico i miti della società in cui viveva. Altre volte fa sorridere quando parla dell’omosessualità latente di Tarzan che ignora le profferte femminili per trovare una sorta di compensazione nell’«abbarbicarsi a un altro corpo nudo virile nell’enfasi della lotta». Infine, un saggio su James Bond e le strutture narrative dei romanzi manichei di Ian Fleming: prestante, duro, freddo e affascinante, Bond si contrappone a un malvagio straniero (anche ebreo, negro o un mix di elementi slavi, latini e tedeschi), mostruoso e sessualmente inabile (o masochista), e a una minaccia globale che nella maggioranza dei casi concerne con il nucleare. Ovviamente c’è poi una giovane donna in gravi ambasce che alla fine della missione sarà ben contenta di consolare il nostro eroe e di curare le sue ferite (seppure lui sia destinato a perderla), il tutto in un complesso intreccio in termini di gioco (c’è sempre una partita a carte) secondo una ripetizione di mosse e coppie combinatorie: «il piacere del lettore consiste nel trovarsi immesso in un gioco di cui conosce i pezzi e le regole – e persino l’esito – traendo piacere semplicemente dal seguire le variazioni minime attraverso le quali il vincitore realizzerà il suo scopo», e questo perché tipico del romanzo giallo (popolare, proprio come quello d’appendice) «non è la variazione dei fatti, quanto piuttosto il ritorno di uno schema abituale nel quale il lettore possa riconoscere qualcosa di già visto cui si era affezionato».

sabato 4 settembre 2021

Michel Houellebecq - Estensione del dominio della lotta

 

Breve romanzo d’esordio di Michel Houellebecq in parte autobiografico che rilegge il suo periodo da programmatore informatico come esperienza esistenziale ma che, come prova lo stesso titolo da pamphlet, Estensione del dominio della lotta, fa da manifesto programmatico della poetica dell’autore. Totalmente nichilista, racconta in prima persona la storia di un protagonista trentenne sociopatico che non riesce a tessere relazioni con altre persone (soprattutto di genere femminile), soffre del male di vivere, ha una forte depressione. Siamo nei territori della pura letteratura del disagio. La trama è molto labile e noi entriamo nella testa del personaggio, espediente che permette di raccontare l’ambiente intorno a lui, cioè una società capitalista, ultraliberale e disumanizzata («A Parigi si può anche schiattare in mezzo alla strada, a nessuno gliene fotte niente») che obbliga tutti a conformarsi alla “norma” e a dedicare l’intera propria vita al lavoro e al falso liberalismo sessuale. Molto interessante a questo proposito la critica alla falsa moltiplicazione di libertà portata dalla società dell’informazione funzionale alla logica capitalistica dello sfruttamento dei desideri, come prova la figura del collega convinto «che la libertà non sia altro che la possibilità di stabilire diverse interconnessioni tra individui, progetti, organismi, servizi» e che «il massimo di libertà corrisponde al massimo di scelte possibili». Siamo schiavi, e l’unica vera libertà diventa quella di dedicarsi al fumo. Alla fine, ci si trova davanti a una denuncia dell’occidente contemporaneo fatta di solitudine, noia, rapporti fasulli, insofferenza e indifferenza anche verso se stessi: nulla è sacro (la chiesa edificata nel luogo del rogo di Giovanna d’Arco definita «un ammasso di tavelle di cemento stranamente ricurve e per metà sprofondate nel suolo») e niente sembra avere senso, nemmeno quella lotta che è caratteristica fondamentale della frenesia della vita, del lavoro, della carriera e del sesso (tutte regolate dalla cosiddetta “legge del mercato”). Nemmeno la psicanalisi può qualcosa: «Spietata scuola di egoismo, la psicanalisi sfrutta con agghiacciante cinismo le brave figliole un po’ smarrite e le trasforma in ignobili bagasce dall’egocentrismo delirante, incapaci di suscitare altro che un legittimo disgusto. Non bisogna accordare la minima fiducia, in nessun caso, a una donna che sia passata per le mani degli psicanalisti. Meschinità, egoismo, ottusità arrogante, totale assenza di senso morale, incapacità cronica di amare: ecco il ritratto esaustivo di una donna “analizzata”». E lo stesso protagonista finisce in cura psichiatrica per essere “ricentrato su se stesso”, prima di trasformarsi (forse) in un folle che uccide donne anziane nelle campagne. Meglio quindi rompere gli stereotipi dentro cui siamo costretti e che costringono la nostra vita e le nostre relazioni, ricorrendo al paradosso («l’uomo è un adolescente menomato») e all’ironia ghignante come nel caso del crudo ritratto della brutta e grassa compagna di classe, il cui nome – ironia della sorte – era Brigitte Bardot; oppure in quello del racconto sugli animali intitolato Dialoghi tra uno scimpanzé e una cicogna che dovrebbe essere «un pamphlet politico di inaudita ferocia». Anche se pagine come quella del conoscente che, per vendicarsi di una delusione in discoteca, vuole uccidere una ragazza e il ragazzo nero che gliel’ha portata via, ma poi li vede insieme in spiaggia, si masturba e si sfracella con la macchina, raggiungono livelli di squallore esistenziale veramente degni di nota.