lunedì 17 giugno 2013

Niccolò Ammaniti - Io non ho paura

Generalmente non ho un buon rapporto con la narrativa italiana, quindi mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di leggere di mia spontanea volontà un libro di Niccolò Ammaniti, ma i regali fanno spesso cambiare idea e soprattutto capire che i pregiudizi sono nocivi. Non solo Io non ho paura mi è piaciuto, ma l’ho addirittura divorato, leggendolo tutto di un fiato (anche se bisogna dire che non è particolarmente lungo). Siamo nell’estate del 1978, ad Acqua Traverse (una piccola frazione immaginaria del Sud Italia): per pagare pegno dopo un gioco con gli amici, Michele Amitrano, un bambino di nove anni, si intrufola in un casale dismesso e si imbatte in una botola che copre una cavità dove è incatenato il coetaneo Filippo. Lo va a trovare, lo aiuta, lo nutre, se lo fa amico. Gli sembra pazzo per via dei suoi discorsi sconnessi (dialoga con dei misteriosi orsetti lavatori e continua a dire di essere morto per spiegarsi il trauma della separazione dai genitori), non capisce perché sia lì, ma intuisce che non deve parlarne con nessuno. Poco per volta, scopre che il bambino è il figlio di un industriale di Pavia, che è stato rapito e che suo padre è uno degli aguzzini (insieme a tutti gli altri abitanti della piccola frazione, dove vige l’assoluta omertà). Fare la cosa giusta, però, è difficile, anche perché lo spietato Sergio, venuto dal Nord, è deciso a soluzioni drastiche. Non mi sento di parlare di critica sociale o di spaccato del Meridione di fine anni Settanta: piuttosto, Io non ho paura è una fiaba gotica che è anche un racconto di formazione sul passaggio all’età adulta e sull’universo poco idilliaco dell’infanzia, segnato dalla scoperta dell’altro (diverso ma così simile da pensare che sia il proprio fratello nascosto) e dal dolore della conoscenza (l’amico Salvatore, benestante e annoiato, tradisce Michele perché uno dei banditi lo lasci guidare un’automobile), attraverso la scoperta della paura e del mondo incomprensibile dei grandi, che hanno ormai perduto del tutto ogni ruolo e funzione esemplare. In questo senso è funzionale la narrazione in prima persona, che utilizza un linguaggio e una sintassi al livello del piccolo protagonista, anche se ora lui è cresciuto e racconta il tutto a posteriori, da adulto. E funzionale si rivela anche la descrizione del paesaggio, un deserto asfissiante e riarso di grano biondeggiante, sia fisico sia mentale, capace di trasfigurare la realtà come solo l’occhio di un bambino sa fare (molteplici sono infatti i richiami al mondo della fantasia e del soprannaturale). Veramente bellissimo; peccato solo per la bestemmia nel testo.

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