martedì 31 dicembre 2019

Christelle Dabos - Fidanzati dell'inverno

Se pensate che il fantasy sia sempre uguale a se stesso e non abbia più niente da dire, Fidanzati dell’inverno della francese Christelle Dabos potrebbe fare per voi. Si tratta del primo capitolo di una trilogia, L’Attraversaspecchi, ambientato in un futuro prossimo venturo steampunk/Belle Époque in cui scienza e magia convivono e in cui, a seguito della frammentazione della Terra, l’umanità è molto diminuita e si è ridotta in clan, le arche, dove tutti gli appartenenti alla stessa famiglia condividono lo stesso potere, che è diverso per ogni clan: altrove le famiglie hanno il potere di infliggere colpi attraverso il sistema nervoso, di vedere le stesse cose o di conservare la memoria. La protagonista della storia, Ofelia, appartenente all’arca di Anima, viene promessa in sposa a un appartenente all’arca del Polo, Thorn, che si presenta subito come un nobile ombroso, sprezzante e altezzoso (nessuno dei due vuole questo matrimonio); ovviamente, si dovrà svelare anche lui, rispecchiando lo stereotipo del bello burbero e problematico. Trasferita a Città-cielo e inizialmente affidata alla zia di Thorn, Berenilde, donna capricciosa, narcisista e calcolatrice, che la nasconde sotto le sembianze di un domestico maschio, Ofelia scoprirà che in questo regno ci sono un’infinità di intrighi politici e tutti cercano di uccidersi a vicenda, e in più lei dovrà cercare di sopravvivere e di venire a capo del suo matrimonio. Il libro è ben scritto, ha una trama molto dinamica (anche se con qualche lungaggine di troppo) ed è a tutti gli effetti un romanzo di formazione con una protagonista adolescente (cosa che ne fa uno young adult) che ha un’evoluzione all’interno della trama: parte goffa, insicura e con poca personalità, ha gli occhiali (è miope), sternutisce sempre e si morsica le cuciture dei guanti, ma è curiosa e intraprendente. Ha due poteri, la capacità di percepire la memoria degli oggetti semplicemente toccandoli e quella di viaggiare attraverso gli specchi; questi due poteri non sono mai abusati ma sempre dosati nella giusta maniera, forse per essere ripresi nei successivi capitoli della saga quando la nostra Ofelia sarà cresciuta come personaggio e li padroneggerà in pieno. Gli altri personaggi sono abbastanza monodimensionali, ma quello che veramente convince è la costruzione del mondo, che rispecchia perfettamente una realtà in cui tutti mentono e indossano delle maschere: Città-cielo è un vero e proprio labirinto sospeso che si organizza in verticale (ci si muove con degli ascensori) con delle porte magiche che fanno sbucare in punti diversi e addirittura dei microclimi particolari. È la città delle illusioni che permettono lo stravolgimento degli spazi o in un infinito gioco di specchi (ma, paradossalmente, in questo mondo di inganni gli specchi rifiutano chi tenta di attraversarli interpretando un ruolo diverso dal proprio): Ofelia non si può fidare di niente e di nessuno, neanche di quello che vede. Inoltre, questo mondo magico ci viene mostrato un po’ per volta e non spiegato, cosa che aumenta l’immersività visto che il lettore scopre le cose insieme a Ofelia. Molto bella l’idea delle clessidre usate come “viaggi vacanza” per ricompensare i servitori e farli viaggiare attraverso delle vere e proprie illusioni.

lunedì 30 dicembre 2019

Stuart Turton - Le sette morti di Evelyn Hardcastle

«Nulla di meglio di una maschera per rivelare la vera natura di chi la porta»: proprio sul concetto di maschera ragiona questo Le sette morti di Evelyn Hardcastle, giallo con elementi mystery che mescola Edgare Wallace, Cluedo, Downton Abbey e Black Mirror e immerge il lettore in una storia molto originale e perfettamente congegnata. Tutto parte dal protagonista Aiden Bishop, che si sveglia in un bosco, non ha memoria di sé, crede di assistere a un omicidio, vede una ragazza che scappa, cerca una via di fuga e approda a una casa enorme e abbandonata a se stessa. La tenuta è quella di Blackheat, e nella casa sono radunati numerosi personaggi, invitati a una festa in maschera in onore del ritorno a casa della figlia degli Hardcastle, Evelyn, dopo essersi trasferita a Parigi. Curiosamente, 19 anni prima, nello stesso giorno si è tenuta la stessa festa, durante la quale è morto il figlio minore degli Hardcastle, Thomas, fatto che ha fatto deflagrare le relazioni all’interno della famiglia e ha segnato in particolar modo Evelyn. A poco a poco Aiden comincia a capire di essere finito in un gioco più grande di lui, fatto di intrighi e scoperte: scopre di non poter fuggire da Blackheath e di avere otto giorni per scoprire il segreto della morte di Evelyn, che ogni sera alle undici muore per un colpo di pistola al ventre cadendo nel laghetto della tenuta. Se all’inizio scopre di essere nel corpo di un medico, Aiden ogni giorno si sposta in un corpo diverso appartenente agli ospiti della casa, vivendo dunque in prima persona gli accadimenti dello stesso giorno fino a quando non sprofonda nel sonno: questi personaggi non sono semplici burattini che lui può muovere a piacimento, ma veri e propri personaggi mossi da emozioni, pulsioni e traumi sempre più difficili da gestire, che condizionano Aiden secondo il loro modo di pensare, la loro personalità e i loro difetti fisici. Il campionario umano è molto ben assortito: ci sono il banchiere, l’agente di polizia, il giocatore d’azzardo, il medico spacciatore, lo stupratore seriale. Arbitro di questo gioco è un personaggio parecchio inquietante, vestito da medico della peste, che non svela il proprio volto; ad affiancare la sua presenza costante ci sono la misteriosa domestica Anna, il cui nome non compare né tra gli invitati né nel personale di servizio, e il lacchè, infallibile cecchino che minaccia di uccidere spietatamente ognuna delle incarnazioni del protagonista. Ovviamente, la narrazione in prima persona permette una totale identificazione con il protagonista da parte del lettore, che ne condivide lo smarrimento, e la questione delle varie incarnazioni è perfetta per rivivere la giornata dai diversi punti di vista e ricostruire il background e le motivazioni di ognuno, in una complessa rete di ricatti, verità e menzogne (e ne vengono dette molte). All’inizio non si capisce nulla ma, stando al gioco, si viene a capo di un vero e proprio mosaico di dettagli e indizi disseminati lungo il testo, cosa che spinge a una rilettura per poter apprezzare molti particolari che, soprattutto all’inizio, si sono inevitabilmente persi. Certo, qualcuno potrebbe avere problemi a non accettare la natura irrazionale dell’indagine (anche se la ricostruzione dell’enigma è del tutto razionale), ma Stuart Turton è capace di utilizzare il giallo per parlare di colpa, peccato, redenzione e perdono. Un romanzo da non sottovalutare.

lunedì 23 dicembre 2019

Friedrich Reck-Malleczewen - Il re degli anabattisti

Nuova edizione Fede & Cultura per quello che è a suo modo un classico, Il re degli anabattisti di Friedrich Reck-Malleczewen, aristocratico prussiano cattolico morto nel campo di concentramento di Dachau, che racconta una vicenda che costituisce parte cospicua anche del fortunato romanzo Q di Luther Blissett: la presa di Münster da parte degli anabattisti nel 1534-35 e il loro tentativo di rinnovamento (o sovvertimento) sociale prima della capitolazione davanti alle truppe del vescovo-principe von Waldeck. Da un lato Münster, città della Vestfalia caratterizzata fin dall’inizio della Riforma da un protestantesimo combattivo e lontano dai compromessi di Lutero; dall’altro l’anabattismo, che non solo predica la necessità di un nuovo battesimo da adulti ma che rappresenta un’opposizione interna al protestantesimo di Lutero (i contadini di Thomas Müntzer avevano cercato di opporsi al sistema feudale e per questo erano stati ferocemente repressi dai principi). Come sempre accade in questo caso, partendo dalla volontà di tornare alla purezza della religione cristiana e da pubbliche dichiarazioni di “reciproca tolleranza” e di “libertà di religione”, costoro tentarono di tornare allo stato edenico attraverso un rinnovamento sociale basato sulle Scritture dell’Antico Testamento: suddivisero la città in parti, cambiarono nome alle strade, proibirono la proprietà privata ed elessero un profeta, Jan Matthys, alla cui morte succedette Jan Bockelson di Leida, uno capace di ammazzare dichiarando: «La porta della misericordia è sbarrata». In breve Bockelson divenne il re di Münster, la nuova Sion in terra, ormai ricettacolo di tutti i criminali dell’impero e contraddistinta dal sangue e dalla follia: una comunione dei beni che diventa comunitarismo se non proprio comunismo («Un cristiano non deve possedere denaro e il suo argento o il suo oro appartengono all’uno come all’altro»), lussuria sfrenata, abusi di ogni tipo, chiese devastate e imbrattate, conventi saccheggiati, poligamia obbligatoria (pena la morte se le donne rifiutavano), isteria collettiva, propaganda, eliminazione delle “bocche inutili”, esecuzioni sommarie e quotidiane per punire il peccato sulla base di un semplice sospetto. Il tutto, ovviamente, condito e legittimato da citazioni bibliche e presunti comandi ricevuti direttamente da Dio: in un’occasione si pensa addirittura di uccidere il vescovo von Waldeck come Oloferne inviando nel suo accampamento una specie di Giuditta con una camicia intrisa di veleno. La cosa più grottesca è proprio il ruolo di Bockelson, autentico “re giullare”, e del suo sgherro Knipperdolling dai «tratti paranoici del santone», cui si deve la decisione (dovuta a una visione) di abbattere i campanili, simbolo dell’illecita superiorità della Chiesa cattolica, affinché tutto ciò che era elevato fosse umiliato. Reck-Malleczewen ricostruisce questa pagina nerissima della Riforma protestante e la legge in chiave controrivoluzionaria, ovvero come il primo grande esperimento di trasformazione violenta della società compiuto in Occidente, direttamente connessa all’esperienza della Germania nazista, di cui lo stesso Reck-Malleczewen era strenuo oppositore. In questo senso si capiscono le sue parole quando parla di «una diabolica intossicazione tedesca, un evento nel corso del quale dagli antri segreti di quest’anima ambigua evasero tutti i diavoli, gli spiriti e i satanassi che fino ad allora si era osato fissare soltanto sulle devote tavole gotiche». L’autore affronta l’episodio di Münster in chiave di «follia collettiva» ed «emblematica psicosi», interrogandosi come abbia potuto verificarsi «proprio in questo angolo della Germania settentrionale, tra una borghesia apparentemente compassata». Quindi individua la chiave di tutto nel Rinascimento, periodo che «ha comportato per la Germania l’introduzione violenta di uno stile di vita straniero» e che ha segnato lo slittamento da una società incentrata su Dio a una basata sul denaro, corrispondente alla rottura dell’unità dei cristiani e dell’impero: il crollo delle «idee più antiche e sacre» ha lasciato spazio al più sfrenato individualismo, spingendo l’uomo nordico «ad accettare l’idea che un capitale che genera interessi fosse un elemento chiave nel corso della storia». In questo modo l’etica svuotata di senso di matrice calvinista diventa virtù fine a se stessa, per arrivare fino a Robespierre «che alla fine, paradossalmente, distrugge la stessa vita per amore della virtù». Addirittura, secondo Reck-Malleczewen, Bockelson nemmeno ci credeva a quel che predicava ed era pronto a tradire la causa «se questo gli avesse consentito di ottenere la pace con l’impero e una vantaggiosa uscita di scena» e soprattutto avesse avuto alle spalle qualche potenza più forte, esattamente come Napoleone perseguitò i giacobini e richiamò l’antica nobiltà emigrata. Certo, spesso l’estrazione aristocratica dell’autore («la canaglia detesterà sempre ciò che non può entrare nel suo cranio scimmiesco»), specie quando si scaglia contro l’affermazione dell’uomo-massa o denuncia della rottura dell’unità dei cristiani e dell’impero in nome di «quel delirio avvelenato» che è l’«uguaglianza di tutti gli uomini», principio che darà origine agli enciclopedisti dell’Illuminismo, alla Rivoluzione francese e a quella bolscevica («Buona notte, amato mondo antico e religioso; buona notte, anti-co Sacro Impero; buona notte, mondo dei cercatori di Dio e dei costruttori di cattedrali… buona notte, buona notte»). Dal punto di vista stilistico, invece, siamo di fronte a un testo modernissimo, che mescola discorso diretto e indiretto, prima e terza persona, frasi profetiche e visioni, scene di violenza e prove documentali; addirittura si interroga su come evolveranno le cose e si rivolge agli stessi rivoltosi, rammentando loro le imprese compiute. In questo modo catapulta il lettore in uno scenario quasi pulp: basti la narrazione in prima persona della fame a Münster, con la gente costretta a mangiare le rilegature in pelle dei libri, gli stivali e le candele, e a cuocere lo sterco di vacca e le proprie feci; o la descrizione della messa orgiastica con il re, le sue regali mogli e l’intera comunità che presentano all’altare offerte sacrificali consistenti in ratti morti, teste putrefatte di gatti e zoccoli di cavalli uccisi. Niente di più distante da un saggio classico e accademico.

sabato 14 dicembre 2019

Tom Gauld - Mooncop

Anche la solitudine può essere poetica, come prova Mooncop, deliziosa graphic novel scritta e disegnata da Tom Gauld in bianco, nero, blu e azzurro che immagina una luna colonizzata e abbandonata dall’uomo. Il satellite è ormai semideserto, in un vero e proprio fallimento dell’immaginario fantascientifico, come a suggerire la negazione di un futuro che (per noi) non è ancora arrivato; tutti tornano sulla Terra e vengono sostituiti da automi intelligenti, quasi una metafora dei piccoli paesini di provincia che si svuotano e scompaiono. È un volume molto malinconico, fatto di poche cose, sfumature e piccole disavventure che fanno sorridere e sognare: il protagonista è un poliziotto che si aggira per la superficie lunare deserta al fine di far rispettare la legge: la sua ronda consiste in una ragazzina da riportare a casa, una signora anziana che è stata tra le prime a trasferirsi sulla luna e che ora è alla ricerca del cane, l’automa senile di Neil Armstrong che vaga attorno al Museo locale. Tutto è pervaso di un’ironia sottile e gentile, basti pensare al poliziotto che ha il 100% di crimini risolti (0 su 0) e all’inserviente del negozio di ciambelle eletta impiegata del mese. Il tratto è essenziale, gli elementi sono ridotti all’osso: tutti (compreso il cane e il bar) sono dotati di casco, e la Terra assume valenza poetica prendendo il posto della luna nel nostro immaginario celeste.

martedì 10 dicembre 2019

Franco Cardini - I Templari

Grande medievista, storico delle crociate ed esperto di rapporti tra cristianesimo e islam, Franco Cardini è uno dei più accreditati studiosi che possono spiegare chi e cosa fossero i cavalieri Templari, troppe volte dipinti come soggetti ambigui, apostoli di una fede segreta attorno a cui si è costruito un mito che li vorrebbe ancora vivi e in possesso di segreti talmente sconvolgenti da cambiare, se rivelati, la storia stessa del mondo (basti pensare al successo di bestseller come Il Codice Da Vinci o, molto più semplicemente, a programmi come Voyager). In questo agile libretto Cardini spazza via ogni ambiguità: nati dopo la conquista di Gerusalemme della Prima Crociata (1099) con il nome di pauperes milites Christi, i Templari furono un ordine monastico-cavalleresco che seppe unire i tradizionali voti di povertà, castità e obbedienza all’uso delle armi, andando a costituire quella che in gergo canonico si chiama “milizia”. Rappresentavano un’evoluzione del semplice concetto di miles sancti Petri coniato da papa Gregorio VII, cioè non più un monachesimo che fugge il mondo e abbraccia il “martirio incruento” della penitenza, bensì “il restare nel mondo per agire in esso usando gli strumenti mondani per un fine che tale non era considerato”. Anche se in breve si affermarono come una potenza economica di prim’ordine, il compito principale dei Templari era quello di combattere e proteggere i pellegrini sulle vie che portavano a Gerusalemme, Santiago de Compostela e altri punti focali della cristianità. Diedero prova di sagacia militare e diplomatica e si mescolarono alle vicende politiche della Terrasanta. Con la cacciata dei cristiani da quest’ultima, i Templari persero il loro ruolo storico e caddero in disgrazia: la loro avventura terminò quando si attirarono le invidie del re di Francia Filippo IV il Bello, desideroso di impossessarsi del loro patrimonio e di ridurre, allo stesso tempo, il potere della Chiesa. Egli li fece arrestare e confessare svariate eresie con tortura: non pago, fece anche bruciare l’ultimo gran maestro, Giacomo di Molay, attirando, secondo la leggenda, la maledizione di questi su di sé e su tutta la sua stirpe per intere generazioni. Era il 1312, e l’avventura dei Templari finì. I membri dell’Ordine furono lasciti liberi, alcuni tornarono allo stato laicale sposandosi, altri scelsero di entrare nell’ordine gemello di San Giovanni (gli Ospitalieri) e negli ordini monastici o mendicanti, altri si dedicarono invece a forme di libera attività (un templare finì corsaro, un altro divenne addirittura capo della guardia di un emiro di Tunisi). Da storico, Cardini sottolinea molto decisamente che qui finisce la vicenda dal punto di vista storico: laddove ci sia stata una sopravvivenza occulta dell’Ordine è bene chiarire che si tratta di effetti del fenomeno conosciuto come “templarismo”, impostosi tra Sei e Settecento e legato a un uso distorto della storia, specie da quando Andrew Michael Ramsay, uno scozzese fedele alla dinastia Stuart esule in Francia, si inventò di sana pianta una diaspora dei Templari in tutta Europa e una loro connessione con la massoneria e il segreto del Graal. Da questo momento in molti hanno contribuito ad aggiungere equivoco a equivoco, falsificazione a falsificazione, confusione a confusione, fra teorie cospirazioniste del complotto ed elucubrazioni sul governo universale dei Superiori Sconosciuti, dalla Santa Vehme al Thal di Zacharias Werner, dalla Sinarchia alla Loggia Luminosa del Vril. Si è venuta così a creare una paccottiglia fantaculturale che fa tendenza e trova costantemente un grosso pubblico, fino a raggiungere un livello massmediale che sfrutta la passione per l’esoterismo di persone che preferiscono raccontarsi delle mediocri fiabe piuttosto che affrontare la lettura di un buon libro.

Dario Calimani - T.S. Eliot. Le geometrie del disordine

Da quando, ormai quasi vent’anni fa, l’ho portato all’esame di Letteratura inglese all’università, T.S. Eliot mi è rimasto dentro. Ogni tanto riaffiorano in me versi della Waste Land come “Madame Sosostris, la famosa chiaroveggente, aveva un brutto raffreddore”, “Temi la morte per acqua!”, “Giag giag a sozze orecchie”, “In the room the women come and go / Talking of Michelangelo” e “You! hypocrite lecteur! – mon semblable, – mon frère!”. Quest’estate a Londra mi sono pure imbattuto nella sua casa, a High Street Kensington, e mi è venuta voglia di riaffrontarlo, riprendendo in mano il libro di testo del mio professore Dario Calimani, ahimè fuori catalogo, che presenta Eliot come un modernista pur «con la delusione e il rimpianto del classicista a cui sono venuti a mancare i valori su cui ha fondato la sua esistenza», e spiega quindi come per lui il Modernismo «è una rivoluzione formale applicata a un contenuto percepito come degradazione e involuzione». Chiariamo subito che si tratta di un testo universitario, quindi abbastanza complesso, documentato e pieno di note bibliografiche e riferimenti testuali, ma è una grandissima lettura. Vista l’ideologia reazionaria, se non dichiaratamente fascista, e l’antisemitismo di questo genio del Novecento, Calimani parte dal dilemma posto dalla poesia di Eliot al critico, se cioè si debba giudicare la sua poesia dal messaggio oppure indipendentemente da esso, e la risposta non può che essere una riflessione critica sul conflitto di questi due ambiti, con un continuo riesame di sé e dei propri valori. Chiaro che questo esercizio si concentri soprattutto sulla Waste Land, il capolavoro di Eliot, summa della sua poetica fatta di citazioni e allusioni testuali, da Dante a Shakespeare a Milton, al punto che ogni verso è o contiene la citazione da opere precedenti; una poetica che si basa sulla sola autorità del linguaggio e gioca sempre su contrasti e ossimori che si negano vicendevolmente e creano un preciso effetto poetico spiazzante, facendo volutamente smarrire il lettore. Il testo eliotiano rompe il rapporto classico tra soggetto e l’oggetto della percezione, quindi fa perdere al soggetto la chiave di decodifica della realtà e all’autore il rapporto con il proprio testo; allo stesso tempo il lettore dipende da un testo che «non ripone alcuna fiducia in lui e nella razionalità della sua natura umana».

Eliot «delinea una visione spaziale della letteratura per la quale le opere del passato e quelle del presente costituiscono un ordine simultaneo nella coscienza dell’artista che scrive, un ordine che esula dalla tradizione temporale». Nella Waste Land si assiste a una moltiplicazione dei tempi (presente, passato, futuro, ma anche tempo mitico), tutti schiacciati per giustapposizione (tecnica della sincronicità), con la conseguente scomparsa del tempo e la sua sostituzione con lo spazio (già anticipata dalla vita misurata in cucchiaini da caffè di Prufrock): il tempo viene spazializzato e fatto a pezzi, spesso incorniciato pittoricamente e incastonato con una finzione nell’altra, espediente che sembra corrispondere alla tecnica di costruzione narrativa ma che in realtà serve solo ad annullare l’orizzontalità temporale e le barriere verticali che separano storia, mito e finzione letteraria. Anche tutte le immagini forti e ricorrenti della Waste Land sono poste in giustapposizione tra loro: la profezia, spesso mancata (l’indovino Tiresia, la chiaroveggente Madame Sosostris, la Sibilla decrepita prigioniera in un’ampolla), la fenicità (Phlebas il fenicio, Didone, la Cartagine di Agostino, le guerre puniche), l’amore tradito, la metamorfosi, la morte per acqua. La forma abbandona le strutture tradizionali e diventa metafora del decadimento spirituale e sociopolitico: «Con la sua forma chiusa, il testo si autolegittima ironicamente e, insieme, si fissa in un sistema spaziale che, annullato ogni collegamento sequenziale e deterministico, nega ogni valore all’esperienza dell’uomo nella storia e ogni senso alla storia stessa. Al tempo della storia, con le irreparabili tragedie del suo passato e le angosce del suo futuro, subentra la spazialità di un ordine mitico che promette la serenità dell’inazione e l’immobilità di un percorso ciclico, rassicurante perché sempre dogmaticamente uguale a se stesso. […] Abolita la sintassi tradizionale, […] il testo ricorre a una sintassi spaziale che, nell’esulare da modelli di riferimento esterni, dichiara la propria autoreferenzialità, dando così espressione alla paura del tempo e alla più completa sfiducia nella storia. Il testo, così come lo spirito dell’autore, cerca pacificazione nella sicurezza di un modello, stabile e immutabile, che di fatto trae il proprio fondamento dalla frana dello storicismo e dalle rovine letterarie della civiltà». La struttura mitica può dunque dare forma, ordine e significato al caos e all’anarchia della storia contemporanea. È un caso esemplare di traduzione dell’ideologia dell’autore in un preciso stile che prende il sopravvento su tutto: in questo senso si devono intendere le “geometrie del disordine” del titolo.

Ovvio che l’attenzione di Calimani sia rivolta a The Love Song of J. Alfred Prufrock, che poi love song non è (ma forse, «oltre che il canto a cui egli non sa dar voce, il canto che egli non sa ispirare»), «che avvia una complessa strategia di modelli forali, digressivi, mitici, teatrali e di distanziamento, attraverso i quali l’io ostenta la propria incertezza, in un gioco che rivela disagio e volontà di fuga da sé e dalla realtà circostante»; un testo che uccide l’azione ed è un’ironica negazione del percorso in avanti, e in cui «lo stile nega sempre più apertamente possibilità di accesso alla presenza umana». Ma è la Waste Land a recitare ovviamente la parte del leone nella seconda parte del volume: in essa perfino il mito di riferimento (i cavalieri della Tavola Rotonda, la leggenda del Re Pescatore che rivitalizza la terra arida) è deteriorato e svuotato di significato, visto lo svilimento generale dei valori della nostra società, mentre il rapporto conflittuale tra fertilità (femminile) e aridità (maschile), verticalità e caduta, addizione e sottrazione, è ottenuto mediante il grande spettro di registri verbali che si scontrano tra loro innestando l’ironia (lo stile basso che distrugge le figure mitiche, lo stile cavalleresco che nobilita ironicamente realtà meschine). Il testo è composto di frammenti, di frammenti di immagini, di spazio, di tempo, di frammenti di frammenti («Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine»); la spazializzazione applicata al tempo riguarda anche l’immagine del corpo, che viene a sua volta frammentato (abbiamo piedi, abbiamo occhi, ma mai un corpo), e delle ossa (sempre scaricate come rifiuti). Riguarda però anche il percorso di tutto il poema lungo le strade di Londra verso la foce del Tamigi, in un gioco di materializzazione e reificazione di persone che perdono la loro umanità e si fanno semplice spazio. Spesso l’ambiente prende vita e acquista umanità per compensare un’umanità che non c’è (il boudoir della Lady che diventa come la reggia di Didone, mentre la Lady, Lil, viene giustapposta alla Filomela del mito che è stata stuprata), in una retorica di umanizzazione/rivitalizzazione del non umano e di una disumanizzazione/devitalizzazione dell’umano (l’uomo-taxi): «Al mito, che oppone e sostituisce la natura animale a quella umana, corrisponde la riproduzione artistica, che oppone e sostituisce la natura morta alla natura viva».

Il testo eliotiano rinuncia a ogni principio di consequenzialità logico-temporale: «la realtà spaziale creata dalla giustapposizione dei tempi è la struttura più propria di un testo che afferma la frammentazione come unico principio strutturante e unificante». Tutto questo fa sì che un frammento di testo non dia senso a un altro frammento di testo, dal momento che ogni frammento rappresenta virtualmente il suo inizio e la sua fine. Quello che resta è la complessità e la globalità del testo, sempre aperto e mai concluso, che pone sempre maggiori domande e offre tante verità quanti sono i suoi fruitori, chiedendo proprio ai suoi fruitori «di far violenza all’immortale fissità dell’arte per continuare, malgrado essa, beffardamente, a vivere».

venerdì 6 dicembre 2019

Philip Roth - Il complotto contro l'America

I romanzi di Philip Roth vertono tutti sul rapporto, complesso e conflittuale, tra la cultura ebraica e la società americana, una doppia identità difficile da accettare ma feconda dal punto di vista narrativo. Non fa eccezione questo Il complotto contro l’America, ucronia che parte dalla tradizionale domanda “what if”: cosa sarebbe accaduto se alle elezioni presidenziali del 1940 avesse vinto non Roosevelt ma il simpatizzante fascista e antisemita Charles Lindbergh, l’eroe dell’aria, il primo ad aver compiuto la trasvolata oceanica? Niente di nuovo, in fondo, basti pensare a La svastica sul sole di Philip K. Dick o Fatherland di Robert Harris, che immaginano entrambi un futuro in cui i nazisti hanno vinto la guerra. Qui il nuovo presidente, giocando sulla paura degli americani per una nuova guerra, dichiara la neutralità del Paese e, di fatto, si allea a Hitler. Non si tratta di un’ucronia fantascientifica “di genere”: Roth gioca con quello che già sappiamo, mescolando realtà e finzione, paura e paranoia, ricostruendo un fascismo americano fatto di personaggi e organizzazioni politiche, reali e possibili. Soprattutto, mescola macrostoria, storia personale e storia familiare: se negli altri romanzi Roth ha sempre un alter ego, qui invece si chiama proprio Philip Roth, cioè mette se stesso nell’ucronia e parla della sua infanzia (la collezione di francobolli che cominciano ad avere la svastica) in una famiglia ebraica, oscillando tra il punto di vista ingenuo di se stesso bambino che prende coscienza della propria diversità e quello dell’adulto che nel frattempo ha capito tutto quello che è successo. L’antisemitismo viene raccontato nella sua evoluzione e nel suo crescendo, dalle prime paure ai pogrom veri e propri, passando per l’accettazione di compromessi scomodi (la visita di von Ribbentrop alla Casa Bianca) e le deportazioni “morbide”, il cui esito non può che essere uno solo: l’istituzione di una dittatura armata che, in base a una serie di menzogne create ad arte, elimina i diritti civili e qualsiasi voce di dissidenza, fino al congestionato finale in cui la macrostoria prende il sopravvento per il precipitare della situazione e il ruolo eroico svolto dal sindaco Fiorello LaGuardia. Potremmo dunque pensare di trovarci di fronte a un ampio saggio travestito da romanzo, ma la grandezza di Roth sta nel raccontare l’antisemitismo a partire da un punto di vista familiare, a partire dalla gita a Washington con la perdita della prenotazione in albergo, con i diversi esiti e la progressiva disgregazione della famiglia Roth (il cugino Alvin si arruola con gli inglesi e perde una gamba, mentre il fratello Sandy si lascia assorbire dalla cultura contadina americana e mangia maiale); oltre a ragionare su lato oscuro di un’America che resta razzista e intollerante, capace di trovare una propria personale via al fascismo, Roth contrappone una cultura ebraica perdente, quella democratica e rooseveltiana della famiglia Roth, a quella vincente e compromessa con il potere incarnata dal rabbino Bengelsdorf (marito della zia di Philip), che sostiene il nuovo presidente e convince gli ebrei che va tutto bene. Ancora più interessante il fatto che la maggiore opposizione a Lindbergh nel romanzo venga da un padre provocatore e arrogante che, nonostante abbia ragione, passa sempre dalla parte del torto. Una scrittura civile e identitaria, critica e problematica, capace di interrogare e mettere tutti di fronte alle proprie responsabilità (anche quelle del protagonista, che fa spedire il suo vicino di casa che non sopporta nel Kentucky causando indirettamente la morte della madre, nonostante lui gli abbia salvato la vita). In chiusura, una panoramica storica sui veri personaggi apparsi nel romanzo. 

giovedì 5 dicembre 2019

Gilbert Keith Chesterton - San Francesco d'Assisi

Di G.K. Chesterton ho già tradotto anni fa San Tommaso d’Aquino, ma non ne ho mai parlato nel timore di averlo capito poco. Il mio problema con Chesterton è il suo stile provocatorio, la prosa contorta e la propensione alla divagazione parlando d’altro. Non fa eccezione questo San Francesco d’Assisi (riproposto da Fede & cultura e tradotto sempre dal sottoscritto), saggio dedicato a un santo fondamentale nel cammino di conversione al cattolicesimo dello stesso scrittore inglese ma soprattutto a un personaggio capace di esercitare una strana attrattiva sull’immaginazione dei vittoriani. Scrive proprio Chesterton nel saggio su San Tommaso: «C’è qualcosa nella storia di San Francesco che rispondeva a tutte le più nascoste e umane qualità inglesi: segreta tenerezza del cuore, poetica vaghezza della mente, amore del paesaggio e degli animali. San Francesco è stato il solo cattolico medievale che, per i propri meriti, è divenuto popolare in Inghilterra. La classe media ha trovato il suo vero missionario nel tipo che, fra tutti, essa maggiormente disprezzava: quello del mendicante italiano». Logico quindi che la figura del santo di Assisi riveste una duplice importanza, sia per l’autore che per la sua società di appartenenza.

Pur ripetendo che il suo lavoro è solo un’introduzione priva di pretese di esaustività, Chesterton si fa cantore di un San Francesco ispiratore dell’arte di Giotto, della poesia di Dante, della drammaturgia moderna, ma soprattutto di un santo controcorrente e antimoderno, destinato a una gloria eterna proprio perché non di moda: così l’autore inglese legge la decisione di Francesco di esporsi alla derisione cittadina e di mortificarsi per imitare Cristo, una persona reale, non un’idea. Allo stesso modo per il santo la religione non era una teoria ma «qualcosa di più simile a una storia d’amore», al punto da abbracciare una gioiosa follia e diventare uno specchio di Cristo. Anche il suo amore per la natura non era da intendersi come un panteismo sentimentale alla maniera romantica, ma solo un modo di amare il Creatore e la sua grandezza (esattamente come la sua amicizia esclusivamente spirituale con Santa Chiara). Comunque la si giri, non si può parlare di San Francesco senza parlare di Dio, e non si può parlare di lui solo in chiave razionale come hanno fatto molte (e pur valide) letture contemporanee.

Possiamo quindi perdonare a Chesterton le numerose pagine di polemica nei confronti del paganesimo naturalista che per secoli ha negato all’uomo la realtà ultraterrena e le cui conseguenze sono durate fino al periodo che va dal XII al XIII secolo, quando cioè, «da frammenti di feudalesimo, libertà e sopravvivenze del diritto romano» è nata la grande civiltà del Medioevo, epoca di «riforme senza rivoluzioni», dopo la purificazione dei secoli dell’espiazione cristiana. Da giornalista, Chesterton si scaglia contro il modo di fare storia in maniera giornalistica, cioè senza «raccontare la storia nella sua complessità»: per esempio, invita a considerare come le continue guerre tra città che caratterizzavano quel tempo erano nulla se paragonate agli scontri tra gli eserciti della contemporaneità, e che gli uomini del Medioevo erano chiamati a morire per le loro case, i loro luoghi di culto e i loro governanti e non «per gli echi di remote colonie riportati in anonimi giornali». Le guerre del Medioevo non paralizzavano la civiltà, come prova il fatto che quelle «bellicose città» hanno prodotto personaggi del calibro di Dante, Michelangelo, Ariosto, Tiziano, Leonardo e Colombo; senza considerare che «c’era più internazionalità nel mondo delle piccole repubbliche di allora di quanta non ce ne sia nei grandi blocchi nazionali impenetrabili e omogenei di oggi». Allo stesso modo, è importante spazzare via i pregiudizi che si hanno sul Medioevo, con l’Inquisizione, le Crociate e tutto il resto, come siamo portati a fare dalla leggenda nera diffusa dal protestantesimo.

È abbastanza chiaro che a Chesterton il paganesimo e la sua mitologia trasformata in allegoria non stanno simpatici, e infatti esalta l’immaginazione favolistica e infantile di San Francesco fatta «di pure fantasie su fiori, animali ed esseri inanimati» che lo portò a creare una nuova mitologia personale: i suoi Frate Sole e Sorella Allodola sono l’equivalente di Fratel Coniglietto e Comare Volpe dei Racconti dello Zio Tom. Il suo linguaggio ha reso più accessibile il divino all’uomo, ha attirato gli uomini ed è stato capace di inviare i servi di Dio per le strade del mondo. Chesterton insiste sulla sua immaginazione, il suo umorismo, la sua cortesia, la sua generosità, la sua umiltà, la sua visione teatrale di tutte le cose, la sua idea di martirio come fine di vita e mezzo per convertire il mondo, e ricostruisce la vicenda umana di Francesco in tutti i suoi momenti salienti (la partecipazione alla guerra, la prigionia, la malattia e la crisi, la ricostruzione della chiesa di San Damiano, l’incontro con il papa, il viaggio per incontrare il sultano, le divisioni nell’ordine francescano, le stimmate), fino a una complessa analisi sulla veridicità dei suoi miracoli, sulla loro storicità e sulla loro interpretazione.

martedì 26 novembre 2019

Jacques Le Goff - Il Dio del Medioevo

Scomparso da poco, Jacques Le Goff è uno dei più grandi medievisti mai vissuti, e per questo ogni suo libro è davvero degno di essere considerato. Anche se si tratta di un piccolo libro-intervista (si legge in nemmeno due ore), come poteva esserlo Mille e non più mille di Georges Duby, in cui il nostro risponde a delle domande che gli vengono poste su uno dei temi centrali nella storia medievale: il ruolo di Dio, la sua concezione e la conseguente riorganizzazione dello spazio in base a essa. Il Dio del Medioevo è il libro indicato per quanti che pensano che nel Medioevo tutti pensassero allo stesso modo e che la società fosse un monolite governato dalla Chiesa cattolica: Le Goff spiega infatti che l’idea di Dio che c’era nel Medioevo era composita, e non solo perché il Dio cristiano si sovrappose ai culti pagani precedenti trasformando in monoteismo ciò che era politeismo assumendone molte forme antropomorfe. Il punto più delicato nel Medioevo è proprio il monoteismo, visto che l’idea dell’unico Dio in tre Persone ha suscitato infiniti dibattiti ed eresie: tutte le maggiori eresie del Medioevo ruotano sulla definizione della natura della seconda Persona della Trinità, Gesù vero Dio e vero uomo oppure solo Dio o solo uomo. Non a caso Gesù Cristo, che inizialmente nell’Alto Medioevo è ritratto in trono, giudice e sovrano, in seguito (XIII-XIV secolo) sale sulla croce e si mostra sofferente, compassionevole e redentore dell’uomo, in linea con la tendenza a umanizzare sempre più il divino e renderlo più accessibile. Se poi a ciò ci aggiungiamo le raffigurazioni dello Spirito Santo e della Vergine Maria, per non parlare degli angeli e dei santi, siamo alla presenza di una tale mescolanza e compresenza di figure da pensare a una sorta di politeismo, oppure a un monoteismo ibrido che distingue nettamente il cristianesimo dalle altre religioni monoteiste come quella ebraica e quella islamica, anche grazie alla possibilità di raffigurare il divino (l’iconoclastia non ha mai preso piede in Occidente). E non bisogna nemmeno stupirsi che Gioacchino da Fiore avesse diviso la storia dell’uomo in tre tappe, ognuna sotto il dominio di una Persona della Trinità, prima dell’avvento dell’Anticristo e della seconda venuta in terra del Cristo in gloria e del Giudizio universale. L’iconografia oltrepassa la pittura: per questo Le Goff indaga Dio anche dal punto di vista ideologico e politico, origine dell’autorità e garante del rapporto feudale. Ne emerge una religione molto ricca e dinamica che generò una civiltà variegata e che, grazie a una continua esegesi (la teologia e la Scolastica), riattualizzò e storicizzò il Dio dell’Antico Testamento, rendendolo funzionale alla società del tempo.

lunedì 18 novembre 2019

Susanna Clarke - Jonathan Strange & il signor Norrell

A dispetto della sua scarsa fama e diffusione in Italia, Jonathan Strange & il signor Norrell è lo straordinario debutto letterario di Susanna Clarke (che per scriverlo ci ha messo nove anni), arrivato alla fama anche grazie a Neil Gaiman: la leggenda narra che l’autrice abbia frequentato un corso di scrittura creativa e abbia prodotto un pezzo che ha esaltato a tal punto l’insegnante da finire nelle mani di Gaiman, il quale se ne è innamorato a sua volta e l’ha definito “il più bel romanzo fantastico inglese scritto negli ultimi settant’anni”. Un romanzo anche e soprattutto sulla magia nell’Inghilterra del primo Ottocento, che prende l’avvio in una situazione in cui la magia è solo un fatto storico documentato e un segreto perduto: infatti essa è andata deteriorandosi sempre di più in seguito alla scomparsa del Re Corvo, signore dei Regni Fatati, dell’Inferno e della Gran Bretagna del Nord. I maghi sono “teorici” si trovano a studiarla come professione accademica e non ritengono possibile né conveniente metterla in pratica, diversamente dai cosiddetti maghi da strada (indovini e cartomanti) con le loro tende gialle. Logico immaginarsi lo stupore quando si scopre l’esistenza di un vero mago “pratico”, Gilbert Norrell, capace di realizzare dalla distanza un incantesimo che dà la vita alle statue della cattedrale di York. Convinto di dover restituire prestigio alla magia inglese e aiutare il governo nella guerra contro la Francia di Napoleone, mette in atto le sue arti magiche per accattivarsi la simpatia del politico di turno facendone risorgere la moglie, Lady Pole, ma contemporaneamente emerge un altro mago, Jonathan Strange, molto diverso dal collega e molto più aperto e intraprendente: è lui a venire spedito in Portogallo e Spagna ad assistere sul campo Wellington nella guerra contro i francesi.

Centro del romanzo è proprio il conflitto fra i due protagonisti, i quali, approfonditamente descritti dal punto di vista caratteriale e psicologico, sono uno il contrario dell’altro. Il misantropo Norrell ha una concezione della magia come segreto da custodire gelosamente (e infatti usa sua influenza politica per adottare misure restrittive nei confronti degli altri maghi), il secondo come conquista e come ebbrezza. La loro rivalità si inquadra perfettamente nella profezia alla cui ombra si dipana l’intera storia (due maghi devono reggere le sorti e il buon nome della magia inglese) e le loro opposte personalità non fanno che contrapporsi assumendo di volta in volta svariati ruoli reciproci (maestro-allievo, amici, colleghi, alleati, rivali e nemici), screditandosi a vicenda e comportandosi in maniera non esattamente esemplare finché non saranno costretti a trovare un sodalizio contro il pericolo comune quando la stessa magia rivelerà il proprio lato oscuro e sinistro, come prova l’interazione con il re del reame fatato di Senzasperanza, “il gentiluomo dai capelli lanuginosi”, una creatura piena di sé e con uno senso della moralità tutto suo, una limitatissima comprensione dei desideri e dei bisogni umani e un codice morale assolutamente incompatibile con il nostro, cosa che ne fa il villain della situazione. Sarà proprio lui a rapire Arabella, la moglie di Strange facendola passare per morta e a mettersi in testa di mettere sul trono inglese Stephen, Black, un mite servitore di colore.

In quasi 900 pagine, l’opera attinge a piene mani da varie tradizioni letterarie (il romanzo gotico, la letteratura romantica, Charles Dickens, Jane Austen, l’eroe byroniano, la comedy of manners), ma anche dal folklore inglese e irlandese. A un’occhiata superficiale potrebbe sembrare un polpettone contenente qualunque cosa e invece il risultato è, oltre che sofisticato ed elegante, divertentissimo. La Clarke ricorre continuamente sull’inglesità, cioè che cosa fa di un inglese un inglese, e al contrasto fra quello che è ragionevole e rispettabile e quello che è irragionevole e non rispettabile, ed è spesso divertentissima come nell’episodio della resurrezione dei soldati napoletani che cominciano a parlare «in una lingua gutturale con più urla di ogni altro idioma conosciuto ai presenti» tanto da sembrare «uno dei dialetti dell’inferno». Ma il romanzo stupisce soprattutto per la maestria con cui è stato ideato e realizzato. Oltre alla coppia complementare che dà titolo all’opera Strange/Norrell, tutto si basa poi su altre coppie di personaggi caratterizzati da affinità e differenze: il gentiluomo dai capelli lanuginosi e Stephen Black, Norrell e il suo servitore Childermass, Strange e Arabella, Arabella e Lady Pole (costrette a subire le conseguenze della magia nel loro quotidiano), Drawlight e Lascelles (decisi a sfruttare la fama di Norrell a proprio beneficio). Inoltre, oltre alla vicenda principale, vengono raccontati episodi e aneddoti (tutti riguardanti il tema della magia) inseriti sotto forma di nota a piè di pagina, in un complesso e interminabile gioco di rimandi e digressioni che fa sì che il lettore si allontani continuamente dalla narrazione principale e si smarrisca in un mondo alternativo e avvolgente.

La magia di Susanna Clarke è qualcosa di infido e radicalmente diverso dalla solita idea delle bacchette magiche: piuttosto, nel romanzo gli incantesimi sono procedure molto complesse, simili a delle ricette e a dei rituali per sottomettere i fenomeni naturali, che richiedono studio e conoscenza per poter venire padroneggiate. Non a caso, il signor Norrell possiede la biblioteca più grande del mondo e non consente a Strange di aver accesso a determinati testi, nella paura di venire da lui superato nell’arte magica. Inoltre, non solo i due protagonisti sono due bibliomani, ma tutto il romanzo si basa sui libri, richiamando un numero portentoso di riferimenti bibliografici: libri che citano libri che a loro volta citano altri libri, fino alla creazione di un vero e proprio labirinto metaletterario. Lo stesso mondo fatato, le “Terre Altre” abitate dalla “gente incantata”, non sono mai descritte direttamente, ma solo per adombramenti e riferimenti bibliografici. Le note sono legate a eventi del passato ma a livelli temporali diversi, sfasati fra loro: c’è l’età presente, dove la magia è appena stata riscoperta da Strange e Norrell, quindi l’età argentea e a ritroso fino all’età aurea, dominata da John Uskglass, il Re Corvo. Ogni nota e ogni microstoria si sovrappone anche a livello stilistico, a suggerire l’irraggiungibilità e l’impossibilità di raccontare il mondo incantato: non è un caso che chi cerca di spiegare cosa gli è successo nelle Terre Altre non riesce a esprimersi, dilungandosi in una serie di dettagli oziosi e incomprensibili riguardanti altre storie, e solo la pazzia è una delle strade privilegiate per accedere alla dimensione magica. Senza contare che ogni magia ha un prezzo, così come l’ambizione che la muove. Una lettura grandiosa, al termine della quale anche voi crederete di essere là dove finivano un tempo tutti i maghi, «dietro il cielo, dall’altro lato della pioggia».

domenica 10 novembre 2019

J.R.R. Tolkien - La Compagnia dell'Anello

Dire la mia sulla nuova traduzione del Signore degli Anelli è un’impresa rischiosa, sebbene argomento decisamente acchiappalike. Per molta gente, qui in Italia, pensare di ritradurre un testo sacro come questo è una bestemmia o una questione di lesa maestà: come ci si è potuti permettere anche solo di pensare di sconfessare la vecchia traduzione del 1967 di Vittoria Alliata di Villafranca sotto (si dice) la supervisione dello stesso Tolkien? Una traduzione che poi è stata pesantemente modificata da Quirino Principe che livellò tutti i dialoghi su un registro alto, demolendo la stratificazione linguistica e la varietà lessicale di un filologo come Tolkien, fatta talmente bene che in seguito ha dovuto subire un progressivo lavoro di sistemazione nel corso degli anni (si conta una mezza dozzina di interventi)? Aggiungiamoci che la vecchia traduzione è ammantata di una certa connotazione politica (di destra) ben precisa e che la nuova è stata realizzata in collaborazione con la recente Associazione Italiana di Studi Tolkieniani (di sinistra), e apriti cielo: hanno cominciato a fioccare articoli dal titolo “Come assassinare Tolkien” e “Giù le mani da Tolkien”, che accusano la Bompiani di aver scientemente messo in atto una nuova lettura di Tolkien in chiave terzomondista e politically correct, capace di alterare la sua portata di classico eterno e tradizionale, antimoderno e antisistema. Tutti discorsi che si fermano come sempre alla frontiera di Chiasso e, guarda caso, non si fanno mai per nuove traduzioni di Dostoevskij, Dickens o Proust, autori che sono considerati classici: anche Tolkien è un classico che parla a tutti, non un’allegoria chiusa, ed è normale che venga ritradotto dopo qualche anno rispetto alla prima edizione. Ora, sono il primo a dire che il nuovo traduttore Ottavio Fatica avrebbe potuto essere più diplomatico invece che accusare la vecchia traduzione di avere “500 errori a pagina per 1.500 pagine”, ma sul fatto che la vecchia versione Rusconi (rimasta quella, nonostante le revisioni, anche in seguito del passaggio dei diritti a Bompiani) fosse piena di manipolazioni e alterazioni c’è poco da discutere. Da parte sua, Vittoria Alliata non è stata da meno, visto che ha denunciato per diffamazione Fatica, sancendo una nuova faida in un settore, quello editoriale, già frequentato da pazzi scatenati e sempre più incentrato sulle polemiche social. Poi è arrivata in anteprima la nuova interpretazione della poesia dell’Anello, faccenda molto delicata in quanto di particolare significato nel cuore di ogni tolkieniano: le resistenze sono state ovviamente forti, dopo 50 anni durante i quali ci si è affezionati a un testo e a determinati nomi (consacrati, è bene ricordarlo, dall’adattamento della trilogia cinematografica di Peter Jackson), ma da qui a improvvisarsi filologi su YouTube ce ne passa, peggio ancora evocare teorie del complotto e bassa dietrologia. Quindi lo sdegno si è rivolto a Samwise Gamgee tradotto come “Samplicio”, cosa che ha portato ad accuse infamanti di aver snaturato la natura del nome: neanche qui bisogna stupirsi troppo, visto che nell’era di internet tutti sanno fare il mestiere di tutti e non si tiene conto del fatto che Samwise, come spiegato da Giampaolo Canzonieri (principale consulente di Fatica per questa traduzione), viene dall’anglosassone samwís che significa “semplice”. Insomma, nessuno vi ha rubato l’infanzia e non c’è alcun bisogno di andare a insultare la gente su Facebook o trasformarsi in haters: la vecchia traduzione resterà comunque, e nessuno vi obbliga ad acquistare la nuova.

Diciamo subito una cosa: non solo manca la mappa della Terra di Mezzo, ma la copertina di questo primo volume fa schifo. Mettere questa specie di superficie lunare (pare sia una fotografia satellitare del pianeta Marte), quando ormai c’è un intero immaginario legato a Tolkien, è una scelta veramente assurda. Sarebbe bastato acquistare i diritti di un’immagine di Alan Lee o John Howe per risolvere la cosa, ma come detto l’ambiente editoriale è frequentato da pazzi scatenati e non bisogna stupirsi troppo nemmeno delle superfici lunari. D’altra parte, non si deve giudicare un libro dalla copertina, giusto?

Venendo al testo, finalmente è stata eliminata la famigerata prefazione di Elémire Zolla che correda tutte le edizioni italiane del Signore degli Anelli dal 1970 in poi e che interpretava il romanzo in chiave simbolica, mistico-alchemica e oracolare, attraverso simboli eterni in dialogo tra loro e con una presunta verità astorica che con i personaggi in esso contenuti non hanno davvero niente a che fare (senza contare che svelava la conclusione del romanzo). In compenso, è stata lasciata solamente la prefazione di Tolkien alla seconda edizione, cioè le parole dell’autore stesso che chiarisce la sua posizione sulle letture allegoriche della sua opera: «Quanto al significato profondo o al “messaggio”, nelle intenzioni dell’autore non ne ha alcuno. Non è né allegorico né legato all’attualità. (...) Io detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni e l’ho sempre fatto sin da quando sono diventato abbastanza grande e accorto da individuarne la presenza. Preferisco di gran lunga la storia, vera o finta, con la sua molteplice applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori. Credo che molti confondano “applicabilità” con “allegoria”; ma una risiede nella libertà del lettore, l’altra nel predominio deliberato dell’autore». Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Quanto all’opera del traduttore, conscio di attirarmi le ire di molti, sottolineo la sua incredibile cura nel rendere il registro medio di Tolkien, che ogni tanto si innalza o si abbassa bruscamente a seconda del personaggio che sta parlando, o che si arricchisce di arcaismi, giocando sull’attrito che creano questi effetti. Molte volte sembra proprio di leggere un nuovo libro, che in alcuni casi trascina e commuove, come nel caso del dialogo tra Frodo e Gandalf, o che si adatta alla perfezione alla polifonia di Tolkien, come accade per il Consiglio di Elrond, l’episodio in cui maggiormente le parole e il modo di parlare dei vari personaggi implicano la loro etica e il loro modo di vedere le cose. E poi bisogna segnalare l’estrema attenzione per le sottigliezze: per rendere parole come drownded per drownedvittles per victuals pronunciate da Hamfast Gamgee, il padre di Sam, Fatica ricorre a storpiature lessicali come “affocato” al posto di “annegato” o “pappatoria” al posto di “mangiare”. Oppure rispetta i neologismi (intraducibili) come “eleventy-one” dall’Old English e lo traduce “undicento”, e fa ricorso a forme gergali in uso anche nell’italiano come “Il signor Bilbo gli ha imparato a leggere e a scrivere” per tradurre “Mr. Bilbo learned him his letters”. Tutte cose che non aveva mai notato nessuno, per inciso. Non si tratta di invenzioni, ma di un tentativo di dare una sfumatura che nell’originale connota un ben preciso modo di parlare di determinati personaggi: ignorarla nella convinzione di rendere più scorrevole o evocativo un testo non è affatto una motivazione adeguata, anzi, conferma la brutta abitudine di rifiutarsi di analizzare Tolkien sotto una luce nuova, più meticolosa e fedele. Come al solito, si conferma la pessima tendenza a opporsi al nuovo, in quanto il vecchio è meglio, anzi, è bello per partito preso.

Il lavoro di Fatica riguarda anche nomi e toponimi, senza rispettare le proposte del passato (quindi Rivendell non è né Forraspaccata né Gran Burrone), dando anzi sfoggio di grande creatività specie per rendere i “nomi parlanti” (creati apposta così da Tolkien): per i nomi, vengono eliminate le traslitterazioni fonetiche (Tuc ridiventa Took) e presentate varianti come Ruggitoro/Muggitoro, Brandibuck/Brandaino, Sabbioso/Sabbiaiolo, Scavari/Scavieri, Paffuti/Paciocco, Rintanati/Cavacciolo, Serracinta/Pancieri, Tassi/Tanatasso, Soffiatromba/Soffiacorno, Tronfipiede/Pededegno, Grassotto Bolgeri/Ciccio Bolger, Cactaceo/Farfaraccio, Grampasso/Passolungo, Billy Felci/Bill Felcioso. Inoltre, l’incomprensibile “Gaffiere” diviene “Veglio”, l’Assemblea degli hobbit non è più nazionale ma conteale (tra l’altro il concetto di nazione non esiste nella Terra di Mezzo), i Raminghi diventano Forestali (altra cosa, a quanto pare, per molti insopportabile), Occidente diviene Occidenza, i Warg non sono più Mannari, Mezzuomo si riduce a Mezzomo. Soluzioni che possono non piacere, ma che sono comunque lecite.

Lo stesso accade per i toponimi: Hobbiville/Hobbiton (come in originale), Decumano/Quartiero, Pianilungone/Vallelunga, Pietraforata/Gran Sterro, Lungacque/Acquariva, Saccoforino/Scarcasacco, Tucboro/Borgo Daino, Terra di Buck/Landaino, Crifosso/Criconca, Terminalbosco/Fondo Boschivo, Sinuosalice/Circonvolvolo, Tumulilande/Poggitumuli, Montagne Nebbiose/Monti Brumosi, Bosco Atro/Boscuro, Dunland/Landumbria, Chiane Ditteri/Chiane Moscerine, Terre Selvagge/Selvalanda, Colle Vento/Svettavento, Fiume Grigio/Fiume Pollagrigia, Gran Burrone/Valforra, Rombirivo/Riorombante, Agrifogliere/Agrifoglieto, Valle dei Rivi Tenebrosi/Vallea dei Riombrosi, Mirolago/Speculago, Argentaroggia/Roggiargento.

Anche le poesie sono cambiate. Fatica ha cercato di mantenere metro e rime originali (cosa che la versione Alliata/Principe non faceva) e per questo ha dovuto leggermente forzare sintassi e lessico, oltre che rendere ragione della tecnica dell’inversione di Tolkien, che dispone le parole in un ordine diverso rispetto al normale all’interno della frase. Può non piacere, ma anche questa è una scelta lecita: leggete questa nuova traduzione, criticatela ma soprattutto ragionate prima di trarre conclusioni affrettate. Amare Tolkien significa leggerlo davvero.

domenica 27 ottobre 2019

Neil Gaiman - Questa non è la mia faccia

Neil Gaiman è uno degli autori più interessanti del panorama internazionale, il cui eclettismo gli ha permesso di tracciare una via assolutamente personale che rimane una fonte di ispirazione per chiunque si avvicini al mondo del fantastico. Questa non è la mia faccia è una sua antologia che contiene discorsi, saggi e introduzioni di varia provenienza (anche temporale), una miscellanea che a un occhio superficiale e poco attento potrebbe risultare un ozioso e furbo riempitivo per fare due spiccioli aggiuntivi da parte di un autore che è comunque una rockstar (riprendendo la famosa definizione del suo amico Alan Moore). Certo, il fatto che racconti la genesi di molti dei suoi romanzi e racconti lo rende difficile da affrontare per chi non lo conosce, ma non si tratta solo di questo: l’antologia è piuttosto una dichiarazione d’amore di Gaiman verso la letteratura, i libri che ha amato, gli autori da cui ha attinto e che gli hanno insegnato tutto quello che sa sulla scrittura. È emozionante leggere del suo amore per Le Cronache di Narnia di C.S. Lewis (da cui copiò l’uso delle parentesi nei temi e nei compiti scolastici), ciclo che per la prima volta gli ha fatto pensare che ci fosse un autore dietro un libro, e imbattersi nell’ammissione che il desiderio di diventare anche lui scrittore, e in particolare scrittore di fantastico, è nato leggendo Il Signore degli Anelli di Tolkien. O di quando racconta di quando a scuola raccontò una barzelletta contenente la parola fuck a un suo compagno e ottenne il risultato di rischiare l’espulsione e di perdere il compagno (che la raccontò a sua volta a sua madre), immediatamente ritirato «da quel covo brulicante di iniquità scatologiche». Un episodio che gli ha insegnato che le parole hanno un potere e che bisogna selezionare con cura il proprio pubblico.

Dalle biblioteche alle librerie che hanno caratterizzato la sua vita, in chiave assolutamente personale, Gaiman trasmette l’idea che la letteratura non sia un monologo chiuso ma un dialogo sempre aperto, che arricchisce la persona e le permette di imparare, sognare e vivere in altri mondi e dimensioni dalle quali è possibile tornare diversi, arricchiti. La sua fiducia nella narrazione è totale, il suo approccio onnivoro e positivo, tipico di chi è cresciuto sui libri e che vive per i libri: non è importante leggere su carta, su ebook o su cd, l’importante è leggere, in base a quello che piace. E non bisogna nemmeno mantenere un atteggiamento snobistico nei confronti di determinati generi considerati sciocchi, come la letteratura d’evasione, i fumetti o i libri per bambini, perché si otterrebbe un effetto controproducente: «Adulti bene intenzionati possono distruggere con grande facilità l’amore per la lettura di un bambino: impeditegli di leggere quello che gli piace, o dategli i libri degni ma noiosi che piacciono a voi, l’equivalente contemporaneo dei libri "educativi" di epoca vittoriana. Vi ritroverete con una generazione di ragazzi convinti che leggere non sia figo e, peggio ancora, che non sia un piacere». Una frase che andrebbe incisa in ogni libreria come stella polare per tutti quegli adulti noiosi e pieni di preconcetti che pensano che i bambini debbano essere distolti con la forza dai libri di loro interesse e costretti a leggere tomi sacri ed edificanti.

Molti sono i consigli forniti sulla scrittura, ma tutti riguardanti la dedizione e la passione: si deve amare quello che si fa, perché la scrittura è prima di tutto felicità e benessere, e coltivare le proprie ossessioni, consci che esse possono produrre arte. Bellissimo è il ragionamento sui miti, da Gaiman lungamente utilizzati a partire dal fumetto Sandman per arrivare ad American Gods. Con una metafora presa dal giardinaggio, per il nostro i miti sono come il compostaggio: «Iniziano come religioni, come credenze con radici profondissime, e come storie che si aggregano in religioni man mano che si sviluppano. (...) E poi, quando le religioni passano di moda, o le storie non sono più ritenute vere in senso letterale, diventano miti. E il compost di miti è diventato terriccio, il terreno fertile per altre storie e altri racconti che sbocciano come fiori selvatici». I miti si sono quindi adattati alle diverse epoche («Anansi, il dio ragno dell’Africa, diventa Fratel Coniglietto alle prese con il bambino di pece») e si sono trasformati nei supereroi dei fumetti, proliferano nelle leggende metropolitane, diventano icone e celebrità, e quindi sono nostri in tutto e per tutto, perché raccontano la nostra vita: da qui la necessità di raccontarli, riplasmandoli e riadattandoli. Lo stesso vale per le fiabe, nate come storie che adulti raccontavano ad altri adulti e diventate favole per bambini quando sono passate di moda, proprio come, secondo l’analogia fatta da Tolkien, «i mobili non più graditi sono spostati nella nursery: non sono nati come mobili per bambini, è solo che gli adulti non sapevano più che farsene».

Si ride spesso per tutti gli aneddoti riportati, come quando Gaiman racconta che lui e Pratchett hanno scritto Buona Apocalisse a tutti! scambiandosi floppy disk per posta; altre volte ci si meraviglia, come quando scopriamo che in Cina hanno finanziato una convention di fantascienza dopo aver notato che chi lavora a Microsoft, Google e Apple da ragazzo leggeva sempre fantascienza. Oppure quando il nostro stabilisce un’equiparazione tra musical e pornografia: come nel musical tutto è un pretesto per mettere in scena le canzoni, nel porno tutto è un pretesto per mostrare una sequenza di scene prestabilite, secondo le regole codificate dal genere. Senza quelle regole, il pubblico si sentirebbe fregato: non è l’argomento a fare il genere ma le sue regole. Di sicuro da Gaiman si deve sapere cosa aspettarsi, cioè dissertazioni e divagazioni sul fantasy, la fantascienza e l’horror, con una grande attenzione per i diversi linguaggi, in linea con la sua poliedricità. C’è una galleria di ritratti di autori che Gaiman ha conosciuto o con cui ha lavorato (Terry Pratchett, Douglas Adams, Stephen King), una serie di recensioni sui generi e i romanzi amati (Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, Jonathan Strange & il signor Norrell di Susanna Clarke), l’approccio ai film (l’amato La moglie di Frankenstein) e alle sceneggiature (MirrorMask), una dichiarazione d’amore per Doctor Who (che si scopre essere stato fondamentale per la realizzazione di Neverwhere), una lunghissima dissertazione sui fumetti (Jack Kirby, Will Eisner, Bone di Jeff Smith) e il modo di realizzarli, un surreale reportage di una notte passata per le strade di Londra, la narrazione di una serata agli Ocar, addirittura un testo sorpresa che saltava fuori nel videogioco SimCity 2000 se si andava in biblioteca. Non mancano nemmeno capitoli sulla musica (Tori Amos e Lou Reed, a cui il nostro ha fatto perfino un’intervista) e sull’arte (The Fairy Feller’s Master-Stroke di Richard Dadd, la National Portrait Gallery), il sostegno a Charlie Hebdo, uno sguardo sulla Siria, senza dimenticare il racconto dell’incontro con la moglie Amanda Palmer, cantante alternativa e controversa, oltre a vari ragionamenti sulla vita.

Ovviamente non ho detto tutto. C’è un universo in questo libro, esattamente come c’è un universo nella mente di Gaiman. Alla fine la sua lezione è che la lettura fa scoprire mondi e la scrittura ne produce altri. È il classico libro che ti fa stabilire connessioni, ti mette addosso una voglia incredibile di procurarti e leggere tutte le opere e gli autori citati che non conosci, e ti getta nella disperazione perché ti rendi conto che non ce la farai mai. Ma ti esorta anche a rischiare, a provare a dire la tua, a creare la tua opera d'arte.

venerdì 25 ottobre 2019

Jay Asher, Jessica Freeburg, Jeff Stokely - Piper. Il canto della solitudine

Non nascondo di aver sempre provato una sorta di fascinazione per la fiaba del Pifferaio Magico, figura quanto mai ambigua perché capace di portare via tutti i topi dalla città di Hamelin ma soprattutto i bambini, per portarli chissà dove. Allegoria di un’epidemia di peste? Monito contro l’avarizia umana? C’è perfino chi sostiene che il Pifferaio rappresenterebbe il reclutatore di un pellegrinaggio o di una campagna militare, meglio ancora di una crociata dei bambini. Sono stato quindi attratto da questo Piper. Il canto della solitudine, graphic novel che è a tutti gli effetti una riscrittura della celebre fiaba realizzata da Jay Asher, l’autore di Tredici, romanzo ormai conosciuto da tutti grazie all’omonima serie prodotta da Netflix. Asher immagina una coprotagonista della fiaba, la dolce Maggie, una ragazza che da piccola ha perso l’udito a causa di un terribile atto di bullismo nei confronti suoi e di suo fratello, e si occupa di una vecchina che si è presa cura di lei una volta rimasta orfana. Il Pifferaio invece è misterioso come nella versione originale e si reca nel villaggio di Hamelin per liberarlo dall’invasione dei topi grazie alla sua magia. I due, che condividono un comune destino di outsider e di emarginati in quanto diversi, in breve si innamorano l’una dell’altro, e qui emergono i due diversi caratteri: Maggie, nonostante la tenerezza, è solare e fiduciosa verso la vita e il prossimo («Hamelin pensava che mia madre e mio fratello non meritassero di vivere. Probabilmente pensano lo stesso di me. Ma io credo che ogni vita sia degna di essere vissuta»), mentre il Pifferaio è pieno di ombre e, in base a una sua idea di giustizia, intende vendicarsi degli abitanti del villaggio, che sono orribili già di loro e che per giunta rifiutano di pagarlo per il lavoro pattuito. La riscrittura della fiaba affronta quindi in maniera originale il problema della diversità, della colpa e del perdono, mentre il tema della magia è risolto come tecnica (il Pifferaio conosce le melodie giuste per addormentare o comandare animali e uomini e lascia che la gente pensi che sia effetto di un incantesimo). Spiazzante il finale che arriva alle medesime conclusioni della fiaba spiegando qualcosa di più ma mantenendo lo stesso tono dolceamaro. Non male i disegni di Jeff Stokely, anche se a volte diventano caricaturali e pupazzosi. In pieno stile Netflix, il figlio del mugnaio di Hamelin è nero, non molto coerente con lo scenario della Bassa Sassonia del XIII secolo, ma si sa che oggi è necessario fare queste attualizzazioni.

martedì 15 ottobre 2019

Irvine Welsh - Porno

A dispetto del suo titolo esplicito e provocatorio, Porno è il romanzo prosecuzione di Trainspotting, diverso ma ugualmente folle, sempre ambientato nella cornice del sobborgo portuale di Leith, vero e proprio non-luogo per nulla raccomandabile. Dieci anni dopo, il protagonista è il cinico Sick Boy, al secolo Simon David Williamson, il quale, sopravvissuto al fallimento londinese come truffatore, marito e padre, sniffa cocaina e intende fare il botto girando un film porno (Sette troie per sette fratelli) nel retro di un pub e partecipare al festival hard di Cannes: per questo, ingaggia una serie di erotomani e in particolar modo la macchina del sesso Terry, ma il salto di qualità decisivo avviene quando nella compagnia entra Nikki, splendida studentessa-massaggiatrice priva di inibizioni. I fili del destino sembrano riannodarsi perché ritroviamo invischiati nella vicenda tutti i personaggi la cui amicizia si era disgregata alla fine di Trainspotting a causa della fregatura di Mark Renton, che all’inizio si nasconde ancora ad Amsterdam (dove si è rifugiato) ma poi viene scovato da Sick Boy. Spud continua a essere perso nella sua dipendenza dalle droghe ma è impegnato nell’impresa di scrivere una storia del suo sobborgo, mentre lo psicopatico Begbie è in prigione per omicidio ed è ben intenzionato a vendicarsi di Renton. Avendolo letto subito dopo Trainspotting, non sono incappato in alcun modo nella sindrome del fan deluso per un seguito deludente e fuori tempo massimo, quindi non mi metto a gridare che mi hanno rubato l’infanzia o i miei sogni. Pur nella sua disorganica ed eccessiva lungaggine, Porno ha senza dubbio il merito di donare un futuro a un gruppo di tossici sbandati che un futuro sembravano non avercelo. Dopo aver narrato il mondo dell’eroina, Welsh tenta di raccontare quello del porno amatoriale in chiave di riscatto sociale senza cadere nell’errore di film come Zack & Miri – Amore a... primo sesso e La banda del porno: se quei film partono da pretese grevi e oltraggiose ma finiscono nei territori del sentimentalismo più conformista, Porno resta un bell’esempio di narrazione amorale, politicamente scorretta e quasi documentaristica nella sua esplicita crudezza e abbondanza di dettagli sordidi. Nulla è risparmiato al lettore, a livello di amplessi e scurrilità: di Trainspotting è ripresa la struttura corale, con i vari capitoli che raccontano in prima persona le disavventure dei personaggi attraverso i loro diversi punti di vista e la loro voce, tra eccessi scatologici, bassezze e tentativi di truffa o sopraffazione (il clima di sfiducia è reciproco e fino alla fine ci chiederemo chi sarà a fregare chi), con il solito ritmo gergale tipico dell’autore, i cui eccessi tuttavia questa volta rischiano di sfociare nel manierismo (stimolato dalla tematica pruriginosa, Welsh sembra divertirsi un sacco a scandalizzare il lettore, e non si risparmia nemmeno le bestemmie). Allo stesso tempo, il romanzo mantiene la carica di critica sociale del predecessore («Sigarette, alcol, eroina, cocaina, anfe, miseria e inculamento del cervello da parte dei media: le armi di distruzione del capitalismo sono più sottili ed efficaci di quelle del nazismo, e lui non ce la fa contro di loro») e cerca di raccontare quanto i tempi siano cambiati anche nello sballo (la diffusione delle droghe sintetiche) e la disillusione degli anni Duemila («Questa è la nostra tragedia: che nessuno ha una vera passione, a parte i manipolatori distruttivi come Sick Boy o i viscidi opportunisti come Carolyn. Gli altri sono tutti talmente buttati giù dalla merda e dalla mediocrità che li circonda. Se negli anni Ottanta il mondo era “io” e nei Novanta “esso”, nei Duemila è “oide”. Tutto dev’essere vago e contenuto. Prima era importante la sostanza, poi lo stile era tutto. Adesso tutto viene simulato»). Ovviamente, la visione portata dai nostri (anti)eroi è sempre quella, senza modelli o bandiere di riferimento ma solo nel nome dell’individualismo più sfrenato («Renton. Chi è? Cos’è? È un traditore, un infamone, uno stronzo, un crumiro, un egoista bastardo, è tutto quello che uno nato povero dev’essere per entrare nel nuovo sistema capitalista. E io lo invidio. Troia, invidio sinceramente il bastardo, perché in realtà non gliene fotte niente di nessuno a parte se stesso»), e anche l’atteggiamento di sfida e sfrontatezza verso la società borghese che cerca di responsabilizzarli e reintegrarli è lo stesso (Sick Boy riceve una lettera dell’ufficio del capo della polizia di Contea che lo ringrazia per l’importante contributo nella guerra alla droga e lui lo attacca dietro il bancone del locale come lasciapassare per lo smercio, vantandosi di «essere un membro benpensante e a pieno titolo dei ceti capitalisti»). Interessante l’inserimento del personaggio femminile di Nikki, che usa il suo corpo come scorciatoia nella vita senza che alcuna conquista riesca davvero a soddisfarla, ma in definitiva rappresenta un’occasione mancata perché nell’ultima parte viene lasciata in secondo piano per concentrare l’attenzione sul quartetto delle meraviglie Sick Boy-Spud-Begbie-Renton. Il finale è formidabile e inaspettato. Non male l’insistenza sulla fissazione dell’anal della nostra società e la spiegazione di come l’immaginario hard sia basato sulla fantasia.

mercoledì 25 settembre 2019

Irvine Welsh - Trainspotting

Quando andavo al liceo, ormai più di vent’anni fa, Trainspotting era il film cult delle autogestioni o delle occupazioni scolastiche, quello che occupava stabilmente l’aula audiovisivi con tanto di dibattito a seguito: il risultato è che alcune persone se lo saranno visto dieci volte, magari consolate dal mito che veniva diffuso secondo cui il messaggio del film era quello che ognuno ha la sua droga personale. Ovviamente, col senno di poi, il film parlava di tutt’altro, e ovviamente anche il romanzo originale di Irvine Welsh, uscito all’inizio degli anni Novanta ma ancora oggi un autentico pugno nello stomaco per qualsiasi benpensante e una delizia per gli alternativi. Ambientato a Edimburgo, o per meglio dire in un suo sobborgo di Edimburgo, racconta la storia di tre amici eroinomani, Mark Renton, Spud e Sick Boy, che passano il tempo a far finta di cercare un lavoro per campare col sussidio e di disintossicarsi, ma anche ad andare a letto con le ragazze e a fare i conti con l’AIDS. Senza dimenticare le truffe: Mark ha organizzato una frode basata sugli assegni circolari del collocamento e incassa il sussidio a cinque indirizzi diversi, e ruba libri dalle librerie Waterstone per poi rivenderli. Finché il loro amico Begbie, uno psicopatico violento che non si droga ma è alcolizzato, li coinvolgerà nel colpo della vita: vendere due chili di eroina a Londra. Il piano riuscirà, ma sarà la fine della loro amicizia. Già il titolo la dice lunga: si riferisce all'episodio Guardando i treni alla stazione centrale di Leith (in originale, Trainspotting at Leith Central Station), dove Renton e Begbie vengono avvicinati da un vecchio barbone mentre stanno urinando nell'ormai dismessa stazione centrale di Leith, e poi si scopre che il barbone è il padre di Begbie. Trainspotting è un romanzo che ha l’ambizione di mostrare in maniera del tutto nichilista e amorale cosa ci sia di tanto eccitante nel farsi di eroina nei baracconi di tiro a segno e vivere in mezzo all’immondizia («Prendi il tuo orgasmo migliore, moltiplica per venti la sensazione, e non ci sei arrivato nemmeno vicino, cazzo, sei ancora lontano un chilometro»). Tra ogni possibile eccesso scatologico, sessuale, alcolico e linguistico (senza contare le esplosioni di violenza), raggiungendo picchi di vero e proprio disgusto, Welsh infonde tutto il suo umorismo sporco e ghignante e traccia un ritratto cinico e compiaciuto di una generazione perduta che non solo rifiuta qualsiasi modello offerto dalla società («i socialisti la tirano lunga a parlare dei compagni, la lotta di classe, il sindacato e la società. Chi se ne fotte, tutta roba di merda») ma soprattutto non ha più bandiere né miti ribellistici in cui riconoscersi. E nemmeno le differenze calcistiche (la rivalità cittadina tra Hibernian e Hearts) e religiose («Ma che razza di famiglia del cazzo che mi ritrovo. Brutti stronzi cattolici dal lato di mia madre e coglioni porci orangisti da quello di mio padre») hanno più molto senso. Nella loro sfrontata irriverenza, più che paura o disgusto, Mark e i suoi amici suscitano pena e simpatia, anche se sono privi di un qualsiasi alibi che spieghi e giustifichi la loro deriva autodistruttiva: sono solo sempre pronti a reintegrarsi, continuando a fregare la società borghese che pensa di poterli redimere o correggere. In questo senso è perfetto il turpiloquio utilizzato da Welsh, reso magistralmente anche nella traduzione italiana (ci si riferisce a chiunque altro come “il coglione”, all’organo genitale femminile come “la fessa” e si utilizza spesso il verbo “svomare”), attraverso cui fa parlare i suoi personaggi in prima persona con il loro personale intercalare (Spud dice sempre “non per dire” e chiama tutti “gattone”) e li inserisce in una struttura non lineare con pensieri e discorsi strampalati che si accavallano. Irresistibili le frasi sulla scozzesità («A che cazzo serve pigliarsela con gli inglesi solo perché ci hanno colonizzato? Non ho un cazzo io contro gli inglesi. Sono dei segaioli e basta. Siamo stati colonizzati da un mucchio di segaioli. Non siamo stati nemmeno capaci di sceglierci una bella cultura sana e decente per farci colonizzare») e fantastiche le scene di Spud costretto a presentarsi al colloquio di lavoro o dello stesso che si risveglia a casa della fidanzata coperto dai suoi stessi escrementi; terrificanti invece quelle della bambina morta che gattona sul soffitto durante il delirio da disintossicazione di Mark (un classico anche del film) e della vendetta di Davie nei confronti di un sieropositivo. Se si sopravvive al vasto campionario di aghi, sangue, fluidi corporei, sostanze fecali (e mestruali) e corpi in disfacimento, si avrà a che fare davvero con un grandissimo romanzo.

venerdì 13 settembre 2019

Erica Jong - Paura di volare

Considerato un caposaldo della letteratura femminile, Paura di volare è un romanzo di inizio anni Settanta a torto definito “erotico”. Di certo ha un linguaggio assolutamente esplicito (e talora volgare) e, letto oggi, risulta irrimediabilmente datato e altalenante a livello di ritmo, ma prima di stracciarsi le vesti in preda allo sdegno bisogna dire che ha un taglio del tutto diverso dal filone alla 50 sfumature: infatti, come scrive Lidia Ravera nella Prefazione, le avventure della protagonista non raccontano «il piacere di soccombere, la voluttà dell’obbedienza, lo strapotere del maschio miliardario e sadico», bensì «la vittoria di una donna su se stessa, la sua conquista del desiderio, della libertà di sperimentare». Insomma, rispetto alla produzione di E.L. James (autrice delle suddette 50 sfumature) o Anna Todd (autrice della serie After) sembra quasi di avere a che fare con un Nobel per la letteratura: questione di punti di vista, insomma. Il romanzo, probabilmente autobiografico (ma la stessa autrice ammette di non dire sempre la verità), risente pesantemente del clima anni Settanta nel quale fu scritto, vale a dire la grande epoca della contestazione, della liberazione sessuale, della psicanalisi e della convinzione di poter cambiare il mondo. La protagonista è Isadora Wing, alter ego dell’autrice, ebrea, colta e newyorkese, autrice di poesie erotiche, sposata con uno psicanalista dopo essere già stata sposata con un malato di mente («Era logico che dopo uno psicotico volessi sposare uno psichiatra»): lo spunto è una trasferta europea con il marito Bennett per andare a un convegno di freudiani americani a Vienna, e da qui una sorta di triangolo amoroso che si trova a vivere con l’amante inglese Adrian Goodlove, conosciuto in questa occasione. La vicenda tocca un sacco di tematiche, come la scoperta del potere della seduzione femminile, la scoperta del proprio corpo, il bisogno di compiacere i maschi, la necessità di fare delle scelte, la ricerca di affetto e felicità, la sensazione di essere perseguitata (Isadora è ossessionata dal Terzo Reich e dai tedeschi), la contraccezione (Isadora usa il diaframma), la maternità (i problemi con la propria madre, cosa significa essere madre, la domanda se la donna si completi veramente se è madre, quanto i figli sono un ostacolo all’affermazione personale). Ma soprattutto l’emancipazione femminile, la donna che lavora, viaggia e non dipendente dall’uomo (sia da single sia da sposata), che fa quello che vuole e non viene colpevolizzata per questo («Mi sento in colpa perché scrivo poesie invece di cucinare. Mi sento in colpa per qualunque cosa. (…) Le donne sono le peggiori nemiche di se stesse. E i sensi di colpa sono il principale strumento della tortura che si autoinfliggono»), con il sogno di liberarsi dal senso di colpa e di essere disinibita e senza problemi come le protagoniste dei romanzi erotici. Inutile dire che il titolo Paura di volare non è solo da prendere in senso letterale ma richiama tutto questo, la voglia di liberarsi e volare alto ma aver paura di farlo per tutta una serie di inibizioni, restrizioni e considerazioni. Spesso e volentieri la nostra eroina passa in rassegna le sue disavventure con i suoi vari amanti e talvolta si prende sul serio («La vita non ha una trama. È molto più interessante di tutto quello che si può raccontare, perché il linguaggio, per la sua stessa natura, dà un ordine alle cose, mentre la vita vera non ha un ordine») ma, a dispetto dell’ambientazione psicanalitica (e anni di terapia non sembrano aver poi portato a molto), la Jong utilizza uno stile leggero e ironico, perfettamente esemplificato dall’invenzione della scopata senza cerniera, roba in puro stile Sex & the City («senza cerniera (…) perché l’avvenimento ha tutta la velocità e la concentrazione di un sogno e come un sogno sembra libero da rimorsi e sensi di colpa; perché non si parla del marito defunto di lei o della fidanzata di lui; perché non si cerca di razionalizzare; perché non si parla per niente. La scopata senza cerniera è assolutamente pura. (…) È più rara di un unicorno»); non è da meno però l’idea di scrivere un poema epico sulla storia del mondo e di classificazione dei popoli attraverso i gabinetti.

domenica 25 agosto 2019

Antonio Caprarica - Ci vorrebbe una Thatcher

Margaret Thatcher! La Lady di Ferro, uno dei simboli degli Anni Ottanta, è ancora in grado di far tremare tutti, dall’intellettuale all’uomo della strada, guadagnandosi probabilmente un posto nell’Olimpo dei supercattivi di tutti i tempi. Figlia di un droghiere e malvista da «un gruppo dirigente fatto di maschi, nobili, proprietari terrieri e allievi di Eton», nel suo regno di leader del Partito Conservatore e di Primo Ministro (1979-1990) mise in atto un lungo braccio di ferro con i minatori e una serie di riforme dure e impopolari con fermo controllo della spesa pubblica, deregulation finanziaria, taglio delle tasse e privatizzazioni risollevando un Paese fondato sull’assistenzialismo ma sull’orlo del baratro finanziario, che aveva chiesto l’intervento del Fondo Monetario Internazionale per salvare la propria valuta e che annaspava nel declino industriale e in una crescente disoccupazione. La Thatcher credeva che la disuguaglianza fosse uno stimolo per la crescita degli individui e della società, e per questo era sostenitrice di uno Stato leggero attento a non soffocare sotto un fardello di regole e sussidi la creazione di ricchezza. Ha fatto molto di più che applicare una teoria economica: ha prodotto la rivoluzione della classe media che ha cambiato la mentalità e la faccia del Paese perché ha permesso l’emergere di una borghesia che lavorava a discapito di chi per tradizione aveva di più. In quindici anni la Gran Bretagna era già diventata un Paese ricco e trendy al quale il resto del mondo guardava con ammirazione, e ha permesso a Tony Blair (che si è guardato bene dall’invertire la rotta) di inaugurare la sua Cool Britannia. Prima che vi stracciate le vesti, sia che siate di sinistra sia di destra (la sinistra inorridisce, ma la destra tradizionale odia la Lady di Ferro anche di più, in quanto atlantista e liberale, quindi tesa a imporre il denaro come unico valore), Ci vorrebbe una Thatcher di Antonio Caprarica non è un libro sulla Thatcher, ma su quanto la Thatcher avrebbe da insegnare a un Paese come il nostro. Quando è stato scritto c’era Monti, ma non cambia molto, nonostante nel frattempo siano passati Letta, Renzi Gentiloni e Conte, perché i problemi restano sempre gli stessi: da ex comunista e uomo di sinistra (qualcuno direbbe: perfetta deriva da PD), Caprarica sostiene che anche all’Italia servirebbe una rivoluzione come quella portata dalla Lady di Ferro in Gran Bretagna, che la nostra società e la nostra economia dovrebbero aprirsi (orrore!) al liberalismo e a valori come la trasparenza, l’individuo, la concorrenza, la responsabilità personale, perché «i sussidi di Stato alle aziende decotte non sono una vera alternativa alla crisi. È la stessa verità che bisognerebbe dire alle migliaia di lavoratori italiani intrappolati in aziende obsolete e in crisi. […] Non si creano posti di lavoro stabili e duraturi difendendo imprese antieconomiche. […] E continuare a sborsare soldi pubblici giusto per passare il problema a chi verrà dopo è un inganno non solo per i posteri, ma pure per i contemporanei». Insomma, dovremmo tutti abbandonare l’idea del sussidio o dell’intervento statale in grado di risolvere tutti i problemi, o la convinzione che sia più utile salvare il posto di lavoro che il lavoro. Monti poteva essere una nuova Thatcher e modernizzare l’Italia? No, perché a differenza della Thatcher non aveva né i voti né il consenso popolare per mettere in atto dei provvedimenti impopolari. A dire il vero, ha tentato solo alcune liberalizzazioni sul mercato del lavoro, dei capitali e delle professioni, e non è intervenuto sula fine delle corporazioni che bloccano il mercato del lavoro; anche la creazione di società a un euro (provvedimento che avrebbe dovuto incentivare la creatività giovanile e lo spirito imprenditoriale delle nuove generazioni) è miseramente fallita perché poi, per partecipare alle gare, ci voleva un capitale di almeno 20.000 euro. Per capire la differenza tra Italia e Regno Unito basti pensare che lì manca la figura del notaio: figura del tutto inutile, in quanto il rapporto Stato-cittadino è basato sulla fiducia. Curiosamente, da quelle parti i tagli agli enti locali hanno dato origine a sperimentazioni legate alle istanze più vicine ai cittadini: «Costretti dall’austerità a pesanti riduzioni di budget, le amministrazioni periferiche li hanno usati per concepire nuove risposte ai bisogni delle loro comunità». Forse da qui dovrebbe partire la lezione della Thatcher, la necessità che l’economia riprenda in settori diversi da quelli tradizionali: valga l’esempio, citato da Caprarica, del mercato dell’auto che è stato sorpassato da quello della bicicletta, segno di un panorama ormai cambiato.