domenica 26 maggio 2019

Arto Paasilinna - Il migliore amico dell'orso

Era metà ottobre quando ho letto La prima moglie e altre cianfrusaglie e, neanche il tempo di posare il libro (o meglio, il Kindle), ho appreso della scomparsa di Arto Paasilinna. Ci sono rimasto davvero male, avendo maturato per questo scrittore un’autentica venerazione. La sua simpatia, il suo umorismo, la sua follia e soprattutto la sua grande scrittura mi hanno conquistato, e senza di lui il mondo è un luogo più triste. Il miglior modo per ricordarlo è leggere questo Il migliore amico dell’orso, geniale favola sul reciproco ammaestramento ai valori della vita tra un pastore protestante e un orso. Sembrerebbe una banalità animalista ed ecologista, ma non lo è affatto. Il pastore protestante in questione è Oskari Huuskonen, uno stramboide fedifrago, ubriacone e insofferente alla gerarchia, a cui viene regalato un cucciolo di orso per il giorno del suo cinquantesimo compleanno da parte dei suoi parrocchiani con la segreta speranza che, crescendo, l’animale si mangi lui e l’insopportabile moglie. L’altra speranza è risparmiare sulla colletta, visto che l’orso è un trovatello essendogli morta la madre arrostita su di un traliccio dopo avere divorato un pranzo di nozze e aver azzannato la sua organizzatrice che, per sfuggire all’animale, si era rifugiata sui fili dell’alta tensione. L’orso, chiamato Satanasso per l’espressione pronunciata dalla moglie per lo stupore, fa deflagrare l’equilibro di vita di Oskari, già in crisi con la sua fede e il suo matrimonio: il pastore infatti si mette a praticare il lancio del giavellotto in verticale da dentro un pozzo e trafigge il suo vescovo, si lascia andare a riflessioni su Gesù come rivoluzionario bolscevico, ammette la sua realtà di peccatori nei sermoni. Inoltre, partecipa a un progetto dell’università e allestisce una tana per il letargo dell’orso nel giardino di una vicina e lì si apparta con l’amante, l’affascinante etologa Sonja. Credendo di ricevere messaggi divini da una comunità aliena per la realizzazione di un sincretismo senza dogmi fra tutte le religioni del mondo, Oskari decide di intraprendere insieme all’orso un viaggio che lo porterà in giro per l’Europa, dal Mar Baltico al Mediterraneo, passando per il Mar Nero, occasione per contrattempi inaspettati (la rissa al concilio interconfessionale tra sacerdoti, pastori, rabbini e mullah) e incontri bizzarri con personaggi matti ed eccentrici (il venditore di saune finlandesi nel Mediterraneo!), il tutto all’insegna dell’iconoclastia e del grottesco in perfetto stile Paasilinna che getta uno sguardo ironico, beffardo e amaro sull’illogicità e la tragicommedia della vita, sempre volto a ironizzare sulle caratteristiche negative della società finlandese (l’alcolismo, il suicidio, l'odio per la Russia). Nel frattempo l’orso acquista una serie di competenze inattese per avvalorare le evoluzioni spirituali del suo padrone (stira camice, porta le valige, serve in tavola, prepara cocktail e vain bagno come un umano), fin quasi a divenire lui stesso un compagno umano, in una sorte di educazione del buon selvaggio con l’animale che si trasforma in (quasi) perfetto gentiluomo capace di sbrigarsela in ogni faccenda domestica e difficoltà relazionale, perfetto contraltare di un uomo che, nel suo risveglio animalesco dei sensi, perde completamente il lume della ragione («Un prete ubriaco neanche Dio può farlo tacere»). Paasilinna ci mancherà più di quanto potete immaginare.

domenica 5 maggio 2019

Michael Swanwick - La figlia del drago di ferro

I draghi sono creature sempre interessanti, anche se sono biomeccanici, di ferro e a vapore. È il caso de La figlia del drago di ferro di Michael Swanwick, di cui avevo già letto Gli dei di Mosca qualche anno fa trovandolo molto bello. A parlarne bene nel nostro Paese sono stati come sempre il Duca di Baionette (la cui collana Vaporteppa ha per l’appunto pubblicato Gli dei di Mosca) e Chiara Gamberetta, quindi una garanzia di affidabilità. Eppure, è bene precisare che ci troviamo di fronte a una lettura impegnativa e strana, non solo per la sua spiccata propensione al weird: Swanwick parte dal presupposto che il Piccolo Popolo del folklore si sia evoluto verso l’utilizzo del metodo scientifico e immagina un mondo alternativo dominato dagli elfi, i cui signori si contendono il pianeta, in mezzo a tutte le altre creature fantastiche: fate, gnomi, goblin, orchi, troll, fauni, ragazze libellula, gargoyle di pietra e altre creature antropomorfe dotate di becco, zanne, ali e altri arti, perfino i magri notturni di lovecraftiana memoria; gli umani, l’unica razza non nativa di questo mondo, sono invece prigionieri rapiti alla loro realtà (la nostra). Tutte queste creature sono ciniche, crudeli, egoiste e sessualmente affamate, e mantengono comunque le loro caratteristiche magiche: la magia non è abbandonata, anzi, è connessa alla fisica (comprensiva di campi magnetici) e basata sulle maledizioni e sulle predizioni basate sul sangue. C’è anche l’alchimia, che è connessa alla chimica e si studia all’università, esistono i portali magici, mentre le streghe del villaggio consigliano alle giovani donne le tecniche di contraccezione. Nel mondo ci sono i grattacieli, gli attici, le fabbriche, l’elettricità, la televisione, le sigarette e i centri commerciali (al cui interno il tempo va a rilento); gli adolescenti sniffano strisce di “polvere fatata”, alcune razze sono ghettizzate, sui muri sono impressi graffiti comunisteggianti “elfi, andate in malora!” e “potere ai nani” con un paio di martelli incrociati sotto. Senza contare che si tratta di una società perversa e violenta, con tumulti e agitazioni pubbliche, combattimenti fra nani, spettacoli pornografici per feticisti dei troll e sacrifici cruenti: valgano per tutti il rituale della Decima, la soppressione violenta di un decimo di tutto (studenti, drogati, negozi, palazzi, libri), e quello della regina di vimini, titolo che permette alla ragazza che lo consegue di poter vivere per un anno come una vera celebrità, apparendo in televisione e ai concorsi per poi venire uccisa nel corso di uno spettacolo pubblico in un’arena. Il tutto in base al volere di una misteriosa e crudele Dea, il cui agire è inconoscibile e insondabile. Per soprammercato, troviamo anche la reincarnazione. Ci troviamo al cospetto di un romanzo a metà strada fra lo steampunk e l’urban fantasy, che rappresenta senza dubbio una nuova interpretazione del fantastico ma che risulta forse troppo metaletterario e autoconsapevole: non sappiamo in che mondo siamo, ma le connessioni alla nostra realtà sono veramente troppe, visto che esistono generi musicali come il rap e l’heavy metal, qualcuno indossa un completo italiano e si usano espressioni francesi, senza che nel romanzo l’Italia o la Francia esistano. La vicenda è incentrata su Jane, una changeling, una bambina scambiata che vive segregata in una fabbrica di draghi con altri bambini di ogni razza fatata tenuti in schiavitù. Si imbatte in Melanchton, un drago scartato e arrugginito destinato alla demolizione, di cui subisce il fascino accettando di divenire la sua pilota. Grazie a lui riesce a fuggire e in qualche modo ad affrancarsi: la ritroviamo a scuola e poi all’università, alle prese con i ragazzi, le prime amicizie e le rivalità che si vengono a creare, il vizio e la corruzione. E poi c’è il sesso: per governare Melanchton, Jane deve restare vergine, poi però la ragazza (mossa dalle pulsioni dell’adolescenza) scopre che i rapporti sessuali fanno funzionare meglio i processi alchemici attraverso rituali esoterici che ricordano molto i riti della fertilità studiati dagli antropologi (addirittura, nel mentre Jane può parlare alla sua madre umana in visione). È qui che si vede la vera natura di romanzo di formazione alla Dickens, con la classica trovatella che deve crescere in fretta e imparare ad adeguarsi al mondo che le sta intorno, vivendo ogni volta dei traumi emotivi della crescita. Purtroppo la storia è difficile da seguire, sia per i salti temporali operati dall’autore, sia per la scelta di non spiegare mai di cosa si sta parlando in base a un’applicazione estrema del principio “Show, don’t tell”: in questo modo personaggi, ambienti e situazioni vengono solo vagamente tratteggiati, risultando confusi e lasciando il lettore sgomento e spaesato. Sarebbe però un errore bollare La figlia del drago di ferro come un fallimento: ci sono delle idee bellissime, a partire da quella che la conoscenza del vero nome delle cose e delle persone sia la chiave per possedere il funzionamento di un meccanismo e la vita degli altri; l’awen, l’ispirazione poetica che pervade il corpo di chi ne è posseduto; l’Orologio del Tempo, che accelera in un colpo il ritmo della vita di chi lo oltrepassa; la civiltà dei meryon, instancabili microtecnici e maestri di bricolage, creature con sei gambe delle dimensioni delle formiche che sono il risultato della degenerazione (durata eoni) dei folletti; il libraio che preferisce morire che vendere i libri della sua collezione («Meglio bruciare insieme che sopravvivere e dimorare nel cadavere della mia amata, costantemente circondato da promemoria della sua precedente bellezza»). Dove invece il romanzo spicca è il rapporto tra Jane e Melanchton: i draghi di Swanwick sono delle creature malvagie che mantengono sempre la loro natura di macchina da guerra e conservano un desiderio di vendetta nei confronti dei mortali che li comandano con la magia; accettano però di essere governati da un pilota, a patto che abbia almeno una parte di sangue umano, e infatti possono vivere solo in una sorta di simbiosi con il loro pilota, conducendolo un po’ per volta verso il male più assoluto (e infatti il nichilismo di Melanchton si fa strada in Jane). Narrativamente ha dei difetti, ma come creatore di mondi Swanwick è veramente degno di nota.

giovedì 2 maggio 2019

Kumo Kagyu, Kousuke Kurose - Goblin Slayer

Non sono mai stato un grande lettore di manga ma non disdegno qualche capatina nel genere. Mi sono letto in un fiato i 15 capitoli (ignoro se ce ne siano altri) che compongono Goblin Slayer, recente serie di Kumo Kagyu (testi) e Kousuke Kurose (disegni) che ha fatto parlare di sé e ha prodotto anche un anime: siamo nei reami del dark fantasy, e fantasy in senso occidentale, attenzione, non giapponese, quindi scordatevi i costumi strani ed esotici, le maid e i maggiordomi. L’ambientazione è proprio il fantasy tradizionale con gli elfi dei boschi, insomma quello di derivazione tolkieniana, o sarebbe meglio dire all’americana, alla D&D. Ed è proprio Dungeons & Dragons l’universo di riferimento: l’intero manga sembra una lunga sessione di gioco, con i vari moduli di avventura messi in fila, con il party di avventurieri e tutto il resto. Gli stessi personaggi parlano apertamente di colpi critici, effetti delle pozioni, stanchezza e numero di incantesimi rimasti. Addirittura, la storia prende avvio in una gilda degli avventurieri, frequentata ogni giorno da campioni che prendono in carica le missioni dalla bacheca o rispondono agli annunci dietro promessa di una ricompensa (in esperienza e denaro), con tanto di personale addetto come in ogni ufficio burocratico che si rispetti. Gli stessi avventurieri sono suddivisi in ranghi, in base a una targhetta che viene loro conferita a certificazione del loro status, dall’infimo (la porcellana) al più inarrivabile (il platino). Nonostante questo, però, è bene chiarire che i giapponesi ricordano sempre di essere giapponesi, quindi aspettatevi di trovare assurdità come gli spadoni, le decapitazioni sanguinolente e una maga tettona con un cappello assurdo che dice una frase ogni dieci minuti. La differenza è che il tono del manga è molto oscuro, con stupri, nudità, violenze e momenti splatter e disturbanti, molto diversi dal fantasy plasticoso e pacioccoso che ci si potrebbe aspettare, e per questo qualcuno ha parlato di un nuovo Berserk (altro manga medievale molto violento), anche se a sproposito. La storia si apre con una giovane sacerdotessa che si aggiunge a un party di avventurieri sprovveduti a caccia di goblin, che tuttavia si trova molto presto in pericolo; giunge in loro aiuto l’eroe eponimo, Goblin Slayer, un guerriero che ha votato la propria esistenza al massacro dei goblin e vive per compiere in pieno questa sua missione, a qualsiasi prezzo e con qualsiasi mezzo. È dotato di un armamento brutto da vedere ma estremamente efficace, e non lo vedremo mai in volto, perennemente coperto da un grosso elmo a gabbia, nemmeno nei due unici casi in cui se lo toglie. Procedendo nella lettura, scopriamo le motivazioni che l’hanno spinto a prendersela contro queste creature e anche il luogo in cui ritorna per rifocillarsi e rimettere in sesto il proprio equipaggiamento, dove vive l’amica d’infanzia sfuggita alla distruzione del loro villaggio quando erano bambini. Il nostro è talmente preso dai goblin che snobba l’impegno a battersi contro un’armata del male costituita da terribili demoni che sta per abbattersi sugli abitanti del mondo; si unisce però, sempre affiancato dalla sacerdotessa, a un party formato da un uomo-lucertola sciamano (con un debole per il formaggio), da un’elfa arciere e da un nano stregone. I personaggi non vengono mai chiamati con il loro nome, ma sempre con il nome della loro razza o della loro classe; resta la tradizionale rivalità tra elfi e nani (che continuano a punzecchiarsi), così come il pane elfico stile lembas del Signore degli Anelli e le sparate ottuse del nano («Sono un nano! Su metallo, pietre e vino sono un’autorità!»), mentre è carino l’espediente di far chiamare il protagonista dall’elfa con termine tratto dalla sua lingua (“orcbolg” e dal nano con un’espressione tradotta dal nanico (“Tagliabarbe”). La sacerdotessa, ovviamente buona e gentile, è il classico personaggio femminile timido e bisognoso di aiuto e sostegno, ma allo stesso tempo leale e coraggioso quando la situazione lo richiede. Le vicende vedranno questo composito party combattere contro masse di goblin, un orco e un signore dei goblin, e radunare contro quest’ultimo e la sua legione tutti gli avventurieri della gilda per salvare la sua amata fattoria: la classica idea del costituire un’alleanza contro il nemico comune, in cui ognuno può mettere in campo il proprio coraggio (con tanto di citazione: uno dei personaggi è uguale a Gatsu di Berserk). Sembra che inizi un’evoluzione psicologica del personaggio, ma 15 capitoli sono troppo pochi. Dal canto loro, i goblin sono esseri del tutto malvagi che agiscono in base alla pura violenza e che attaccano in gruppo, dedicandosi al massacro, allo stupro incontrollato e alle torture; nonostante questo, sono considerati di basso rango e vengono pertanto snobbati dalla maggior parte degli avventurieri, che preferiscono dedicarsi a mostri più remunerativi. Purtroppo, l’ambientazione resta sempre approssimativa e non va al di là di uno stereotipato Medioevo agricolo: non c’è una costruzione di mondo, non si sa in che paese siamo, ci sono solo le città, le campagne e dei personaggi che sembrano pacifici. Interessante il particolare delle divinità che giocano a dadi con i destini gli uomini, un po’ sulla falsariga dei primi volumi del ciclo del Mondo Disco di Terry Pratchett: siamo solo pedine nelle mani degli dei, ma la particolarità del nostro eroe è che nel suo caso non lascia che gli dei tirino al posto suo, ma lo fa lui stesso.