sabato 29 giugno 2019

Licia Troisi - Nihal della Terra del Vento

Tempo fa mi sono trovato nella fastidiosa situazione di dover correggere un’autrice che per una pagina e mezzo faceva declamare un cavaliere medievale a cui era stato perforato il polmone con uno spadone, invece di farlo stramazzare per terra soffocato dal suo stesso sangue: il mestiere dell’editor è proprio quello di scovare, per quanto possibile, le assurdità scritte dagli autori, che spesso scrivono i libri senza avere la benché minima competenza sulla materia trattata e senza essersi documentati a sufficienza. Mi chiedo quindi chi possa aver seguito Nihal della Terra del Vento di Licia Troisi, definita con orgoglio da molti “la più amata scrittrice fantasy italiana” ma in realtà l’iniziatrice del fantatrash all’italiana, la capostipite di un genere a base di elfi e immondizia che ha infestato le nostre librerie per anni. Ora, sparare contro la Troisi è inutile a distanza di tanti anni, soprattutto dopo i sommi strali che le sono stati rivolti da Chiara Gamberetta e dal Duca di Baionette (che ha ammesso di aver fatto le sue brave porcherie fantasticando sulla protagonista Nihal, una mezzelfa dai capelli blu con il fisico da modella); inoltre piace a un sacco di gente, gente che con i suoi libri ci è proprio cresciuta, quindi il rischio è rubare a queste persone l’infanzia e attirarsi improperi di ogni tipo. È comunque innegabile che la Troisi sia la perfetta esemplificazione della scrittrice che non solo scrive male (i combattimenti e le battaglie non sono mai stati raccontati in maniera così pezzente), ma soprattutto non si documenta e disprezza le più elementari regole della verosimiglianza: personaggi senza preparazione o muscoli che brandiscono armi, catapulte che colpiscono al volo dei draghi in aria e li abbattono, generali che ordinano l’assalto a fortezze che stanno già per capitolare di loro per la sete, per non parlare delle reclute del corpo più prezioso delle Terre libere (i Cavalieri dei Draghi) mandate allo sbaraglio con tanto di corpetto di colori sgargianti, così, per essere centrate meglio. Ma tanto è fantasy, quindi che problema c’è? La nostra protagonista, Nihal, spadaccina provetta, scopre di essere l’ultima rappresentante della stirpe dei mezzelfi e decide di diventare una paladina della lotta contro il terribile Tiranno, il solito “cattivo perché sì” che ha eliminato anche tutta la razza dei mezzelfi e sta cercando da 40 anni di annettere l’intero Mondo Emerso grazie al suo esercito di mostri, i Fammin (creature artificiali realizzate attraverso atroci sofferenze inflitte ad abitanti del Mondo Emerso). Qualcuno sostiene che Nihal rispecchierebbe le adolescenti di oggi, i loro problemi e il loro carattere, ma a parte gli ovvi problemi della crescita (insicurezze, imprudenza, senso di inferiorità) è più semplicemente la solita scialbona stereotipata, testarda e lunatica, che deve crescere e imparare dai propri errori, magari imparando l’ordine, l’impegno e la disciplina che il mondo militare impone, per poi scoprire che magari nella vita c’è dell’altro. Peccato che invece la testardaggine di Nihal le permetta di ottenere sempre ciò che vuole, e che il mondo militare rappresentato dalla Troisi sia talmente sgangherato da mancare del tutto di disciplina. A un certo punto Nihal cavalca pure un drago, e per farlo deve entrare in empatia con lui, in modo tale che anche il drago impari a fidarsi di lei: sai che novità. Anche tutti gli altri personaggi sono dei puri stereotipi: Soana è una maga bellissima, Fen il cavaliere perfetto su cui riversare il proprio amore senza speranza, Ido lo gnomo valoroso e scorbutico che si comporta da nano (e, a conti fatti, lo si immagina sempre come un nano). Nessuno di loro è abbastanza “forte” da spiccare nella narrazione o da riuscire a far breccia nel cuore dei lettori. E poi c’è Sennar, il giovane mago pacifista amico d’infanzia di Nihal che da quanto è forte è stato fatto entrare nel Consiglio che riunisce tutti i maghi più forti del Mondo Emerso e che ha lo scopo di coordinare le operazioni belliche contro il malefico Tiranno; ovviamente è innamorato di Nihal, ma questa lo tratta male perché impegnata a realizzare il suo sogno di diventare un cavaliere, e lui allora accetta di essere mandato nel Mondo Sommerso (misterioso reame perso in fondo al mare di cui nessuno ha più notizie da 150 anni) per chiedere rinforzi. Affascinante l’idea della città di Salazar a forma di torre, anche se è stato calcolato che questa raggiunga i 600 metri di altezza e che qualsiasi riferimento a spazi percorsi o da percorrere sia assolutamente casuale. Visto che si dichiara nero su bianco che “Non vi è punto da cui non si veda l’altissima torre della Rocca, dimora del Tiranno”, non oso pensare che altezza possa essa raggiungere. La narrazione si concentra sempre sul punto di vista di Nihal, e solo in due casi si allarga a quello di Sennar, ma nel complesso la cosa è gestita malissimo e in maniera affrettata. Se il buongiorno si vede dal mattino, le Cronache del Mondo Emerso prevede precipitazioni diffuse a carattere temporalesco.

martedì 11 giugno 2019

Wu Ming 4 - Il fabbro di Oxford

Che Difendere la Terra di Mezzo sia stato un libro spartiacque per la critica tolkieniana in Italia non sono di certo io a dirlo. In quel saggio Wu Ming 4 aveva cercato di restituire il Professore di Oxford a se stesso, sottraendolo a certe appropriazioni indebite da parte di certe letture ideologiche o confessionali e riportandolo nell’ambito del dibattito internazionale, quello rappresentato da Tom Shippey, Verlyn Flieger e Brian Rosebury, per citare i più noti. Ora, a distanza di anni, esce Il fabbro di Oxford, un libro che raccoglie interventi che risalgono al periodo 2014-2017 e che sono stati tenuti in contesti e occasioni molto diversi tra loro (convegni accademici, festival letterari e fiere del fumetto). Si tratta quindi di un saggio meno organico ma non meno appassionante, che si focalizza già dal titolo (che cita anche implicitamente Il fabbro di Wootton Major) sull’attività artigiana di Tolkien come scrittore e il suo valore letterario. Wu Ming affronta Tolkien esattamente come lo ha già affrontato in Difendere la Terra di Mezzo, ovvero cercando «di illustrare il modo in cui ha costruito i personaggi e le storie attingendo alla grande conoscenza della propria materia di studio – la filologia e la letteratura medievale – e come sia riuscito ad attualizzare quest’ultima attraverso l’invenzione narrativa» e la rielaborazione moderna di tematiche e figure prese dalla letteratura medievale e dalle saghe nordiche. Tolkien non si limita a citare e ricalcare in maniera sterile o nostalgica le sue fonti di ispirazione, ma le riplasma e riadatta, le riforgia in maniera creativa, per parlare alla contemporaneità. In caso contrario, se fosse soltanto un autore mimetico e imitativo, non saremmo nemmeno qui a parlare di lui. Gli eroi classici nella Terra di Mezzo ci sono ma vengono trasformati e cedono il passo a una figura di tipo nuovo: l’uomo comune. La stessa Contea è la parte «più prossima al mondo moderno, dal punto di vista dei costumi e della mentalità», e Bilbo Baggins «certo non può essere un eroe vecchio stampo, un dragonslayer del tipo di Sigurd o Beowulf» (tanto che Shippey lo ha definito uno “scassinatore borghese”). In questo modo Tolkien compie una riflessione moderna su grandi temi come la morte, il potere e l’eroismo, e lo fa utilizzando e attualizzando il mito, in un dialogo assolutamente personale con autori come Robert Graves, Albert Camus, George Orwell e Simone Weil, proprio come «in Difendere la Terra di Mezzo si mostrava come gli interrogativi al cuore delle opere di Tolkien sorgessero dalle medesime sfide conoscitive ed esistenziali di una Simone de Beauvoir» (come scrive Edoardo Rialti nella Prefazione); insomma, un autore ben diverso da quello in fuga dal mondo moderno che qualcuno, soprattutto in Italia, ha sempre cercato di far passare (gli stessi che rifiuteranno schifati anche questo libro, perché Tolkien è roba loro). Senza dimenticare il suo essere filologo e quindi il necessario rapporto con le narrazioni provenienti dal passato, quindi con le fiabe, le leggende e i miti, ma soprattutto con le lingue, che possono trasmetterci informazioni essenziali e senza le quali interi mondi andrebbero distrutti: in Tolkien mito e linguaggio sono coincidenti.

L’altro punto fondamentale dell’approccio di Wu Ming 4 è quello dialettico, che fa emergere le problematicità del mito e del racconto e indaga sulle contraddizioni psicologiche ed etiche dei personaggi tolkieniani. Si veda in Bilbo il perenne scontro interno-esterno, sedentarietà-spirito d’avventura, conformismo-anticonformismo, spirito paterno-spirito materno (“Lo Hobbit”: uno strano romanzo di formazione), o in Aragorn la continua dialettica tra carisma regale e limiti dell’umano (Aragorn, il re che ritorna: il viaggio di un eroe moderno). È sempre attraverso la dialettica del conflitto che Tolkien inserisce nella sua narrativa delle riflessioni sulla guerra che sono contemporanee e figlie della sua esperienza diretta nella Prima Guerra Mondiale (la prima guerra tecnologica, con l’orrore delle trincee e della propaganda), descrivendo però guerre di stampo antico, combattute all’arma bianca. La sua è una polemica antimilitarista ma non pacifista, che affronta il problema della guerra nei suoi due aspetti contraddittori: l’eroismo individuale e le sue ripercussioni psichiche e sociali (lo si vede nel capitolo L’ombra del guerriero: guerra e antimilitarismo nella Terra di Mezzo, ma anche in quello già citato su Aragorn). Se pensiamo al Signore degli Anelli, Tolkien non lesina immagini epiche di eserciti e di guerrieri che si ergono da soli di fronte al nemico, ed è difficile non lasciarsi trascinare dall’uscita dal Fosso di Helm o dalla poderosa carica dei Rohirrim, quindi da scrittore e appassionato del mondo delle saghe nordiche e medievali riconosce senza sminuirlo l’eroismo implicito in questo modo di fare la guerra. Tuttavia, accompagna queste immagini con una riflessione molto acuta affidata a un intellettuale come Faramir, un personaggio molto diverso da altri guerrieri old style come Aragorn, Théoden ed Éomer, addirittura fondamentale per chiarire la differenza tra “gloria marziale” e “vera gloria”. La critica di Tolkien è dunque rivolta all’esaltazione dei valori bellicisti e guerrieri quando non sono sottoposti a un rigido esame. Una riflessione che si connette a quanto già scritto a proposito del Ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm e della critica all’eroismo nordico fine a se stesso, che prevede la morte eroica a tutti i costi perché i poemi cantino le proprie gesta senza tenere conto delle ripercussioni sociali di questo gesto: l’etica cattolica di Tolkien prevede che «la salvezza non è mai un fatto meramente individuale, ma passa attraverso le opere, cioè la relazione con l’altro da sé, senza la presunzione di sentirsi l’eroe al centro della storia», dal momento che «il mondo è talmente vasto e complesso che ognuno gioca la propria parte in un quadro più grande». Il finale del romanzo affronta invece il tema dell’«uso della violenza contro i nemici e lo fa attraverso un dibattito tra i “buoni” e approda all’idea di utilizzare la violenza il minimo indispensabile per legittima difesa»: è la posizione del reduce Frodo, che si rende conto che per liberare la Contea non c’è altra possibilità che una lotta violenta ma pretende che si usi il minimo indispensabile della forza e che non venga tolta la vita a nessuno, decisione per altro presa con grande sofferenza.

Nel capitolo La riscossa della Contea o la rivolta moderna Wu Ming riprende la sua lettura del Tolkien “disobbediente” e in qualche modo anarchico, che giustifica il non obbedire agli ordini ricevuti se questi vanno contro la propria coscienza e la possibilità di esercitare sempre il proprio libero arbitrio. In questo caso allarga questa lettura all’ambito politico, quando «la disobbedienza all’autorità da atto individuale diventa azione collettiva». Quindi, da cattolico, e qui Wu Ming sottolinea che Tolkien non è Manzoni, esiste la «possibilità che l’essere umano usi la ragione insieme alla fede per fare la cosa giusta, cioè per praticare e affermare i princìpi e le virtù che lo salveranno». Non certo una rivoluzione, visto che la sommossa viene improvvisata dai quattro hobbit di ritorno a casa e soprattutto perché Tolkien non credeva nelle rivoluzioni; si tratta però pur sempre di una rivolta in senso moderno per rivendicare dei diritti contro lo Stato moderno tecnocratico e accumulatore che Saruman ha messo in piedi con la complicità degli stessi hobbit. Una sorta di utopia letteraria che non approda allo Stato moderno (visto che anzi lo combatte) ma nemmeno a un modello sociale organicistico-sacrale di tipo medievale, dal momento che la Contea degli hobbit è una comunità acefala che si regge su un equilibrio autoregolato. Insomma, un’ulteriore prova dell’insensatezza di appropriarsi della Contea come manifesto ideale o politico per legittimare un’ideologia ancorata nel passato, tema già affrontato in Difendere la Terra di Mezzo, e una complessa e attuale riflessione etica sul «dilemma del cristiano posto di fronte al comandamento “Non uccidere” e alla necessità storica di declinarlo, interpretarlo, relativizzarlo rispetto alle circostanze».

Nel caso di Lúthien e le altre: i personaggi femminili nell’opera di J.R.R. Tolkien si offre un’articolatissima risposta a chi accusa Tolkien di non aver dato importanza all’universo femminile, cosa per qualcun retaggio della sua educazione cattolica e sessuofoba. In realtà, attraverso l’analisi di personaggi come Galadriel, Éowyn, Arwen, Lúthien e perfino il ragno Shelob, Wu Ming dimostra come il tema della complementarietà maschile-femminile sia un aspetto fondamentale, presente fin dalle origini della cosmogonia tolkieniana; inoltre dimostra come valga anche all’interno di ciascun personaggio, a prescindere che sia maschio o femmina per nascita. Ci dev’essere un equilibrio tra gli aspetti che vengono genericamente definiti “maschili” (l’uso della forza e dell’ingegno) e quelli definitivi “femminili” (la saggezza della riflessione e della cura): entrambi questi aspetti devono far parte del carattere dei personaggi se questi vogliono essere positivi e portare a termine il loro compito. Quando questo equilibrio non c’è, i personaggi falliscono e fanno generalmente una brutta fine.

In chiusura sono poste due recensioni, una dedicata al pessimo Eroi e mostri di Alessandro Dal Lago (che tra l’altro accusa Wu Ming 4 di rivolgersi a una sinistra antagonista che usa colpevolmente i modelli mitici per chiamare alla ribellione), l’altra al bellissimo Santi pagani nella terra di Mezzo di Tolkien di Claudio Antonio Testi, verso il quale Wu Ming ha anche modo di fare, pur con rispetto e stima, delle critiche relative all’approccio filosofico tomista  e troppo poco conflittuale dell’autore.

sabato 8 giugno 2019

Umberto Eco - Il nome della rosa

Se c’è un aspetto positivo della mediocre serie Il nome della rosa andata recentemente in onda sulla Rai (le cui prime puntate sono state acclamate, per poi scemare nell’anonimato) è che mi è venuta voglia di rileggere il romanzo di Umberto Eco da cui la serie è stata tratta. Romanzo il cui clamoroso successo, ricordiamolo, ha sdoganato la narrativa in Italia (paese tradizionalmente a considerare la saggistica e la poesia unici veri oggetti meritevoli di attenzione) e ha lasciato stupefatta la critica, solitamente abituata a pensare che un racconto che esige nel lettore un grado di cultura sopra la media non possa avere successo. Addirittura, gli è piovuta addosso l’accusa di essere stato pensato e scritto “a tavolino”, come se ciò fosse stato possibile: io stesso ho sentito con le mie orecchie uno scrittore piuttosto famoso dichiarare con spocchia che, dopo aver letto Il nome della rosa, capì che non ci voleva niente per scrivere anche lui un romanzo del genere. Quello che è bruciato a questi signori è stata la geniale intuizione di Eco di battere i poco frequentati sentieri della cosiddetta paraletteratura e del romanzo di genere popolare, ovvero misteri, indagini e colpi di scena. Qualcuno l’ha addirittura accusato di essere un’opera falsa e disonesta perché deforma e piega il passato in ottica presente (anche se rispetta più di chiunque altro l’immaginario medievale, come provato nei casi della descrizione del portale della chiesa o del sogno basato sulla Coena Cypriani), ma vorrei ricordare che un punto di vista è sempre necessario, specie in un’opera di narrativa, e che Eco lo fa con una classe e un’erudizione impareggiabili (la biblioteca come metafora dello scibile umano, la mistica che diventa lussuria e il corpo femminile descritto con le parole del Cantico dei Cantici): è chiaro che si tratta di un’opera che, creando delle analogie tra il Medioevo e l’oggi, risente della temperie ideologica dell’epoca in cui fu scritta (gli anni di piombo e della forte radicalizzazione ideologica), lo scontro fra una visione della vita laica e critica e una irrazionale e dogmatica («I libri non sono fatti per crederci, ma per essere sottoposti a indagine. Di fronte a un libro non dobbiamo chiederci cosa dica ma cosa vuole dire») attraverso il confronto/scontro di Guglielmo con il suo doppio/ombra Jorge. Per questo Eco invita il lettore a porsi criticamente nei confronti di tutto e a considerare l’estrema labilità dei confini, e questo fin dall’inizio, con la citazione del vangelo di Giovanni («In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio») e Adso da Melk impegnato a lasciare nel suo racconto «segni di segni, perché su di essi si eserciti la preghiera della decifrazione». Non voglio ripetermi dal momento che ne ho già parlato QUI e QUI in occasione delle mie altre riletture: mi limito a dire che ogni volta ci noto qualcosa di nuovo, un particolare sorprendente o spiazzante, che rispetta l’intelligenza del lettore e lo invita a partecipare al gioco letterario. Tutto quello che la serie televisiva non è riuscita a trasmettere e a fare.