domenica 25 agosto 2019

Antonio Caprarica - Ci vorrebbe una Thatcher

Margaret Thatcher! La Lady di Ferro, uno dei simboli degli Anni Ottanta, è ancora in grado di far tremare tutti, dall’intellettuale all’uomo della strada, guadagnandosi probabilmente un posto nell’Olimpo dei supercattivi di tutti i tempi. Figlia di un droghiere e malvista da «un gruppo dirigente fatto di maschi, nobili, proprietari terrieri e allievi di Eton», nel suo regno di leader del Partito Conservatore e di Primo Ministro (1979-1990) mise in atto un lungo braccio di ferro con i minatori e una serie di riforme dure e impopolari con fermo controllo della spesa pubblica, deregulation finanziaria, taglio delle tasse e privatizzazioni risollevando un Paese fondato sull’assistenzialismo ma sull’orlo del baratro finanziario, che aveva chiesto l’intervento del Fondo Monetario Internazionale per salvare la propria valuta e che annaspava nel declino industriale e in una crescente disoccupazione. La Thatcher credeva che la disuguaglianza fosse uno stimolo per la crescita degli individui e della società, e per questo era sostenitrice di uno Stato leggero attento a non soffocare sotto un fardello di regole e sussidi la creazione di ricchezza. Ha fatto molto di più che applicare una teoria economica: ha prodotto la rivoluzione della classe media che ha cambiato la mentalità e la faccia del Paese perché ha permesso l’emergere di una borghesia che lavorava a discapito di chi per tradizione aveva di più. In quindici anni la Gran Bretagna era già diventata un Paese ricco e trendy al quale il resto del mondo guardava con ammirazione, e ha permesso a Tony Blair (che si è guardato bene dall’invertire la rotta) di inaugurare la sua Cool Britannia. Prima che vi stracciate le vesti, sia che siate di sinistra sia di destra (la sinistra inorridisce, ma la destra tradizionale odia la Lady di Ferro anche di più, in quanto atlantista e liberale, quindi tesa a imporre il denaro come unico valore), Ci vorrebbe una Thatcher di Antonio Caprarica non è un libro sulla Thatcher, ma su quanto la Thatcher avrebbe da insegnare a un Paese come il nostro. Quando è stato scritto c’era Monti, ma non cambia molto, nonostante nel frattempo siano passati Letta, Renzi Gentiloni e Conte, perché i problemi restano sempre gli stessi: da ex comunista e uomo di sinistra (qualcuno direbbe: perfetta deriva da PD), Caprarica sostiene che anche all’Italia servirebbe una rivoluzione come quella portata dalla Lady di Ferro in Gran Bretagna, che la nostra società e la nostra economia dovrebbero aprirsi (orrore!) al liberalismo e a valori come la trasparenza, l’individuo, la concorrenza, la responsabilità personale, perché «i sussidi di Stato alle aziende decotte non sono una vera alternativa alla crisi. È la stessa verità che bisognerebbe dire alle migliaia di lavoratori italiani intrappolati in aziende obsolete e in crisi. […] Non si creano posti di lavoro stabili e duraturi difendendo imprese antieconomiche. […] E continuare a sborsare soldi pubblici giusto per passare il problema a chi verrà dopo è un inganno non solo per i posteri, ma pure per i contemporanei». Insomma, dovremmo tutti abbandonare l’idea del sussidio o dell’intervento statale in grado di risolvere tutti i problemi, o la convinzione che sia più utile salvare il posto di lavoro che il lavoro. Monti poteva essere una nuova Thatcher e modernizzare l’Italia? No, perché a differenza della Thatcher non aveva né i voti né il consenso popolare per mettere in atto dei provvedimenti impopolari. A dire il vero, ha tentato solo alcune liberalizzazioni sul mercato del lavoro, dei capitali e delle professioni, e non è intervenuto sula fine delle corporazioni che bloccano il mercato del lavoro; anche la creazione di società a un euro (provvedimento che avrebbe dovuto incentivare la creatività giovanile e lo spirito imprenditoriale delle nuove generazioni) è miseramente fallita perché poi, per partecipare alle gare, ci voleva un capitale di almeno 20.000 euro. Per capire la differenza tra Italia e Regno Unito basti pensare che lì manca la figura del notaio: figura del tutto inutile, in quanto il rapporto Stato-cittadino è basato sulla fiducia. Curiosamente, da quelle parti i tagli agli enti locali hanno dato origine a sperimentazioni legate alle istanze più vicine ai cittadini: «Costretti dall’austerità a pesanti riduzioni di budget, le amministrazioni periferiche li hanno usati per concepire nuove risposte ai bisogni delle loro comunità». Forse da qui dovrebbe partire la lezione della Thatcher, la necessità che l’economia riprenda in settori diversi da quelli tradizionali: valga l’esempio, citato da Caprarica, del mercato dell’auto che è stato sorpassato da quello della bicicletta, segno di un panorama ormai cambiato.

venerdì 23 agosto 2019

Beppe Severgnini - Inglesi

Ho sempre apprezzato Beppe Severgnini come giornalista di costume che parla di viaggi, di idiosincrasie degli italiani e di Inter, più che come tuttologo e grande sacerdote del politicamente corretto, figura che si è ritagliato negli ultimi tempi e che me lo hanno reso indigesto. È bello quindi recuperare la sua verve e le sue caratteristiche in questo vecchissimo Inglesi, libro che raccoglie le sue impressioni di corrispondente da Londra nella seconda metà degli anni Ottanta per conto de “Il Giornale”. È bene precisare che si tratta di un libro datato, uscito nel 1990, che poi è stato ampliato nel corso del tempo con altri contributi degli anni successivi fino al 2003: Severgnini intende confondere il turista italiano medio, che giunge(va) a Londra un’Inghilterra che non esiste più, ma il fatto che il libro sia così vecchio fa chiedersi se le osservazioni in esso contenute siano ancora attuali oppure obsolete come la guida del Touring Club su cui l’autore ironizza all’inizio. Piuttosto, a Severgnini interessa sempre il confronto, come italiani e inglesi possono incontrarsi e prendere il meglio gli uni dagli altri, senza perdere le loro specificità e sfociare nella parodia. Prova quindi a capire qualcosa del carattere degli inglesi (anche perché, per sua stessa ammissione, «capirlo tutto è impossibile: non ci riescono nemmeno loro») e ne analizza gli stereotipi (il lavandino con due rubinetti, l’assenza del bidet), i vizi e le virtù, il mondo dei club, ma soprattutto il sistema delle classi (upper class, middle class, working class), e un modo per farlo è raccontarne le forme di saluto e la scelta dei vocaboli e di alcuni oggetti (il portatovagliolo!). Perché è vero che gli inglesi spesso sembrano strani, bizzarri ed eccentrici, ma è altrettanto vero che possiedono molte virtù, tipo rispettare «lo Stato in qualsiasi forma si presenti, dal poliziotto al cestino dei rifiuti», snellire la burocrazia a favore del cittadino o premiare (e pagare) le persone per quello che valgono. Senza contare che «la Gran Bretagna è un paese in cui la gente lascia la casa sporca, ma tiene la strada pulita; al contrario di certe famiglie italiane, che impongono al salotto un ordine cimiteriale ma gettano l’immondizia dalla finestra». Gli inglesi sono terribilmente conservatori (laburisti compresi) e avversi alle novità (basti pensare il rimpianto per il sistema monetario basato sullo scellino abbandonato nel 1970), e sono così affezionati alle tradizioni che, se necessario, come dice Antonio Caprarica, sono disposti a crearsene di artificiali; le loro reazioni al nuovo sono in genere votate alla decadenza e possono generare delle reazioni inaspettate (i new Georgians, che recuperano ossessivamente tutto quello che viene dal periodo georgiano per opporsi alla grettezza di quanto è venuto dopo).

Grande spazio è ovviamente dedicato alla Thatcher, la Lady di Ferro che è passata sul Regno Unito come un tornado e, al pari dei Beatles, «ha segnato la storia del paese in modo indelebile» tanto da venire ricordata (ancora oggi, è proprio il caso di dirlo) «con un misto di ammirazione ed orrore»: durante la recessione, «invece di stimolare la domanda, come la teoria economica dominante imponeva, prese di petto spesa pubblica e inflazione e ignorò il numero dei disoccupati, considerandolo un male inevitabile e passeggero. Gridò che occorreva produrre ricchezza, prima di poterla distribuire, e questo era compito degli individui. Lo Stato doveva farsi da parte, e lasciare loro più responsabilità e più decisioni». C’è poi spazio per divagazioni Anni Novanta sulla Cool Britannia di Tony Blair, le Spice Girls, Gianluca Vialli (all’epoca allenatore del Chelsea) e Harry Potter, oltre a un viaggio che da Londra va a nord, verso la Scozia, attraversando città come Sheffield, Manchester, Liverpool, Glasgow e Blackpool, passando per il Nord-est, la regione di cui fanno parte le contee di Durham, Tyne and Wear e Northumberland, che detiene (o deteneva) una serie di primati negativi (maggior numero di reati, di morti di cancro e di disoccupati) e dove c’è, secondo un parlamentare laburista locale, «più vomito di ubriachi per metro quadrato che in tutto il resto dell’Inghilterra». Il quadro che ne è esce è tutt’altro che idilliaco e descrive un paese depresso, preda della recessione industriale, della disoccupazione e del teppismo. Il nostro autore si solleva solo parlando delle varie facce di Londra, città complessa, stratificata, multiforme, plurale e innovativa, in una serie di articoli nei quali mi sono ritrovato.

Severgnini affronta anche l’eterna discussione sull’Europa, una costante nella storia inglese e quantomai attuale, vista l’imminente Brexit: già alla fine degli anni Ottanta c’erano i tabloid che davano voce alle «cattiverie sui francesi, le atrocità sui tedeschi e le ovvietà sugli italiani», visto che l’inglese medio, “l’uomo sul bus di Clapham”, crede davvero che la Comunità Europea «sia piena di lestofanti, il cui unico scopo è turlupinare i buoni inglesi: quando un quotidiano popolare ha scritto che i francesi bruciavano gli agnelli inglesi dietro i camion per impedirne l’importazione, ha scatenato un’isterica campagna anti-francese». L’ossessione dell’uscita dall’Europa è spiegata da Severgnini con la considerazione personale che «gli inglesi non sono europei. Sono ultraeuropei. L’Europa per loro non è un salotto, ma un trampolino per saltare nel mondo. Ancora oggi, hanno l’impero nel sangue. Non l’impero inteso come dominio, bensì come spazio. […] La diffidenza verso l’Europa non è, quindi, paura di qualcosa di troppo grande, ma timore di qualcosa di tropo stretto (Bruxelles, le regole, i protezionismi)». Il fatto che Severgnini abbia appena definito Boris Johnson come un leader inadeguato a cui mancano “la preparazione, la coerenza, l’affidabilità e la precisione” la dice lunga su come la pensi in merito.