martedì 26 novembre 2019

Jacques Le Goff - Il Dio del Medioevo

Scomparso da poco, Jacques Le Goff è uno dei più grandi medievisti mai vissuti, e per questo ogni suo libro è davvero degno di essere considerato. Anche se si tratta di un piccolo libro-intervista (si legge in nemmeno due ore), come poteva esserlo Mille e non più mille di Georges Duby, in cui il nostro risponde a delle domande che gli vengono poste su uno dei temi centrali nella storia medievale: il ruolo di Dio, la sua concezione e la conseguente riorganizzazione dello spazio in base a essa. Il Dio del Medioevo è il libro indicato per quanti che pensano che nel Medioevo tutti pensassero allo stesso modo e che la società fosse un monolite governato dalla Chiesa cattolica: Le Goff spiega infatti che l’idea di Dio che c’era nel Medioevo era composita, e non solo perché il Dio cristiano si sovrappose ai culti pagani precedenti trasformando in monoteismo ciò che era politeismo assumendone molte forme antropomorfe. Il punto più delicato nel Medioevo è proprio il monoteismo, visto che l’idea dell’unico Dio in tre Persone ha suscitato infiniti dibattiti ed eresie: tutte le maggiori eresie del Medioevo ruotano sulla definizione della natura della seconda Persona della Trinità, Gesù vero Dio e vero uomo oppure solo Dio o solo uomo. Non a caso Gesù Cristo, che inizialmente nell’Alto Medioevo è ritratto in trono, giudice e sovrano, in seguito (XIII-XIV secolo) sale sulla croce e si mostra sofferente, compassionevole e redentore dell’uomo, in linea con la tendenza a umanizzare sempre più il divino e renderlo più accessibile. Se poi a ciò ci aggiungiamo le raffigurazioni dello Spirito Santo e della Vergine Maria, per non parlare degli angeli e dei santi, siamo alla presenza di una tale mescolanza e compresenza di figure da pensare a una sorta di politeismo, oppure a un monoteismo ibrido che distingue nettamente il cristianesimo dalle altre religioni monoteiste come quella ebraica e quella islamica, anche grazie alla possibilità di raffigurare il divino (l’iconoclastia non ha mai preso piede in Occidente). E non bisogna nemmeno stupirsi che Gioacchino da Fiore avesse diviso la storia dell’uomo in tre tappe, ognuna sotto il dominio di una Persona della Trinità, prima dell’avvento dell’Anticristo e della seconda venuta in terra del Cristo in gloria e del Giudizio universale. L’iconografia oltrepassa la pittura: per questo Le Goff indaga Dio anche dal punto di vista ideologico e politico, origine dell’autorità e garante del rapporto feudale. Ne emerge una religione molto ricca e dinamica che generò una civiltà variegata e che, grazie a una continua esegesi (la teologia e la Scolastica), riattualizzò e storicizzò il Dio dell’Antico Testamento, rendendolo funzionale alla società del tempo.

lunedì 18 novembre 2019

Susanna Clarke - Jonathan Strange & il signor Norrell

A dispetto della sua scarsa fama e diffusione in Italia, Jonathan Strange & il signor Norrell è lo straordinario debutto letterario di Susanna Clarke (che per scriverlo ci ha messo nove anni), arrivato alla fama anche grazie a Neil Gaiman: la leggenda narra che l’autrice abbia frequentato un corso di scrittura creativa e abbia prodotto un pezzo che ha esaltato a tal punto l’insegnante da finire nelle mani di Gaiman, il quale se ne è innamorato a sua volta e l’ha definito “il più bel romanzo fantastico inglese scritto negli ultimi settant’anni”. Un romanzo anche e soprattutto sulla magia nell’Inghilterra del primo Ottocento, che prende l’avvio in una situazione in cui la magia è solo un fatto storico documentato e un segreto perduto: infatti essa è andata deteriorandosi sempre di più in seguito alla scomparsa del Re Corvo, signore dei Regni Fatati, dell’Inferno e della Gran Bretagna del Nord. I maghi sono “teorici” si trovano a studiarla come professione accademica e non ritengono possibile né conveniente metterla in pratica, diversamente dai cosiddetti maghi da strada (indovini e cartomanti) con le loro tende gialle. Logico immaginarsi lo stupore quando si scopre l’esistenza di un vero mago “pratico”, Gilbert Norrell, capace di realizzare dalla distanza un incantesimo che dà la vita alle statue della cattedrale di York. Convinto di dover restituire prestigio alla magia inglese e aiutare il governo nella guerra contro la Francia di Napoleone, mette in atto le sue arti magiche per accattivarsi la simpatia del politico di turno facendone risorgere la moglie, Lady Pole, ma contemporaneamente emerge un altro mago, Jonathan Strange, molto diverso dal collega e molto più aperto e intraprendente: è lui a venire spedito in Portogallo e Spagna ad assistere sul campo Wellington nella guerra contro i francesi.

Centro del romanzo è proprio il conflitto fra i due protagonisti, i quali, approfonditamente descritti dal punto di vista caratteriale e psicologico, sono uno il contrario dell’altro. Il misantropo Norrell ha una concezione della magia come segreto da custodire gelosamente (e infatti usa sua influenza politica per adottare misure restrittive nei confronti degli altri maghi), il secondo come conquista e come ebbrezza. La loro rivalità si inquadra perfettamente nella profezia alla cui ombra si dipana l’intera storia (due maghi devono reggere le sorti e il buon nome della magia inglese) e le loro opposte personalità non fanno che contrapporsi assumendo di volta in volta svariati ruoli reciproci (maestro-allievo, amici, colleghi, alleati, rivali e nemici), screditandosi a vicenda e comportandosi in maniera non esattamente esemplare finché non saranno costretti a trovare un sodalizio contro il pericolo comune quando la stessa magia rivelerà il proprio lato oscuro e sinistro, come prova l’interazione con il re del reame fatato di Senzasperanza, “il gentiluomo dai capelli lanuginosi”, una creatura piena di sé e con uno senso della moralità tutto suo, una limitatissima comprensione dei desideri e dei bisogni umani e un codice morale assolutamente incompatibile con il nostro, cosa che ne fa il villain della situazione. Sarà proprio lui a rapire Arabella, la moglie di Strange facendola passare per morta e a mettersi in testa di mettere sul trono inglese Stephen, Black, un mite servitore di colore.

In quasi 900 pagine, l’opera attinge a piene mani da varie tradizioni letterarie (il romanzo gotico, la letteratura romantica, Charles Dickens, Jane Austen, l’eroe byroniano, la comedy of manners), ma anche dal folklore inglese e irlandese. A un’occhiata superficiale potrebbe sembrare un polpettone contenente qualunque cosa e invece il risultato è, oltre che sofisticato ed elegante, divertentissimo. La Clarke ricorre continuamente sull’inglesità, cioè che cosa fa di un inglese un inglese, e al contrasto fra quello che è ragionevole e rispettabile e quello che è irragionevole e non rispettabile, ed è spesso divertentissima come nell’episodio della resurrezione dei soldati napoletani che cominciano a parlare «in una lingua gutturale con più urla di ogni altro idioma conosciuto ai presenti» tanto da sembrare «uno dei dialetti dell’inferno». Ma il romanzo stupisce soprattutto per la maestria con cui è stato ideato e realizzato. Oltre alla coppia complementare che dà titolo all’opera Strange/Norrell, tutto si basa poi su altre coppie di personaggi caratterizzati da affinità e differenze: il gentiluomo dai capelli lanuginosi e Stephen Black, Norrell e il suo servitore Childermass, Strange e Arabella, Arabella e Lady Pole (costrette a subire le conseguenze della magia nel loro quotidiano), Drawlight e Lascelles (decisi a sfruttare la fama di Norrell a proprio beneficio). Inoltre, oltre alla vicenda principale, vengono raccontati episodi e aneddoti (tutti riguardanti il tema della magia) inseriti sotto forma di nota a piè di pagina, in un complesso e interminabile gioco di rimandi e digressioni che fa sì che il lettore si allontani continuamente dalla narrazione principale e si smarrisca in un mondo alternativo e avvolgente.

La magia di Susanna Clarke è qualcosa di infido e radicalmente diverso dalla solita idea delle bacchette magiche: piuttosto, nel romanzo gli incantesimi sono procedure molto complesse, simili a delle ricette e a dei rituali per sottomettere i fenomeni naturali, che richiedono studio e conoscenza per poter venire padroneggiate. Non a caso, il signor Norrell possiede la biblioteca più grande del mondo e non consente a Strange di aver accesso a determinati testi, nella paura di venire da lui superato nell’arte magica. Inoltre, non solo i due protagonisti sono due bibliomani, ma tutto il romanzo si basa sui libri, richiamando un numero portentoso di riferimenti bibliografici: libri che citano libri che a loro volta citano altri libri, fino alla creazione di un vero e proprio labirinto metaletterario. Lo stesso mondo fatato, le “Terre Altre” abitate dalla “gente incantata”, non sono mai descritte direttamente, ma solo per adombramenti e riferimenti bibliografici. Le note sono legate a eventi del passato ma a livelli temporali diversi, sfasati fra loro: c’è l’età presente, dove la magia è appena stata riscoperta da Strange e Norrell, quindi l’età argentea e a ritroso fino all’età aurea, dominata da John Uskglass, il Re Corvo. Ogni nota e ogni microstoria si sovrappone anche a livello stilistico, a suggerire l’irraggiungibilità e l’impossibilità di raccontare il mondo incantato: non è un caso che chi cerca di spiegare cosa gli è successo nelle Terre Altre non riesce a esprimersi, dilungandosi in una serie di dettagli oziosi e incomprensibili riguardanti altre storie, e solo la pazzia è una delle strade privilegiate per accedere alla dimensione magica. Senza contare che ogni magia ha un prezzo, così come l’ambizione che la muove. Una lettura grandiosa, al termine della quale anche voi crederete di essere là dove finivano un tempo tutti i maghi, «dietro il cielo, dall’altro lato della pioggia».

domenica 10 novembre 2019

J.R.R. Tolkien - La Compagnia dell'Anello

Dire la mia sulla nuova traduzione del Signore degli Anelli è un’impresa rischiosa, sebbene argomento decisamente acchiappalike. Per molta gente, qui in Italia, pensare di ritradurre un testo sacro come questo è una bestemmia o una questione di lesa maestà: come ci si è potuti permettere anche solo di pensare di sconfessare la vecchia traduzione del 1967 di Vittoria Alliata di Villafranca sotto (si dice) la supervisione dello stesso Tolkien? Una traduzione che poi è stata pesantemente modificata da Quirino Principe che livellò tutti i dialoghi su un registro alto, demolendo la stratificazione linguistica e la varietà lessicale di un filologo come Tolkien, fatta talmente bene che in seguito ha dovuto subire un progressivo lavoro di sistemazione nel corso degli anni (si conta una mezza dozzina di interventi)? Aggiungiamoci che la vecchia traduzione è ammantata di una certa connotazione politica (di destra) ben precisa e che la nuova è stata realizzata in collaborazione con la recente Associazione Italiana di Studi Tolkieniani (di sinistra), e apriti cielo: hanno cominciato a fioccare articoli dal titolo “Come assassinare Tolkien” e “Giù le mani da Tolkien”, che accusano la Bompiani di aver scientemente messo in atto una nuova lettura di Tolkien in chiave terzomondista e politically correct, capace di alterare la sua portata di classico eterno e tradizionale, antimoderno e antisistema. Tutti discorsi che si fermano come sempre alla frontiera di Chiasso e, guarda caso, non si fanno mai per nuove traduzioni di Dostoevskij, Dickens o Proust, autori che sono considerati classici: anche Tolkien è un classico che parla a tutti, non un’allegoria chiusa, ed è normale che venga ritradotto dopo qualche anno rispetto alla prima edizione. Ora, sono il primo a dire che il nuovo traduttore Ottavio Fatica avrebbe potuto essere più diplomatico invece che accusare la vecchia traduzione di avere “500 errori a pagina per 1.500 pagine”, ma sul fatto che la vecchia versione Rusconi (rimasta quella, nonostante le revisioni, anche in seguito del passaggio dei diritti a Bompiani) fosse piena di manipolazioni e alterazioni c’è poco da discutere. Da parte sua, Vittoria Alliata non è stata da meno, visto che ha denunciato per diffamazione Fatica, sancendo una nuova faida in un settore, quello editoriale, già frequentato da pazzi scatenati e sempre più incentrato sulle polemiche social. Poi è arrivata in anteprima la nuova interpretazione della poesia dell’Anello, faccenda molto delicata in quanto di particolare significato nel cuore di ogni tolkieniano: le resistenze sono state ovviamente forti, dopo 50 anni durante i quali ci si è affezionati a un testo e a determinati nomi (consacrati, è bene ricordarlo, dall’adattamento della trilogia cinematografica di Peter Jackson), ma da qui a improvvisarsi filologi su YouTube ce ne passa, peggio ancora evocare teorie del complotto e bassa dietrologia. Quindi lo sdegno si è rivolto a Samwise Gamgee tradotto come “Samplicio”, cosa che ha portato ad accuse infamanti di aver snaturato la natura del nome: neanche qui bisogna stupirsi troppo, visto che nell’era di internet tutti sanno fare il mestiere di tutti e non si tiene conto del fatto che Samwise, come spiegato da Giampaolo Canzonieri (principale consulente di Fatica per questa traduzione), viene dall’anglosassone samwís che significa “semplice”. Insomma, nessuno vi ha rubato l’infanzia e non c’è alcun bisogno di andare a insultare la gente su Facebook o trasformarsi in haters: la vecchia traduzione resterà comunque, e nessuno vi obbliga ad acquistare la nuova.

Diciamo subito una cosa: non solo manca la mappa della Terra di Mezzo, ma la copertina di questo primo volume fa schifo. Mettere questa specie di superficie lunare (pare sia una fotografia satellitare del pianeta Marte), quando ormai c’è un intero immaginario legato a Tolkien, è una scelta veramente assurda. Sarebbe bastato acquistare i diritti di un’immagine di Alan Lee o John Howe per risolvere la cosa, ma come detto l’ambiente editoriale è frequentato da pazzi scatenati e non bisogna stupirsi troppo nemmeno delle superfici lunari. D’altra parte, non si deve giudicare un libro dalla copertina, giusto?

Venendo al testo, finalmente è stata eliminata la famigerata prefazione di Elémire Zolla che correda tutte le edizioni italiane del Signore degli Anelli dal 1970 in poi e che interpretava il romanzo in chiave simbolica, mistico-alchemica e oracolare, attraverso simboli eterni in dialogo tra loro e con una presunta verità astorica che con i personaggi in esso contenuti non hanno davvero niente a che fare (senza contare che svelava la conclusione del romanzo). In compenso, è stata lasciata solamente la prefazione di Tolkien alla seconda edizione, cioè le parole dell’autore stesso che chiarisce la sua posizione sulle letture allegoriche della sua opera: «Quanto al significato profondo o al “messaggio”, nelle intenzioni dell’autore non ne ha alcuno. Non è né allegorico né legato all’attualità. (...) Io detesto cordialmente l’allegoria in tutte le sue manifestazioni e l’ho sempre fatto sin da quando sono diventato abbastanza grande e accorto da individuarne la presenza. Preferisco di gran lunga la storia, vera o finta, con la sua molteplice applicabilità al pensiero e all’esperienza dei lettori. Credo che molti confondano “applicabilità” con “allegoria”; ma una risiede nella libertà del lettore, l’altra nel predominio deliberato dell’autore». Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Quanto all’opera del traduttore, conscio di attirarmi le ire di molti, sottolineo la sua incredibile cura nel rendere il registro medio di Tolkien, che ogni tanto si innalza o si abbassa bruscamente a seconda del personaggio che sta parlando, o che si arricchisce di arcaismi, giocando sull’attrito che creano questi effetti. Molte volte sembra proprio di leggere un nuovo libro, che in alcuni casi trascina e commuove, come nel caso del dialogo tra Frodo e Gandalf, o che si adatta alla perfezione alla polifonia di Tolkien, come accade per il Consiglio di Elrond, l’episodio in cui maggiormente le parole e il modo di parlare dei vari personaggi implicano la loro etica e il loro modo di vedere le cose. E poi bisogna segnalare l’estrema attenzione per le sottigliezze: per rendere parole come drownded per drownedvittles per victuals pronunciate da Hamfast Gamgee, il padre di Sam, Fatica ricorre a storpiature lessicali come “affocato” al posto di “annegato” o “pappatoria” al posto di “mangiare”. Oppure rispetta i neologismi (intraducibili) come “eleventy-one” dall’Old English e lo traduce “undicento”, e fa ricorso a forme gergali in uso anche nell’italiano come “Il signor Bilbo gli ha imparato a leggere e a scrivere” per tradurre “Mr. Bilbo learned him his letters”. Tutte cose che non aveva mai notato nessuno, per inciso. Non si tratta di invenzioni, ma di un tentativo di dare una sfumatura che nell’originale connota un ben preciso modo di parlare di determinati personaggi: ignorarla nella convinzione di rendere più scorrevole o evocativo un testo non è affatto una motivazione adeguata, anzi, conferma la brutta abitudine di rifiutarsi di analizzare Tolkien sotto una luce nuova, più meticolosa e fedele. Come al solito, si conferma la pessima tendenza a opporsi al nuovo, in quanto il vecchio è meglio, anzi, è bello per partito preso.

Il lavoro di Fatica riguarda anche nomi e toponimi, senza rispettare le proposte del passato (quindi Rivendell non è né Forraspaccata né Gran Burrone), dando anzi sfoggio di grande creatività specie per rendere i “nomi parlanti” (creati apposta così da Tolkien): per i nomi, vengono eliminate le traslitterazioni fonetiche (Tuc ridiventa Took) e presentate varianti come Ruggitoro/Muggitoro, Brandibuck/Brandaino, Sabbioso/Sabbiaiolo, Scavari/Scavieri, Paffuti/Paciocco, Rintanati/Cavacciolo, Serracinta/Pancieri, Tassi/Tanatasso, Soffiatromba/Soffiacorno, Tronfipiede/Pededegno, Grassotto Bolgeri/Ciccio Bolger, Cactaceo/Farfaraccio, Grampasso/Passolungo, Billy Felci/Bill Felcioso. Inoltre, l’incomprensibile “Gaffiere” diviene “Veglio”, l’Assemblea degli hobbit non è più nazionale ma conteale (tra l’altro il concetto di nazione non esiste nella Terra di Mezzo), i Raminghi diventano Forestali (altra cosa, a quanto pare, per molti insopportabile), Occidente diviene Occidenza, i Warg non sono più Mannari, Mezzuomo si riduce a Mezzomo. Soluzioni che possono non piacere, ma che sono comunque lecite.

Lo stesso accade per i toponimi: Hobbiville/Hobbiton (come in originale), Decumano/Quartiero, Pianilungone/Vallelunga, Pietraforata/Gran Sterro, Lungacque/Acquariva, Saccoforino/Scarcasacco, Tucboro/Borgo Daino, Terra di Buck/Landaino, Crifosso/Criconca, Terminalbosco/Fondo Boschivo, Sinuosalice/Circonvolvolo, Tumulilande/Poggitumuli, Montagne Nebbiose/Monti Brumosi, Bosco Atro/Boscuro, Dunland/Landumbria, Chiane Ditteri/Chiane Moscerine, Terre Selvagge/Selvalanda, Colle Vento/Svettavento, Fiume Grigio/Fiume Pollagrigia, Gran Burrone/Valforra, Rombirivo/Riorombante, Agrifogliere/Agrifoglieto, Valle dei Rivi Tenebrosi/Vallea dei Riombrosi, Mirolago/Speculago, Argentaroggia/Roggiargento.

Anche le poesie sono cambiate. Fatica ha cercato di mantenere metro e rime originali (cosa che la versione Alliata/Principe non faceva) e per questo ha dovuto leggermente forzare sintassi e lessico, oltre che rendere ragione della tecnica dell’inversione di Tolkien, che dispone le parole in un ordine diverso rispetto al normale all’interno della frase. Può non piacere, ma anche questa è una scelta lecita: leggete questa nuova traduzione, criticatela ma soprattutto ragionate prima di trarre conclusioni affrettate. Amare Tolkien significa leggerlo davvero.