martedì 29 dicembre 2020

Tyler - Chi è Tom Bombadil?

 

Ogni conferenza e presentazione tolkieniana che si rispetti prevede sempre la domanda sull’identità di Tom Bombadil, misterioso personaggio del Signore degli Anelli, alla quale moltissimi hanno cercato di dare una risposta. Ci ha provato anche Tyler, autore di questo Chi è Tom Bombadil?, piccolo saggio che non ha alcuna pretesa di dare tutte le risposte: in fondo, Tolkien per primo non l’ha fatto, parlandone nelle lettere e nelle interviste ma senza fornire la soluzione (per esempio, afferma di averlo inserito nel romanzo “perché rappresenta certe cose che altrimenti sarebbero rimaste fuori”, ma nemmeno specifica quali siano queste cose. La riflessione di Tyler va però al di là del personaggio di Bombadil in senso stretto e abbraccia tutto Il Signore degli Anelli, che a suo giudizio è “un’esperienza comunitaria, una koinè che ci fornisce riferimenti condivisi da cui attingere”, oltre che “un inno alla tenacia e al coraggio di schierarsi per ciò che è giusto”. Il romanzo è un mito e non un’allegoria, cioè ai suoi protagonisti non corrispondono personaggi reali propri del momento storico in cui Tolkien stava scrivendo: “Il mito tende all’eternità, mentre l’allegoria poggia sulla cronaca, per questo invecchia velocemente”. Ovviamente, “le storie della Terra di Mezzo sono antiche e attuali al tempo stesso e al loro interno troviamo nessi che valgono anche per il nostro presente”.

Tyler è un ambientalista che non esita a schierare Tolkien dalla sua parte, quella a favore dell’ambiente: per esempio ricorda la grande attenzione per la flora, tanto che nel romanzo ci sono 64 piante selvatiche realmente esistite e molte altre inventate. Tolkien non dice cos’è la natura ma ce la mostra, con la stessa accuratezza con cui descrive le fasi lunari e i fenomeni descritti. Il nemico, Sauron, è lo spirito sopraffattore che piega la natura ai propri scopi, mentre il suo regno, Mordor, è l’inquinamento e l’industrializzazione: una posizione forse forzata, che piega l’interpretazione del testo tolkieniano in chiave eminentemente ecologista, ma di certo ben supportata dal fatto che lo stesso Tolkien scrisse in una lettera che “Mordor è Sheffield” in riferimento al processo di industrializzazione che aveva interessato la città inglese, e che Sam, vedendo la fabbrica di Saruman eretta al posto del Vecchio Mulino nella Contea, esclama: “Qui è peggio che a Mordor”. Tyler ricorda anche il murales realizzato a Bologna dall’artista underground Blu (rimosso nel 2016) che immaginava la città di Bologna come una roccaforte con sopra la Torre degli Asinelli l’Occhio di Sauron: sotto, da una parte l’esercito di Mordor composto da ruspe-drago, speculatori e banchieri-orchi, dall’altra gli Ent dei contestatori antagonisti supportati dalla cavalleria di Rohan.

Allo stesso tempo, però, Tyler mette in luce il carattere ambivalente della natura: Tom non abita una natura placida e addomesticata come gli hobbit (e il fatto che li soccorra nella Vecchia Foresta, quando la natura sta cercando di ucciderli, è molto significativo) ma è espressione di una natura selvatica e disordinata: Tom è fuori dalla dimensione sociale che invece per gli hobbit è molto importante: gli hobbit tengono molto alla rispettabilità borghese, mentre Tom è un anarchico disinteressato al giudizio altrui. È un personaggio gioioso, spontaneo ed elementare, molto diversi dai malinconici elfi (per citare altri personaggi molto legati alla natura): non è legato alle cose e al possesso, infatti è l’unico su cui l’Anello non ha alcun potere, un’anomalia che spinge molti a interrogarsi su quale sia la sua reale identità. Al Consiglio di Elrond si dirà che, nella sua terra e in virtù del suo potere, Tom potrebbe resistere all’assedio dell’Oscuro Signore: può opporsi al male, non sconfiggerlo. In questo ha degli aspetti in comune con Beorn, il mutaforma che ne Lo Hobbit dà asilo ai nani e Bilbo e li ristora, proprio come fa Tom Bombadil nella sua casa al limitare della Vecchia Foresta dove vive con la sua amata ninfa Baccador. Come Beorn, dipende solo da se stesso ed è legato alla sua terra, un solitario che vive in simbiosi con l’ambiente circostante (curiosamente, sono entrambi vegetariani, aspetto sottolineato da Tyler).

Un capitolo è dedicato al filosofo americano Henry D. Thoreau (anche lui vegetariano!), il quale decise di mettere in atto le sue idee ecologiste e per questo lasciò la sua comunità per andare a vivere nel bosco dopo essersi laureato ad Harvard. Insomma, Tom Bombadil è una via, l’invito rivolto a tutti noi di condurre una vita più morigerata  a misura di ambiente.

lunedì 21 dicembre 2020

AA.VV. - L'ombra del cattivo

 

Te lo insegnano fin dalle scuole medie: la figura del cattivo, dell’antagonista, è fondamentale per la buona riuscita di una storia. Non parliamo del genere fantasy, che vive di polarità estreme (bene/male, luce/ombra, eroe/nemico). Proprio su questo riflette questo L’ombra del cattivo, antologia di saggi di vari autori ognuno dedicato a una diversa saga letteraria dell’immaginario fantastico. Come spiega al suo interno Cristina Donati, una delle autrici, «ogni trauma vincente ha bisogno di conflitti – i racconti utopici difficilmente coinvolgono il lettore – ma la Fantasy, in particolare, richiede qualcuno che incarni il conflitto stesso: il cattivo che, assieme all’Eroe, costituisce il pilastro principale della narrazione. Il Signore Oscuro, lo Stregone Pazzo, il Male Antico eccetera sono determinanti a prevaricare tutto e tutti per i propri fini, in uno scenario di lotta “luce contro tenebra” che resiste tuttora nell’ambito della narrativa di genere». Abbiamo bisogno di storie ma soprattutto di cattivi, incarnazione di tutte quelle cose che noi vogliamo combattere. Il volume in questione cerca dunque di approcciarsi alla materia trattata in maniera competente e senza snobismi di sorta, affrontando senza problemi le trasposizioni cinematografiche o televisive delle saghe trattate, come se non ci fosse problema tra cultura alta o bassa. La curatrice Marina Lenti nella prefazione ricorda il suo impegno nel cercare di «sviluppare anche in Italia, come già avviene da molto tempo nei Paesi anglofoni un dibattito accademico sul fantastico a 360°, senza i noiosi e infantili steccati di questo o quel fandom, e unicamente con l’intento di far capire al gande pubblico che non si tratta di un genere solo per bambini o per adulti rimasti eterni Peter Pan». Speriamo che qualcun altro raccolga questo invito.

Da dove cominciare, dunque, se non dalla trattazione del fantasy per antonomasia, l’opera di J.R.R. Tolkien? In fondo, come ha detto George R.R. Martin, «Il Signore degli Anelli è una montagna che si staglia su ogni altra opera fantasy scritta prima e dopo». Spetta a Paolo Gulisano analizzare le caratteristiche dei “cattivi” della Terra di Mezzo, a partire da Melkor/Morgoth per arrivare allo stregone Saruman, passando per il luogotenente di Melkor, Sauron, il Signore degli Anelli, «presenza muta» del romanzo anche se «orribile, spaventosa, inquietante», i cui progetti sono scrutati, interpretati ed espressi da altri (in primis dallo stregone Gandalf). La saga tolkieniana si presenta solo superficialmente come una lotta tra il bene e il male ma in realtà, come disse lo stesso Tolkien, prende in considerazione «principalmente la morte e l’immortalità e le scappatoie: la longevità e la memoria». Saruman, lo stregone che sceglie deliberatamente il male e volge le spalle all’ideale che aveva giurato di servire, lo fa per superbia, presunzione e brama di potere: «il Male in Tolkien, che è ben lontano […] da una visione manichea della realtà, è assenza di Bene, è l’ombra, la mancanza di luce. Mordor era stata definita la “terra nera”, dominata dall’oscurità dei colori, dove regna l’ombra tenebrosa. Tolkien usa frequentemente la parola shadow, ombra, appunto. Tuttavia né Sauron né l’ambizioso Saruman rappresentano una sorta di incarnazione del Male. Sono dei malvagi, dei traditori, ma sono solo dei suoi emissari. La loro negatività nasce dall’invidia, dalla superbia, dalla corruzione, dalla divisione. […] Non esiste un dio del Male, né tanto meno creature malvage dall’origine: il Male è sempre il risultato di una scelta precisa, di una trasformazione, e anche le creature più orrende come i Balrog e gli orchi sono la conseguenza dell’azione della malvagità su una natura altrimenti creata buona da Dio».

Chi dimostra di aver imparato la lezione di Tolkien è J.K. Rowling che nella saga di Harry Potter, come spiegato da Maria Cristina Calabrese, insegna (come dice Sirius Black) che «tutti abbiamo sia luce che oscurità entro di noi» e (come dice Albus Silente) che «non sono le nostre capacità che dimostrano chi siamo davvero, sono le nostre scelte». Qui i personaggi negativi scelgono di fare il male, talvolta in maniera spietata, finendo per essere delle semplici pedini di Voldemort, il villain per eccellenza: concepito senza amore e costretto a un’esistenza anaffettiva e arida, desideroso di potere e supremazia, vive con disagio la propria condizione di mezzosangue e questo lo porta a desiderare un mondo in cui l’accesso alla conoscenza magica sia vincolato all’appartenenza alla razza purosangue. Inoltre, Voldemort è terrorizzato dalla sua morte, uccide per proteggere la sua vita e crea gli horcrux, oggetti dentro cui nasconde frammenti della sua anima (un’idea molto tolkieniana). Il potere è anche alla base della famosissima serie delle Cronache del ghiaccio e del fuoco (da cui è stata tratta la fortunatissima serie Il trono di spade) di George R.R. Martin: Martina Frammartino descrive le dinamiche alla base di questo grande affresco politico-dinastico-guerresco che sfugge dalle classiche categorizzazioni di bene e male e presenta solo alcuni elementi fantasy come la magia e i draghi ma soprattutto intrighi per la conquista del potere sempre più raffinati e cruenti. In questo caso la minaccia vera e propria è rappresentata dagli Estranei, contro cui gli esseri umani si devono coalizzare (invece che combattersi) per sopravvivere superando le reciproche ostilità: sono infatti in grado di rianimare cadaveri, con gli esseri umani che tornano in vita come non-morti che combattono per loro.

Niente di paragonabile al calderone un po’ pasticcione delle Cronache di Narnia di C.S. Lewis, pastiche mitologico che vuole spiegare il cristianesimo ai bambini in chiave favolistica e per questo mischia figure e personaggi presi da diverse tradizioni e bestiari come fauni, ninfe, centauri, animali parlanti e addirittura Babbo Natale. Nel suo saggio Luca Fumagalli prende in esame le varie figure di cattivo presenti nella narrazione di Lewis: tutti mossi dalla sete di potere e dal desiderio satanico di non soggiacere ad alcuna autorità, questi personaggi utilizzano l’inganno, la violenza e le arti oscure per raggiungere i loro scopi. In opposizione a questa visione allegorica si colloca la saga Queste oscure materie di Philip Pullman, la cui carica anticristiana viene un po’ smorzata dall’autrice Pia Ferrara (che ricorda il parere favorevole dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams), la quale riflette invece sulla valenza antiautoritaria e antidogmatica dei libri di Pullman in senso sia politico sia religioso: da una parte la democrazia e il libero arbitrio, dall’altra la tirannia e l’oscurantismo. Il vero nemico è rappresentato dall’autoritarismo dogmatico incarnato dal misterioso Magisterium (ci cui vediamo sempre gli arti ma non percepiamo mai l’interezza) più che Lord Asriel e Marisa Coulter, che più che semplici cattivi sono personaggi complessi e con una loro evoluzione.

Il libro apre anche al fantasy più psicologico come nel caso della saga di Earthsea di Ursula LeGuin, molto particolare perché introduce il tema junghiano dell’Ombra e del Doppio (se ne occupa Chiara Nejrotti) e la saga del Mondo d’inchiostro di Cornelia Funke, in particolare il primo capitolo Cuore d’inchiostro dove l’antagonista Capricorno, volutamente anonimo e incostante, insensibile e malvagio, è accompagnato dall’Ombra, una sorta di sua coscienza e di suo doppio e il risultato di tutte le sue azioni. Luisa Paglieri dimostra che i libri della Funke non sono rivolti a un esclusivo pubblico di adolescenti ma possono essere letti anche dagli adulti perché contengono tematiche alla responsabilità delle persone e al dovere di proteggere i più deboli. Ai più piccoli invece è rivolto Spiderwick – Le Cronache che, a parte un cattivo bidimensionale e poco caratterizzato come l’orco Mulgarath (che sembra piuttosto un espediente narrativo per generare tensione), mette in luce (ne parla Marina Lenti) aspetti convincenti della scrittura di Holly Black e Tony DiTerlizzi, vale a dire i problemi esistenziali dei personaggi e l’idea del libro magico e del mondo fatato nascosto sotto i nostri occhi.

C’è spazio anche per il fantasy vorrei ma non posso dei due Terry, Goodkind e Brooks, affrontati da Cristina Donati e Paola Bruni Cartoceti. Il primo, Goodkind, autore della saga della Spada della Verità, mette in scena personaggi dalla psicologia abbastanza prevedibile, l’inevitabile magia ma soprattutto scene di sesso, violenza, stupri e tortura, con un cattivo despota e sanguinario, incantatrici e guardie del corpo sadomaso in tuta rossa; il secondo, Brooks, è il Tolkien dei poveri autore della famosa trilogia di Shannara, basata sull’idea centrale che il potere assoluto corrompa assolutamente e porti a una completa perdita di umanità. Poco interessato alla caratterizzazione psicologica dei suoi cattivi, soprattutto Brona Signore degli Inganni e il Dagda Mor, Brooks li racconta per pagine e pagine attraverso altri personaggi o direttamente lui stesso come narratore, nell’economia di una guerra eterna contro la magia oscura.

giovedì 17 dicembre 2020

Michael D. O'Brien - Il diario della peste

Chiariamo subito ogni possibile equivoco: Il diario della peste evocato dal titolo del romanzo in questione non ha niente a che fare con il Covid-19. È invece il quaderno che tiene il protagonista della vicenda, Nathaniel Delaney, mezzo pellerossa e direttore di un modesto giornale locale in Canada, “The Echo”, dalle cui pagine denuncia instancabilmente la deriva totalitaria del Paese che impone il pensiero unico a tutti i livelli. Un’ideologia apparentemente buona e tollerante, ma in realtà violenta e spietata, che comincia dalla scuola con l’educazione sessuale imposta ai figli. Chi non la accetta viene accusato pubblicamente e perseguitato: quando il governo deciderà di non tollerare più alcuna forma di dissenso, la vita di Nathaniel subirà una svolta brutale e imprevista, che mette alla prova la solidità dei suoi legami familiari, dell’amicizia e dell’amore, ma soprattutto lo porta a interrogarsi sui propri fallimenti e, forse, i propri errori (tipo aver sfasciato la famiglia per il lavoro). Oltre che di sequestro dei figli viene perfino accusato di omicidio e nemmeno suo padre (gnostico e progressista) gli crede, mentre l’unica persona che gli dà credito è un profugo vietnamita. Ecco quindi che la sua fuga nella neve la sua fuga sarà un vero e proprio viaggio alla scoperta di se stesso, in un futuro non troppo lontano che potrebbe essere il nostro: anzi, è già il nostro. Il fatto che il romanzo sia stato scritto oltre vent’anni fa rende sinistre certe derive della società (comprese le accuse di patriarcalismo), che in America sono ovviamente incominciate molto prima che dalle nostre parti. Piuttosto, è il piglio predicatorio e scarsamente narrativo a gravare sullo sviluppo della storia, con numerose pagine piene zeppe di sfoghi e dissertazioni: il romanzo stenta a decollare, e il ritmo subisce finalmente un’impennata solo nella seconda parte. Attraverso un protagonista tagliato con l’accetta, per non dire scolpito nella roccia del Monte Rushmore come le famose facce dei presidenti, il canadese O’Brien (di cui avevo già curato L’inviato, sempre per fede & Cultura) cita Il mondo nuovo di Huxley e 1984 di Orwell, depreca l’umanitarismo, critica liberali e moderati che dicono che va tutto bene, denuncia il Nuovo Ordine Mondiale che parla sempre di democrazia e libertà e in realtà toglie la podestà ai padri per insegnare il gender ai figli, accusa il materialismo americano di essere uguale al marxismo, condanna il cibo spazzatura, si rammarica di essere stato un cattivo cristiano che non ha saputo dar battaglia alla sua epoca, prevede l’identità digitale e il famigerato chip sottocutaneo già annunciato dal profeta Daniele e dall’Apocalisse. Inoltre se la prende con la televisione che uccide l’immaginazione dei bambini e riprende il nucleo della sua opera Un paesaggio con draghi: la battaglia per la mente di tuo figlio mettendo in bocca a Nathan la sua teoria (che poi è una convinzione e quindi una verità) secondo cui ogni opera di fantasia che intenda presentare la figura del drago come simpatetica al bene invece che al male contiene implicitamente un nucleo anticristiano, cioè orientato a scardinare l’opposizione cristiana fra Cristo e Satana (rappresentato infatti come un drago o un serpente). Non esistono draghi buoni, sappiatelo. Ovviamente, O’Brien (che ha scritto anche un’opera contro Harry Potter, simbolo del nichilismo gnostico dei nostri tempi) si scaglia anche contro un teologo reo di aver detto che non esistono né un bene assoluto né un male assoluto e che le contrapposizioni sono solo frutto del dogmatismo. Insomma, se siete di quelli che cercano letture ideologiche volte a confermare le proprie teorie di cospirazione, vedono ovunque un attacco alla visione integralista e dicono no all’ambiguità e al compromesso, questo è il libro che fa per voi; anzi, ne andrete proprio pazzi. Io, da vecchio lettore barbogio e smaliziato, credo che la narrativa debba essere più problematica: non a caso, ho apprezzato soprattutto l’episodio molto crudo dell’amico medico che racconta di essere andato in crisi dopo aver praticato aborti da convinto abortista, anche se si tratta dell’ennesima occasione persa dal momento che la risposta del protagonista è da vero moralista che si crede superiore. Ci fossero stati più eventi del genere, e soprattutto trattati meglio, avrei apprezzato il tutto molto di più. Quindi passo volentieri la mano, nonostante venga citato spesso e volentieri Il Signore degli Anelli e Nathaniel si identifichi con uno hobbit alle prese con problemi più grandi di lui: una bella prospettiva, anche se, a dirla tutta, gli orchi non hanno mai compiuto razzie sulle colline della Contea come dice O’Brien.

lunedì 14 dicembre 2020

AA.VV. - In te c'è più di quanto tu creda

 
Nel vasto panorama dei saggi tolkieniani ci si imbatte a volte in autentiche sorprese. Mi è capitato tra le mani questo In te c’è più di quanto tu creda. L’avventura umana secondo Tolkien ne Lo Hobbit, un’antologia risalente a qualche anno fa di brevi saggi su Lo Hobbit (uno dei miei romanzi preferiti di sempre) a firma di autori del calibro di Roberta Tosi, Paolo Gulisano, Roberto Arduini, Chiara Nejrotti, Lorenzo Gammarelli, Giampaolo Canzonieri e Claudio Antonio Testi. Il titolo, ovviamente, è desunto dalla famosa frase detta sul letto di morte da Thorin a Bilbo Baggins. È una piccola pubblicazione che presenta tra l’altro disegni in bianco e nero di varia provenienza, spesso debitori della trasposizione cinematografica di Peter Jackson. A venire affrontati sono episodi e personaggi, come l’eroicità imprevista di Bilbo, lo stregone Gandal come maestro e mentore, gli elfi, il drago Smaug, l’uomo-orso Beorn, il viaggio come metafora della vita, l’importanza dell’amicizia, addirittura la Battaglia dei Cinque Eserciti. Il tutto tenendo ben presente l’archetipo letterario del viaggio dell’eroe che torna dalla sua avventura in possesso di una nuova consapevolezza, con un occhio di riferimento per i modelli di riferimento, che nel caso di Tolkien sono le saghe nordiche dei Nibelunghi e del Beowulf. Gli autori non dimenticano mai la lezione di Tom Shippey, che ha messo in luce come sia la presenza del suo atipico protagonista, cioè un piccolo hobbit col panciotto e i piedi pelosi, a costituire la novità il fascino di questa storia e a gettare un ponte tra le antiche fiabe e il lettore di oggi, configurandosi in tutto e per tutto come un romanzo moderno. Un romanzo strano e atipico anch’esso, esattamente come il suo protagonista, che inizia come una fiaba per bambini e termina con una battaglia campale di carneficina, elemento ben poco favolistico e fanciullesco, e che ci regala fughe a rotta di collo, episodi di metamorfosi, foreste piene di pericoli e animali parlanti.

domenica 13 dicembre 2020

Carlo Rovelli - Helgoland

Dopo aver indagato i misteri della relatività, che ha cambiato il nostro modo di concepire lo spazio e il tempo, Carlo Rovelli si sofferma sulla meccanica quantistica, l’altra metà delle grandi scoperte del XX secolo che ha cambiato il modo in cui pensiamo le cose. Questo Helgoland prende il nome dall’omonima isola nel Mare del Nord dove nel 1925 Werner Heisenberg ha concepito il germe della sua idea della teoria dei quanti e «ha sollevato un velo fra noi e la verità; oltre quel velo è apparso un abisso». Tutto è nato come una semplice equazione di otto caratteri aggiunta alla fisica classica: un’equazione che dice che moltiplicare posizione per velocità è diverso che moltiplicare velocità per posizione e che ha distrutto l’immagine della realtà fatta di particelle che si muovono lungo traiettorie definite. Anzi, la meccanica quantistica ci ha detto che il mondo non è continuo ma granulare, che la realtà è fatta di relazioni prima che di oggetti: non parla di “cosa c’è” ma che «le cose fisiche hanno solo proprietà relative ad altre cose fisiche, e che queste proprietà ci sono solo quando le cose interagiscono». Basterebbe pensare anche solo semplicemente agli elettroni, piccole particelle che rimbalzano ma he allo stesso tempo sono onde: si separano, passano per due posti nello stesso momento e quando si reincontrano sono diverse. Le certezze della fisica classica sono solo probabilità: il mondo ci sembra determinato perché i fenomeni di interferenza quantistica si perdono nel brusio del mondo macroscopico, e ciò che noi vediamo sono solo i valori mediati fra tantissime piccole variabili, ma le predizioni sono difficili da fare. La teoria dei quanti ha posto le basi della chimica, il funzionamento degli atomi, dei solidi, dei plasmi, il colore del cielo, i neuroni del nostro cervello, la dinamica delle stelle, l’origine delle galassie, e ha portato ai computer e alle centrali nucleari. Eppure è una teoria resta tenebrosa, misteriosa e «sottilmente inquietante», tanto che Rovelli dice non sia un caso che il regista Murnau abbia girato scene di Nosferatu proprio a Helgoland.

Questo ribaltamento riguarda anche la relazione tra la nostra vita mentale (che sperimentiamo dall’interno in prima persona) e il mondo fisico (che descriviamo dall’esterno): se il mondo è relazione, «allora non esiste descrizione del mondo dall’esterno. Le descrizioni del mondo possibili sono, in ultima analisi, tutte dal suo interno, [] in prima persona. [] Il mondo visto dal di fuori non esiste: esistono solo prospettive interne al mondo, parziali, che si riflettono a vicenda. Il mondo è questo reciproco riflettersi di prospettive». È quindi da rivedere anche l’opposizione soggetto-oggetto: il famoso caso del gatto di Schrödinger, il problema cioè se il gatto sia sveglio o addormentato, deve essere letto alla luce di una serie di variabili, prima fra tutte l’interazione fra osservatore e sistema: il gatto è sia sveglio che addormentato, perché solo l’interazione tra sistemi fisici rende possibile la reciproca informazione. Costruiamo delle immagini della realtà che però non sono mai definitive, sappiamo che ci sono ancora delle cose che non conosciamo: il fascino della scienza è costituito dal fatto che siamo sempre di fronte a un aspetto misterioso, nella consapevolezza che il nostro sapere è limitato. Chi crede di sapere tutto sbaglia: se già in Sette brevi lezioni di fisica e L’ordine del tempo Rovelli ci aveva regalato visioni spiazzanti cercando di aprirci alla meraviglia del cosmo, qui si oppone decisamente al dogmatismo citando la polemica nella Russia sovietica che contrappose Bogdanov e Lenin: il primo fautore di una cultura nuova e aperta, il secondo ancorato a una concezione di custodia dell’avanguardia rivoluzionaria depositaria della verità. Inutile dire che il dogmatico Lenin congelerà la Russia rivoluzionaria in un blocco di ghiaccio che non evolverà più, sclerotizzandosi. È possibile che anche la scienza si faccia metafisica, e faccia derivare tutto da un principio primo: Rovelli invece dice che la fisica quantistica ci ha dimostrato che tutto esiste solo in dipendenza da qualcos’altro, in relazione a qualcos’altro. Esattamente come le parole, che esistono solo per formare frasi da utilizzare nel linguaggio. Proprio in questa prospettiva si inserisce la lettura che Rovelli fa del pensiero del monaco buddista Nāgārjuna, il quale dice che le cose non esistono in sé, non hanno un’essenza proprio, ma solo in rapporto con qualcos’altro, specchiandosi reciprocamente.

martedì 8 dicembre 2020

Carlo Rovelli - L'ordine del tempo

 

Se il tempo era uno dei temi di Sette brevi lezioni di filosofia, proprio il tempo torna in questo L’ordine del tempo, in cui Carlo Rovelli continua ad affrontare il mistero del cosmo in chiave fisica e, contemporaneamente, la fisica in chiave filosofica (in fondo, come dice Aristotele, la meraviglia è la sorgente del nostro desiderio di conoscere). Oltre a costituire un valido supporto per delle zappe come il sottoscritto, questo saggio è una dotta dissertazione esistenziale, perché «capire noi stessi significa riflettere sul tempo. Ma capire il tempo significa riflettere su noi stessi». Anche questa volta siamo ovviamente invitati a dubitare di quello che credevamo di sapere e ad abbracciare un pensiero antidogmatico, che prosegue per ipotesi e verifiche, consapevoli di saperne sempre meno. Il punto di partenza è stabilire che il tempo non è la cosa unica e invariabile che pensiamo noi. In fondo neanche in passato il tempo era unico ma cambiava a seconda della realtà locale, e infatti era calcolato con una meridiana: è solo con la nostra società globale dei trasporti che si è sentita la necessità del tempo unico, tanto che nel 1883 ci siamo inventati i fusi orari. In realtà, come dimostrato da Einstein, il tempo passa in maniera diversa a seconda di dove ci troviamo (scorre più velocemente in montagna che in pianura) e a che velocità ci muoviamo. Il campo gravitazionale ha delle conseguenze sullo spazio e sul tempo.

Non si può nemmeno dividere il passato dal futuro perché, come enunciato da Clausius, l’unica legge della fisica è che il calore non può passare da un corpo freddo a un corpo caldo ma solo in senso contrario: è il concetto di entropia, che non può diminuire ma solo rimanere costante o aumentare. Boltzmann ha poi aggiunto che l’entropia esiste perché abbiamo una visione sfocata del mondo: tutti gli stati sono diversi perché non ne esistono due uguali a come erano prima. Non esistono causa ed effetto perché, essendo ogni stato a sé stante e mancando una direzionalità, l’universo è una serie infinita di eventi e cambiamenti: le cose non esistono, esistono solo le esperienze. Nulla è certo ma probabile, cioè non esiste determinismo ma solo probabilismo. Non esiste quindi nemmeno un vero presente e un vero passato. Si può parlare di presente solo per le cose che sono vicine a noi: più ci allontaniamo e più questo concetto perde di significato. È il concetto di presente esteso. Ma a ben guardare è la fine del concetto di presente: se si sta fermi, il tempo passa più lentamente, se invece si muove passa più velocemente. Più ci si muove e più c’è cambiamento, più si rimane giovani, e questo è un bellissimo messaggio.

Rovelli passa poi a un altro argomento spinoso come la teoria quantistica: tutte le cose non esistono in forma continua ma in forma di quanti, anche la distanza e il tempo. Non possiamo suddividere spazio e tempo in frazioni sempre più piccole, arriviamo a un punto in cui ci si deve fermare: sono il tempo (10-44 secondi) e la lunghezza (10-33 centimetri) di Planck. Ma allora quando riusciamo a percepire il tempo? Solo quando sfuochiamo gli eventi, quando non riusciamo a vedere tutto insieme, ma soprattutto grazie alla memoria, quel complesso «che salda i processi sparpagliati nel tempo di cui siamo costituiti» e lo strumento che ci serve per predire il futuro, assicurandoci la sopravvivenza. Il tempo è infatti «la forma con cui noi esseri viventi, il cui cervello è fatto essenzialmente di memoria e previsione, interazione col mondo, è la sorgente della nostra identità». Un po’ come l’idea che il tempo possa esistere solo nella mente espressa da Sant’Agostino, per il quale «la consapevolezza è fondata sulla memoria e sull’anticipazione»: una posizione non così diffusa e condivisa nemmeno nella Chiesa cattolica, dal momento che venne condannata esplicitamente come eretica dal vescovo di Parigi Étienne Tempier nel 1277. Forse qui vediamo una puntata polemica di Rovelli nei confronti della religione, ma forse solo del dogmatismo: in fondo, come rileva lui stessi, il cristianesimo è “flessibile”. Molto interessante invece la notazione che l’esperienza di pensarci come soggetti non è un’esperienza primaria ma una complessa deduzione culturale desunta dal vedere non noi stessi ma il mondo attorno a noi, «il riflesso dell’idea di noi che cogliamo nei nostri simili».

sabato 28 novembre 2020

Carlo Rovelli - Sette brevi lezioni di fisica

 

Quando andavo a scuola sono sempre stato uno scandalo nelle materie scientifiche, e non mi vergogno di dire che non ci ho mai capito niente. Magari la colpa non era mia ma anche degli insegnanti, ma il fatto che tutti gli altri riuscissero ad apprendere qualcosa suggerisce l’idea che io e l’universo scientifico (matematica, fisica, biologia) siamo destinati a essere come le famose due rette parallele che non si incontrano mai se non all’infinito. Tuttavia, spesso mi trovo a che fare con persone che, forti della loro preparazione filosofica o teologica, nutrono un sincero odio per la scienza in genere e in particolare modo contro la fisica quantistica, rea di fornire delle ipotesi non verificabili a dei fenomeni già ampiamente spiegati dalla filosofia o dalla teologia. Ecco, prendete questo libretto (e vero e proprio bestseller) di Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, che elenca le principali teorie della fisica moderna e affronta temi come il tempo, lo spazio e la materia, e ne rimarrete strabiliati. Con una capacità di spiegazione che tanto mi avrebbe fatto comodo ai tempi della scuola, l’autore offre una via per capire la fisica anche a chi non ne sa niente, proprio come me, ma soprattutto abbatte lo stereotipo dello scienziato borioso che vuole cambiare il mondo a suo libero arbitrio. Partendo dalla spiegazione della teoria della relatività di Einstein, che dice che spazio e tempo non sono invariabili (il tempo va a velocità diversi in luoghi diversi), e della meccanica quantistica (che dice che il mondo è fatto di particelle che rimbalzano), Rovelli illustra Il metodo scientifico, che deve procedere per dubbi e non dare niente per scontato: soprattutto, deve ammettere la propria ignoranza davanti al mistero del cosmo (cosa sono i buchi neri e la materia oscura?). Addirittura, potrebbe sembrare esista una contraddizione fra la teoria generale della relatività generale che parla del mondo come uno spazio curvo dove tutto è continuo e la meccanica quantistica per cui il mondo è uno spazio piatto dove saltano quanti di energia: in questo caso Rovelli spiega che «la Natura si sta comportando con noi come quell’anziano rabbino da cui erano andati due uomini per dirimere una contesa. Ascoltato il primo, il rabbino dice: “Hai ragione”. Il secondo insiste per essere ascoltato, il rabbino lo ascolta, e gli dice: “Hai ragione anche tu”. Allora la moglie del rabbino, che orecchiava da un’altra stanza, urla: “Ma non Possono avere ragione entrambi!”. Il rabbino ci pensa, annuisce, e conclude: “Anche tu hai ragione”». Proprio qui sta la meraviglia di questo saggio, che ci insegna a considerare tutte le cose che scopriamo e non conosciamo e ad aprirci alla meraviglia del cosmo: «La nostra conoscenza cresce, e cresce davvero. Ci permette di fare cose nuove che prima non immaginavamo nemmeno. Ma nel crescere ci apre nuove domande. Nuovi misteri». Forse questo approccio che procede per dubbi e ipotesi potrebbe risultare indigesto a chi suppone di avere la verità in tasca (figuriamoci quando Rovelli dice che, specchiandoci negli altri e nelle altre cose, impariamo chi siamo!), ma dovrebbe aprire gli occhi anche a tanti che sostengono di avere la fede ma non vedono al di là del loro naso: «La fisica apre la finestra per guardare lontano. Quello che vediamo non fa che stupirci. Ci rendiamo conto che siamo pieni di pregiudizi e la nostra immagine intuitiva del mondo è parziale, parrocchiale, inadeguata. Il mondo continua a cambiare sotto i nostri occhi, man mano che lo vediamo meglio».

venerdì 27 novembre 2020

Arto Paasilinna - Il bosco delle volpi impiccate

 

Sebbene goda di una fama piuttosto limitata, Arto Paasilinna è un assoluto genio. La sua recente scomparsa ci ha privato della sua ironia, del suo sarcasmo e del suo anticonformismo. Come L’anno della lepre, anche questo Il bosco delle volpi impiccate è una favola ecologica deliziosamente demenziale che ci presenta stravaganti personaggi libertari per vocazione e marginali per scelta in fuga dalla routine della vita quotidiana sullo sfondo dell’immensa e selvaggia natura nordica: il primo è il finlandese Oiva Juntunen, gangster di professione con base a Stoccolma e possessore di quattro lingotti d'oro sottratti alla banca di Norvegia, divenuti esclusivamente suoi a seguito dell'arresto dei suoi complici. Quando scopre che i complici (Suti la Ruspa e il pluriomicida recidivo impiegato d’azienda Siira) saranno rilasciati e verranno a richiedere la loro parte di bottino, Oiva la ritiene una prospettiva addirittura immorale (d’altronde, è uno che sostiene che un uomo per essere nobile non debba lavorare) e fugge in Finlandia per tenersi l’oro. Qui, in mezzo alla natura, si imbatte in Sulo Remes, maggiore alcolizzato dell'esercito finlandese che si è concesso un anno sabbatico dopo anni di routine snervante e compilazione di scartoffie inutili: solo la terza guerra mondiale potrebbe salvarlo da un congedo disonorevole, anche se la sua ubriachezza è da lui stesso presentata come una “malattia professionale”. La loro fuga termina nello stesso punto, nella capanna dei boscaioli del monte Kuopsu, vicino all’inquietante Bosco delle Volpi, una lugubre foresta dove Juntunen e Remes predispongono decine e decine di micidiali trappole con salsiccia per uccidere volpi («Ancor oggi si può vedere una frotta di scheletri»). I due si mettono a sgretolare lingotti d'oro per rivendere pepite e pagliuzze come se le avessero trovate loro nei fiumi della tundra, in compagnia di una volpe spelacchiata soprannominata Cinquecentino per la sua golosità di bigliettoni da cinquecento marchi, finché a loro non si aggiunge anche la pittoresca Naska Mosnikoff, la più anziana Skolt lappone vivente, in fuga per scampare dalle grinfie dei servizi sociali che la vogliono chiudere in un ospizio per anziani. Ben presto il loro rifugio diventa un angolo di paradiso dotato di ogni comodità, compresi elettrodomestici, una sauna e una lussuosa vasca da bagno. I pericoli per la loro vita beata verranno da un poliziotto guardiarenne, Hurskainen, che però si lascerà subito corrompere. Al di là degli elementi farseschi, delle situazioni assurde, del linguaggio diretto e delle massime memorabili («Se il criminale non finisse ogni tanto in prigione, sarebbe davvero il mestiere ideale» e «Vivere in galera con degli assassini è di una noia mortale. Non ne ho mai visto uno allegro»), il romanzo è anche una brillante commedia degli equivoci, motivata dal fatto che nella dimensione di libertà totale della natura le norme della cosiddetta società civile rivelano la loro limitatezza, e solo andando controcorrente la vita sembra ritrovare il sapore che potrebbe avere: Juntunen si spaccia infatti per un ingenuo studente venuto in Lapponia per studiare licheni, mentre due prostitute (Agneta e Cristine, assoldate via telefono da un Remes in preda ai fumi dell'alcol) si trasformano in due turiste svedesi venute in Lapponia perché attirate dalle continue promozioni di un’agenzia turistica. In particolare, questa volta Paasilinna racconta il suo paese natale, Kittilä, con sfumature addirittura poetiche: roba da voler volare subito nella tundra finnica!

giovedì 26 novembre 2020

Gregory Bassham, Eric Bronson - Lo Hobbit e la filosofia

Una doverosa premessa: non ho mai amato i libri che presentano la filosofia di questa o quella opera. Nonostante le buone intenzioni (divulgare argomenti notoriamente pesanti attraverso la cultura pop), spesso parlano di cose che non c’entrano niente, forzando l’opera in un senso o nell’altro finendo con il far perdere interesse al materiale di partenza, quando non con il banalizzare la filosofia stessa. Mi sono dunque approcciato con tutti i dubbi del caso a questo Lo Hobbit e la filosofia, raccolta di saggi di vari autori che riflettono sulle tematiche del capolavoro di Tolkien. Il sottotitolo (Qualche spunto per non smarrire la via, lo stregone e i nani) è la cosa migliore: c’è chi propone di leggere la vicenda di Bilbo Baggins secondo il mito della caverna di Platone (Bilbo torna a casa trasformato e arricchito ma si suoi compaesani e parenti non riusciranno mai a capirlo), ma usare Aristotele o Heidegger (per non parlare del taoismo) per spiegare le scene de Lo Hobbit, per quanto interessante possa risultare, è inutile se non controproducente. Che bisogno c’è di farlo quando c’è già il testo? Meglio va invece quando i saggi del volume riprendono aspetti già analizzati dal grandissimo Lo Hobbit. Un viaggio verso la maturità di William Green, soprattutto riguardo alla crescita del personaggio e alla scoperta del ruolo che è chiamato ad assumere nonostante la sua scarsa propensione all’avventura (per non dire all’uscire di casa): Bilbo è l’esempio di come persone ordinarie siano capaci di realizzare grandi cose e di diventare sagge, adattandosi alle situazioni e affrontandole con pazienza. Lo stregone Gandalf e i nani lo mettono in moto in un’avventura che metterà il nostro eroe a contatto con molte prove e difficoltà, che lo portano a capire che nella vita c’è molto di più che agi e comodità.

Un altro particolare che sembra ripreso da Green è la coesistenza di due nature all’interno di Bilbo, quella materna della famiglia Tuc con i suoi avi amanti delle avventure e quella paterna dei Baggins rispettabili e tranquilli: tutto il libro è un conflitto tra questi due principi opposti e insopprimibili, che vedranno la necessità di una coesistenza e di un recupero di entrambi nelle diverse situazioni. Ovviamente Bilbo non è l’unico personaggio che cambia all’interno dell’avventura: si pensi al nano Thorin, che cede alla cupidigia e alla malattia del drago in un alternarsi di luci e ombre, caduta e redenzione. Si parla quindi del valore educativo del camminare, di virtù e umiltà, di cupidigia e materialismo, della guerra, dell’arte, del gioco, della tecnologia, del cosmopolitismo, dell’importanza morale della fortuna e del libero arbitrio. Non si può negare che il romanzo sia permeato da una generale critica all’immobilismo, alla diffidenza e alla chiusura verso gli altri, all’arroganza di considerare la propria cultura l’unica di riferimento e di pensare che l’orizzonte si esaurisca poco oltre il proprio giardino o con il fiumiciattolo dietro casa. Solo aprendosi ad altre esperienze, ibridandosi con altri modelli sociali e mettendosi in gioco, andando al di là dei propri pregiudizi e delle proprie idee di vita comoda e aprendosi ad altri universi valoriali, sarà possibile scoprirsi eroi. Forse questo è l’aspetto più convincente di quest’opera, che sicuramente non piacerà a sovranisti, suprematisti e tradizionalisti, ma di sicuro rispecchia le vere intenzioni di Tolkien e il suo insegnamento morale.

lunedì 16 novembre 2020

Paolo Nardi - Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli

 
E così, sono arrivato anche io alla fatidica pubblicazione di un libro. Non so se sia un bene, in un mondo in cui tutti scrivono e nessuno legge. Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli esce per Fede & Cultura e vuole essere una lettura guidata, capitolo per capitolo, del capolavoro di Tolkien. Non penso sia nulla di originale e non ho la pretesa di cambiare il mondo: è solo un mio personale tributo a questo autore, oltre che a tutti quegli interpreti (e sono numerosi) che lo hanno affrontato in maniera seria. Come dice Paolo Gulisano nella Prefazione, vale ancora la pena leggere Tolkien, e mi batterò sempre per renderlo possibile al di là dei soliti steccati ideologici e di bandiera. Qui di seguito la mia Introduzione:

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Questo libro nasce dalla rilettura di Tolkien in tempo di quarantena. La mia devozione per questo autore e per la Terra di Mezzo mi ha spinto ad approfittare della chiusura forzata in casa dovuta al Covid-19 per intraprendere una specie di commento del Signore degli Anelli in una serie di video su YouTube con l’obiettivo di spingere le persone a leggerlo ma soprattutto a rileggerlo. D’altra parte, è lo stesso Gandalf a dire che “tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”, e personalmente credo che trascorrerlo insieme a Tolkien sia un ottimo modo per farlo (ricordo che Christopher Lee, il Saruman della trilogia cinematografica di Peter Jackson, lo rileggeva integralmente ogni anno). La recente pandemia mi ha provato una volta di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, che questo romanzo rappresenta la vittoria della speranza, della perseveranza e del coraggio della gente normale di fronte all’oscurità.
L’idea di partenza era quella di fare un video per capitolo, ma più di una volta mi sono visto costretto ad accorparne due (o tre) in uno, e ho cercato di enuclearne aspetti e tematiche in modo divulgativo e spero non troppo pesante, come invito alla lettura anche per chi Tolkien non l’ha mai preso in mano, al di là dei soliti pregiudizi culturali o anche religiosi. Ora ho raccolto gli spunti dei video in questo libro che ne riprende la forma e i contenuti, capitolo per capitolo, ma li rielabora leggermente.
Per gettare benzina sul fuoco, premetto subito di essermi avvalso della nuova contestatissima traduzione di Ottavio Fatica: accusata ancora prima di uscire di lesa maestà, di alto tradimento, di cospirazione LGBT e di corruzione della gioventù, è stata rifiutata da alcuni ambienti di una certa parte politica, poco interessati a ragionare su Tolkien come “classico” e sulla possibilità di avere, dopo mezzo secolo, una traduzione finalmente in grado di rispettarne meglio lo stile, il registro e la varietà linguistica. La critica che è stata mossa a Fatica è soprattutto quella di aver voluto rendere accattivante e moderno un testo arcaico attraverso un’operazione di appropriazione culturale tipica della sinistra; in realtà tale critica non tiene conto dell’effettivo registro medio di Tolkien, che ogni tanto si innalza o si abbassa bruscamente a seconda del personaggio che sta parlando, o che si arricchisce di arcaismi e veri propri anacronismi, giocando sull’attrito che creano questi effetti. Senza contare che la nuova traduzione riesce a rispettare la trasformazione stilistica a mano a mano che il viaggio dei protagonisti procede dalla moderna Contea ai regni feudali della Terra di Mezzo.
Naturalmente ognuno è libero di contestare una nuova traduzione, a patto però di tenere conto delle specifiche del testo originale: ho cercato di dimostrare come, per esempio, Fatica sia attento ai dettagli al punto da mantenere le piccole variazioni nella canzone di viaggio di Bilbo ripresa da Frodo con le stesse parole, cosa che la vecchia traduzione non faceva.
Da parte sua l’autrice della versione “classica” del romanzo, Vittoria Alliata di Villafranca, offesa in base alla convinzione che la sua traduzione (quella sistemata da Quirino Principe) fosse l’unica letta e approvata da Tolkien (autentica fake news spacciata a mezzo internet e ripresa da alcuni quotidiani) e che quindi quella di Fatica sarebbe illegittima, ha addirittura fatto ritirare dal mercato le copie della vecchia edizione, con il risultato che l’Italia è l’unico Paese in cui per quasi un anno non si è potuto reperire completo un capolavoro del Novecento come Il Signore degli Anelli: cose che succedono, per l’appunto, solo dalle nostre parti.
Ovviamente i contenuti di questo libro riflettono la mia personale esperienza di lettore ma soprattutto la mediazione dell’apparato critico desunto dalle opere di Wu Ming 4 (Difendere la Terra di Mezzo, Il fabbro di Oxford e L’eroe imperfetto), Claudio Antonio Testi (Santi e pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien), Tom Shippey (La via per la Terra di Mezzo e Tolkien autore del secolo), Verlyn Flieger (Schegge di luce), Brian Rosebury (Tolkien: un fenomeno culturale), Paul Kocher (Il maestro della Terra di Mezzo) e John Gart (Tolkien e la Grande Guerra), che nel corso degli anni hanno irrimediabilmente modificato il mio modo di approcciarmi alla materia e l’hanno illuminata di nuova luce. Per non parlare del seminale La falce spezzata. Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien, che ha dimostrato come anche in Italia sia possibile pubblicare saggistica tolkieniana di assoluta grandezza.
Di farina del mio sacco ce n’è pochissima, anzi, posso dire che questo libro è del tutto derivativo. Non voglio in alcun modo sostituirmi agli studi citati, che anzi sono alla base di questo lavoro, ma solo proporre una chiave di lettura per quanto possibile fedele alla visione dello stesso Tolkien. Da parte mia non troverete esaltazioni sovraniste e periferiche della Merry England medievale o applicazioni della tripartizione sociale indoeuropea teorizzata da Dumézil, cardine della lettura “di destra”, e nemmeno letture allegoriche basate sui santi e sul Magistero tridentino come spesso fanno gli apologeti cattolici. E questo, attenzione, senza negare la fede cattolica di Tolkien, che poi è anche la mia: Il Signore degli Anelli è pieno di valori cristiani e riflessioni dettate dal cattolicesimo del suo autore. Piuttosto, il fatto che le radici di Tolkien siano cattoliche non implica che il racconto si esaurisca in esse. A Tolkien non interessava scrivere narrativa a tesi né sussidi per il catechismo: blindarlo in una lettura chiusa e iniziatica, pronta da usare chiavi in mano, è quanto di più lontano ci sia dalla poetica di questo autore.
Specie se ci riferiamo a un romanzo-mondo che contiene dentro di tutto (narrativa, poesia, filosofia, etica) e parla a chiunque, da destra a sinistra, dagli atei ai credenti, dai pagani ai cristiani, dai modernisti agli antimodernisti.
Purtroppo, molte persone cercano in questo autore (e non solo in lui) degli elementi che confermino la loro visione preconcetta del mondo e non sono interessate a ragionarci sopra come narratore complesso e problematico, che sfugge dalle categorizzazioni manichee e dalle interpretazioni allegoriche. Sembra quasi che la discussione su Tolkien non debba in alcun modo essere una discussione letteraria, ma politica. Viene in mente quanto detto da Loredana Lipperini a proposito della realizzazione del ciclo della trasmissione Pantheon di Radio3 dedicato a Tolkien: da una parte moltissimi ascoltatori di sinistra sono insorti contro una trasmissione dedicata a un autore “misogino” e “fascista”, dall’altra la destra l’ha accusata di non aver applicato la par condicio su Tolkien tentando di consegnarlo alla sinistra. Più o meno le stesse cose che si dicono sulla nuova traduzione di Fatica, insomma, senza rendersi conto che, così facendo, si continua a propagare il mito che Tolkien sia un autore ingenuo e moralista, che può parlare solo a dei credenti bacchettoni o ai militanti di destra, o al massimo a un gruppo di irriducibili nerd.
Prova di questo atteggiamento è il recente saggio di Andrea Dal Lago Eroi e mostri, secondo il quale Tolkien sarebbe un autore privo di complessità morale e di filosofica, e anzi intriso di uno spirito reazionario e antimoderno, che rifiuta la modernità e i suoi problemi per rifugiarsi in un’epica passatista, escapista e per famiglie. O di “iniziazione di massa”, come scrisse qualcuno all’uscita della trilogia cinematografica di Peter Jackson. Il tutto senza parlare mai del testo, perché l’importante, appunto, è pontificarci sopra, non leggerlo.
Mi sento quindi di condividere pienamente quanto scrive Verlyn Flieger nella Prefazione di Schegge di luce a proposito dell’attualità della narrativa tolkieniana:

Perché si dovrebbe leggere Tolkien? Per ristoro e divertimento. Perché si dovrebbe prendere sul serio la sua opera, come egli stesso faceva, e cioè veramente sul serio? Perché è rigorosa, onesta e priva di compromessi. Perché affronta in modo diretto, anche se in maniera assai creativa, i due argomenti spinosi, imbarazzanti e perfino tabù che il nostro tempo tende a evitare quanto più possibile: la morte e il rapporto tra l’umanità e Dio.

Per questo Tolkien è un autore fondamentale, perché utilizza il fantastico per parlare alla nostra epoca, a noi problematici uomini del XXI secolo. La sua scrittura è qualcosa di molto più ambiguo e complesso del semplice scrivere manifesti e utopie da ideologo nostalgico del passato o sussidi per il catechismo: valga per tutti il rapporto degli Hobbit con il mondo esterno e soprattutto con la natura, la critica agli Elfi in un mondo che sta perdendo del tutto la sua elficità, o la problematicità di personaggi come Sam, forse il più positivo e addirittura l’eroe del romanzo, che blocca la trasformazione di Gollum verso il bene. Ma si pensi anche alle parole di condanna di Faramir nei confronti della guerra nonostante il romanzo trabocchi di pagine eroiche e guerriere, o ancora al ragionamento sull’estetica linguistica e la memoria dei nomi in Barbalbero, al ruolo dell’amore nelle scelte compiute dagli uomini, al rapporto tra storia e mito, morte e immortalità, libero arbitrio e coercizione. Tolkien non è mai banale, e ho cercato di sottolinearlo.
Forse non tutti però apprezzeranno: meglio trattare Tolkien come un santino, politico o religioso, e continuare a non leggerlo. Il mio invito è invece quello di leggerlo sul serio, mettendosi davanti al testo, e magari rileggerlo, anche con costanza: alla ventesima rilettura scoprirete in esso ancora qualcosa di nuovo e inesplorato.

giovedì 12 novembre 2020

Neil Gaiman, Sam Kieth, Mark Dringenberg - The Sandman #1

Opera cult di Neil Gaiman quando era sceneggiatore di fumetti, Sandman non ha certo bisogno del sottoscritto per venire celebrato. Anni fa lo avevo affrontato solo in versione antologica nella serie dei Classici del fumetto di Repubblica, ora ho letto il primo volume che racchiude tre storie: ne Il sonno dei giusti si racconta di come Sandman venga catturato da una setta che in realtà cercava di imbrigliare la morte. Un sinistro negromante (che ricorda chiaramente Aleister Crowley) utilizza infatti un grimorio magico per ottenere l’immortalità ma ovviamente qualcosa va storto e a essere evocato non è il Tristo Mietitore bensì suo fratello minore, Sogno (chiamato anche Morfeo). È il 1916, anno in cui la cefalite letargica fa numerose vittime: alcuni non riuscivano più a svegliarsi vivendo sprofondati nel sonno per molti anni, altri non riuscivano più a dormire ed erano disturbati da allucinazioni. Gaiman connette questo episodio con l’evocazione del signore dei sogni, immaginando una frattura nel tessuto della realtà, in una storia che arriva fino al 1988. Quindi in Ospiti imperfetti Morfeo viene rimesso in sesto da Caino e Abele (e dal loro gargoyle Gregory) per scoprire che la sua casa è caduta in rovina e che i suoi totem del potere sono dispersi: giusto per ricordare che siamo all’interno di una saga marchiata DC Comics, Gaiman si affretta a inserire l’intera narrazione all’interno dell’universo DC, quindi si citano Batman, la Justice League e John Constantine. E proprio il detective Constantine è protagonista del racconto successivo, Dream a Little Dream of Me, un racconto orrorifico di sapore più contemporaneo in cui Morfeo recupera la sua borsa con la sabbia dalla borsa dell’ex fidanzata del detective del soprannaturale (secondo, ala tradizione, Sandman cosparge di sabbia gli occhi dei bambini per portar loro sonno e sogni). Nonostante lo stile ancora acerbo delle illustrazioni (a metà tra l’horror e l’art nouveau), si tratta di un’opera che mette in scena tutto l’eclettismo di Gaiman, capace di riplasmare generi e leggende in maniera assolutamente personale e in conformità al suo bizzarro e ambiguo protagonista, un personaggio dal look dark che ricorda il cantante dei Cure, che si muove tra realtà e illusione, passato e presente, mondo dei vivi e mondo dei morti. Come sempre, si possono apprezzare le colte e ironiche citazioni metanarrative tipiche di Gaiman (“Non sono il tuo custode”, dice Caino al fratello Abele).

Taylor Jenkins Reid - Daisy Jones & The Six

 

Oggi si farà fatica a crederlo, ma c’è stato un tempo in cui non solo le persone compravano milioni di album ma in cui soprattutto la musica era uno stile di vita e un linguaggio universale, l’unico condiviso dai giovani di tutto il mondo, la forma che convogliava l’ispirazione artistica, nell’illusione che si potesse cambiare il mondo. Ormai non è più così e la musica è solo un sottofondo per fare altro, e di certo non è più il contenitore deputato a esprimere la creatività dei giovani, più attratti dalle possibilità che offre la rete. A riportarci in quei tempi mitici ci pensa questo Daisy Jones & The Six, romanzo di Taylor Jenkins Reid costruito come un finto rockumentary su un’immaginaria band degli anni Settanta, i The Six, che sembra ricalcata sui Fleetwood Mac e che, nel biennio 1978-78 ha rischiato di diventare la band più famosa del mondo, prima di dissolversi per non precisate ragioni nel giro di pochi giorni: non c’è un’unica voce narrante ma avvicenda le testimonianze e le ricostruzioni di tutti coloro che hanno vissuto quel momento, dai membri della band, agli amici al concierge dell'albergo; ognuno di loro racconta la propria storia, il suo punto di vista della vicenda, attraverso un linguaggio diretto e coinvolgente, subito in grado di catturare. A un certo punto, per iniziativa della casa discografica, ai The Six viene affiancata la bellissima e talentuosa Daisy Jones, che prima entra in conflitto con il leader Billy Dunne ma poi se ne innamora. A parte la banalità della vicenda (una canonica storia da gruppo rock dell’epoca) e la delusione (per quanto mi riguarda) del colpo di scena finale, l’autrice riesce a ricostruire e descrivere perfettamente i sogni, le speranze, le aspirazioni, l’amore, il desiderio di indipendenza, la vita on the road, la creatività, la paura di non sapersi ripetere, la diversità di vedute, le rivalità, le gelosie, le debolezze, il sesso, la droga, le dipendenze di una generazione e di un mondo ancora permeato dal mito della musica negli Stati Uniti, e non è cosa da poco. Siamo nei territori alla Almost Famous, senza però raggiungerne la poesia.

venerdì 6 novembre 2020

Thea von Harbou - Metropolis

Sin da quando ero bambino e ascoltavo la colonna sonora del film di Giorgio Moroder, con Freddie Mercury e Bonnie Tyler, ho nutrito una passione insana per Metropolis. Non solo per il film, ma anche per il romanzo da cui è tratto. Non so quale accoglienza potrà ricevere oggi, visto che era scomparso da tempo e, quando un libro scompare, forse una ragione valida ci sarà (tutti i libri che ho contribuito a far ripubblicare sono stati un fallimento editoriale o quasi). Comunque ho scritto anche una prefazione. Eccola qui:

 

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All’origine dell’omonimo film di Fritz Lang del 1927 (di cui costituisce la sceneggiatura) e alla base di molti capolavori della fantascienza, da Blade Runner a Star Wars, Metropolis di Thea von Harbou è un romanzo futuristico (oggi lo definiremmo distopico) ambientato in una ciclopica città multilivello: i ricchi industriali la governano dai loro grattacieli, mentre gli operai che lavorano sono relegati nel sottosuolo. La tematica rispecchia uno dei temi caldi della Germania degli anni Venti, la lotta di classe e il futuro dell’umanità in un’era industrializzata, ma, a causa della sua componente ideologica e dell’ambiguo finale conciliatorio, fu definito “stupidissimo” da H.G. Wells, mentre Buñuel lo giudicò “un film retorico e intriso di romanticismo superato”; ancora oggi il dizionario di cinema Morandini definisce il romanzo della von Harbou (moglie di Lang) intriso di “melensaggine mistica da romanzo d’appendice”. In realtà, tutti sono sempre stati condizionati dai tagli operati dalla versione americana del film, che smarrirono la complessità di quella originale di Lang: essa è stata recuperata solo nel 2010 e ha in parte ribaltato l’idea diffusa che Metropolis fosse un film visivamente affascinante ma narrativamente confuso e raffazzonato.

Forse è vero che lo stile della von Harbou risenta troppo dell’enfasi e delle iperboli tipiche del romanticismo, ma è innegabile che il suo romanzo abbia giocato un ruolo chiave nella costruzione di un immaginario collettivo (ben aiutato in questo dalla trasposizione cinematografica).

La trama di Metropolis è il risultato dell’intreccio di tre storie dalla diversa ispirazione: una “romantica”, riguardante l’idillio tra il generoso Freder e la dolce Maria; una “sociale”, che ha per oggetto la lotta di classe tra industriali e operai; e una “orrorifica”, che vede un diabolico scienziato impegnato (per conto dell’oligarca della città Joh Fredersen) a dare la vita a un robot che ha le stesse fattezze di Maria e incita gli operai alla rivolta e alla distruzione delle macchine: questo porterà alla distruzione del sistema produttivo di Metropolis e all’inondazione nei livelli inferiori della città, proprio quelli degli operai.

L’eroe, Freder, figlio del capo della città, è una figura messianica chiamata a incarnare il ruolo di mediatore (“Il mediatore tra il cervello e le mani deve essere il cuore”) tra capitale e lavoro e a ricomporre la frattura di Babele: non a caso, la prima volta che appare, Freder è immerso nella musica, teso a raggiungere l’armonia che unisce il cielo e la terra (tema eminentemente romantico), prefigurazione della sua chiamata a unire l’individuo e la società. Lui, figlio di un oligarca destinato a diventare lui stesso oligarca, non solo si apre a un residuo di umanità e solidarietà (sconosciute al padre), ma finisce per caricarsi di particolari cristologici e incarnare l’atteso redentore.

Per questo il romanzo si apre a una serie di suggestioni bibliche e religiose (il mito della Torre di Babele raccontato da Maria agli operai, i sette peccati capitali, la morte con falce e clessidra, il monaco Desertus che guida la Setta dei Gotici flagellanti e cita l’Apocalisse, San Michele e l’angelo della morte Azrael, il genocidio dei figli, il robot che brucia sul rogo come una strega, il confronto finale che si svolge sulla sommità di una cattedrale gotica) e le contrappone ai simboli ancestrali di una religiosità pagana crudele e disumanizzata (Baal, Moloch, Lilith, Astarte), in un sincretismo eclettico che sembra suggerire il recupero della tradizione germanico-cristiana come via per superare le contraddizioni dello sviluppo capitalistico e del comunismo distruttivo. Non desta stupore che il nazismo (al quale la von Harbou aderì volontariamente) apprezzasse il messaggio conciliatore del film: il finale infatti annulla la rivolta classista ma anche la dimensione democratica e parlamentare visto che salva la struttura verticale del potere in nome della coesione sociale. Infatti, il cardine della società è che le due metà strutturali di Metropolis – la metà del controllo razionale del lavoro e la metà dell’esecuzione materiale del lavoro – costituiscono un unicum funzionante.

La stessa verticalità viene utilizzata dalla von Harbou nel disporre la città non in orizzontale ma in vari livelli verticali: a ogni livello viene associato non soltanto un corrispondente livello di potere, tale per cui più si scende in basso più il potere diminuisce, ma anche un diverso accesso alla vita sociale. Vale a dire che ha un livello urbano più basso si associa una peggiore qualità della vita: gli operai di Metropolis non possono avere nemmeno accesso alla luce solare.

Opera apocalittica sulla dittatura delle macchine, la divisione in classi e il desiderio di ribellione delle masse, Metropolis suona come una denuncia dello sfruttamento degli operai, non a caso descritti come una massa informe composta di automi, rappresentazione per eccellenza dell’alienazione dell’uomo a causa del lavoro. L’uomo esiste per controllare le macchine, descritte come la divinità di un tempio prive di cervello ma inesorabili e spietate nel distruggere la materia cerebrale degli uomini che sono loro assegnati.

Nel romanzo la scienza viene vista come sfida dell’intelligenza umana nei confronti di Dio: il grattacielo principale della città si chiama Nuova Torre di Babele mentre il grande ascensore che vi conduce è il Pater Noster, per cui la scienza diventa essa stessa nuova religione e fulcro di una società laica senza più valori certi di riferimento, destinata a crollare perché basata unicamente su circuiti ed energia e sulla volontà superomistica di un oligarca inflessibile e teso a oltrepassare ogni limite umano. La figura dello scienziato Rothwang, allo stesso tempo alchimista e mago, riprende la tradizione germanica del magico e del gotico (Hoffman, Frankenstein, Faust e il Golem), tanto che sulla porta della sua casa è tracciato pure un segno cabalistico (il pentacolo di Salomone). C’è però un’importante differenza: Rotwang non agisce per volontà di potenza ma per motivazione sentimentale. Infatti intende far rivivere l’amata Hel, “rubatagli” dall’oligarca Fredersen e morta di parto dopo aver dato alla luce il figlio Freder.

In questo quadro viene inserito il tema del doppio e della maschera, affidato alla doppia figura femminile: la donna angelicata cara ai poeti romantici rappresentata da Maria (in più occasioni definita “Madre” e “Vergine” e caricata di funzioni profetiche); e la donna diabolica rappresentata dall’automa con le fattezze di Maria (non a caso chiamata “Parodia” dal suo inventore) che rappresenta il lato oscuro e ferale del potere femminile, non nutritivo ma pericoloso simbolo erotico di seduzione e perdizione.
Non male per un melenso romanzo d’appendice.

domenica 1 novembre 2020

Massimo Polidoro - Il mondo sottosopra

I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il piano Kalergi che vuole sostituire la razza europea con gli immigrati, i vaccini che provocano l’autismo, l’Olocausto che non è mai esistito, le scie chimiche che avvelenano il clima, l’11 settembre creato ad arte dagli americani, il falso sbarco sulla Luna, il gruppo Bilderberg, il Deep State, i poteri forti, la terra piatta, il microchip sottocutaneo, il Nuovo Ordine Mondiale, il demonio George Soros, i rettiliani. Questi sono solo alcuni dei presunti complotti che affollano quotidianamente le nostre bacheche Facebook e occupano i discorsi di molte persone, e non solo al bar. Il ponderoso Il mondo sottosopra di Massimo Polidoro li affronta nel dettaglio, smascherando bufale e fake news, ma lo fa (finalmente!) senza incolpare o demonizzare il web o i social come fanno molti altri: in fondo, bufale, fake news e teorie del complotto sono sempre esistite e sono state utilizzate per colpire vari gruppi o le più disparate organizzazioni (i cristiani, gli ebrei, i Templari, le streghe). Sono notizie spazzatura che fanno leva sui meccanismi inconsci e l’insicurezza delle persone, sulla loro necessità di individuare un nemico responsabile della loro insoddisfazione, spesso «sfruttando la naturale curiosità umana per le notizie più estreme, emotivamente coinvolgenti e clamorose», sempre opposte alle notizie ufficiali diffuse dal “sistema”. Anzi, sembra proprio che, per molte persone, l’importante sia diffidare delle fonti ufficiali, che farebbero tutte parte di un complotto per nascondere la verità. A questo punto, a seconda di come la pensiate, potete anche smettere di leggere: tanto più che Polidoro è darwiniano e nega ci sia un complotto gender in atto.

Si pensa sempre che i complotti siano cose da poveri outsider paranoici, e invece l’identikit di chi preferisce questo tipo di informazioni parla di persone tra i 34 e i 54 anni, con un grado di cultura medio-alto, quasi sempre laureati, con lavoro stabile e a volte impegnati nel sociale. Per questo Polidoro affronta temi come camera dell’eco, bolla di filtraggio, polarizzazione, frame, deep fake, buyers cognitivi, dissonanze e pregiudizi di conferma, insomma tutti quei tranelli della mente che la fanno cadere in errore. Sono elementi che veri e propri professionisti del settore utilizzano (e lo confessano candidamente ad anni di distanza!) per spacciare notizie false o create ad arte per guadagnare e speculare sui bisogni irrazionali delle persone; l’importante è polarizzare il contrasto, non convincere ma aumentare le paure irrazionali (l'emergenza, l'invasione, l'onda dei migranti) giocando sulle immagini già presenti nella mente del pubblico. Un po’ come quelli che vendono cure miracolose per guarire dal cancro come il metodo Bonifazio, la cura Di Bella, Stamina, il metodo Hamer e la dieta Panzironi, o chi dice che le cure per il cancro esistono ma vengono avversate dalle case farmaceutiche e dai medici a esse asservite (dimenticando che «si definisce “cancro” un’infinità di patologie, ciascuna diversa e complessa, e dunque non può esistere una cura valida per tutte»). Ci sono delle precise strategie che vengono adottate per screditare i falsi della scienza nel tentativo di sostituirli con versioni di comodo offerte da pseudoscienziati che fingono di aver fatto scoperte clamorose ma si rifiutano di dimostrarle, venendo comunque dipinti da molti come novelli Galileo contrastati da chissà quale potere forte.

I complotti nella storia esistono eccome (il Watergate), ma sono imperfetti, perché è la realtà a essere imperfetta: le teorie paranoiche del complotto sono invece basate su un'idea lineare che non prevede l'intervento del caso ma che divide il mondo in buoni e cattivi: la messa in pratica è sempre perfetta e pianificata, senza alcuna sbavatura, ed è sempre operativa, anche quando il complotto viene denunciato. In ogni teoria complottista la posta in gioco è sempre il dominio del mondo e coinvolge chiunque, soprattutto chi lo nega (subito accusato di far parte del complotto); le teorie del complotto si fanno poi sempre più evolute, ramificate e stratificate, con sottodiramazioni che riassumono l’intera storia umana. Per questo i complotti sono eterni, al di sopra della storia, tanto che ritornano ciclicamente come vere e proprie leggende metropolitane: è il caso della leggenda dell’abuso rituale satanico a danno di bambini, al centro di inchieste dell’FBI e di Scotland Yard a partire dagli anni Settanta grazie alla falsa testimonianza di Michelle Smith, che raccontò in un suo libro diventato bestseller (e poi rivelatosi un clamoroso falso) di essere stata violentata per anni dai genitori satanisti. La cosa scatenò un’isteria collettiva per cui molti altri ricordarono improvvisamente di essere stati violentati da piccoli: celeberrimo il caso McMartin del 1983 con i bambini di un asilo di Manhattan Beach in California che sarebbero stati violentati, costretti sa partecipare a rituali satanici e ad assistere a film pornografici, mutilazioni di animali e omicidi di altri bambini, per essere anche portati in aereo nel deserto o a Palm Springs, il tutto nell’orario scolastico (tra i violentatori ci sarebbe stato anche l’attore Chuck Norris). Ovviamente, i processi che furono imbastiti dimostrarono l’infondatezza di una simile isteria ma anche la creazione da parte di psicologi e inquirenti di false memorie attraverso la manipolazione: un’eco di tutto questo si è avuta anche in Italia con il caso dei Bambini di Satana a Bologna e il Diavolo della Bassa in Emilia, e continua ancora oggi a tornare a galla come nel caso del Pizzagate e di QAnon, secondo cui Donald Trump sarebbe l’eroe della luce che combatte l’abuso rituale pedofilo dei democratici di Hillary Clinton.

Polidoro ribatte colpo su colpo a tutta questa proliferazione di complotti (l’appendice è interamente dedicata al complotto più famoso di tutti i tempi, l’uccisione di John Fitzgerald Kennedy), dimostrando che spesso, alla fine, i fatti sono più sorprendenti di qualsiasi fantasia complottista. Purtroppo, ammette anche lui che simili operazione di debunking (smascheramento e demolizione) sono inutili, tale è in noi il bisogno irrazionale di avere nemici invisibili ai quali addossare la colpa delle nostre insoddisfazioni e delle narrazioni in grado di catturarci con il potere affabulatorio.

venerdì 30 ottobre 2020

Catherine McIlwaine - Tolkien. I tesori

Uno degli aspetti più interessanti di Tolkien è che, oltre alla sua attività di scrittore, narratore e saggista, si è distinto come pittore, contribuendo a disegnare, illustrare e dipingere oggetti, paesaggi e scenari che lui stesso andava elaborando. Qualcuno obietterà che si tratta pur sempre di un pittore dilettante, privo di tutte quelle capacità dei pittori professionisti, ma la cosa mi interessa poco: l’arte tolkieniana continua ad affascinare con la unicità e poesia, prova ne è questo J.R.R. Tolkien. I tesori, curato da Catherine McIlwaine e versione “light” del più corposo J.R.R. Tolkien. Il creatore della Terra di Mezzo, catalogo di una mostra tenuta alla Bodleian Library di Oxford. Racchiude una serie di materiali d’archivio di Tolkien, bozzetti, schizzi a matita, acquerelli paesaggistici, disegni a penna e inchiostro, lettere e mappe, oltre a foto di vita privata che ci fanno entrare nella sfera personale di Tolkien e della sua famiglia. Si tratta dunque di un libro che «celebra l’eccezionalità di Tolkien come autore – forse il più grande scrittore di storie fantastiche dell’era moderna –, ma ribadisce anche l’importanza dei molti aspetti differenti della sua vita: il filologo, l’inventore di lingue, l’artista, il creatore di mondi, l’accademico, l’insegnante, il marito e il padre furono ruoli che, combinati fra loro, produssero uno speciale insieme di talenti, un insieme che guidò la straordinaria immaginazione di Tolkien verso la creazione della Terra di Mezzo».


Pur senza avvicinarsi alla profondità di un’opera come L’arte di Tolkien di Roberta Tosi, ricorda più il vecchio Immagini, ormai fuori catalogo. I testi sono ridotti all’osso ma riescono comunque a dirci qualcosa sul Tolkien pittore: in fondo, chi di noi non ha mai sognato a occhi aperti guardando le illustrazioni che hanno sempre corredato Lo Hobbit, anche nelle versioni in italiano? Purtroppo Il Signore degli Anelli non ha mai avuto un comparto iconografico paragonabile, anche se in realtà Tolkien ha prodotto materiale anche in questo caso: schizzi, paesaggi, sovracoperte, mappe, in alcuni casi anche veri e propri oggetti metanarrativi, come nel caso del Libro di Mazarbul che Gandalf legge nella camera sepolcrale di Balin a Moria. Una produzione che ci dice quanto attento e scrupoloso Tolkien fosse nel cesellare il suo mondo secondario nel minimo dettaglio: basti pensare alla precisione nel ricreare mappe coerenti e credibili, nelle quali la scala era di fondamentale importanza (le distanze variano in base alla razza, perché un uomo che è alto ci mette di meno a percorrere un tratto di strada rispetto a uno hobbit che è basso). Ovvio che in questo processo creativo le lingue svolgessero una parte a dir poco fondamentale: da filologo, Tolkien pensava che le lingue dovessero avere vita propria e creare storie e leggende per le creature che le popolavano, cioè che prima venissero i linguaggi e poi i popoli che li utilizzavano.


Molto interessante è la parte dedicata al Silmarillion, opera che Tolkien cercò di portare a termine per tutta la vita ma pubblicata postuma nel 1977 a cura del figlio Christopher Tolkien: molti dei racconti del Silmarillion si possono ritrovare nelle prime versioni scritte tra il 1916 e il 1920 e, «nonostante ci abbia lavorato per tutta l’età adulta, la straordinaria visione del legendarium fu tanto forte da rimanere per lo più incontaminata da influenze esterne per un periodo di oltre sessant’anni». Uno sforzo onnicomprensivo, che addirittura portò Tolkien a trasformare dei semplici disegni astratti che aveva fatto su fogli di giornale in decorazioni per le ceramiche della civiltà númenoreána della Seconda Era della Terra d Mezzo. Forse il Professore «non fu capace di compiere gli ultimi passi che potevano mettere il punto finale alla sua opera perché, in un certo senso, questo avrebbe portato alla chiusura del rapporto con loro. Le molte opere incomplete, tra cui Il Silmarillion e le lingue inventate, rimasero incomplete per scelta, perché Tolkien non voleva che il suo lavoro finisse».

martedì 20 ottobre 2020

Michele Ainis - Il regno dell'uroboro

Recentemente ho visto il celebrato documentario di Netflix The Social Dilemma, duro atto d’accusa nei confronti dei social network che ci stanno rubando la vita e la libertà: senza negare i problemi che affronta (dipendenza, solitudine, furto di dati e gusti personali), non ne sono stato entusiasta, anzi l’ho trovato retorico e ipocrita nel suo tentativo di dimostrare che la colpa della maleducazione e del cattivo utilizzo del web sia colpa non nostra ma di qualcun altro, cioè dei social network stessi, di fatto sgravandoci da qualsiasi responsabilità. Ora ho letto questo Il regno dell’uroboro, piccolo saggio antropologico-sociologico di Michele Ainis che affronta lo stesso problema in una chiave altrettanto negativa: la tecnoscienza ci ha fatto accedere a delle informazioni in cambio di una cessione di nostri dati che vengono usati contro di noi e ci hanno trasformato in prodotti sulla base di sofisticati algoritmi. E questo non da oggi o da ieri ma dal 2009, cioè da quando Google ha cominciato a profilare i propri utenti, a mappare i loro gusti, le loro ricerche, i loro pareri, i loro tragitti, le loro abitudini.


I social network hanno perfezionato la cosa, facendo finire i loro utenti in cerchie chiuse di persone che la pensano esattamente come loro, abbattendo il confronto e il dibattito. Siamo sempre connessi, crediamo di comunicare e nel frattempo non ci accorgiamo che siamo preda di questi social: ogni gesto, ogni like e ogni affermazione viene catturato da un algoritmo. Questo ha cambiato la nostra società e il nostro modo di pensare, ha fatto sparire l’etica e il senso del limite, ha contribuito a sgonfiare la democrazia e ad aumentare l’intolleranza, ha aumentato la nostra solitudine e la nostra autoreferenzialità (da cui il simbolo dell’uroboro, il serpente che si morde la coda). La condanna non potrebbe essere più netta: il web è un mondo che ci prende più di quello che ci dà, tanto che essere connessi ci rende più deboli che se fossimo esclusi. Benvenuti nell’era della solitudine di massa, come recita il sottotitolo.


La cosa più subdola individuata da Ainis è che le idee che circolano sul web e inondano i nostri profili social a colpi di autentiche fake news vengono costruite proprio per condizionare i nostri comportamenti (condizionando l’esito delle elezioni americane che hanno portato alla vittoria di Trump o il referendum sulla Brexit). Un’accusa molto circostanziata alla logica del web come libertà, della democrazia diretta, dell’uno vale uno (insomma, il programma politico del Movimento 5 Stelle), l’illusione di bypassare le pastoie e i controlli della democrazia parlamentare, con il conseguente declino della stessa politica che del web si nutre riducendosi a social.


Il ragionamento dell’autore si estende quindi al mercato editoriale, da una parte stigmatizzando l’aumento esponenziale dei libri autopubblicati su Amazon, segno di una progressiva degenerazione delle opinioni che sfuggono al controllo dell’editoria tradizionale, dall’altra scagliandosi contro le librerie digitali presenti sulle varie piattaforme che consentono l’accesso immediato a troppi libri, troppi film e troppi dischi di scarso valore, in una bulimia digitale che corrisponde a una proliferazione e a una degenerazione del mercato delle idee. Addirittura Ainis se la prende con i libri che parlano di altri libri come Una vita da lettore del povero Nick Hornby, simbolo di una «produzione torrenziale [che] non ha niente a che fare con la letteratura», come se Il nome della rosa e la sua lezione («Spesso i libri parlano di altri libri. Spesso un libro innocuo è come un seme, che fiorirà in un libro pericoloso, o all’inverso, è il frutto dolce di una radice amara») non fosse mai stato scritto.

domenica 18 ottobre 2020

Alessandro Barbero - Dante

 

Che Alessandro Barbero sia una star non lo scopriamo certo oggi. Le sue partecipazioni ai programmi televisivi sono seguitissime, gli audio e i video delle sue conferenze danno origine a podcast e video su YouTube, addirittura a remix parodistici. A sua insaputa, è diventato oggetto di studio da parte degli analisti del web, sorpresi da un fenomeno veramente dilagante. A dispetto di questi numeri, però, Barbero mantiene la sua straordinaria dimensione di divulgatore, frizzante ma mai banale, e non fa eccezione questo suo ultimo libro, Dante, non un saggio letterario sul Dante poeta, ma un saggio storico sul Dante uomo del Medioevo, perfettamente inserito nel suo tempo e nella sua realtà sociale: un aspetto comunque fondamentale perché ha fatto da sostrato alla scrittura della Commedia. Un libro come sempre appassionante e divulgativo, che però contiene un apparato di note di tutto rispetto che farà la gioia anche del mondo accademico.

Riprendendo la sua passione per la storia militare, Barbero parte da una battaglia importantissima, la battaglia di Campaldino del 1289 tra fiorentini guelfi e ghibellini di Arezzo, che rappresenta un momento importante nella vita dello stesso Dante, che vi partecipò come cavaliere all’età di 25 anni, addirittura in prima fila, tra quelli meglio armati che dovevano sostenere il primo urto. Dante infatti vive la vita frenetica e la politica caotica della Firenze del tempo che, con i suoi 100.000 abitanti, era una delle più grandi metropoli d’Europa: una città spaccata tra guelfi e ghibellini prima e tra guelfi neri e guelfi bianchi poi, in un gioco di fazioni, potere e ricchezza che confluisce sempre in uno scontro sociale, perché le fazioni si estendono alle clientele dei nobili. Allo stesso tempo Dante fa parte del governo di popolo, costituito cioè dalla gente che lavora, giungendo a ricoprire la carica di priore, una delle più importanti in assoluto, prima di cadere in disgrazia per la vittoria dei guelfi neri e subire l’esilio. La situazione degenerò e portò infatti all’istituzione di processi nei confronti dei guelfi bianchi e dello stesso Dante con accuse molto concrete (malversazione, storno di fondi pubblici) che Barbero non si sente di negare: non si tratta di idealizzare Dante, queste accuse potevano essere vere perché la politica di quel tempo funzionava così, implicava il dover scendere a compromessi, e uscirne puliti era abbastanza improbabile. Lo stesso Dante sembra confermarlo, ambientando la Commedia nella Settimana Santa dell’anno 1300, nella consapevolezza di essere arrivato vicino a dannarsi l’anima: non ne abbiamo la certezza, ma confrontando le date questa ipotesi sembra ben più di una suggestione. Cacciato via ed esiliato con infamia, trascorse vent’anni d’esilio tristi e amari nei quali riuscì comunque a campare decorosamente, assistito da un’organizzazione di partito e da una serie di amicizie internazionali di supporto: politico in disgrazia, uomo di lettere, autore di manifesti politici, godeva comunque di una buona fama, che lo portò a essere ospite a Verona e Ravenna dai signori di queste città, addirittura ottenendone favori per i figli.

La società fiorentina del tempo che Barbero ricostruisce è estremamente fluida e stratificata: Dante era plebeo (i nobili erano esclusi dal governo) ma amico e frequentatore di nobili e cavalieri, era ricco perché suo nonno e suo padre (di cui lui non parla mai) avevano fatto i soldi, anche attraverso l’usura, e lui poté dedicarsi alla poesia e alla teologia oltre che alla politica, facendo parte di un governo basato sul censo. Erano governi allargati e a loro modo democratici, ma sempre in coesistenza con la violenza e nell’assenza di una legittimazione dell’avversario (che era un nemico a eliminare). La vendetta era normale e perfettamente legale, e Dante condivide pienamente le idee del suo tempo: basti ricordare l’episodio in cui all’Inferno incontra il cugino Geri del Bello, che è arrabbiato perché, pur essendo morto di morte violenta, non è stato ancora vendicato dai suoi familiari. Dante sa benissimo che questo contrasta con i valori morali che Virgilio sta cercando di insegnargli, ma allo stesso tempo si mette a spiegare che Geri ha ragione di avercela con lui, perché quelli sono i valori della società in cui vive.

Tutto questo non poteva non riflettersi sulla riflessione che Dante fa sulla nobiltà, che vede un’evoluzione nel corso della sua vita: all’inizio, nel Convivio, dice che la vera nobiltà è quella d’animo, poi nel De Monarchia (quando ormai frequenta le varie corti che lo ospitano) cambia idea e dice che la nobiltà è quella che si è ereditata da degli antenati per una giusta ragione: nel Paradiso, incontra Cacciaguida, suo avo, che gli svela di discendere anche lui da cavalieri. Se all’inizio Dante fa dunque parte di un governo cittadino che fa la guerra ai nobili, poi quando è ospite di ben altre corti si gloria di appartenere anche lui a quel mondo, e lo legittima perché mette Cacciaguida in Paradiso, dove tutto è perfetto e benedetto, anche la classe sociale.

Se tutti i professori a scuola spiegassero la storia e Dante così, oggi saremmo tutti meno capre.