martedì 31 marzo 2020

John Gerard - In fuga dalla Torre

Oggi c’è la tendenza, soprattutto da parte cattolica, a dire che i gesuiti sono tutti eretici, massoni e apostati, e il fatto che Papa Francesco sia gesuita non aiuta. C’è stato però un tempo in cui i gesuiti erano veramente dei santi e giravano per le terre riformate mettendo a repentaglio la propria vita per potare sostegno e conforto alla gente. Valga per tutti l’esempio di John Gerard, gesuita inglese della fine del Cinquecento che si trovò a essere sacerdote nell’Inghilterra di Elisabetta I, quando essere cattolici e soprattutto sacerdoti equivaleva a condanna certa per tradimento (vale a dire morte per squartamento). Straniero nel suo stesso Paese, per sei anni esercitò il suo ministero spostandosi in incognito in borghese, rifugiandosi segretamente in case private e amministrando clandestinamente i sacramenti ai fedeli perseguitati e sofferenti. La sua testimonianza è contenuta in questo In fuga dalla Torre, memoriale da lui scritto in prima persona e in latino su indicazione dei superiori e tradotto in inglese solo nel 1871 (quando la condizione dei cattolici in Inghilterra era finalmente migliorata): il titolo allude al famosissimo evento che lo vide protagonista dopo essere stato rinchiuso nella famigerata Torre di Londra. Gerard, infatti, riuscì a fuggire calandosi lungo una fune appesa sul fossato, evento che viene ancora oggi ricordato. Non pago, sempre alla ricerca di un martirio che per lui non arrivò mai, continuò a esercitare il suo ministero sacerdotale fino a essere coinvolto, suo malgrado, nell’altrettanto famigerata Congiura delle Polveri, quando un gruppo di cattolici ebbe la bella pensata di far saltare il Parlamento (non riuscendoci, ed esacerbando ancora di più la condizione degli altri cattolici). Anni duri, fortificati dalla persecuzione, dalla prigionia e dalla tortura, che presentano casi come quello della donna messa sotto processo grazie a falsi testimoni la quale, per evitare che la giuria si macchiasse la coscienza del suo sangue, preferì non dare alcuna risposta al giudice e venire subito condannata: esempi eroici che dovrebbero far riflettere tutti, anche a quei cattolici che fanno i leoni dei social e si proclamano campioni della fede da dietro una tastiera del pc o un cellulare. Perché loro sì che sanno come dovrebbero andare le cose.

lunedì 30 marzo 2020

Arthur Conan Doyle - La nube velenosa

L’emergenza COVID-19 mi ha riportato alla mente un racconto lungo (o romanzo breve, a dir che si voglia) di Arthur Conan Doyle, La nube velenosa, da me letto una ventina di anni fa ma talmente efficace da essermi rimasto impresso. Ho quindi deciso di ripubblicato in ebook con il marchio Gondolin nell’attesa che riaprano le librerie e i tradizionali meccanismi della distribuzione tornino a funzionare (chissà quando accadrà). Si tratta di un racconto fondamentale per il pluriabusato genere catastrofico-apocalittico sugli ultimi giorni dell’umanità: dallo spazio arriva una strana nube tossica che in poche ore è destinata a cancellare la vita dal pianeta Terra avvelenando e soffocando tutte le persone che incontra sul suo cammino. Toccherà ai professori Challenger e Summerlee, al giornalista Malone (che è il narratore) e al nobile avventuriero Lord Roxton (già protagonisti del romanzo Il mondo perduto, primo capitolo del cosiddetto ciclo di Challenger) assistere da una finestra, chiusi in una sorta di camera iperbarica di fortuna nella villa in collina di Challenger, alla fine del mondo. Il burbero e barbuto Challenger, infatti, ha previsto tutto e si è premunito riunendo numerose bombole di ossigeno per affrontare l’emergenza. I nostri protagonisti vedono il mondo intorno a loro fermarsi improvvisamente: una bambinaia con la carrozzina, un calesse trainato da un cavallo, dei giocatori di golf, tutti crollano a terra stecchiti. Il contagio è inesorabile, e già nel mondo si sono registrati i primi disastri: i quattro assistono addirittura allo scontro fra due treni, non più governati dalla mano umana. Ancora oggi, La nube velenosa mantiene intatta tutta la sua attualità e continua ad ammonirci sulla portata di catastrofi improvvise che l’umanità, con tutto il proprio carico di scienza, non è minimamente pronta ad affrontare: di fronte a un contagio inspiegabile e improvviso, l’uomo si ritrova piccolo e impotente, e tutte le controversie che nei secoli hanno diviso le nazioni e i potenti sono ridotte a zero. Il racconto è del 1913, in piena epoca positivista, e acquista ancora più significato se si pensa che, a fronte di queste considerazioni, l’anno dopo sarebbe scoppiata la Grande Guerra. C’è poi la questione sul dopo epidemia, cioè su come comportarsi da unici sopravvissuti alla catastrofe: nella Londra deserta e costellata di cadaveri, però, ci si imbatte in una vecchina che è sopravvissuta grazie all’inalatore di ossigeno a causa dei suoi problemi respiratori e che ora è preoccupatissima per la sorte delle azioni della London and North-Western Railway, nelle quali ha investito tutti i suoi risparmi. Al di là dei protagonisti, alcune caratterizzazioni sono davvero riuscite, a partire dal servitore di colore Austin (“Ho fatto il mio dovere, signore…” “Io per oggi mi aspetto la fine del mondo, Austin…” “Bene, signore: a che ora?” “Non so dirlo, Austin. Prima di sera, forse…” “Benone, signore”). Una buona occasione per riscoprire un piccolo classico opera di uno scrittore straordinario, che andrebbe considerato anche al di là del solito Sherlock Holmes e del Coronavirus.

martedì 3 marzo 2020

Takashi Nagai - Il rosario di Nagasaki

Dopo I figli di Nagasaki, arriva Il rosario di Nagasaki: sempre scritto da Takashi “Paolo” Nagai, cattolico sopravvissuto all’esplosione della bomba atomica di Nagasaki (quest’anno ricorre il 75° anniversario) ma morto pochi anni dopo a causa di una leucemia. Nell’esplosione perse la moglie Midori, vaporizzata all’istante, e si ritrovò con due figli a carico, Makoto e Kayano, a cui dedicò il libro I figli di Nagasaki, vero e proprio testamento spirituale. Questo libro è molto più piccolo ma, paradossalmente, è più denso e profondo: messa da parte la componente educativa (tutti quegli insegnamenti di vita e di studio che dava ai figli) e la ripetizione di alcune tematiche (il suo ateismo e la sua fiducia nel materialismo scientista, la sua conversione), Nagai si lascia andare al ricordo di persone (il suo matrimonio, la moglie, i genitori) e di piccoli episodi di vita quotidiana, in una prospettiva intimista e garbata; ma soprattutto rievoca le immagini di desolazione, le persone che lui conosceva e che lavoravano con lui, che hanno perduto la vita nell’esplosione. Il messaggio di solidarietà e rispetto verso il prossimo è lo stesso dell’altro libro. Così Nagai non condanna l’invenzione della bomba e le ricerche sulla radioattività, anzi, loda le potenzialità di queste scoperte (che possono migliorare la vita di tutti) e cerca di comprendere le problematiche morali degli scienziati che ci hanno lavorato: il vero problema è il cuore dell’uomo e cosa lo muove. Particolarmente carino è il capitolo in cui parla dei due reduci dai campi di prigionia russa che tra di loro parlano dell’esperienza in campo di prigionia: a distanza di anni, l’unica loro ossessione è ancora il cibo e la quantità delle razioni alimentari che ricevevano. Lapidario il suo commento sul sistema sovietico: «Vivendo in territorio comunista, nessun altro pensiero ha interessato il loro spirito; infatti, la vita laggiù è organizzata in tale maniera che nessun’altra idea oltre quella del pane ha il diritto di richiamare l’attenzione. In un simile mondo, letteralmente, l’uomo vive unicamente di pane». Il rosario del titolo fa riferimento alla coroncina della moglie, ritrovata vicino ai suoi resti carbonizzati e la preghiera finale quando viene sistemata la campana della cattedrale cattolica di Urakami.

lunedì 2 marzo 2020

Luca Fumagalli - La società della Contea

Le recenti polemiche sulla nuova traduzione del Signore degli Anelli a firma di Ottavio Fatica dimostrano che il dibattito sulle posizioni politiche di Tolkien, o meglio, il tentativo di appropriarsi politicamente della sua opera sono quanto mai attuali. Nel corso dei decenni in molti hanno cercato di tirare il professore di Oxford per la giacchetta di tweed, adducendo spesso prove (secondo loro) indiscutibili: sostenitore dei franchisti durante la Guerra Civile spagnola, ecologista e ambientalista, retrivo conservatore se non proprio reazionario, antimodernista e anticapitalista, distributista sul modello di Chesterton e Belloc, precursore del sovranismo, addirittura liberale neocon fautore del libero mercato (come espresso da Hobbit Party di Jonathan Witt e Jay W. Richards). A cercare di ricostruire questo ambito di studio ci pensa l’amico Fumagalli con questo libretto La società della Contea. Appunti sulla filosofia politica di J.R.R. Tolkien, che muove sicuramente in una prospettiva cattolico-tomista (magari alla luce delle encicliche Immortale Dei e Aeterni Patris di Leone XIII) ma ha il pregio di essere aperto e attento all’effettiva realtà del dibattito internazionale, e quindi non si limita a riferirsi semplicemente ai soliti noti della critica italiana che hanno continuato a citarsi autoreferenzialmente tra di loro e hanno messo Tolkien sotto una campana di vetro di marca missina (per ragioni storiche, Il Signore degli Anelli è stato uno dei riferimenti culturali della destra).

Fumagalli non si limita certo all’aspetto sociopolitico ma ricostruisce la vicenda personale di Tolkien, la sua fede, la sua posizione critica ma rispettosa dell’aggiornamento teologico-dottrinale del Concilio Vaticano II, il suo concetto del matrimonio e del rapporto uomo-donna (che lo portarono a lanciare moniti anticipatori della liberazione sessuale del Sessantotto). Il cuore del libro è però la sua lettura del potere (rappresentato dall’Anello), che per Tolkien è una cosa sempre negativa e da evitare perfino per i santi perché negatrice del libero arbitrio: esercitando il potere fondato sull’Anello, si attua una coercizione che nega il libero arbitrio altrui e che per giunta si fonda su un potere malvagio. Ecco quindi che i saggi della Terra di Mezzo si rifiutano di usare l’Anello, lasciando al singolo la capacità di trovare dentro di sé una risposta ai grandi interrogativi del suo tempo, pur nella consapevolezza che non esistono parametri di riferimento, come evidenzia il citato Wu Ming 4: nel Signore degli Anelli «non [si] accenna né [si] allude ad alcun principio di autorità che possa fornire una pietra di paragone all’esperienza personale, […] limitandosi ad affermare che ogni volta ciascuno dovrà compiere il riconoscimento etico nel luogo e nella circostanza in cui si trova».

L’ambito più strettamente politico del libro è per forza quello legato alla Contea, letta come trasfigurazione fantastica di quell’Inghilterra rurale che Tolkien amava e che sentiva in qualche modo essere la sua vera patria («In realtà sono un Hobbit in tutto tranne che nella statura», ebbe a scrivere in una lettera). Certo, Fumagalli (che rifugge giustamente e tolkienianamente le allegorie) si guarda bene dal trattare la Contea come un’utopia o un manifesto: nonostante infatti essa abbia «parecchi elementi in comune con quelli dell’Inghilterra rurale che lo scrittore ebbe modo di conoscere e amare durante l’infanzia, prima che questa venisse distrutta dall’industrializzazione dilagante, per quanto dolce e invitante non è un’Arcadia ideale, un idillio agreste». Infatti, come per Tolkien non può esistere il concetto di Male assoluto, non può esistere il Bene assoluto, e per questo ne racconta anche le ombre, la meschinità e la piccineria dei suoi abitanti. Certo, la terra degli hobbit rappresenta uno strano mix di repubblica e aristocrazia, una comunità retta dall’autogoverno, uno stato di diritto «dove non esistono istituzioni che interferiscono con il diritto di proprietà delle persone» e si vive pacificamente in una “anarchica” assenza di leggi e polizia. Un aspetto che riflette la dichiarazione contenuta in una lettera indirizzata al figlio Christopher: «Le mie opinioni politiche tendono sempre più verso l’“anarchia” (intesa filosoficamente come abolizione del controllo, non come bombaroli barbuti) o verso la monarchia “non costituzionale». Senza dubbio Tolkien era contrario alla statolatria, al controllo dello Stato nei confronti dell’individuo, alla produzione industriale e alla meccanizzazione, a cui contrapponeva l’artigianato. Non era un sostenitore neppure della democrazia parlamentare né dell’impero britannico, e si opponeva all’arrivo di modelli di vita americani e alla massificazione dell’inglese come lingua predominante, e questo ha fatto pensare a qualcuno di leggere una sua adesione al distributismo come “terza via” alternativa al socialismo e al capitalismo, senza peraltro che ci sia mai stata la benché minima prova a sostegno di questa teoria.

Su tutto questo si innesta il concetto di “bene comune” (anche se è interessante notare come a usare questo termine nel Signore degli Anelli sia lo stregone Saruman), inteso in senso tomista e opposto «al cinismo e all’assurda complessità della modernità», riprendendo l’interpretazione di Joshua Hren in Middle Earth and the Return of the Common Good e alla luce di un «benefico dialogo tra autorità e libertà» che troverebbe il suo fondamento nel contesto feudale, nel quale «il potere è sminuzzato, diviso in un pluralità di istituti e realtà le une in concorrenze con le altre» (tesi già affrontata da Mingardi e Stagnaro in La verità su Tolkien. Perché non era fascista e neanche ambientalista). In questo senso, anche il sovrano ha l’incarico di ordinare tutte le cose in vista del bene comune, superando ogni tendenza assolutista: «per indirizzare correttamente gli sforzi dei sudditi verso un fine comune è necessaria un’autorità, qualcuno che non si faccia carico di una sintesi delle parti ma di una responsabilità verso il Bene» e garantisca il legame di mutua dipendenza («la Terra di Mezzo non è salvata dallo sforzo di volontà di un singolo deus ex machina, ma dall’impegno di una serie di personaggi che operano per il bene comune»). Per realizzare questo bene comune, a volte, è necessario disobbedire, come sottolineato dal tanto vituperato Wu Ming 4, con il quale Fumagalli sembra concordare.

A questo punto è però lecito chiedersi se non fosse il caso di osare di più, sviluppando maggiormente il ragionamento dello stesso Wu Ming 4 sulla liceità di opporsi al potere nel caso sia ingiusto come accade nel capitolo del Signore degli Anelli “Attraversando la Contea”, quando la disobbedienza all’autorità da atto individuale diventa azione collettiva e si assiste a un dibattito nel campo dei “buoni” e viene affermato un principio di fatto moderno: Tolkien non è Manzoni e non si limita ad aspettare supinamente che intervenga la Provvidenza ma sembra dire che è lecito opporsi a un potere ingiusto, pur nella decisione di usare il minor grado di violenza possibile. E ancora: è verosimile che, come scrive Fumagalli, l’esito della riflessione politica di Tolkien porti a un rimpianto del Sacro Romano Impero e della perduta società cristiana? In fondo, il fascino del Signore degli Anelli è proprio il fatto che parla a tutti, partendo dal punto di vista di un autore cristiano che racconta un mondo precristiano rivolgendosi a una società postcristiana, quasi un cristianesimo “a livello zero” capace di dire qualcosa a ognuno e di rispondere alle inquietudini della modernità.