sabato 19 settembre 2020

Alexandre Dumas - I tre moschettieri

Tragicamente etichettato come “romanzo per ragazzi” o romanzo d’appendice nell’accezione peggiore del termine, I tre moschettieri di Alexandre Dumas è da sempre uno dei miei romanzi preferiti (ne ho già parlato QUI): è uno dei vertici assoluti del romanzo di genere che ha ben pochi eguali per la sua capacità di procurare piacere e di unire l’ironico e il tragico, l’inventiva alla narrazione, lo stile alla passione. Certo, è avventuroso, perché è basato su intrighi, inseguimenti e duelli, ma è anche un romanzo di formazione, e spesso questo lo si dimentica, ripiegando sulle famose frasi fatte che lo bollano come antiletteratura perché i personaggi agiscono invece che pensare; che Dumas veniva a pagato a riga e quindi ne approfittava per allungare il brodo; che il romanzo, come diceva Flaubert, non necessiterebbe di alcuna iniziazione per essere letto e goduto; o ancora si ricorre all’iperbole di Umberto Eco secondo cui Il conte di Montecristo (sempre di Dumas), «è senz’altro uno dei romanzi più appassionanti che siano mai stati scritti e dall’altra parete è uno dei romanzi più mal scritti di tutti i tempi e di tutte le letterature». Ambientato all’inizio del Seicento alla corte di Luigi XIII, in un’epoca (come dice il testo) «di pochissima libertà, ma di maggiore indipendenza», I tre moschettieri segue la vicenda umana e professionale di d’Artagnan, giovanotto guascone che giunge a Parigi per coronare il suo sogno di diventare moschettieri: incontrerà i tre moschettieri del titolo, Athos, Porthos e Aramis, e si metterà al centro di una serie di vicende rocambolesche che lo porteranno a diventare nientemeno che tenente dei moschettieri. La prima parte è occupata dalla conoscenza del protagonista e dei tre moschettieri ma soprattutto dalla famosissima vicenda dei puntali di diamanti della regina Anna d’Austria, che d’Artagnan e i suoi compagni dovranno andare a recuperare a Londra dal duca di Buckingham. La seconda parte è incentrata invece sull’assedio della fortezza di La Rochelle, una piazzaforte nelle mani degli ugonotti sostenuti dagli inglesi che dovevano venire spazzati via dal progetto di assolutismo monarchico di Luigi XIII e dal suo primo ministro, il cardinale Richelieu. Poi c’è la vendetta di Milady, che dopo aver visto vanificati tutti i suoi sforzi dall’intromissione di d’Artagnan e dei suoi amici cerca di avere la sua vendetta (tra l’altro, d’Artagnan l’ha anche sedotta). Fatto di fanfaronate e spacconate, con la propensione alla massima memorabile («Ma è proprio il diavolo in persona questo fegataccio!») e attraversato da un certo stile picaresco (Planchet che, alle prese con i pasti da elemosinare, diche che «si mangia pur sempre una volta sola anche quando si mangia molto»), il romanzo è pieno di episodi memorabili: il combattimento tra i moschettieri e le guardie del cardinale; la conquista di un torrione durante l’assedio semplicemente per andarci a pranzare sopra; la disquisizione teologica di Aramis (moschettiere “temporaneo”) insieme a un abate e un curato con annessa accusa di giansenismo; il pranzo di Porthos a casa del tirchissimo Coquenard che, dopo avergli rifilato tre croste, esclama: «Un vero banchetto, epulae epularum: Lucullo pranza in casa di Lucullo»; Athos chiuso nella cantina della locanda tra vini e prosciutti; l’interrogatorio di Richelieu al vile e avaro monsieur Bonacieux, marito di Constance, la bella di d’Artagnan; la seduzione a opera di Milady del puritano o Felton, un fanatico che cede al fascino femminile attraverso cui si vede tutto il disprezzo di Dumas per l’integralismo religioso; Luigi XIII che, soffrendo come tutti i sovrani la malattia della noia, suole scegliere uno dei cortigiani e attirarlo alla finestra dicendogli: «Signor tal dei tali, annoiamoci insieme»; Porthos che accusa Aramis di essere un cattivo prete perché ha compassione degli eretici. Ci sono anche delle riflessioni molto profonde sulla vita, sul caso, sul ruolo dell’amore nelle decisioni dei potenti e dei popoli, alla faccia dell’autore che mette in scena personaggi che agiscono e non pensano. E, giusto per parlare di personaggi, non ce n’è uno meno che memorabile: il tormentato e notturno Athos, il timido e furbo Aramis, l’erculeo e vanitoso Porthos, lo sfuggente e sinistro Rochefort, l’anima dannata del cardinale e poi proprio Richelieu, uno degli uomini più straordinari della sua epoca che, dopo essere passato per le mani di Dumas, ci apparirà per sempre malvagio e sinistro. Un capitolo a parte lo meriterebbe Milady, vera e propria antesignana della figura della femme fatale che grande successo avrebbe avuto nel corso dei secoli. Purtroppo, nonostante le centinaia di trasposizioni cinematografiche e televisive, nessuna versione (a parte quella in due parti di Richard Lester degli anni Settanta) è mai riuscita a replicare il fascino dell’originale dumasiano.

domenica 6 settembre 2020

Dmitrij Miropol’skij - L'ultimo inverno di Rasputin

 
Santone, diavolo, profeta, plagiatore, maniaco sessuale: di Rasputin si è detto di tutto, e soprattutto in Occidente la sua figura è caratterizzata da molti stereotipi. Il suo ruolo a corte era motivato dalla sua capacità di curare l’emofilia del figlio della zarina, ma allo stesso era mal tollerato dai nazionalisti: questo contadino analfabeta infatti era contrario alla guerra, convinto che a farne le spese sarebbero stati i più poveri. Per questo venne eliminato da un complotto che vide protagonisti membri della nobiltà, un parlamentare della Duma e (forse) i servizi segreti inglesi: un evento chiave della storia della Russia e del Novecento, che viene ricostruita dallo scrittore Dmitrij Miropol’skij in questo volumone di oltre 700 pagine che ribadisce come Rasputin sia un personaggio difficilmente comprensibile per un europeo (tanto che Winston Churchill in una scena esclama: «Ma è un personaggio da operetta! Una caricatura. Il Punch delle fiere…») e che quindi rappresenti benissimo l’assoluta unicità della Russia che vuole essere europea ma non ci riesce mai fino in fondo. Il titolo italiano L’ultimo inverno di Rasputin gioca facile facendo riferimento a lui, mentre l’originale 1916, Guerra e pace è molto più indicativo della natura del romanzo (la citazione del capolavoro di Tolstoj non è casuale, e lo stesso Tolstoj compare in un aneddoto insieme a Rachmaninov): Miropol’skij prende l’anno precedente la rivoluzione bolscevica e lo sviscera senza pregiudiziali ideologiche (anzi, parla della Rivoluzione in termini estremamente sanguinosi e negativi) mettendo in scena una narrazione corale, dai moltissimi protagonisti (tutti reali), tesa a sviscerare la decadenza dell’impero russo. Un declino fotografato dalla schiacciante sconfitta calcistica alle Olimpiadi di Stoccolma del 1912 quando la molle e disunita nazionale russa è sconfitta 16-0 dalla Germania. Troviamo lo zar Nicola II, buon padre di famiglia ma del tutto distante dal suo popolo, preoccupato piuttosto a far fuori i turchi e ad allargarsi nei Balcani; il principe Feliks Jusupov, studente di lusso a Oxford che frequenta locali alla moda in elegantissimi abiti femminili, rappresentante di un’aristocrazia dissoluta e arrogante; lo squattrinato poeta Vladimir Majakovskij (che aderirà al comunismo e ne sarà vittima), e insieme a lui il mondo degli artisti d’avanguardia, che tra bettole e salotti letterari vogliono ribaltare l’ordine costituito ma si fanno mantenere da nobili e ricchi borghesi. Ovviamente, i fili della narrazione sono destinati a incrociarsi, dal momento che Majakovskij e la sua amante Lilja sono testimoni involontari dell’efferato delitto e costretti a partecipare alle fasi concitate dell’occultamento del cadavere. Alla ricostruzione storica, Miropol’skij unisce la spy story: la Rivoluzione d’ottobre come grande cospirazione per abbattere l’impero russo, sia di parte tedesca sia di parte inglese (entrambe le parti tentavano di insinuarsi nelle crepe della traballante monarchia russa per trarne il massimo profitto): Lenin stesso (che qui appare solo brevemente) era un agente dei tedeschi, fatto rimpatriare apposta, ma anche Rasputin potrebbe a sua volta essere una spia tedesca. Tra i vari personaggi, a Vienna appare anche Hitler nei panni di un venditore da strada di cartoline. Alla fine, c’è una corposissima parte che racconta il destino dei vari personaggi e che ci porta fino al presente.