sabato 28 novembre 2020

Carlo Rovelli - Sette brevi lezioni di fisica

 

Quando andavo a scuola sono sempre stato uno scandalo nelle materie scientifiche, e non mi vergogno di dire che non ci ho mai capito niente. Magari la colpa non era mia ma anche degli insegnanti, ma il fatto che tutti gli altri riuscissero ad apprendere qualcosa suggerisce l’idea che io e l’universo scientifico (matematica, fisica, biologia) siamo destinati a essere come le famose due rette parallele che non si incontrano mai se non all’infinito. Tuttavia, spesso mi trovo a che fare con persone che, forti della loro preparazione filosofica o teologica, nutrono un sincero odio per la scienza in genere e in particolare modo contro la fisica quantistica, rea di fornire delle ipotesi non verificabili a dei fenomeni già ampiamente spiegati dalla filosofia o dalla teologia. Ecco, prendete questo libretto (e vero e proprio bestseller) di Carlo Rovelli, Sette brevi lezioni di fisica, che elenca le principali teorie della fisica moderna e affronta temi come il tempo, lo spazio e la materia, e ne rimarrete strabiliati. Con una capacità di spiegazione che tanto mi avrebbe fatto comodo ai tempi della scuola, l’autore offre una via per capire la fisica anche a chi non ne sa niente, proprio come me, ma soprattutto abbatte lo stereotipo dello scienziato borioso che vuole cambiare il mondo a suo libero arbitrio. Partendo dalla spiegazione della teoria della relatività di Einstein, che dice che spazio e tempo non sono invariabili (il tempo va a velocità diversi in luoghi diversi), e della meccanica quantistica (che dice che il mondo è fatto di particelle che rimbalzano), Rovelli illustra Il metodo scientifico, che deve procedere per dubbi e non dare niente per scontato: soprattutto, deve ammettere la propria ignoranza davanti al mistero del cosmo (cosa sono i buchi neri e la materia oscura?). Addirittura, potrebbe sembrare esista una contraddizione fra la teoria generale della relatività generale che parla del mondo come uno spazio curvo dove tutto è continuo e la meccanica quantistica per cui il mondo è uno spazio piatto dove saltano quanti di energia: in questo caso Rovelli spiega che «la Natura si sta comportando con noi come quell’anziano rabbino da cui erano andati due uomini per dirimere una contesa. Ascoltato il primo, il rabbino dice: “Hai ragione”. Il secondo insiste per essere ascoltato, il rabbino lo ascolta, e gli dice: “Hai ragione anche tu”. Allora la moglie del rabbino, che orecchiava da un’altra stanza, urla: “Ma non Possono avere ragione entrambi!”. Il rabbino ci pensa, annuisce, e conclude: “Anche tu hai ragione”». Proprio qui sta la meraviglia di questo saggio, che ci insegna a considerare tutte le cose che scopriamo e non conosciamo e ad aprirci alla meraviglia del cosmo: «La nostra conoscenza cresce, e cresce davvero. Ci permette di fare cose nuove che prima non immaginavamo nemmeno. Ma nel crescere ci apre nuove domande. Nuovi misteri». Forse questo approccio che procede per dubbi e ipotesi potrebbe risultare indigesto a chi suppone di avere la verità in tasca (figuriamoci quando Rovelli dice che, specchiandoci negli altri e nelle altre cose, impariamo chi siamo!), ma dovrebbe aprire gli occhi anche a tanti che sostengono di avere la fede ma non vedono al di là del loro naso: «La fisica apre la finestra per guardare lontano. Quello che vediamo non fa che stupirci. Ci rendiamo conto che siamo pieni di pregiudizi e la nostra immagine intuitiva del mondo è parziale, parrocchiale, inadeguata. Il mondo continua a cambiare sotto i nostri occhi, man mano che lo vediamo meglio».

venerdì 27 novembre 2020

Arto Paasilinna - Il bosco delle volpi impiccate

 

Sebbene goda di una fama piuttosto limitata, Arto Paasilinna è un assoluto genio. La sua recente scomparsa ci ha privato della sua ironia, del suo sarcasmo e del suo anticonformismo. Come L’anno della lepre, anche questo Il bosco delle volpi impiccate è una favola ecologica deliziosamente demenziale che ci presenta stravaganti personaggi libertari per vocazione e marginali per scelta in fuga dalla routine della vita quotidiana sullo sfondo dell’immensa e selvaggia natura nordica: il primo è il finlandese Oiva Juntunen, gangster di professione con base a Stoccolma e possessore di quattro lingotti d'oro sottratti alla banca di Norvegia, divenuti esclusivamente suoi a seguito dell'arresto dei suoi complici. Quando scopre che i complici (Suti la Ruspa e il pluriomicida recidivo impiegato d’azienda Siira) saranno rilasciati e verranno a richiedere la loro parte di bottino, Oiva la ritiene una prospettiva addirittura immorale (d’altronde, è uno che sostiene che un uomo per essere nobile non debba lavorare) e fugge in Finlandia per tenersi l’oro. Qui, in mezzo alla natura, si imbatte in Sulo Remes, maggiore alcolizzato dell'esercito finlandese che si è concesso un anno sabbatico dopo anni di routine snervante e compilazione di scartoffie inutili: solo la terza guerra mondiale potrebbe salvarlo da un congedo disonorevole, anche se la sua ubriachezza è da lui stesso presentata come una “malattia professionale”. La loro fuga termina nello stesso punto, nella capanna dei boscaioli del monte Kuopsu, vicino all’inquietante Bosco delle Volpi, una lugubre foresta dove Juntunen e Remes predispongono decine e decine di micidiali trappole con salsiccia per uccidere volpi («Ancor oggi si può vedere una frotta di scheletri»). I due si mettono a sgretolare lingotti d'oro per rivendere pepite e pagliuzze come se le avessero trovate loro nei fiumi della tundra, in compagnia di una volpe spelacchiata soprannominata Cinquecentino per la sua golosità di bigliettoni da cinquecento marchi, finché a loro non si aggiunge anche la pittoresca Naska Mosnikoff, la più anziana Skolt lappone vivente, in fuga per scampare dalle grinfie dei servizi sociali che la vogliono chiudere in un ospizio per anziani. Ben presto il loro rifugio diventa un angolo di paradiso dotato di ogni comodità, compresi elettrodomestici, una sauna e una lussuosa vasca da bagno. I pericoli per la loro vita beata verranno da un poliziotto guardiarenne, Hurskainen, che però si lascerà subito corrompere. Al di là degli elementi farseschi, delle situazioni assurde, del linguaggio diretto e delle massime memorabili («Se il criminale non finisse ogni tanto in prigione, sarebbe davvero il mestiere ideale» e «Vivere in galera con degli assassini è di una noia mortale. Non ne ho mai visto uno allegro»), il romanzo è anche una brillante commedia degli equivoci, motivata dal fatto che nella dimensione di libertà totale della natura le norme della cosiddetta società civile rivelano la loro limitatezza, e solo andando controcorrente la vita sembra ritrovare il sapore che potrebbe avere: Juntunen si spaccia infatti per un ingenuo studente venuto in Lapponia per studiare licheni, mentre due prostitute (Agneta e Cristine, assoldate via telefono da un Remes in preda ai fumi dell'alcol) si trasformano in due turiste svedesi venute in Lapponia perché attirate dalle continue promozioni di un’agenzia turistica. In particolare, questa volta Paasilinna racconta il suo paese natale, Kittilä, con sfumature addirittura poetiche: roba da voler volare subito nella tundra finnica!

giovedì 26 novembre 2020

Gregory Bassham, Eric Bronson - Lo Hobbit e la filosofia

Una doverosa premessa: non ho mai amato i libri che presentano la filosofia di questa o quella opera. Nonostante le buone intenzioni (divulgare argomenti notoriamente pesanti attraverso la cultura pop), spesso parlano di cose che non c’entrano niente, forzando l’opera in un senso o nell’altro finendo con il far perdere interesse al materiale di partenza, quando non con il banalizzare la filosofia stessa. Mi sono dunque approcciato con tutti i dubbi del caso a questo Lo Hobbit e la filosofia, raccolta di saggi di vari autori che riflettono sulle tematiche del capolavoro di Tolkien. Il sottotitolo (Qualche spunto per non smarrire la via, lo stregone e i nani) è la cosa migliore: c’è chi propone di leggere la vicenda di Bilbo Baggins secondo il mito della caverna di Platone (Bilbo torna a casa trasformato e arricchito ma si suoi compaesani e parenti non riusciranno mai a capirlo), ma usare Aristotele o Heidegger (per non parlare del taoismo) per spiegare le scene de Lo Hobbit, per quanto interessante possa risultare, è inutile se non controproducente. Che bisogno c’è di farlo quando c’è già il testo? Meglio va invece quando i saggi del volume riprendono aspetti già analizzati dal grandissimo Lo Hobbit. Un viaggio verso la maturità di William Green, soprattutto riguardo alla crescita del personaggio e alla scoperta del ruolo che è chiamato ad assumere nonostante la sua scarsa propensione all’avventura (per non dire all’uscire di casa): Bilbo è l’esempio di come persone ordinarie siano capaci di realizzare grandi cose e di diventare sagge, adattandosi alle situazioni e affrontandole con pazienza. Lo stregone Gandalf e i nani lo mettono in moto in un’avventura che metterà il nostro eroe a contatto con molte prove e difficoltà, che lo portano a capire che nella vita c’è molto di più che agi e comodità.

Un altro particolare che sembra ripreso da Green è la coesistenza di due nature all’interno di Bilbo, quella materna della famiglia Tuc con i suoi avi amanti delle avventure e quella paterna dei Baggins rispettabili e tranquilli: tutto il libro è un conflitto tra questi due principi opposti e insopprimibili, che vedranno la necessità di una coesistenza e di un recupero di entrambi nelle diverse situazioni. Ovviamente Bilbo non è l’unico personaggio che cambia all’interno dell’avventura: si pensi al nano Thorin, che cede alla cupidigia e alla malattia del drago in un alternarsi di luci e ombre, caduta e redenzione. Si parla quindi del valore educativo del camminare, di virtù e umiltà, di cupidigia e materialismo, della guerra, dell’arte, del gioco, della tecnologia, del cosmopolitismo, dell’importanza morale della fortuna e del libero arbitrio. Non si può negare che il romanzo sia permeato da una generale critica all’immobilismo, alla diffidenza e alla chiusura verso gli altri, all’arroganza di considerare la propria cultura l’unica di riferimento e di pensare che l’orizzonte si esaurisca poco oltre il proprio giardino o con il fiumiciattolo dietro casa. Solo aprendosi ad altre esperienze, ibridandosi con altri modelli sociali e mettendosi in gioco, andando al di là dei propri pregiudizi e delle proprie idee di vita comoda e aprendosi ad altri universi valoriali, sarà possibile scoprirsi eroi. Forse questo è l’aspetto più convincente di quest’opera, che sicuramente non piacerà a sovranisti, suprematisti e tradizionalisti, ma di sicuro rispecchia le vere intenzioni di Tolkien e il suo insegnamento morale.

lunedì 16 novembre 2020

Paolo Nardi - Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli

 
E così, sono arrivato anche io alla fatidica pubblicazione di un libro. Non so se sia un bene, in un mondo in cui tutti scrivono e nessuno legge. Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli esce per Fede & Cultura e vuole essere una lettura guidata, capitolo per capitolo, del capolavoro di Tolkien. Non penso sia nulla di originale e non ho la pretesa di cambiare il mondo: è solo un mio personale tributo a questo autore, oltre che a tutti quegli interpreti (e sono numerosi) che lo hanno affrontato in maniera seria. Come dice Paolo Gulisano nella Prefazione, vale ancora la pena leggere Tolkien, e mi batterò sempre per renderlo possibile al di là dei soliti steccati ideologici e di bandiera. Qui di seguito la mia Introduzione:

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Questo libro nasce dalla rilettura di Tolkien in tempo di quarantena. La mia devozione per questo autore e per la Terra di Mezzo mi ha spinto ad approfittare della chiusura forzata in casa dovuta al Covid-19 per intraprendere una specie di commento del Signore degli Anelli in una serie di video su YouTube con l’obiettivo di spingere le persone a leggerlo ma soprattutto a rileggerlo. D’altra parte, è lo stesso Gandalf a dire che “tutto ciò che possiamo decidere è come disporre del tempo che ci è dato”, e personalmente credo che trascorrerlo insieme a Tolkien sia un ottimo modo per farlo (ricordo che Christopher Lee, il Saruman della trilogia cinematografica di Peter Jackson, lo rileggeva integralmente ogni anno). La recente pandemia mi ha provato una volta di più, se mai ce ne fosse stato bisogno, che questo romanzo rappresenta la vittoria della speranza, della perseveranza e del coraggio della gente normale di fronte all’oscurità.
L’idea di partenza era quella di fare un video per capitolo, ma più di una volta mi sono visto costretto ad accorparne due (o tre) in uno, e ho cercato di enuclearne aspetti e tematiche in modo divulgativo e spero non troppo pesante, come invito alla lettura anche per chi Tolkien non l’ha mai preso in mano, al di là dei soliti pregiudizi culturali o anche religiosi. Ora ho raccolto gli spunti dei video in questo libro che ne riprende la forma e i contenuti, capitolo per capitolo, ma li rielabora leggermente.
Per gettare benzina sul fuoco, premetto subito di essermi avvalso della nuova contestatissima traduzione di Ottavio Fatica: accusata ancora prima di uscire di lesa maestà, di alto tradimento, di cospirazione LGBT e di corruzione della gioventù, è stata rifiutata da alcuni ambienti di una certa parte politica, poco interessati a ragionare su Tolkien come “classico” e sulla possibilità di avere, dopo mezzo secolo, una traduzione finalmente in grado di rispettarne meglio lo stile, il registro e la varietà linguistica. La critica che è stata mossa a Fatica è soprattutto quella di aver voluto rendere accattivante e moderno un testo arcaico attraverso un’operazione di appropriazione culturale tipica della sinistra; in realtà tale critica non tiene conto dell’effettivo registro medio di Tolkien, che ogni tanto si innalza o si abbassa bruscamente a seconda del personaggio che sta parlando, o che si arricchisce di arcaismi e veri propri anacronismi, giocando sull’attrito che creano questi effetti. Senza contare che la nuova traduzione riesce a rispettare la trasformazione stilistica a mano a mano che il viaggio dei protagonisti procede dalla moderna Contea ai regni feudali della Terra di Mezzo.
Naturalmente ognuno è libero di contestare una nuova traduzione, a patto però di tenere conto delle specifiche del testo originale: ho cercato di dimostrare come, per esempio, Fatica sia attento ai dettagli al punto da mantenere le piccole variazioni nella canzone di viaggio di Bilbo ripresa da Frodo con le stesse parole, cosa che la vecchia traduzione non faceva.
Da parte sua l’autrice della versione “classica” del romanzo, Vittoria Alliata di Villafranca, offesa in base alla convinzione che la sua traduzione (quella sistemata da Quirino Principe) fosse l’unica letta e approvata da Tolkien (autentica fake news spacciata a mezzo internet e ripresa da alcuni quotidiani) e che quindi quella di Fatica sarebbe illegittima, ha addirittura fatto ritirare dal mercato le copie della vecchia edizione, con il risultato che l’Italia è l’unico Paese in cui per quasi un anno non si è potuto reperire completo un capolavoro del Novecento come Il Signore degli Anelli: cose che succedono, per l’appunto, solo dalle nostre parti.
Ovviamente i contenuti di questo libro riflettono la mia personale esperienza di lettore ma soprattutto la mediazione dell’apparato critico desunto dalle opere di Wu Ming 4 (Difendere la Terra di Mezzo, Il fabbro di Oxford e L’eroe imperfetto), Claudio Antonio Testi (Santi e pagani nella Terra di Mezzo di Tolkien), Tom Shippey (La via per la Terra di Mezzo e Tolkien autore del secolo), Verlyn Flieger (Schegge di luce), Brian Rosebury (Tolkien: un fenomeno culturale), Paul Kocher (Il maestro della Terra di Mezzo) e John Gart (Tolkien e la Grande Guerra), che nel corso degli anni hanno irrimediabilmente modificato il mio modo di approcciarmi alla materia e l’hanno illuminata di nuova luce. Per non parlare del seminale La falce spezzata. Morte e immortalità in J.R.R. Tolkien, che ha dimostrato come anche in Italia sia possibile pubblicare saggistica tolkieniana di assoluta grandezza.
Di farina del mio sacco ce n’è pochissima, anzi, posso dire che questo libro è del tutto derivativo. Non voglio in alcun modo sostituirmi agli studi citati, che anzi sono alla base di questo lavoro, ma solo proporre una chiave di lettura per quanto possibile fedele alla visione dello stesso Tolkien. Da parte mia non troverete esaltazioni sovraniste e periferiche della Merry England medievale o applicazioni della tripartizione sociale indoeuropea teorizzata da Dumézil, cardine della lettura “di destra”, e nemmeno letture allegoriche basate sui santi e sul Magistero tridentino come spesso fanno gli apologeti cattolici. E questo, attenzione, senza negare la fede cattolica di Tolkien, che poi è anche la mia: Il Signore degli Anelli è pieno di valori cristiani e riflessioni dettate dal cattolicesimo del suo autore. Piuttosto, il fatto che le radici di Tolkien siano cattoliche non implica che il racconto si esaurisca in esse. A Tolkien non interessava scrivere narrativa a tesi né sussidi per il catechismo: blindarlo in una lettura chiusa e iniziatica, pronta da usare chiavi in mano, è quanto di più lontano ci sia dalla poetica di questo autore.
Specie se ci riferiamo a un romanzo-mondo che contiene dentro di tutto (narrativa, poesia, filosofia, etica) e parla a chiunque, da destra a sinistra, dagli atei ai credenti, dai pagani ai cristiani, dai modernisti agli antimodernisti.
Purtroppo, molte persone cercano in questo autore (e non solo in lui) degli elementi che confermino la loro visione preconcetta del mondo e non sono interessate a ragionarci sopra come narratore complesso e problematico, che sfugge dalle categorizzazioni manichee e dalle interpretazioni allegoriche. Sembra quasi che la discussione su Tolkien non debba in alcun modo essere una discussione letteraria, ma politica. Viene in mente quanto detto da Loredana Lipperini a proposito della realizzazione del ciclo della trasmissione Pantheon di Radio3 dedicato a Tolkien: da una parte moltissimi ascoltatori di sinistra sono insorti contro una trasmissione dedicata a un autore “misogino” e “fascista”, dall’altra la destra l’ha accusata di non aver applicato la par condicio su Tolkien tentando di consegnarlo alla sinistra. Più o meno le stesse cose che si dicono sulla nuova traduzione di Fatica, insomma, senza rendersi conto che, così facendo, si continua a propagare il mito che Tolkien sia un autore ingenuo e moralista, che può parlare solo a dei credenti bacchettoni o ai militanti di destra, o al massimo a un gruppo di irriducibili nerd.
Prova di questo atteggiamento è il recente saggio di Andrea Dal Lago Eroi e mostri, secondo il quale Tolkien sarebbe un autore privo di complessità morale e di filosofica, e anzi intriso di uno spirito reazionario e antimoderno, che rifiuta la modernità e i suoi problemi per rifugiarsi in un’epica passatista, escapista e per famiglie. O di “iniziazione di massa”, come scrisse qualcuno all’uscita della trilogia cinematografica di Peter Jackson. Il tutto senza parlare mai del testo, perché l’importante, appunto, è pontificarci sopra, non leggerlo.
Mi sento quindi di condividere pienamente quanto scrive Verlyn Flieger nella Prefazione di Schegge di luce a proposito dell’attualità della narrativa tolkieniana:

Perché si dovrebbe leggere Tolkien? Per ristoro e divertimento. Perché si dovrebbe prendere sul serio la sua opera, come egli stesso faceva, e cioè veramente sul serio? Perché è rigorosa, onesta e priva di compromessi. Perché affronta in modo diretto, anche se in maniera assai creativa, i due argomenti spinosi, imbarazzanti e perfino tabù che il nostro tempo tende a evitare quanto più possibile: la morte e il rapporto tra l’umanità e Dio.

Per questo Tolkien è un autore fondamentale, perché utilizza il fantastico per parlare alla nostra epoca, a noi problematici uomini del XXI secolo. La sua scrittura è qualcosa di molto più ambiguo e complesso del semplice scrivere manifesti e utopie da ideologo nostalgico del passato o sussidi per il catechismo: valga per tutti il rapporto degli Hobbit con il mondo esterno e soprattutto con la natura, la critica agli Elfi in un mondo che sta perdendo del tutto la sua elficità, o la problematicità di personaggi come Sam, forse il più positivo e addirittura l’eroe del romanzo, che blocca la trasformazione di Gollum verso il bene. Ma si pensi anche alle parole di condanna di Faramir nei confronti della guerra nonostante il romanzo trabocchi di pagine eroiche e guerriere, o ancora al ragionamento sull’estetica linguistica e la memoria dei nomi in Barbalbero, al ruolo dell’amore nelle scelte compiute dagli uomini, al rapporto tra storia e mito, morte e immortalità, libero arbitrio e coercizione. Tolkien non è mai banale, e ho cercato di sottolinearlo.
Forse non tutti però apprezzeranno: meglio trattare Tolkien come un santino, politico o religioso, e continuare a non leggerlo. Il mio invito è invece quello di leggerlo sul serio, mettendosi davanti al testo, e magari rileggerlo, anche con costanza: alla ventesima rilettura scoprirete in esso ancora qualcosa di nuovo e inesplorato.

giovedì 12 novembre 2020

Neil Gaiman, Sam Kieth, Mark Dringenberg - The Sandman #1

Opera cult di Neil Gaiman quando era sceneggiatore di fumetti, Sandman non ha certo bisogno del sottoscritto per venire celebrato. Anni fa lo avevo affrontato solo in versione antologica nella serie dei Classici del fumetto di Repubblica, ora ho letto il primo volume che racchiude tre storie: ne Il sonno dei giusti si racconta di come Sandman venga catturato da una setta che in realtà cercava di imbrigliare la morte. Un sinistro negromante (che ricorda chiaramente Aleister Crowley) utilizza infatti un grimorio magico per ottenere l’immortalità ma ovviamente qualcosa va storto e a essere evocato non è il Tristo Mietitore bensì suo fratello minore, Sogno (chiamato anche Morfeo). È il 1916, anno in cui la cefalite letargica fa numerose vittime: alcuni non riuscivano più a svegliarsi vivendo sprofondati nel sonno per molti anni, altri non riuscivano più a dormire ed erano disturbati da allucinazioni. Gaiman connette questo episodio con l’evocazione del signore dei sogni, immaginando una frattura nel tessuto della realtà, in una storia che arriva fino al 1988. Quindi in Ospiti imperfetti Morfeo viene rimesso in sesto da Caino e Abele (e dal loro gargoyle Gregory) per scoprire che la sua casa è caduta in rovina e che i suoi totem del potere sono dispersi: giusto per ricordare che siamo all’interno di una saga marchiata DC Comics, Gaiman si affretta a inserire l’intera narrazione all’interno dell’universo DC, quindi si citano Batman, la Justice League e John Constantine. E proprio il detective Constantine è protagonista del racconto successivo, Dream a Little Dream of Me, un racconto orrorifico di sapore più contemporaneo in cui Morfeo recupera la sua borsa con la sabbia dalla borsa dell’ex fidanzata del detective del soprannaturale (secondo, ala tradizione, Sandman cosparge di sabbia gli occhi dei bambini per portar loro sonno e sogni). Nonostante lo stile ancora acerbo delle illustrazioni (a metà tra l’horror e l’art nouveau), si tratta di un’opera che mette in scena tutto l’eclettismo di Gaiman, capace di riplasmare generi e leggende in maniera assolutamente personale e in conformità al suo bizzarro e ambiguo protagonista, un personaggio dal look dark che ricorda il cantante dei Cure, che si muove tra realtà e illusione, passato e presente, mondo dei vivi e mondo dei morti. Come sempre, si possono apprezzare le colte e ironiche citazioni metanarrative tipiche di Gaiman (“Non sono il tuo custode”, dice Caino al fratello Abele).

Taylor Jenkins Reid - Daisy Jones & The Six

 

Oggi si farà fatica a crederlo, ma c’è stato un tempo in cui non solo le persone compravano milioni di album ma in cui soprattutto la musica era uno stile di vita e un linguaggio universale, l’unico condiviso dai giovani di tutto il mondo, la forma che convogliava l’ispirazione artistica, nell’illusione che si potesse cambiare il mondo. Ormai non è più così e la musica è solo un sottofondo per fare altro, e di certo non è più il contenitore deputato a esprimere la creatività dei giovani, più attratti dalle possibilità che offre la rete. A riportarci in quei tempi mitici ci pensa questo Daisy Jones & The Six, romanzo di Taylor Jenkins Reid costruito come un finto rockumentary su un’immaginaria band degli anni Settanta, i The Six, che sembra ricalcata sui Fleetwood Mac e che, nel biennio 1978-78 ha rischiato di diventare la band più famosa del mondo, prima di dissolversi per non precisate ragioni nel giro di pochi giorni: non c’è un’unica voce narrante ma avvicenda le testimonianze e le ricostruzioni di tutti coloro che hanno vissuto quel momento, dai membri della band, agli amici al concierge dell'albergo; ognuno di loro racconta la propria storia, il suo punto di vista della vicenda, attraverso un linguaggio diretto e coinvolgente, subito in grado di catturare. A un certo punto, per iniziativa della casa discografica, ai The Six viene affiancata la bellissima e talentuosa Daisy Jones, che prima entra in conflitto con il leader Billy Dunne ma poi se ne innamora. A parte la banalità della vicenda (una canonica storia da gruppo rock dell’epoca) e la delusione (per quanto mi riguarda) del colpo di scena finale, l’autrice riesce a ricostruire e descrivere perfettamente i sogni, le speranze, le aspirazioni, l’amore, il desiderio di indipendenza, la vita on the road, la creatività, la paura di non sapersi ripetere, la diversità di vedute, le rivalità, le gelosie, le debolezze, il sesso, la droga, le dipendenze di una generazione e di un mondo ancora permeato dal mito della musica negli Stati Uniti, e non è cosa da poco. Siamo nei territori alla Almost Famous, senza però raggiungerne la poesia.

venerdì 6 novembre 2020

Thea von Harbou - Metropolis

Sin da quando ero bambino e ascoltavo la colonna sonora del film di Giorgio Moroder, con Freddie Mercury e Bonnie Tyler, ho nutrito una passione insana per Metropolis. Non solo per il film, ma anche per il romanzo da cui è tratto. Non so quale accoglienza potrà ricevere oggi, visto che era scomparso da tempo e, quando un libro scompare, forse una ragione valida ci sarà (tutti i libri che ho contribuito a far ripubblicare sono stati un fallimento editoriale o quasi). Comunque ho scritto anche una prefazione. Eccola qui:

 

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All’origine dell’omonimo film di Fritz Lang del 1927 (di cui costituisce la sceneggiatura) e alla base di molti capolavori della fantascienza, da Blade Runner a Star Wars, Metropolis di Thea von Harbou è un romanzo futuristico (oggi lo definiremmo distopico) ambientato in una ciclopica città multilivello: i ricchi industriali la governano dai loro grattacieli, mentre gli operai che lavorano sono relegati nel sottosuolo. La tematica rispecchia uno dei temi caldi della Germania degli anni Venti, la lotta di classe e il futuro dell’umanità in un’era industrializzata, ma, a causa della sua componente ideologica e dell’ambiguo finale conciliatorio, fu definito “stupidissimo” da H.G. Wells, mentre Buñuel lo giudicò “un film retorico e intriso di romanticismo superato”; ancora oggi il dizionario di cinema Morandini definisce il romanzo della von Harbou (moglie di Lang) intriso di “melensaggine mistica da romanzo d’appendice”. In realtà, tutti sono sempre stati condizionati dai tagli operati dalla versione americana del film, che smarrirono la complessità di quella originale di Lang: essa è stata recuperata solo nel 2010 e ha in parte ribaltato l’idea diffusa che Metropolis fosse un film visivamente affascinante ma narrativamente confuso e raffazzonato.

Forse è vero che lo stile della von Harbou risenta troppo dell’enfasi e delle iperboli tipiche del romanticismo, ma è innegabile che il suo romanzo abbia giocato un ruolo chiave nella costruzione di un immaginario collettivo (ben aiutato in questo dalla trasposizione cinematografica).

La trama di Metropolis è il risultato dell’intreccio di tre storie dalla diversa ispirazione: una “romantica”, riguardante l’idillio tra il generoso Freder e la dolce Maria; una “sociale”, che ha per oggetto la lotta di classe tra industriali e operai; e una “orrorifica”, che vede un diabolico scienziato impegnato (per conto dell’oligarca della città Joh Fredersen) a dare la vita a un robot che ha le stesse fattezze di Maria e incita gli operai alla rivolta e alla distruzione delle macchine: questo porterà alla distruzione del sistema produttivo di Metropolis e all’inondazione nei livelli inferiori della città, proprio quelli degli operai.

L’eroe, Freder, figlio del capo della città, è una figura messianica chiamata a incarnare il ruolo di mediatore (“Il mediatore tra il cervello e le mani deve essere il cuore”) tra capitale e lavoro e a ricomporre la frattura di Babele: non a caso, la prima volta che appare, Freder è immerso nella musica, teso a raggiungere l’armonia che unisce il cielo e la terra (tema eminentemente romantico), prefigurazione della sua chiamata a unire l’individuo e la società. Lui, figlio di un oligarca destinato a diventare lui stesso oligarca, non solo si apre a un residuo di umanità e solidarietà (sconosciute al padre), ma finisce per caricarsi di particolari cristologici e incarnare l’atteso redentore.

Per questo il romanzo si apre a una serie di suggestioni bibliche e religiose (il mito della Torre di Babele raccontato da Maria agli operai, i sette peccati capitali, la morte con falce e clessidra, il monaco Desertus che guida la Setta dei Gotici flagellanti e cita l’Apocalisse, San Michele e l’angelo della morte Azrael, il genocidio dei figli, il robot che brucia sul rogo come una strega, il confronto finale che si svolge sulla sommità di una cattedrale gotica) e le contrappone ai simboli ancestrali di una religiosità pagana crudele e disumanizzata (Baal, Moloch, Lilith, Astarte), in un sincretismo eclettico che sembra suggerire il recupero della tradizione germanico-cristiana come via per superare le contraddizioni dello sviluppo capitalistico e del comunismo distruttivo. Non desta stupore che il nazismo (al quale la von Harbou aderì volontariamente) apprezzasse il messaggio conciliatore del film: il finale infatti annulla la rivolta classista ma anche la dimensione democratica e parlamentare visto che salva la struttura verticale del potere in nome della coesione sociale. Infatti, il cardine della società è che le due metà strutturali di Metropolis – la metà del controllo razionale del lavoro e la metà dell’esecuzione materiale del lavoro – costituiscono un unicum funzionante.

La stessa verticalità viene utilizzata dalla von Harbou nel disporre la città non in orizzontale ma in vari livelli verticali: a ogni livello viene associato non soltanto un corrispondente livello di potere, tale per cui più si scende in basso più il potere diminuisce, ma anche un diverso accesso alla vita sociale. Vale a dire che ha un livello urbano più basso si associa una peggiore qualità della vita: gli operai di Metropolis non possono avere nemmeno accesso alla luce solare.

Opera apocalittica sulla dittatura delle macchine, la divisione in classi e il desiderio di ribellione delle masse, Metropolis suona come una denuncia dello sfruttamento degli operai, non a caso descritti come una massa informe composta di automi, rappresentazione per eccellenza dell’alienazione dell’uomo a causa del lavoro. L’uomo esiste per controllare le macchine, descritte come la divinità di un tempio prive di cervello ma inesorabili e spietate nel distruggere la materia cerebrale degli uomini che sono loro assegnati.

Nel romanzo la scienza viene vista come sfida dell’intelligenza umana nei confronti di Dio: il grattacielo principale della città si chiama Nuova Torre di Babele mentre il grande ascensore che vi conduce è il Pater Noster, per cui la scienza diventa essa stessa nuova religione e fulcro di una società laica senza più valori certi di riferimento, destinata a crollare perché basata unicamente su circuiti ed energia e sulla volontà superomistica di un oligarca inflessibile e teso a oltrepassare ogni limite umano. La figura dello scienziato Rothwang, allo stesso tempo alchimista e mago, riprende la tradizione germanica del magico e del gotico (Hoffman, Frankenstein, Faust e il Golem), tanto che sulla porta della sua casa è tracciato pure un segno cabalistico (il pentacolo di Salomone). C’è però un’importante differenza: Rotwang non agisce per volontà di potenza ma per motivazione sentimentale. Infatti intende far rivivere l’amata Hel, “rubatagli” dall’oligarca Fredersen e morta di parto dopo aver dato alla luce il figlio Freder.

In questo quadro viene inserito il tema del doppio e della maschera, affidato alla doppia figura femminile: la donna angelicata cara ai poeti romantici rappresentata da Maria (in più occasioni definita “Madre” e “Vergine” e caricata di funzioni profetiche); e la donna diabolica rappresentata dall’automa con le fattezze di Maria (non a caso chiamata “Parodia” dal suo inventore) che rappresenta il lato oscuro e ferale del potere femminile, non nutritivo ma pericoloso simbolo erotico di seduzione e perdizione.
Non male per un melenso romanzo d’appendice.

domenica 1 novembre 2020

Massimo Polidoro - Il mondo sottosopra

I Protocolli dei Savi Anziani di Sion, il piano Kalergi che vuole sostituire la razza europea con gli immigrati, i vaccini che provocano l’autismo, l’Olocausto che non è mai esistito, le scie chimiche che avvelenano il clima, l’11 settembre creato ad arte dagli americani, il falso sbarco sulla Luna, il gruppo Bilderberg, il Deep State, i poteri forti, la terra piatta, il microchip sottocutaneo, il Nuovo Ordine Mondiale, il demonio George Soros, i rettiliani. Questi sono solo alcuni dei presunti complotti che affollano quotidianamente le nostre bacheche Facebook e occupano i discorsi di molte persone, e non solo al bar. Il ponderoso Il mondo sottosopra di Massimo Polidoro li affronta nel dettaglio, smascherando bufale e fake news, ma lo fa (finalmente!) senza incolpare o demonizzare il web o i social come fanno molti altri: in fondo, bufale, fake news e teorie del complotto sono sempre esistite e sono state utilizzate per colpire vari gruppi o le più disparate organizzazioni (i cristiani, gli ebrei, i Templari, le streghe). Sono notizie spazzatura che fanno leva sui meccanismi inconsci e l’insicurezza delle persone, sulla loro necessità di individuare un nemico responsabile della loro insoddisfazione, spesso «sfruttando la naturale curiosità umana per le notizie più estreme, emotivamente coinvolgenti e clamorose», sempre opposte alle notizie ufficiali diffuse dal “sistema”. Anzi, sembra proprio che, per molte persone, l’importante sia diffidare delle fonti ufficiali, che farebbero tutte parte di un complotto per nascondere la verità. A questo punto, a seconda di come la pensiate, potete anche smettere di leggere: tanto più che Polidoro è darwiniano e nega ci sia un complotto gender in atto.

Si pensa sempre che i complotti siano cose da poveri outsider paranoici, e invece l’identikit di chi preferisce questo tipo di informazioni parla di persone tra i 34 e i 54 anni, con un grado di cultura medio-alto, quasi sempre laureati, con lavoro stabile e a volte impegnati nel sociale. Per questo Polidoro affronta temi come camera dell’eco, bolla di filtraggio, polarizzazione, frame, deep fake, buyers cognitivi, dissonanze e pregiudizi di conferma, insomma tutti quei tranelli della mente che la fanno cadere in errore. Sono elementi che veri e propri professionisti del settore utilizzano (e lo confessano candidamente ad anni di distanza!) per spacciare notizie false o create ad arte per guadagnare e speculare sui bisogni irrazionali delle persone; l’importante è polarizzare il contrasto, non convincere ma aumentare le paure irrazionali (l'emergenza, l'invasione, l'onda dei migranti) giocando sulle immagini già presenti nella mente del pubblico. Un po’ come quelli che vendono cure miracolose per guarire dal cancro come il metodo Bonifazio, la cura Di Bella, Stamina, il metodo Hamer e la dieta Panzironi, o chi dice che le cure per il cancro esistono ma vengono avversate dalle case farmaceutiche e dai medici a esse asservite (dimenticando che «si definisce “cancro” un’infinità di patologie, ciascuna diversa e complessa, e dunque non può esistere una cura valida per tutte»). Ci sono delle precise strategie che vengono adottate per screditare i falsi della scienza nel tentativo di sostituirli con versioni di comodo offerte da pseudoscienziati che fingono di aver fatto scoperte clamorose ma si rifiutano di dimostrarle, venendo comunque dipinti da molti come novelli Galileo contrastati da chissà quale potere forte.

I complotti nella storia esistono eccome (il Watergate), ma sono imperfetti, perché è la realtà a essere imperfetta: le teorie paranoiche del complotto sono invece basate su un'idea lineare che non prevede l'intervento del caso ma che divide il mondo in buoni e cattivi: la messa in pratica è sempre perfetta e pianificata, senza alcuna sbavatura, ed è sempre operativa, anche quando il complotto viene denunciato. In ogni teoria complottista la posta in gioco è sempre il dominio del mondo e coinvolge chiunque, soprattutto chi lo nega (subito accusato di far parte del complotto); le teorie del complotto si fanno poi sempre più evolute, ramificate e stratificate, con sottodiramazioni che riassumono l’intera storia umana. Per questo i complotti sono eterni, al di sopra della storia, tanto che ritornano ciclicamente come vere e proprie leggende metropolitane: è il caso della leggenda dell’abuso rituale satanico a danno di bambini, al centro di inchieste dell’FBI e di Scotland Yard a partire dagli anni Settanta grazie alla falsa testimonianza di Michelle Smith, che raccontò in un suo libro diventato bestseller (e poi rivelatosi un clamoroso falso) di essere stata violentata per anni dai genitori satanisti. La cosa scatenò un’isteria collettiva per cui molti altri ricordarono improvvisamente di essere stati violentati da piccoli: celeberrimo il caso McMartin del 1983 con i bambini di un asilo di Manhattan Beach in California che sarebbero stati violentati, costretti sa partecipare a rituali satanici e ad assistere a film pornografici, mutilazioni di animali e omicidi di altri bambini, per essere anche portati in aereo nel deserto o a Palm Springs, il tutto nell’orario scolastico (tra i violentatori ci sarebbe stato anche l’attore Chuck Norris). Ovviamente, i processi che furono imbastiti dimostrarono l’infondatezza di una simile isteria ma anche la creazione da parte di psicologi e inquirenti di false memorie attraverso la manipolazione: un’eco di tutto questo si è avuta anche in Italia con il caso dei Bambini di Satana a Bologna e il Diavolo della Bassa in Emilia, e continua ancora oggi a tornare a galla come nel caso del Pizzagate e di QAnon, secondo cui Donald Trump sarebbe l’eroe della luce che combatte l’abuso rituale pedofilo dei democratici di Hillary Clinton.

Polidoro ribatte colpo su colpo a tutta questa proliferazione di complotti (l’appendice è interamente dedicata al complotto più famoso di tutti i tempi, l’uccisione di John Fitzgerald Kennedy), dimostrando che spesso, alla fine, i fatti sono più sorprendenti di qualsiasi fantasia complottista. Purtroppo, ammette anche lui che simili operazione di debunking (smascheramento e demolizione) sono inutili, tale è in noi il bisogno irrazionale di avere nemici invisibili ai quali addossare la colpa delle nostre insoddisfazioni e delle narrazioni in grado di catturarci con il potere affabulatorio.