giovedì 6 maggio 2021

Aldo Cazzullo - A riveder le stelle

 
Il 2021 è un tripudio di celebrazioni per il 750° anniversario della morte di Dante Alighieri; abbiamo da poco celebrato il Dantedì, fissato il 25 marzo nel giorno in cui il poeta avrebbe iniziato il viaggio narrato nella Divina Commedia. Si registra un rinnovato interesse per l’argomento e da più parti fioccano le ricorrenze che ci mostrano statue e immagini con l’inconfondibile profilo del poeta (anche se, da quel che diceva il suo primo biografo, Giovanni Boccaccio, e di un ritratto custodito nella stanza del sindaco di Orvieto, Dante aveva la barba, particolare inconcepibile in quanto “rivoluzionario”). Qualche mese fa sono usciti il bellissimo volume di Alessandro Barbero, una biografia storica su Dante capace di raccontare il suo tempo anche attraverso i suoi versi e le posizioni da lui espresse nelle sue opere, e questo A riveder le stelle di Aldo Cazzullo, una rilettura dell’Inferno dantesco che si fa apprezzare per il taglio divulgativo. La cosa singolare è che Cazzullo è un giornalista che si è occupato spesso di identità italiana: anche in questo caso, come si vede dal sottotitolo “Dante il poeta che inventò l’Italia”, Cazzullo vuole ripercorrere il viaggio nell’aldilà di Dante come un vero e proprio viaggio in Italia, soffermandosi in tutti i luoghi che Dante cita e mettendoli in collegamento con quello che sarebbe successo nei secoli dopo fino a oggi (soprattutto nel Risorgimento, nella Prima e nella Seconda Guerra Mondiale). Per Cazzullo l’Italia non nasce da accordi diplomatici o politici ma dall’arte, dalla cultura e dalla bellezza, un’idea molto romantica che ne fa l’erede dell’impero romano e della classicità (Virgilio, Ovidio, Orazio) e la terra dei papi e della cristianità. Per questo il viaggio di Dante non è solo Paolo e Francesca, Farinata degli Uberti, Brunetto Latini, Pier delle Vigne, il Conte Ugolino (che comunque nel libro ci sono e vengono tutti inquadrati nel loro contesto di riferimento), ma è anche e soprattutto un viaggio in Italia, di cui Cazzullo mette in mostra ogni angolo: Scilla e Cariddi, l’Etna, il Golfo del Quarnaro, il Lago di Garda, l’Arsenale di Venezia, le città della Toscana, Roma. In questo suo viaggio Cazzullo cita di tutto, da Battiato e Venditti a Harry Potter, per mostrare come Dante è un fenomeno pop, ancora attualissimo e citato (più o meno consapevolmente) da tutti. Lo stesso Virgilio, che nel poema ha il ruolo di guida, è diventato il nome di un motore di ricerca. Dante parla soprattutto di noi: “Nel mezzo di cammin di nostra vita” indica che si rivolge non solo all’Italia del suo tempo ma a un’Italia eterna, popolata degli stessi vizi (la divisione, la corruzione) ma anche con virtù straordinarie. Abbracciamoci e vogliamoci tanto bene: all’epoca siamo riusciti a superare la peste nera e abbiamo inventato il Rinascimento, oggi riusciremo a uscire dal Covid. Inventando l’Italia, Dante ci ha datò un’idea di noi stessi, e oltretutto ha inventato l’italiano, come si vede dalle sue espressioni entrate nell’uso comune come “se ne sta sola soletta”, “l’inferno non la tange”, il “bel Paese”, essere “degno di nota”, “cosa fatta capo ha”, oltre al famosissimo “e quindi uscimmo a riveder le stelle” che dà addirittura spunto per il titolo del volume. Noi parliamo come Dante, quindi pensiamo come Dante, senza neanche rendercene conto. Qua e là si leggono cose che non si vorrebbero leggere, tipo quando Cazzullo scrive che Colombo che raggiunse il Nuovo Mondo per dimostrare che la Terra era rotonda e dimostra così di non aver ascoltato le conferenze di Alessandro Barbero sulle bufale sul Medioevo (nessuno a partire dall’antichità, eccezion fatta per gli americani, ha mai pensato che la Terra fosse piatta). Affascinante però l’interpretazione del canto di Ulisse per cui Ulisse è Dante, l’uomo che non torna a casa ma supera le Colonne d’Ercole ed esplora un mondo sconosciuto. Non manca neppure una nota sul proto-femminismo di Dante, particolare che si vede in una concezione molto moderna della donna, capace di salvare il genere umano.

mercoledì 5 maggio 2021

Beppe Severgnini - Interismi / Altri interismi / Tripli interismi! / Eurointerismi

    
Ora che l’Inter ha rivinto lo Scudetto mi sono passati davanti agli occhi gli avvenimenti, i protagonisti e gli incubi dell’ultima infausta decade nerazzurra: i due passaggi societari (da Moratti a Thohir, da Thohir a Suning), le battaglie per il decimo posto, Inter-Udinese 2-5, il Beer Sheva, il Divino Jonathan, Taider, Kuzmanovic, Shaqiri, Juan Jesus, Mazzarri, Kondogbia. Ora che Antonio Conte ha fatto il miracolo (senza un portiere, senza un esterno sinistro, senza rincalzi e soprattutto senza proprietà), tutte queste cose hanno un sapore agrodolce, ma non hanno chissà quale significato di redenzione: tifare per l’Inter è spesso un incubo, e nessuno si può illudere che una vittoria significhi l’apertura di un ciclo. Anzi. Piuttosto, la vittoria del diciannovesimo scudetto è stata l’occasione per rispolverare i mitici volumi di Interismi di Beppe Severgnini, ormai quattro nel corso degli anni (Interismi, Altri interismi, Tripli interismi e Eurointerismi) e usciti in svariate edizioni antologiche. Interismi è quindi un’opera unica e antologica, un romanzo di formazione, una lettura colta e ironica, che magari non tutti apprezzeranno per la sua pretesa di reagire con il sorriso intellettuale alle sventure patite sul campo di gioco e alla caduta nell’irrazionale. D’altra parte, lo stesso titolo Interismi è abbastanza significativo perché, in fondo, il tifo (soprattutto quello per l’Inter), è isterismo, uno psicodramma che per decenni ha originato (e continuerà a farlo) derisioni e sbeffeggiamenti. La cosa singolare, infatti, è che dell’Inter si ricordano più spesso le sconfitte che le vittorie, perché l’Inter «è una forma di allenamento alla vita»: non appena ne assapori una, devi entrare nell’ordine di idee che non ne otterrai altre per molto, molto tempo. Un po’ «come permettere a un adolescente di baciare una ragazza, e poi dirgli di scordarsi della faccenda fino alla laurea». E spesso queste sconfitte sono solo colpa nostra. La “Pazza Inter” è stata sempre capace di complicarsi la vita, di ottenere vittorie complicate quando sarebbero state invece semplicissime o di cadere in sconfitte rocambolesche, di cocente delusione in cocente delusione: per non parlare di quando vinse ad Highbury contro l’Arsenal 3-0 nel 2003 e poi crollò subito in campionato con immediato esonero dell’allenatore Hector Cuper.

È perfettamente logico quindi che il libro di Severgnini parta dalle sconfitte più cocenti (il 5 maggio 2002, la semifinale di Champions contro il Milan del 2003) e arrivi al più grande trionfo mai raggiunto da una squadra italiana, il Triplete del 2010, il momento in cui il popolo nerazzurro ha pregustato le gioie della Gerusalemme Celeste e l’Inter è forse diventata una squadra antipatica. In maniera più o meno cronologica (si tratta pur sempre di raccolte di articoli usciti in particolari circostanze) vengono ripercorsi i regni di vari allenatori (il gaucho senza sorrisi Cuper, il realista Zaccheroni, il dandy Mancini, l’irraggiungibile Mourinho), tutti caratterizzati da peculiari caratteristiche umane e professionali. Forse oggi molte cose, come le tirate contro il traditore Ronaldo Coniglio Mannaro o le interviste inventate (ma assolutamente credibili) con Peppino Prisco, oppure la descrizione dei vari giocatori del periodo 2001-2003, diranno poco ai nuovi tifosi che non hanno idea di cosa succedesse ormai vent’anni fa, anche se è sempre geniale la caratterizzazione di Cuper ed Emre come Guglielmo da Baskerville e il novizio Adso da Melk del Nome della Rosa (in un altro punto si dice che Emre è un hobbit). Altrove l’Inter è l’occasione per parlare d’altro, come del campionato argentino dove il nostro ipotizza un gemellaggio con il Vélez Sarsfield, altra nobile decaduta capace di complicarsi la vita da sola; o per stilare classifiche di profili di giocatori dai nomi improbabili come Horst Hrubesch, «scaricatore di porto da 1,88 per 88 chili, fu scambiato per un attaccante. Nel nome il suono di un cingolato-anfibio-trasporto-truppa». Non manca la puntata sul tifo violento (l’omicidio Raciti) e su Calciopoli, cartina di tornasole per capire come funziona l’Italia, il paese dell’indignazione e dell’assoluzione, del “che male c’è a rubare? Tanto lo fanno tutti!” in assenza di qualsiasi scusa da parte dei diretti interessati.

Perno e origine di tutto è la contrapposizione manichea tra Juve e Inter, «una contrapposizione come Hegel e Kant, Coppi e Bartali, Fellini e Visconti, Usa e Urss, Apple e Microsoft, Beatles e Rolling Stones, yin e yang, caffè e tè, limone e latte». Un’incompatibilità ontologica, che pesa anche sul destino degli allenatori. La Juve è come i cani e Parigi, solida e rassicurante, l’Inter è come i gatti e Londra, fascinosa e imprevedibile. La Juve è Achille (forte, permaloso e furbetto), l’Inter Ettore (bello, valoroso e masochista). La Juve è un investimento, l’Inter una forma di gioco d’azzardo. Gli juventini sono neoclassici e positivisti, gli interisti idealisti e romantici, con una punta di decadenza. La Juve è protestante, l’Inter è cattolica («caduta, pentimento, assoluzione, sollievo, estasi, nuova caduta»). Per questo la vera rivale dell’Inter non è il Milan, squadra metodista che vince i campionati senza neanche accorgersene, ma sempre e solo la Juve: resta l’impressione che la Juve sia l’origine del male, il Sauron del Signore degli Anelli (particolare da non sottovalutare, per un tolkieniano come me), ma allo stesso tempo che sia necessaria. Juve e Inter si tengono vicendevolmente, quasi rappresentassero l’una il lato oscuro dell’altra.

È ovvio che in simili ragionamenti i tifosi, specie i più stagionati, si ritroveranno, ripercorrendo tappe della loro vita che si credevano dimenticate. Come già notava Nick Hornby, calcio è bello perché, anche nella sofferenza presente, permette di immaginare un lieto fine: ogni stagione è una ripartenza, una promessa di felicità, anche se si ha la sventura di essere interisti. E quel lieto fine è arrivato: la sera di Madrid, il momento più grande in assoluto, difficilmente ripetibile, che ha riconciliato i tifosi nerazzurri con il calcio e con la vita in generale. Anzi, proprio in virtù della sua ironia, ci si rende conto che Severgnini ha sempre posseduto la sicurezza del saggio, visto che già nel 2002, dopo il rovescio del 5 maggio, scriveva: «Quando succederà, sarà bellissimo», e non ha cambiato idea nemmeno quando nel 2003, dopo aver regalato lo scudetto alla Juventus l’anno prima, l’Inter ha consegnato un altro scudetto alla Juve e la Champions League al Milan, dopo essere usciti in semifinale senza perdere. A volte Severgnini appare addirittura profetico quando, nel novembre 2008, scriveva: «Per quanto tempo Mourinho riuscirà a camminare sulla corda tesa attraverso il calcio italiano, tra applausi ed invidia, sguardi d’ammirazione e speranze che, prima o poi, cada di sotto? Non per molto, credo. Ma se in questo periodo vincesse due scudetti e una Champions League, diciamolo: a noi interisti andrebbe benissimo». Ora lasciatemi esultare ancora un po’.

martedì 4 maggio 2021

Michael Ende - La storia infinita

 

C’è poco da fare, il libro La storia infinita di Michael Ende mi ha stregato da sempre. È uno di quei libri che rivelano qualcosa di nuovo a ogni ulteriore lettura, soprattutto in età adulta. Ne ho già parlato QUI molti anni fa, ma ora l’ho ripreso e riletto da cima a fondo, nella sua meravigliosa veste in due colori (rosso e verde) e coi capilettera meccanici. Diffidate di chi ve lo spaccia come semplice libro per l’infanzia: La storia infinita è molto di più. All’epoca della sua uscita, anni di grande polarizzazione ideologica, Ende venne accusato di escapismo e di non affrontare i veri problemi sociali del lavoro, ma basterebbe leggerne poche pagine per capire che era esattamente il contrario e che parla di noi e del nostro mondo molto di più di quanto potrà mai fare un saggio sociologico. Rispetto a quanto già già scritto, mi sento di evidenziare questi punti:

- Il rapporto reciproco e inscindibile tra mondo reale e mondo dell’immaginazione (quelli che Tolkien avrebbe chiamato “mondo primario” e “mondo secondario”): servono persone reali per animare il mondo dell’immaginazione e serve il mondo dell’immaginazione per animare le persone reali. I due mondi si tengono, come i due serpenti che si mordono la coda del medaglione AURYN (un’ellisse con due centri). Un rapporto sbagliato e “drogato” tra questi due mondi fa sì che le creature di Fantàsia nel mondo reale divengano menzogne, ossessioni, incubi, ideologie o trovate pubblicitarie a scopo consumistico (come candidamente spiegato dal lupo mannaro Mork).
- La natura ambivalente del mondo fantastico, che dev’essere sia riepilogativa (il Vecchio della Montagna Vagante) sia creatrice (l’Infanta Imperatrice): non è possibile separare i due ambiti, altrimenti ci si condanna a un ripetitivo eterno ritorno o a una creazione priva di fondamento.
- La chiamata a dare un nome alle cose: i nomi rivelano l’essenza delle cose e permettono una nuova creazione. Bastiano è chiamato a dare un nome alle cose rinnovando Fantàsia, e la stessa cosa siamo chiamati a fare noi, in un infinito gioco metanarrativo che ci fa protagonisti della narrazione nella speranza di essere tra quelli che attraversano entrambi i mondi e li sanano.
- La necessità di aprirsi all’amore e all’altruismo: se crediamo all’inganno di Xayde che ci suggerisce di raggiungere la saggezza e la grandezza pensando solo a noi stessi finiremo per sperimentare solo delusione e amarezza.
- Il simbolismo eclettico che mescola diverse tradizioni e religioni: la tartaruga (simbolo della saggezza) che parla di nichilismo e sembra essere al di là della vita e della morte; la Torre d’Avorio dell’Infanta imperatrice che rimanda a un appellativo della Madonna e alle caratteristiche del femminile; le Paludi della Tristezza che ci parlano di depressione; il Drago della Fortuna di provenienza orientale; le sfingi simbolo egizio e provenienti dalla mitologia greca; la prova dello Specchio chiara metafora junghiana; le Acque della Vita che richiamano il battesimo. L’importanza di intraprendere un percorso di iniziazione che getta uno sguardo molto profondo sull’animo umano: Bastiano, bambino sgraziato, con le gambe storte e vittime di bullismo, ha a che fare con le dinamiche del potere, si aspetta stima e prova invidia, scopre cosa c’è nel suo io più profondo, dimostra di avere una vita interiore molto più complessa di quella noi pensiamo tipica di un bambino.