mercoledì 30 giugno 2021

Emmanuel Carrère - Il Regno

 

Un libro strano questo Il Regno, che nasce dall’esperienza di sceneggiatore da parte di Emmanuel Carrère di quel capolavoro che è la serie Les Revenants: in fondo la pretesa è la stessa, raccontare i giorni prima della fine, la resurrezione dei morti e il Giudizio universale, con una comunità di eletti che si forma intorno a un evento stupefacente. Infatti, questa volta la pretesa è niente meno che quella di raccontare il cristianesimo delle origini, nato intorno alla resurrezione di Gesù Cristo, nella Francia di oggi, ovvero il Paese più scristianizzato del mondo. Ma, come nell’eccezionale Limonov, non si riesce a capire dove finisca l’argomento trattato e dove incominci la vita dell’autore, e viceversa. Sembra quasi che il dandy e problematico Carrère, figlio dell’élite culturale parigina, non possa fare a meno di parlare narcisisticamente di se stesso. Sin dalle prime pagine di questo voluminoso librone non ha timore di definirsi un radical chic per il quale il corso di yoga della domenica mattina ha preso il posto della messa, durante la quale i credenti recitano il Credo, «ogni frase del quale è un insulto al buonsenso». Il suo approccio è quello del classico agnostico alla ricerca della Verità, che si vergogna troppo a credere alla religione e tenderebbe a irridere chi lo fa, ma non lo fa perché si vergogna anche di questo e perché sarebbe troppo scortese. D’altra parte, suo padre (un po’ voltairiano, un po’ maurrassiano, non marxista ma d’accordo coi marxisti) la domenica lo portava a messa e si dispiaceva che la messa non fosse più in latino perché «in latino non ci si accorgeva che scemenza fosse». In realtà Carrère ha alle spalle un’esperienza cristiana: “iniziato” dalla madrina Jacqueline, poetessa e autrice di buona parte dei canti religiosi che si sentono nelle chiese francesi dopo il Concilio Vaticano II, è stato cristiano per un certo periodo tra il 1990 e il 1993, particolare che lo porta ancora a subire le battute sarcastiche dei figli. In quel periodo, oltre ad andare a messa tutti i giorni, ha addirittura commentato ogni giorno qualche versetto del Vangelo secondo Giovanni, arrivando a riempire una ventina di quaderni. Ex convertito, ex credente, agnostico di ritorno, ha anche una solida amicizia con Hervé Clerc, teista esoterico e “buddista parziale”, e tutti questi particolari (per tacere dei rimandi a Philip K. Dick, autore di culto del Nostro, e dei problemi incontrati con la babysitter) danno l’idea di quanto l’autobiografia entri prepotentemente nella raffinata prosa di Carrère e nell’analisi dell’argomento trattato.

Ma a cosa allude Il Regno del titolo? A quello dei cieli, che poi è quello che Gesù spiega nelle parabole, il Regno di Dio che poi allude anche al Regno d’Israele. Seguendo un certo filone della storiografia marxista, Carrère sostiene neanche troppo velatamente che il vero fondatore del cristianesimo è stato San Paolo, l’apostolo dei gentili, dogmatico e granitico, poco interessato a Gesù ma assolutamente convinto della sua missione di evangelizzatore e di sistematizzatore della nuova religione e della sua Chiesa: all’epoca era considerato solo un agitatore, ma poi la storia, dopo la distruzione di Gerusalemme, lo ha trasformato nel capo (ormai morto) di una chiesa degiudaizzata. Per questo Carrère analizza l’intero corpus delle lettere paoline, contrappone Paolo a Giacomo come Stalin a Trotskij, parla del rapporto tra Paolo e l’evangelista Luca, il medico macedone che segue Paolo di Tarso per terra e per mare e gli dedica poi la sua prima biografia, e cioè gli Atti degli Apostoli, mescolando vero e verosimile: Carrère lo affronta come un autore che spesso inventa e aggiusta la narrazione a seconda delle sue esigenze, si rivede in lui, si immedesima con lui e diventa lui, colmandone vuoti e incongruenze. Ed è bene sottolineare che Carrère, ex cristiano ma ora agnostico, crede alla storicità di Gesù ma non crede alla Resurrezione o alla verginità della Madonna, anche se in fondo vorrebbe farlo, perché il suo è un viaggio nella religiosità di un uomo con tutti i suoi dubbi, il suo ego e le sue fragilità e che accetta di non sapere, senza scadere nel dogmatismo o nella cieca adesione a un credo. D’altronde, è più importante il viaggio che la meta, e a Carrère la storia sembra sempre narrativa e ogni volta che ha che fare con il periodo romano gli sembra di entrare in un fumetto di Asterix, e la vita di Gesù è stata straordinaria ed è stato ucciso per aver detto di essere il figlio di Dio, «anche se non ci sono prove che lo fosse realmente». E poi esistono delle similitudini tra la scomparsa del suo corpo dal sepolcro e quella del corpo di Bin Laden voluta dagli americani per evitare il culto jihadista. Anzi, Carrère non si risparmia nemmeno vere e proprie blasfemie, come quando ipotizza che Maria abbia avuto le sue esperienze sessuali e si sia masturbata come tutte le donne: a questo proposito, il Nostro confessa il suo amore per la pornografia e racconta il video di una brunetta che si masturba davanti a una telecamera da rivedere infinite volte e da condividere con sua moglie. Troppa grazia.

Affastellando fonti e saggi storici, dalla Bibbia dei Settanta (prima versione in greco dell’Antico Testamento) alle persecuzioni cristiane sotto Nerone e Diocleziano, passando per la Guerra giudaica di Flavio Giuseppe e l’intero corpus di lettere paoline, non manca nemmeno di fare riferimento al mito greco di Ulisse e Calipso, definita «il prototipo della bionda, quella che ogni uomo vorrebbe farsi ma non necessariamente sposare, quella che apre il gas o ingoia un tubetto di sonniferi la notte di Capodanno mentre l’amante festeggia in famiglia». Perché in fondo Ulisse è Carrère (sempre lui), che ha trovato casa con la seconda moglie a Patmos, dove San Giovanni (sempre che sia lui, e non un altro Giovanni) ha scritto l’Apocalisse. Eh sì, perché intanto il matrimonio con la prima moglie è naufragato, vittima sacrificale della religione e della psicanalisi. Tra i tanti momenti di cazzeggio non mancano nemmeno cose interessanti, come la notazione che il greco del Vangelo di Marco sembra l’inglese di un tassista di Singapore. E così, alla fine di questi Atti degli Apostoli secondo l’evangelista Carrère che finiscono per assomigliare a un grande feuilleton colto a base di intrighi, scontri e amori incestuosi, resta una domanda: a cosa credeva il Nostro tra il 1990 al 1993 quando è stato cattolico praticante e andava a messa tutti i giorni, arrivando perfino a sposare in chiesa la madre dei suoi primi due figli con rito melchita celebrato al Cairo da un prete vallone? La fascinazione del mistero, forse. Ma in maniera non troppo convinta, perfetta per questa epoca in cui ognuno dice di credere “a modo suo” e “Gesù si, Chiesa no”.

mercoledì 9 giugno 2021

Howard Phillips Lovecraft - L'ombra su Innsmouth

 

Senza alcun dubbio, L’ombra su Innsmouth, tradotta anche come La maschera di Innsmouth, è da annoverare tra i capolavori di Lovecraft. È uno di quei racconti che distillano in modo irripetibile la “cartografia sinistra” del New England che il Solitario di Providence ha così accuratamente disegnato nelle sue opere. La trama non è troppo originale, anche se satura di riferimenti autobiografici e angosce personali: un uomo (alter ego dello stesso Lovecraft) decide di fare una gita a Innsmouth, cittadina immaginaria della zona di Providence di cui si sussurrano cose terribili. Una volta giunto sul posto scopre non solo che la città (sonnolenta e torbida e con le case sordide come doveva essere la provincia americana di quei tempi) è in mano a una razza di ibridi fra gli umani e orribili creature marine, ma che lui stesso porta nel suo sangue la “Maschera di Innsmouth”, il marchio del DNA alieno, che potrebbe essere interpretata come una tara genetica, a carattere ereditario, frutto di un’ibridazione della specie (vista con orrore da un razzista come Lovecraft), che deforma i lineamenti e cagiona difetti fisici, ma sempre in relazione ad antichi culti giunti da lontano che sono espressione di diversità aliena, incomprensibile agli occhi umani e alla razionalità umana: anche quando parla di un’antica tiara custodita nel museo si dice che fa riferimento a una tecnica sconosciuta a tutti i continenti, quasi provenga da un altro pianeta. Questi difetti finiscono per attecchire, quasi fossero una contaminazione radioattiva, corrompendo l’ambiente fisico. Innsmouth è un catalizzatore di orrore: prima ancora che il protagonista giunga con la corriera a vederlo coi propri occhi dai finestrini sporchi, Innsmouth è malvagia, aliena, sconosciuta e incomprensibile nei racconti dei testimoni. Non per niente è da Innsmouth che proviene Asenath Waite, la dark lady degli inferi del racconto La cosa sulla soglia, uno dei pochi personaggi femminili creati da Lovecraft, colei che comincia a controllare sempre di più il marito e a praticare su di lui esperimenti di mesmerismo telepatico e scambi di personalità, tanto da trasformarlo anche nella psiche e nel corpo. Dal punto di vista stilistico, Lovecraft mantiene sempre il suo approccio scientifico: il protagonista si avvicina a Innsmouth con rigore e perizia quasi etnografica, prendendo informazioni geografici, storici e culturali (analizza perfino i manufatti provenienti dalla città). La genialità sta poi nel far venire a galla tutto il mistero attraverso il plot device di far narrare al protagonista la storia della cittadina da un barbone alcolizzato, Zadok Allen. Tutto, o quasi tutto, quello che avviene di orrendo avviene fuori campo, appena intravisto, ma non per questo fa meno paura. E la cosa peggiore è la scoperta che non solo là fuori ci sono i mostri, ma siamo mostri pure noi: i mostri sono la maschera di qualcosa di malsano che alligna tra le nostre radici personali e sociali.

martedì 8 giugno 2021

Arturo Pérez-Reverte - Il Club Dumas

 

Era il 2003 quando scoprii Arturo Pérez-Reverte, divorando il suo Il Club Dumas in soli tre giorni. Poi ho letto molti altri suoi romanzi, ma il primo amore non si scorda mai: un thriller letterario e libresco che mi sono riletto con estremo gusto e soddisfazione e ho maturato la convinzione che non sia invecchiato di un giorno. Il protagonista, Lucas Corso, è un cacciatore di libri mercenario per conto di ricchi collezionisti in cerca di edizioni introvabili o manoscritti unici. È un cinico solitario con l’hobby dei giochi da tavolo sulle battaglie napoleoniche (un suo avo è stato granatiere e fervente bonapartista): ovviamente, essendo un cacciatore di libri, ha una cultura immensa e la letteratura è il suo universo di riferimento, ma è anche un lavoro e questo si tramuta per lui in un rapporto di odio/amore che aumenta il suo cinismo. Corso da una parte si ritrova davanti al misterioso suicidio per impiccagione di un editore di ricette gastronomiche con la passione per i romanzi d’appendice che possedeva (e aveva tentato di vendere) una copia manoscritta de “Il vino D’Angiò”, 42° capitolo de I tre moschettieri di Alexandre Dumas; dall’altra invece viene incaricato da un altro cliente di reperire tutte le tre copie esistenti di un diabolico testo di occultismo in grado di evocare il demonio, Le nove porte del regno delle ombre stampato a Venezia dal tipografo Aristide Torchia bruciato sul rogo a Campo de’ Fiori nel 1667. Quindi nel primo caso deve stabilire l’autenticità del Dumas per conto del suo nuovo acquirente, nel secondo deve recuperare le tre copie del volume per stabilire quale sia l’originale e quali le copie (pare che l’originale sia stato scritto da Belzebù in persona).

Tra indagini, omicidi e depistaggi fra Toledo, Lisbona, Parigi e Meung, mentre Corso è accompagnato da una misteriosa ragazza (diavolo o angelo custode?) con un’ottima cultura e uno strano senso dell’umorismo, le due vicende si intrecciano in modo tanto oscuro che non si capisce bene quale sia la trama principale, se quella legata al capitolo di Dumas o quella della ricerca del libro esoterico. Anzi, Corso deve affrontare una serie di avventure rocambolesche simili a quelle affrontate dal giovane d’Artagnan alle prese con una Milady e un Rochefort che lo conducono nelle spire del Club Dumas del titolo, una serie di fanatici de I tre moschettieri che vivono in una contemporaneità plasmata su ruoli e situazioni del romanzo, trasformandola (e trasformando quella di chi incontrano) in un gigantesco feuilleton vivente simile a un gioco di ruolo. Questo non è un particolare di poco conto, visto che il film che da questo romanzo è stato tratto, La nona porta di Roman Polanski, non funziona proprio perché elimina del tutto la faccenda del Club Dumas e conserva solo l’indagine esoterica, quella di più facile presa per lo spettatore (che magari non conosce I tre moschettieri), e quindi tradisce profondamente il romanzo di Pérez-Reverte.

Siamo nell’ambiente dei bibliomani fanatici, gente disposta a tutto per mettere le mani su un manoscritto o una prima edizione e che fonda cose tipo la Confraternita degli Arpionieri di Nantucket; per non parlare del libraio che ha imparato a scrivere mentre suo padre gli dettava i testi di Azorín e utilizza il suo periodare con molti e punti a capo per sedurre le clienti nel retro della sua libreria dove conserva i classici erotici; o il ricorso alla terminologia militare delle battaglie napoleoniche per descrivere Corso che fa cilecca a letto. Anche il punto di vista del personaggio utilizzato per raccontare la storia è assolutamente centrato e motivato, alla luce della costruzione generale dell’opera. Numerosissime sono le dissertazioni letterarie sul feuilleton, sul romanzo popolare o d’appendice, sui cattivi più memorabili, sugli incipit più folgoranti, su Dumas, Paul Féval, Ponson du Terrail, Arthur Conan Doyle ed Edgar Allan Poe: tutto questo sancisce il potere dei libri nella vita degli uomini e la creazione di una dimensione parallela in cui verità e finzione coesistono, esattamente come i libri che aprono all’abisso e all’inconcepibile. La stessa ragazza che accompagna Corso si presenta come Irene Adler, l’unica donna a essere riuscita a far innamorare di sé Sherlock Holmes, e sul suo passaporto riporta come indirizzo di casa il 221b i Baker Street (la casa di Sherlock Holmes).

Tutto questo fa de Il Club Dumas un parente molto prossimo de Il nome della rosa di Umberto Eco (tra l’altro citato esplicitamente): come Guglielmo da Baskerville, Corso trova i moventi dei fatti negli altri testi, come se i testi fossero dei misteri ermetici da decifrare, perché “i libri, spesso, parlano di altri libri”. E dal gioco intertestuale parte quello bibliografico: sono infiniti i dettagli e i riferimenti di una sterminata bibliografia di testi più o meno antichi (e più o meno esistenti), dentro cui è possibile trovare ragioni e moventi del reale. Leggetelo, magari scoprirete che anche la vostra vita è un grande ed entusiasmante feuilleton.