sabato 4 settembre 2021

Michel Houellebecq - Estensione del dominio della lotta

 

Breve romanzo d’esordio di Michel Houellebecq in parte autobiografico che rilegge il suo periodo da programmatore informatico come esperienza esistenziale ma che, come prova lo stesso titolo da pamphlet, Estensione del dominio della lotta, fa da manifesto programmatico della poetica dell’autore. Totalmente nichilista, racconta in prima persona la storia di un protagonista trentenne sociopatico che non riesce a tessere relazioni con altre persone (soprattutto di genere femminile), soffre del male di vivere, ha una forte depressione. Siamo nei territori della pura letteratura del disagio. La trama è molto labile e noi entriamo nella testa del personaggio, espediente che permette di raccontare l’ambiente intorno a lui, cioè una società capitalista, ultraliberale e disumanizzata («A Parigi si può anche schiattare in mezzo alla strada, a nessuno gliene fotte niente») che obbliga tutti a conformarsi alla “norma” e a dedicare l’intera propria vita al lavoro e al falso liberalismo sessuale. Molto interessante a questo proposito la critica alla falsa moltiplicazione di libertà portata dalla società dell’informazione funzionale alla logica capitalistica dello sfruttamento dei desideri, come prova la figura del collega convinto «che la libertà non sia altro che la possibilità di stabilire diverse interconnessioni tra individui, progetti, organismi, servizi» e che «il massimo di libertà corrisponde al massimo di scelte possibili». Siamo schiavi, e l’unica vera libertà diventa quella di dedicarsi al fumo. Alla fine, ci si trova davanti a una denuncia dell’occidente contemporaneo fatta di solitudine, noia, rapporti fasulli, insofferenza e indifferenza anche verso se stessi: nulla è sacro (la chiesa edificata nel luogo del rogo di Giovanna d’Arco definita «un ammasso di tavelle di cemento stranamente ricurve e per metà sprofondate nel suolo») e niente sembra avere senso, nemmeno quella lotta che è caratteristica fondamentale della frenesia della vita, del lavoro, della carriera e del sesso (tutte regolate dalla cosiddetta “legge del mercato”). Nemmeno la psicanalisi può qualcosa: «Spietata scuola di egoismo, la psicanalisi sfrutta con agghiacciante cinismo le brave figliole un po’ smarrite e le trasforma in ignobili bagasce dall’egocentrismo delirante, incapaci di suscitare altro che un legittimo disgusto. Non bisogna accordare la minima fiducia, in nessun caso, a una donna che sia passata per le mani degli psicanalisti. Meschinità, egoismo, ottusità arrogante, totale assenza di senso morale, incapacità cronica di amare: ecco il ritratto esaustivo di una donna “analizzata”». E lo stesso protagonista finisce in cura psichiatrica per essere “ricentrato su se stesso”, prima di trasformarsi (forse) in un folle che uccide donne anziane nelle campagne. Meglio quindi rompere gli stereotipi dentro cui siamo costretti e che costringono la nostra vita e le nostre relazioni, ricorrendo al paradosso («l’uomo è un adolescente menomato») e all’ironia ghignante come nel caso del crudo ritratto della brutta e grassa compagna di classe, il cui nome – ironia della sorte – era Brigitte Bardot; oppure in quello del racconto sugli animali intitolato Dialoghi tra uno scimpanzé e una cicogna che dovrebbe essere «un pamphlet politico di inaudita ferocia». Anche se pagine come quella del conoscente che, per vendicarsi di una delusione in discoteca, vuole uccidere una ragazza e il ragazzo nero che gliel’ha portata via, ma poi li vede insieme in spiaggia, si masturba e si sfracella con la macchina, raggiungono livelli di squallore esistenziale veramente degni di nota.

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