martedì 30 novembre 2021

Paolo Nardi - Leggiamo insieme Lo Hobbit

 

E così siamo arrivati al secondo libro. Dopo Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli, di cui è in lavorazione una seconda edizione riveduta e ampliata di 30 pagine con una nuova copertina, ecco arrivare nelle librerie (poche purtroppo) Leggiamo insieme Lo Hobbit, il fratello minore se vogliamo. Di seguito la mia introduzione che inquadra il volume, dedicato a un romanzo ingiustamente bistrattato come opera “per bambini” ma in realtà pieno di sorprese. Qui non c’entra la nuova traduzione di Ottavio Fatica, quindi potete anche darmi una possibilità.

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Sebbene sia spesso pubblicizzato come un libro per bambini e non sia minimamente paragonabile per ricchezza e complessità al Signore degli Anelli (che curiosamente nacque proprio come sequel su richiesta del suo editore), Lo Hobbit accompagna la mia vita sin dall’infanzia, cioè da quando mia mamma mi raccontava la storia di Bilbo Baggins e del drago Smaug: la storia del punto debole nella corazza di un drago che poi veniva colpito dalla freccia di un arciere ha sempre esercitato un fascino irresistibile sulla mia fantasia.
Certo, è un romanzo che apparentemente si presenta come una favola, a partire dalle storie che Tolkien raccontava ai figli, slegata dal suo legendarium che era andato elaborando sin dal 1917: tuttavia, scrivendo Il Signore degli Anelli, Tolkien stesso si accorse che il sequel metteva in luce diverse incongruenze presenti ne Lo Hobbit. Non a caso nel 1951, 14 anni dopo la pubblicazione avvenuta nel 1937, apportò alla seconda edizione alcune modifiche, tra cui la riscrittura del quinto capitolo, Indovinelli nell’oscurità, per fornire la versione “autentica” di come Bilbo si fosse imbattuto nell’Anello magico di Gollum. In origine, Gollum aveva messo in palio il prezioso oggetto per il vincitore della gara di indovinelli, invece ora Tolkien fece in modo che Bilbo lo trovasse per caso. Poi aggiunse un capitolo esplicativo, La cerca di Erebor, per spiegare il perché della missione dei nani e dell’aiuto di Gandalf nel quadro generale della Guerra dell’Anello, a partire dal primo incontro tra Gandalf e Thorin a Brea.
Gli venne addirittura in mente di riscrivere il romanzo con lo stile del Signore degli Anelli, ma abbandonò il progetto e in questo modo preservò il fascino dell’originale. Un po’ lo stesso problema davanti a cui si è trovato Peter Jackson quando si è trovato a dover realizzare la sua seconda trilogia dopo aver già raggiunto il successo con quella del Signore degli Anelli: in qualche modo il regista neozelandese ha tentato di fare quello che Tolkien non aveva potuto, cioè rendere tutto più epico e meno favolistico, ma soprattutto coerente con lo stile caratteristico degli altri film.
Lo Hobbit rimane una deliziosa favola caratterizzata da elementi tipici delle fiabe: i nani, il drago, un tesoro conteso da recuperare, fughe a rotta di collo, episodi di metamorfosi, foreste piene di pericoli e animali parlanti. La struttura è quella classica della Cerca (in questo caso la ricerca di un tesoro) e dell’archetipo letterario del viaggio dell’eroe che torna con degli oggetti magici (l’Anello) e una consapevolezza nuova. Lo dice espressamente lo stesso Tolkien all’inizio della sua narrazione: “Questa è la storia di come un Baggins ebbe un’avventura e si trovò a fare e dire cose del tutto imprevedibili. Può anche aver perso il rispetto del vicinato, ma guadagnò… be’, vedrete voi stessi se alla fine guadagnò qualcosa”. D’altra parte, il sottotitolo originale, There and Back Again, cioè Andata e ritorno (sempre ignorato dalle edizioni italiane che l’hanno trasformato prima in La riconquista del tesoro e poi in Un viaggio inaspettato), allude proprio a questo: alla crescita del personaggio e alla sua trasformazione, alla scoperta del ruolo che è chiamato ad assumere nonostante il suo conformismo e la sua scarsa propensione all’avventura.
Bilbo è l’esempio di come persone ordinarie siano capaci di realizzare grandi imprese e di diventare addirittura sagge, adattandosi alle situazioni e affrontandole con pazienza. Lo stregone Gandalf e i nani gli fanno intraprendere un’avventura che lo metterà a contatto con molte prove e difficoltà e lo porteranno a capire che nella vita c’è molto di più che agio e comodità. Ovviamente lo hobbit non è l’unico personaggio che cambia all’interno dell’avventura: si pensi al nano Thorin, che cede alla cupidigia e alla malattia del drago in un alternarsi di luci e ombre, caduta e redenzione.
Soprattutto, l’umorismo e le frequentissime intromissioni del narratore, il familiare “che lo crediate o no”, le ricapitolazioni introdotte dal “come ricorderete” e le parentesi destinate a far ridere il lettore, contribuiscono forse a rendere Lo Hobbit l’opera tecnicamente meglio scritta tra quelle di Tolkien, o almeno quella più coerente e uniforme, in possesso dello stesso registro dall’inizio alla fine. Anzi, Tolkien non riuscirà mai a essere più divertente di così: valga per tutti l’episodio di Ruggitoro Tuc, pro-prozio di Bilbo, che prese parte alla carica contro le schiere degli orchi e colpì staccando di netto la testa del re nemico con una mazza di legno, risolvendo così la battaglia e inventando allo stesso tempo il gioco del golf.
Ovviamente, come favola, manca la dimensione seria e tragica del suo fratello maggiore (Il Signore degli Anelli), così come il pathos di scene come quelle delle Miniere di Moria o del Passo di Cirith Ungol, ma non bisogna dimenticare che il romanzo termina con la drammatica morte di Thorin e la Battaglia dei Cinque Eserciti, cioè una guerra di carneficina a tutti gli effetti, elemento ben poco favolistico e “fanciullesco”. Inoltre mi sembra di poter ravvisare in nuce la stessa critica nei confronti del progresso scientifico incontrollato che è fonte di distruzione più di quanto lo sia di corruzione; anche la concezione di tempo individuale e tempo mitico ricorda la quella che troveremo nel Il Signore degli Anelli.
Piuttosto, se quest’ultimo romanzo è stato vittima di una serie di interpretazioni forzatamente allegoriche, simboliste e politiche che ne diminuiscono il valore e la portata, Lo Hobbit ha subito invece un’operazione di svilimento per la sua stessa natura di favola: perché infatti leggere e considerare quello che, a conti fatti, è solo un libro per bambini? Così facendo si dimentica che è la presenza del protagonista, un piccolo hobbit con il panciotto e i piedi pelosi, a costituire la novità il fascino di questa storia, gettando un ponte tra le antiche fiabe e il lettore di oggi e configurandosi in tutto e per tutto come un romanzo moderno.
Nel mare di letteratura critica internazionale non mancano comunque delle interessanti letture politico-economiche, che dipingono i personaggi positivi del romanzo come paladini del libero mercato contro le storture del capitalismo. C’è addirittura chi ha parlato di alleanza tra la classe medio-bassa (Bilbo) e i minatori della classe operaia (i nani) in modo da usurpare il potere del capitale parassita, che vive grazie al lavoro della povera gente, accumulando benessere senza avere la capacità di apprezzarne il valore (il drago).
Al di là della liceità di simili teorie, ritengo che così facendo si rischi di perdere il senso centrale dell’opera, che resta prima di tutto il racconto di un viaggio: in fondo, l’intenzione di Tolkien non era quella di realizzare un romanzo allegorico o a tesi. Bisognerebbe tenere presente che Tolkien non lavorava a partire da idee o da manifesti, ma da parole e nomi. Certo, nel Signore degli Anelli ci sono più di 600 nomi di “persone, animali e mostri” e quasi altrettanti toponimi, con l’aggiunta di circa duecento oggetti non classificabili ma ugualmente dotati di un nome, mentre ne Lo Hobbit sono presenti 40-50 nomi propri inseriti in maniera piuttosto noncurante. Un confronto tra le due opere, quindi, è improponibile, ma il modo di approcciarsi alla narrativa è lo stesso: un approccio filologico, che troppo spesso è stato trascurato o dimenticato.
In questa mia analisi, ho ripreso la struttura del mio precedente Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli, cioè quella capitolo per capitolo: nel caso de Lo Hobbit, ogni capitolo assume un ruolo narrativo ben preciso e si distingue per la diversa collocazione geografica e la presenza di nuovi personaggi e nuove creature. Questo rende i diversi capitoli dei piccoli universi a sé stanti, con le proprie prove e le proprie problematiche, pur collegati tra loro in una struttura per nulla casuale, come dimostrato da William Green nel suo fondamentale Lo Hobbit. Un viaggio verso la maturità: il romanzo è popolato di doppi, in una continua simmetria rovesciata di luoghi e situazioni, particolari che confermano la famosa dichiarazione di C.S. Lewis per cui, solo alla dodicesima rilettura in età adulta, Lo Hobbit avrebbe rivelato tutti i suoi livelli di lettura.
Inoltre, proprio come nel caso di Leggiamo insieme Il Signore degli Anelli, questo libro non porta nulla di nuovo, anzi è del tutto derivativo: mi sono semplicemente avvalso di quanto detto dallo stesso Tolkien nelle sue Lettere e di una serie di mostri sacri di riferimento che nel corso degli anni hanno plasmato la mia lettura dell’opera di questo scrittore. Mi riferisco a Tom Shippey (Tolkien autore del secolo e La via per la Terra di Mezzo), Wu Ming 4 (Difendere la Terra di Mezzo), Brian Rosebury (Tolkien, un fenomeno culturale) e Andrea Monda (A proposito degli Hobbit), ma anche a raccolte come Lo Hobbit e la filosofia, In te c’è più di quanto tu creda e soprattutto C’era una volta… Lo Hobbit. Senza per questo dimenticare Lo Hobbit annotato di Douglas Anderson, l’edizione definitiva del romanzo grazie al consistente apparato di note esplicative.
L’edizione che ho preso a riferimento è quella Bompiani del 2012, che presenta la traduzione di Caterina Ciuferri, non quella storica Adelphi di Elena Jeronimidis Conte: ho preferito così perché, a parte la trasformazione di qualche toponimo (Bosco Atro è diventato Boscotetro e l’Archepietra è tradotta Arkengemma), i nomi sono stati rimessi al loro posto, soprattutto i troll che nella vecchia traduzione erano diventati dei misteriosi Uomini Neri, mentre sono stati fatti sparire i poco verosimili alimenti come la pizza e il mascarpone (quest’ultimo ha lasciato posto ai fiocchi di crema di latte). Anche il ritmo e lo stile, nella traduzione di Caterina Ciuferri, sono meno legati alla tradizione italiana e più vicini al modello anglosassone. Non me ne vogliano i sostenitori della vecchia edizione Adelphi, che aveva anche delle intuizioni notevoli: per esempio Forraspaccata, nome escogitato da Elena Jeronimidis Conte per rendere l’originale Rivendell, era a mio giudizio una variante molto più bella di Gran Burrone della traduzione del Signore degli Anelli di Vittoria Alliata (recentemente Ottavio Fatica ha proposto il più convincente Valforra).
Ho cercato di mettere in luce come, attraverso la fiaba e la capacità di riplasmare il patrimonio delle leggende nordiche, Tolkien cerchi di trasmettere valori etici importanti come la lealtà, l’onore, il coraggio, la clemenza, la generosità e l’umiltà, ma soprattutto l’apertura al diverso: il romanzo è permeato da una critica all’immobilismo, alla diffidenza e alla chiusura verso gli altri. È la stessa cosa che ritroviamo nelle parole dell’elfo Gildor a Frodo nel Signore degli Anelli: “Il mondo intero è tutt’intorno a voi: potete chiudervi dentro la Contea, ma non potete chiudere fuori il mondo per sempre”. Non ci si può nascondere dalle influenze del mondo esterno, pensare di vivere nel migliore dei mondi possibili e che l’orizzonte si esaurisca poco oltre il proprio giardino o con il fiumiciattolo dietro casa.
Solo mettendosi in gioco, andando al di là dei propri pregiudizi e delle proprie idee di vita comoda, e aprendosi ad altri universi valoriali diversi dai nostri, sarà possibile mettersi in viaggio e forse scoprirsi eroi, riuscendo a portare indietro qualcosa dal nostro viaggio e a ristorare il mondo.

sabato 13 novembre 2021

Paolo Mieli - L'arma della memoria

 

Historia magistra vitae è una frase che è bella da ricordare ma che non serve a nulla. Spesso i vincitori si fanno tornare i conti e aggiustano le cose a danno dei vinti e si ricostruisce il passato proprio e collettivo a proprio uso e consumo, semplificando e creando categorie, prime fra tutte quelle di “buoni” e “cattivi”. Invece un “onesto uso della memoria” comporterebbe un continuo mettere in dubbio ciò che già si sa del passato per andare al di là e scoprire ancora meglio le ragioni del presente. Ecco perché gli studi fatti durante l’obbligo scolastico decenni fa non sono più attuali, perché i libri di testo spesso datati ed edulcorati ed esemplificano fenomeni molto complessi. A spiegarlo è ancora una volta Paolo Mieli in questo L’arma della memoria, che è ancora una volta una raccolta di articoli e recensioni come per altro fanno in molti (ed è quindi inutile bollarla come un’operazione “di cassetta”) e per giunta è espressione di quello che viene dipinto come il principale intellettuale organico al sistema, che sulla televisione di Stato intende spostare gli equilibri della divulgazione storica a destra o a sinistra a seconda della convenienza. Curiosamente, questi suoi articoli sono uno dei modi più interessanti per parlare di storia e di ragionare come la ricerca storica evolva nel tempo, alla luce delle nuove scoperte e interpretazioni. A ben guardare, sin da subito Mieli è molto attento a rivendicare la serietà e l’importanza del mestiere dello storico contro le derive fin troppo comuni della nostra società: il complottismo, «cioè la pretesa di modificare i termini della discussione con l’inserimento di tesi suggestive ancorché indimostrabili» su una presunta Grande Cospirazione Mondiale, e il trasferimento del dibattito storiografico nelle aule di giustizia e nelle carte dei magistrati su fatti sui quali neanche gli storici di professione sono riusciti a fare luce in modo definitivo.

Mieli affronta quindi molti dei luoghi comuni che popolano il nostro immaginario in quanto frutto di revisioni del passato e creazione di miti intoccabili funzionali all’interesse del momento o per avvalorare le proprie tesi politiche o religiose, come l’idea che prima dell’avvento della modernità nel mondo si stesse tutti fermi: in realtà ci si muoveva continuamente, soprattutto nel Medioevo (sovrani, ecclesiastici, politici, dignitari, soldati, studenti, mercanti), mentre a paralizzare tutto furono le guerre napoleoniche a inizio Ottocento. La realtà è sempre più complessa di come la si vorrebbe raffigurare: valgano gli esempi degli ambigui rapporti tra Europa medievale e Impero bizantino fino alla sua caduta, il supposto conservatorismo di Metternich, l’11 settembre del 1683 (l’assedio di Vienna) quando i turchi commisero l’errore di pensare che il mondo cristiano fosse un’unità compatta e non divisa al suo interno. E bisogna anche diffidare delle “leggende nere”, valgano per tutte quella creata dai gesuiti del complotto giansenista per la distruzione della Chiesa a quella della decadenza e corruzione dei gesuiti stessi in seguito al loro scioglimento nel 1773, diffusa dai loro nemici illuministi: in realtà, i problemi erano di natura politica e trovano la loro origine dalla situazione del Sudamerica e dalla schiavizzazione degli indios. Neanche il Risorgimento è così caratterizzato da bianchi e neri: si prenda l’esempio dell’insubordinazione di Garibaldi che culminò in uno scontro sull’Aspromonte con l’esercito regio, oppure quello del tanto calunniato Regno delle Due Sicilie dei Borbone, che non fu così reazionario come è sempre stato dipinto: anzi, fu capace di inglobare istanze legittimiste e altre provenienti dal precedente regime murattiano, mantenendo (a differenza dei tanto celebrati Savoia) le riforme del decennio napoleonico. Allo stesso modo, non è vero che i liberali meridionali fossero affratellati dalla comune fede politica risorgimentale, così come non è vero che i cattolici erano tutti antiunitari.

Da sottolineare anche la storia del Trattato teologico-politico di Spinoza del 1670, un appassionato tentativo di esercitare la libertà di pensare propugnando un clima di tolleranza e del tentativo di bloccarlo da parte delle gerarchie religiose calviniste olandesi, che non potevano tollerare i dubbi sollevati sulle Sacre Scritture. Nel caso di Galileo, invece, bisognerebbe tenere conto che la questione è stata cambiata radicalmente, tanto che nell’immaginario collettivo lo scienziato è considerato solo un anticlericale che si scontra con «filosofi testardi» e «preti che vomitano fuoco», sminuendo di molto la ricchezza del personaggio, genio eclettico sia matematico che umanista. Inoltre, la sua opera fu dichiarata eretica nel 1616 ma due secoli dopo il problema dell’eliocentrismo si ripropose per il Sant’Uffizio con un’altra opera di Giuseppe Settele che provocò una prima crepa nella censura cattolica e fece cambiare idea in una lettura tradizionale delle Sacre Scritture ma non contraria alla fede. E si arrivò così a Leone XIII che stabilì, pur senza nominare Galileo, che Dio non insegnava fisica tramite Mosè, e quindi il Concilio Vaticano II con la riapertura del caso e la commissione di studio istituita da Giovanni Paolo II.

Una consistente parte del volume è dedicata agli ebrei, ai loro rapporti con l’Islam che prima in qualche modo garantì i loro diritti come dhimmi ma poi li espulse dalla Spagna musulmana; questione molto interessante è la tesi che presenta i rapporti degli ebrei con i re medievali che caratterizzò larga parte della storia degli ebrei europei che cercarono con questa “alleanza regia” di sfuggire ai potenti locali e all’ostilità nei loro confronti: solo uno Stato centralizzato poteva garantire e appoggiare i loro diritti, ritenendo che ci avrebbero pensato gli Stati a debellare l’antisemitismo. Con il risultato che nel corso dei secoli la fedeltà agli Stati e ai loro apparati e l’appoggio dato all’unificazione di Paesi come Italia e Germania fece sì che si coagulasse contro di loro un antisemitismo che otteneva l’assenso dell’opinione pubblica, perché gli ebrei venivano visti come i principali rappresentati dello Stato. Ma è singolare il capitolo sul comportamento di Hannah Arendt durante il processo Eichmann, al centro del suo famosissimo La banalità del male: la Arendt mancò dall’aula per buona parte del processo, mise in cattiva luce i poliziotti israeliani e i Consigli ebraici ed equiparò i sionisti ai nazisti, anche se alla fine fu favorevole alla pena di morte.

Interessantissima la questione della pluralità dei Rinascimenti non solo europei: per l’Italia e l’Europa, infatti, c’è chi fa iniziare il Rinascimento con Petrarca, con la caduta di Costantinopoli (1453) o con la scoperta dell’America (1492), ma altri Paesi e altre civiltà hanno avuto in altre epoche il loro Rinascimento, inteso come apertura verso la modernità, mentre oggi osserviamo come il Giappone, le “tigri asiatiche” e probabilmente anche la Cina «siano all’avanguardia della modernità, anche se apparentemente non hanno mai avuto un loro Rinascimento. Apparentemente, appunto». Una questione che si inserisce nel più complesso tema della storiografia globale e non eurocentrica: nonostante i proclami, gli storici hanno in qualche caso manifestato una maggiore attenzione al resto del mondo, ma hanno sempre ricondotto il tutto alle leggi ferree dell’eurocentrismo. 

Potrà non piacere, ma Mieli è il primo a denunciare l’egemonia che gli storici di sinistra hanno esercitato e tendono a esercitare sulla storia della Resistenza e dei rapporti dei partigiani con gli Alleati (l’uccisione del filosofo fascista Giovanni Gentile rientrerebbe in questo gioco molto pericoloso), ed è abilissimo nel districare gli attriti tra Mussolini e il re nella singolare diarchia che per vent’anni ha retto l’Italia. Allo stesso tempo sottolinea l’occasione non colta dal duce nei confronti dei Paesi anglosassoni, quando riuscì a godere di prestigio presso Churchill in ottica antisocialista e il suo modello corporativo fu visto favorevolmente da Roosevelt. Tra gli altri problemi affrontati, il terrificante microcosmo delle navi negriere con mortalità elevata anche per gli equipaggi, la trasversale riabilitazione di Attila, la bufala del carteggio Mussolini-Churchill.