sabato 13 novembre 2021

Paolo Mieli - L'arma della memoria

 

Historia magistra vitae è una frase che è bella da ricordare ma che non serve a nulla. Spesso i vincitori si fanno tornare i conti e aggiustano le cose a danno dei vinti e si ricostruisce il passato proprio e collettivo a proprio uso e consumo, semplificando e creando categorie, prime fra tutte quelle di “buoni” e “cattivi”. Invece un “onesto uso della memoria” comporterebbe un continuo mettere in dubbio ciò che già si sa del passato per andare al di là e scoprire ancora meglio le ragioni del presente. Ecco perché gli studi fatti durante l’obbligo scolastico decenni fa non sono più attuali, perché i libri di testo spesso datati ed edulcorati ed esemplificano fenomeni molto complessi. A spiegarlo è ancora una volta Paolo Mieli in questo L’arma della memoria, che è ancora una volta una raccolta di articoli e recensioni come per altro fanno in molti (ed è quindi inutile bollarla come un’operazione “di cassetta”) e per giunta è espressione di quello che viene dipinto come il principale intellettuale organico al sistema, che sulla televisione di Stato intende spostare gli equilibri della divulgazione storica a destra o a sinistra a seconda della convenienza. Curiosamente, questi suoi articoli sono uno dei modi più interessanti per parlare di storia e di ragionare come la ricerca storica evolva nel tempo, alla luce delle nuove scoperte e interpretazioni. A ben guardare, sin da subito Mieli è molto attento a rivendicare la serietà e l’importanza del mestiere dello storico contro le derive fin troppo comuni della nostra società: il complottismo, «cioè la pretesa di modificare i termini della discussione con l’inserimento di tesi suggestive ancorché indimostrabili» su una presunta Grande Cospirazione Mondiale, e il trasferimento del dibattito storiografico nelle aule di giustizia e nelle carte dei magistrati su fatti sui quali neanche gli storici di professione sono riusciti a fare luce in modo definitivo.

Mieli affronta quindi molti dei luoghi comuni che popolano il nostro immaginario in quanto frutto di revisioni del passato e creazione di miti intoccabili funzionali all’interesse del momento o per avvalorare le proprie tesi politiche o religiose, come l’idea che prima dell’avvento della modernità nel mondo si stesse tutti fermi: in realtà ci si muoveva continuamente, soprattutto nel Medioevo (sovrani, ecclesiastici, politici, dignitari, soldati, studenti, mercanti), mentre a paralizzare tutto furono le guerre napoleoniche a inizio Ottocento. La realtà è sempre più complessa di come la si vorrebbe raffigurare: valgano gli esempi degli ambigui rapporti tra Europa medievale e Impero bizantino fino alla sua caduta, il supposto conservatorismo di Metternich, l’11 settembre del 1683 (l’assedio di Vienna) quando i turchi commisero l’errore di pensare che il mondo cristiano fosse un’unità compatta e non divisa al suo interno. E bisogna anche diffidare delle “leggende nere”, valgano per tutte quella creata dai gesuiti del complotto giansenista per la distruzione della Chiesa a quella della decadenza e corruzione dei gesuiti stessi in seguito al loro scioglimento nel 1773, diffusa dai loro nemici illuministi: in realtà, i problemi erano di natura politica e trovano la loro origine dalla situazione del Sudamerica e dalla schiavizzazione degli indios. Neanche il Risorgimento è così caratterizzato da bianchi e neri: si prenda l’esempio dell’insubordinazione di Garibaldi che culminò in uno scontro sull’Aspromonte con l’esercito regio, oppure quello del tanto calunniato Regno delle Due Sicilie dei Borbone, che non fu così reazionario come è sempre stato dipinto: anzi, fu capace di inglobare istanze legittimiste e altre provenienti dal precedente regime murattiano, mantenendo (a differenza dei tanto celebrati Savoia) le riforme del decennio napoleonico. Allo stesso modo, non è vero che i liberali meridionali fossero affratellati dalla comune fede politica risorgimentale, così come non è vero che i cattolici erano tutti antiunitari.

Da sottolineare anche la storia del Trattato teologico-politico di Spinoza del 1670, un appassionato tentativo di esercitare la libertà di pensare propugnando un clima di tolleranza e del tentativo di bloccarlo da parte delle gerarchie religiose calviniste olandesi, che non potevano tollerare i dubbi sollevati sulle Sacre Scritture. Nel caso di Galileo, invece, bisognerebbe tenere conto che la questione è stata cambiata radicalmente, tanto che nell’immaginario collettivo lo scienziato è considerato solo un anticlericale che si scontra con «filosofi testardi» e «preti che vomitano fuoco», sminuendo di molto la ricchezza del personaggio, genio eclettico sia matematico che umanista. Inoltre, la sua opera fu dichiarata eretica nel 1616 ma due secoli dopo il problema dell’eliocentrismo si ripropose per il Sant’Uffizio con un’altra opera di Giuseppe Settele che provocò una prima crepa nella censura cattolica e fece cambiare idea in una lettura tradizionale delle Sacre Scritture ma non contraria alla fede. E si arrivò così a Leone XIII che stabilì, pur senza nominare Galileo, che Dio non insegnava fisica tramite Mosè, e quindi il Concilio Vaticano II con la riapertura del caso e la commissione di studio istituita da Giovanni Paolo II.

Una consistente parte del volume è dedicata agli ebrei, ai loro rapporti con l’Islam che prima in qualche modo garantì i loro diritti come dhimmi ma poi li espulse dalla Spagna musulmana; questione molto interessante è la tesi che presenta i rapporti degli ebrei con i re medievali che caratterizzò larga parte della storia degli ebrei europei che cercarono con questa “alleanza regia” di sfuggire ai potenti locali e all’ostilità nei loro confronti: solo uno Stato centralizzato poteva garantire e appoggiare i loro diritti, ritenendo che ci avrebbero pensato gli Stati a debellare l’antisemitismo. Con il risultato che nel corso dei secoli la fedeltà agli Stati e ai loro apparati e l’appoggio dato all’unificazione di Paesi come Italia e Germania fece sì che si coagulasse contro di loro un antisemitismo che otteneva l’assenso dell’opinione pubblica, perché gli ebrei venivano visti come i principali rappresentati dello Stato. Ma è singolare il capitolo sul comportamento di Hannah Arendt durante il processo Eichmann, al centro del suo famosissimo La banalità del male: la Arendt mancò dall’aula per buona parte del processo, mise in cattiva luce i poliziotti israeliani e i Consigli ebraici ed equiparò i sionisti ai nazisti, anche se alla fine fu favorevole alla pena di morte.

Interessantissima la questione della pluralità dei Rinascimenti non solo europei: per l’Italia e l’Europa, infatti, c’è chi fa iniziare il Rinascimento con Petrarca, con la caduta di Costantinopoli (1453) o con la scoperta dell’America (1492), ma altri Paesi e altre civiltà hanno avuto in altre epoche il loro Rinascimento, inteso come apertura verso la modernità, mentre oggi osserviamo come il Giappone, le “tigri asiatiche” e probabilmente anche la Cina «siano all’avanguardia della modernità, anche se apparentemente non hanno mai avuto un loro Rinascimento. Apparentemente, appunto». Una questione che si inserisce nel più complesso tema della storiografia globale e non eurocentrica: nonostante i proclami, gli storici hanno in qualche caso manifestato una maggiore attenzione al resto del mondo, ma hanno sempre ricondotto il tutto alle leggi ferree dell’eurocentrismo. 

Potrà non piacere, ma Mieli è il primo a denunciare l’egemonia che gli storici di sinistra hanno esercitato e tendono a esercitare sulla storia della Resistenza e dei rapporti dei partigiani con gli Alleati (l’uccisione del filosofo fascista Giovanni Gentile rientrerebbe in questo gioco molto pericoloso), ed è abilissimo nel districare gli attriti tra Mussolini e il re nella singolare diarchia che per vent’anni ha retto l’Italia. Allo stesso tempo sottolinea l’occasione non colta dal duce nei confronti dei Paesi anglosassoni, quando riuscì a godere di prestigio presso Churchill in ottica antisocialista e il suo modello corporativo fu visto favorevolmente da Roosevelt. Tra gli altri problemi affrontati, il terrificante microcosmo delle navi negriere con mortalità elevata anche per gli equipaggi, la trasversale riabilitazione di Attila, la bufala del carteggio Mussolini-Churchill.

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